Sirimedho Stefano De Luca pratica da decenni meditazione e pratica spirituale con la guida di importanti maestri della tradizione buddhista; è insegnante certificato di Mindfulness. Nel suo podcast, Sirimedho propone meditazioni guidate nella tradizione buddhista e laica della Mindfulness e insegnamenti di Dharma basati sulla sua esperienza personale, adatti per principianti e per meditatori esperti.

Come facciamo a sapere se un insegnamento è davvero Dhamma? Il Buddha stesso ci ha dato un criterio preciso: non fidarti della fonte, fosse anche il Buddha in persona. Confronta ogni insegnamento con l'insieme dei Sutta e del Vinaya. Se è coerente, accoglilo. Altrimenti, lascialo andare. Un invito all'ascolto attivo e alla responsabilità personale che ci permette di adattare la pratica alle nostre esigenze senza perderci. Riflessioni di Dharma registrate da Sirimedho Stefano De Luca nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 8 maggio 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Respiriamo continuamente, eppure raramente sentiamo davvero dove il respiro arriva nel corpo. In questa pratica, ispirata all'insegnamento di Ajahn Lee Dhammadharo, impariamo a far fluire il respiro dalla base del cranio lungo la spina dorsale, nelle braccia, nelle gambe, fino alle dita e poi fuori nell'aria. Il corpo intero diventa un unico spazio di consapevolezza e benessere. Meditazione guidata registrata da Sirimedho Stefano De Luca nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 8 maggio 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. I cinici adottano spesso un tono di superiorità nelle loro sentenze, del tipo: “Dai, siamo onesti su quello che sta realmente succedendo”. Il filosofo olandese del Seicento Bernard de Mandeville, ad esempio, affermava: “L'uomo più umile al mondo deve ammettere che la ricompensa di un'azione virtuosa... consiste in un certo piacere che si procura contemplando il proprio valore”. In sostanza, secondo questa visione, le persone compiono buone azioni principalmente per le sensazioni piacevoli che ne ricavano. Una cosiddetta azione virtuosa, dunque, non sarebbe poi così diversa da quelle considerate non virtuose (comprese, forse, certe azioni care al signor de Mandeville). La convinzione alla base di questa visione è che dovremmo accettare l'umiliante verità che siamo tutti, sempre e inevitabilmente, mossi dall'interesse personale. Un paio di osservazioni: in primo luogo, il fatto che il ricordo di un'azione virtuosa procuri gioia alla mente non dimostra che quella gioia debba necessariamente essere lo scopo o la ricompensa attesa di quell'atto. Non si può liquidare con tanta disinvoltura il desiderio di rendere il mondo un posto migliore, di fare la differenza, di contribuire a ridurre la sofferenza. Accanto all'amore per il piacere e per sé stessi, l'amore per il bene e per la verità ha avuto un ruolo innegabile nella storia dell'umanità. Inoltre, dal punto di vista buddhista, un atto compiuto allo scopo di procurarsi il piacere di contemplare il proprio valore non è per nulla, in realtà, un'azione virtuosa: è una transazione. Ajahn Jayasāro, 31 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Diversi anni fa vivevo in una piccola capanna sul fianco di una collina fittamente alberata. Un giorno decisi di risalire il torrente che ruggiva poco distante, ingrossato dalle copiose piogge del giorno precedente. Non si trattava di una salita facile e, mentre mi arrampicavo, passando da una roccia all'altra, scivolai e caddi. Mi ritrovai supino nell'acqua, senza fiato ma per il resto illeso, improvvisamente consapevole di quanto fossi stato avventato. Se mi fossi rotto una gamba, solo la mattina seguente, non presentandomi al giro di elemosina nelle fattorie più a valle, qualcuno avrebbe potuto sospettare che qualcosa non andava. Poi mi colpì un altro pensiero: come avevo mai fatto a ritrovarmi a terra sano e salvo? Compresi che dovevo aver compiuto un movimento davvero acrobatico in aria. Non potei fare a meno di esserne in qualche modo impressionato. Come monaco, ogni giorno contemplo la natura impersonale del corpo: come i capelli e le unghie crescono, il cuore batte, il sangue circola, il cibo viene digerito e così via, il tutto senza permesso né controllo da parte mia - anzi, nella maggior parte dei casi, senza che io neppure ne comprenda i processi coinvolti. Soprattutto, rifletto su come il corpo umano invecchi istante dopo istante, sia soggetto alla malattia e infine alla morte, del tutto indifferente ai desideri e alle paure della mente con cui condivide il mondo. Rifletto su questi temi da quasi cinquant'anni. E tuttavia, seduto nel mezzo di quel torrente impetuoso, fu l'imprevista, inimmaginabile grazia del corpo che cadeva da un masso a offrirmi una delle intuizioni più memorabili sulla verità di "anattā". Ajahn Jayasāro, 28 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Cercando di mantenere l'attenzione sul respiro, diventiamo consapevoli di tutte le condizioni che ci impediscono di farlo. Impariamo come prevenire il loro sorgere e come lasciarle andare. Questo principio si applica anche ad altri ambiti della pratica. Tenendo presente il quarto precetto, ad esempio, diventiamo consapevoli di tutte le intenzioni e le motivazioni, i desideri e le paure che ci portano a mentire. Questo ci fornisce la consapevolezza necessaria per purificare gradualmente la nostra parola. Rispettiamo i precetti perché siamo abbastanza saggi da comprenderne il valore e, rispettandoli, cresciamo in saggezza. Praticando la Retta Intenzione (Sammā Sankappā), mantenendo la nostra ferma intenzione di dimorare in pensieri liberi da malanimo, rabbia e aggressività, diventiamo sensibili ogni volta che tali pensieri sorgono. Questa è una pratica particolarmente importante nei momenti di conflitto. La paura porta facilmente al risentimento e alla rabbia che, se non espressi verbalmente, possono manifestarsi come pensieri del tipo: “Se lo meritano”, “Se la sono cercata”, ecc., quando la parte che vediamo come “loro” soffre. Dimentichiamo che abbandonarci anche al minimo piacere nella sofferenza, sia pure delle persone peggiori, crea una tensione nel cuore. I pensieri rabbiosi, i pensieri di risentimento e di aggressività, dimorano nella nostra mente solo perché noi diamo loro rifugio. Una ragione comune per farlo è credere che l'unica alternativa alla rabbia sia la passività. Non è così. La vera alternativa alla rabbia è l'equilibrio mentale lucido e intelligente chiamato upekkhā. Ajahn Jayasāro, 24 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Forse vi è stato chiesto: "Quanto si può essere certi che il Buddha sia realmente esistito? Fino a che punto ci si può fidare dei testi?". La mia risposta è che la nostra fede poggia su basi davvero solide. I testi in Pali dei Sutta e del Vinaya mostrano un'incredibile unità e coerenza interna e al contempo non contenengono alcun riferimento a testi successivi. Non presentano anacronismi storici. Ciò trasmette al lettore informato la forte sensazione che siano tutti opera di una sola mente. L'uniformità dei testi attraverso lignaggi di trasmissione isolati indica un'origine presettaria comune e anche l'affidabilità dei metodi di trasmissione orale che i monaci usavano per preservarli. I sedici paesi menzionati nei testi furono presto inglobati dall'impero Nanda. L'assenza di riferimenti a questo o al successivo impero Maurya e alle sue grandi figure, come Candagutta e Asoka, rafforza la provenienza antica dei testi. Lo stesso vale per qualsiasi riferimento alla scrittura. Le scoperte archeologiche hanno confermato l'esistenza della maggior parte dei monasteri e delle città, datandoli al V secolo a.C. Le colonne di Asoka, erette circa 150 anni dopo la morte del Buddha, offrono prove convincenti. La colonna di Lumpini recita: «Qui nacque il Buddha, Shakyamuni». Un'altra include i titoli dei sutta che il grande imperatore consigliò ai suoi sudditi di studiare. I grandi stupa che fece costruire a Sanchi e a Bharthur, a 1000 km dalla sua capitale, presentano incisioni su pietra che raffigurano episodi della vita del Buddha, a dimostrazione di quanto fosse già diffuso il suo insegnamento. C'è molto altro ancora. Con questa singola pagina gialla sto solo sfiorando la superficie dell'argomento. A chiunque sia interessato consiglio l'eccellente “The Authenticity of the Early Buddhist Texts” ("L'autenticità dei primi testi buddhisti"), dei venerabili bhikkhu Sujāto e Brahmāli. Ajahn Jayasāro, 21 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Nel 1978 a Londra, poco prima di partire per la Thailandia, ebbi un confronto con una psichiatra da poco in pensione dopo una lunga e brillante carriera. Mi sorprese quando mi disse che raramente aveva consigliato ai suoi pazienti di meditare. A suo avviso, la cosa essenziale da far comprendere alle persone con problemi di salute mentale era quanto le difficoltà che incontravano fossero legate alle loro azioni e al modo di parlare, e come il primo, fondamentale passo fosse il prendersi cura del proprio comportamento nel mondo. L'importanza di sīla non può essere sottovalutata. I ritiri di meditazione per laici sono stati senza dubbio uno sviluppo molto positivo nelle comunità buddhiste durante gli ultimi cinquant'anni. Tuttavia, la meditazione è solo una parte dell'addestramento integrato di corpo, parola e mente, necessario per la liberazione. Un'enfasi eccessiva sull'applicazione di una particolare tecnica meditativa, e una attenzione insufficiente alle condizioni di supporto offerte da dāna e sīla, conduce spesso a progressi non duraturi. Nelle condizioni particolari offerte da un ritiro, è possibile che la mente colga un fugace barlume del sublime; la questione è se essa sia abbastanza matura da approfondire quella visione. Imparare la gioia del donare disinteressatamente e fare esperienza dell'integrità e del rispetto di sé che derivano dall'osservanza dei precetti sono componenti fondamentali di tale maturità. Ajahn Jayasāro, 17 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Oggigiorno si sente spesso dire che bisognerebbe amare se stessi. Sembra ragionevole, ma non è chiaro cosa comporti esattamente amarsi, né, in realtà, quale sia il vero significato di questa espressione. Presumibilmente, si riferisce al provare un certo tipo di sentimento verso se stessi. Molte persone cercano di capire se lo provano e, non trovandolo, finiscono per nutrire idee tossiche e incoerenti come quella di non essere abbastanza bravi. Il Buddhadhamma è preciso e pragmatico. Parte da domande pratiche e concrete, ad esempio: come si può essere buoni amici per se stessi? La risposta che dà è: Nutri il tuo cuore con atti di gentilezza e generosità. Crea e mantieni confini intelligenti nella vita, osservando i cinque precetti. Impegnati ad abbandonare gli stati mentali non salutari e a coltivare quelli positivi, come la pazienza, la benevolenza (mettā) e la consapevolezza. Cerca di imparare da ogni esperienza e sviluppa una visione profonda di come sono le cose, una visione libera da attaccamenti e da pregiudizi. Ajahn Jayasāro, 14 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Ancora, Udāyin, ho insegnato ai miei discepoli la via per lo sviluppo dei quattro retti sforzi. Qui un bhikkhu suscita ardore affinché non sorgano stati non salutari e nocivi non ancora sorti; egli si sforza, sviluppa energia, applica la mente e si adopera con determinazione. Suscita ardore per l'abbandono di stati non salutari e nocivi già sorti; egli si sforza, sviluppa energia, applica la mente e si adopera con determinazione. Suscita ardore per il sorgere di stati salutari non ancora sorti; egli si sforza, sviluppa energia, applica la mente e si adopera con determinazione. Suscita ardore per la continuità, la non-scomparsa, il rafforzamento, l'accrescimento e il pieno sviluppo di stati salutari già sorti; egli si sforza, sviluppa energia, applica la mente e si adopera con determinazione. Con ciò molti miei discepoli dimorano, avendo raggiunto il compimento e la perfezione della conoscenza diretta. (Majjhima Nikāya 77) Oggi si pone spesso grande enfasi sui minimi dettagli delle tecniche di meditazione, quasi che la pratica del Dhamma consista nell'applicare correttamente una formula. Nei sutta, tuttavia, il Buddha pone molto più rilievo sull'atteggiamento della mente. Nel passo ricorrente sopra citato, il primo e più importante passo è suscitare ardore. Quando l'ardore è stato suscitato, il Retto Sforzo segue naturalmente. Ma come si suscita ardore? Lo si può suscitare riflettendo sulla sofferenza (dukkha) che avete visto nella vostra vita, causata da stati mentali non salutari, finché non nasce l'ispirazione a impegnarvi per proteggere la mente da essi. Lo si può suscitare riflettendo sulla bellezza degli stati salutari, fino a sentirsi ispirati a coltivarli. Oppure lo si può suscitare anche ricordando a voi stessi che la vita è breve e che non dovreste perdere tempo, ma seguire il sentiero per la liberazione finché ne avete la possibilità. Suscitate dunque grande ardore, coltivatelo, e la pratica diverrà più agevole e piena di energia. Ajahn Jayasāro, 10 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Vi sono due livelli di Retta Visione: mondana e sovramondana (vedi, ad esempio, MN117). La Retta Visione sovramondana (lokuttara) si riferisce alla chiara visione delle cose alla luce delle Quattro Nobili Verità. La Retta Visione mondana (lokiya) richiede l'adozione di determinati presupposti, non come dogmi religiosi ma come ipotesi di lavoro. In questo modo, tali proposizioni forniscono le basi e la struttura per coltivare il Retto Pensiero e tutti gli altri aspetti dell'Ottuplice Sentiero. Il termine "retto" è qui utilizzato in senso funzionale. Questi principi della Retta Visione sono "retti" nel senso che forniscono le visioni e i valori necessari per compiere il cammino verso il Nibbana. Rifiutarli crea un ostacolo, non certo al condurre una vita buona, ma alla liberazione. Per un nuovo studente, accettare un insegnamento sulla causalità può essere semplice. Ma può essere più difficile comprendere perché l'accettare, ad esempio, un profondo legame kammico con i propri genitori, o la rinascita e l'esistenza di diversi regni esistenziali, sia in qualche modo vitale per la pratica del Dhamma. La nostra disponibilità ad accettare dipenderà dalla profondità della fiducia che abbiamo nella saggezza del Buddha. Potremmo considerare: se il Buddha insegna cose non vere, o presenta questioni banali come importanti, cosa ci dice questo sulla sua buddhità? E se selezioniamo solo alcuni dei suoi insegnamenti e non altri, come possiamo affermare di aver preso rifugio nel Triplice Gioiello? Ajahn Jayasāro, 7 marzo 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Al tempo del Buddha, la parola tapas (calore, fuoco spirituale) era usata per riferirsi a pratiche ascetiche esercitate sia come mezzo per stimolare il fuoco interiore sia, come nel caso dei Jainisti, per bruciare il kamma passato. Il Buddha diede al termine tapas un nuovo significato e scopo: l'incenerimento delle contaminazioni mentali. Nel primo plenilunio di Māgha dopo il suo risveglio, il Buddha espose l'Ovāda Pātimokkha, un sermone di insegnamenti fondamentali, a un gruppo di 1250 arahant, molti dei quali erano ex adoratori del fuoco. In esso affermò che khanti (tollerante pazienza, sopportazione) è il supremo tapas. La pazienza incenerisce le impurità perché si oppone alla naturale tendenza della mente verso rabbia, risentimento e depressione di fronte a ciò che è spiacevole. Senza di essa, la mente è facilmente sopraffatta dalle impurità, e tutte le sue qualità salutari rimangono fragili e immature. Khanti ci permette di sopportare i fenomeni spiacevoli senza agitazione, che si tratti di dolore o disagio fisico, delle parole dure degli altri o dei propri impulsi interiori verso azioni non sagge, così da rendere ancora peggiori le situazioni difficili. Nel nostro impegno a coltivare khanti, siamo guidati dalla comprensione che la mente è vasta, grande abbastanza da includere anche ciò che è spiacevole. La manteniamo ampia e spaziosa e non le permettiamo di contrarsi fino ad assumere la forma del dolore. AjahnJayasāro, 3 marzo 2026

Lettura dei sutta AN 2.30 e SN 35.64—Migajāla Sutta e breve commento. Registrato da Riccardo Marin nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 24 aprile 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Ovunque tu sia, In un luogo amichevole o ostile In un posto affollato o solitario Che tu ti senta sicuro o dubbioso Su o giù di morale In equilibrio sull'acqua o sballottato da onde incerte Che tu ti senta entusiasta o indifferente Soggetto a lodi o a critiche Che tu riceva attenzione o sia ignorato Che ridano con te o ridano di te Che tu ti senta ispirato o disincantato Pieno di speranza o scoraggiato In pace o depresso Chiediti: Qual è la cosa migliore la cosa migliore in assoluto che posso portare in questa circostanza? Ajahn Jayasāro, 28 febbraio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Lealtà è una parola circondata da un'aura di virtù. Sembra qualcosa di indiscutibilmente buono, così come la slealtà richiama a gran voce la corruzione morale. Ma la lealtà è sempre una virtù? E se non lo è, come e in quali circostanze la lealtà diventa tossica? E poi, che cosa intendiamo esattamente per lealtà? Una sua definizione può essere "fedeltà salda di fronte a qualsiasi tentazione di rinnegare, abbandonare o tradire", e messa così suona nobile. È paragonabile alla virtù buddhista di khanti, o accettazione paziente. Ma il concetto di lealtà solleva una serie di domande. Si dovrebbe mantenere il proprio impegno verso una persona o un'organizzazione che sta causando danno a noi stessi e agli altri, oppure quando essa stessa è sleale rispetto ai principi su cui si fonda il nostro senso di lealtà nei suoi confronti? Essere leali significa “Sto con *, che sia giusto o sbagliato”, oppure c'è spazio per una critica costruttiva? Come si sceglie una direzione quando c'è un conflitto di lealtà? Come si può impedire che diventi una forma di fedeltà tribale e rafforzi l'attaccamento a idee divisive di “noi” e “loro”? Da una prospettiva buddhista, direi che la lealtà è un impegno, una fedeltà che deve essere guidata dalla saggezza e allineata con il Dhamma. I criteri che utilizziamo per realizzarla sono il crescere e il diminuire dei dhamma salutari in coloro che danno e ricevono lealtà, e il benessere e la felicità a lungo termine di tutti gli esseri. La slealtà suona male. Ma bollare un percorso di condotta come traditore, sedizioso o sleale può talvolta non essere altro che un'espressione di rabbia. In effetti, può semplicemente trattarsi del rifiuto di fare la cosa sbagliata. Ajahn Jayasāro, 24 febbraio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Ad un recente ritiro una meditante mi ha raccontato che, mentre trovava la calma durante la meditazione, spesso aveva delle intuizioni relative a problemi di lavoro. Si sentiva frustrata perché, una volta terminata la sessione di meditazione, per quanto ci provasse, non riusciva a ricordarle. Mi ha chiesto se fosse possibile tenere un quaderno e una penna accanto a sé mentre meditava, in modo da poter annotare qualsiasi idea le venisse in mente. Ho pensato non fosse una buona idea. Prestare attenzione alle questioni di lavoro durante la meditazione rientra nel primo ostacolo kāmacchanda, il desiderio dei sensi. L'ostacolo in questo caso non è solo creato dall'indulgere nei ricordi o nelle fantasie dei piaceri sensuali, ma da qualsiasi interesse prolungato verso qualunque aspetto del mondo materiale. Ho suggerito alla meditante che una volta tornata a casa avrebbe potuto usare un esercizio di meditazione per calmare la mente, specificamente in modo da creare lo spazio necessario a far sorgere intuizioni utili relative al lavoro, con un quaderno e una penna al suo fianco. La cosa importante era non mischiare la meditazione buddhista e il suo obiettivo di liberarsi dalla sofferenza con esercizi di calma mirati a scopi più mondani. Ajahn Jayasāro, 21 febbraio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Il re di Yan desiderava solo quanto vi fosse di meglio per il suo regno: i migliori ministri, i migliori amministratori, i migliori generali e anche i migliori cavalli. Voleva cavalli in grado di percorrere mille lì* al giorno e annunciò che sarebbe stato disposto a pagare mille monete d'oro per uno di essi. Benché questa straordinaria offerta fosse stata diffusa in tutto il paese, nessuno si fece avanti. Frustrato, il re si rivolse al suo consigliere più saggio. Dopo aver a lungo perlustrato le campagne, il consigliere venne a conoscenza dell'esistenza di uno di quei meravigliosi cavalli. Sfortunatamente l'animale era appena morto. Senza lasciarsi scoraggiare, egli offrì al proprietario cinquecento monete d'oro per le sue ossa. Quando tornò a palazzo, il re si infuriò per il fatto che avesse sperperato tanto denaro. A che cosa potevano servirgli delle misere ossa? Il consigliere lo pregò di avere pazienza. Poco tempo dopo, iniziò a presentarsi a corte un flusso costante di persone con cavalli capaci di percorrere mille lì al giorno, pronte a venderli al re. Quelle cinquecento monete d'oro erano servite a conquistare la loro fiducia. Fino a quel momento, nessuno aveva creduto che il re avrebbe davvero pagato quanto promesso per un cavallo. Quando si seppe che aveva versato cinquecento monete solo per delle ossa, tutti si rassicurarono. Le transazioni commerciali, come la comunicazione personale, hanno bisogno di un fondamento di fiducia. Se non riuscite a farvi comprendere da qualcuno, forse la cosa non è da imputare alla vostra logica o alle vostre intenzioni. Chiedetevi piuttosto se avete saputo meritare la fiducia di quella persona. E se tutto il resto fallisce, la storia del re di Yan suggerisce che talvolta è necessario dimostrare la propria sincerità con un impegno concreto e verificabile. Ajahn Jayasāro, 17 febbraio 2026 *Il lì è un'antica unità di misura di lunghezza cinese, pari a 500 metri. [N.d.T]

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Uno dei passaggi più sorprendenti dei sutta si trova nel Sakkapañha Sutta (DN21*). In esso, un musicista celeste (gandhabba) chiamato Pañcasikha si avvicina alla grotta dove risiede il Buddha e, accompagnato dalle note del suo liuto giallo, canta versi che esaltano il Buddha, il Dhamma, gli Arahant e l'amore. I versi che canta sono, in realtà, piuttosto osé e sono quasi tutti dedicati al desiderio sensuale che prova per la sua amata. Certamente non il tipo di cose che si riterrebbero adatte alle orecchie del Buddha. I suoi riferimenti buddhisti, quando compaiono, servono solo a illustrare il suo amore. "Deliziosa come la brezza per chi suda, o come una bevanda rinfrescante per chi ha sete; la tua radiosa bellezza mi è cara come il Dhamma è caro agli arahant, … Il mio desiderio era lieve all'inizio, o fanciulla dai capelli ondulati, ma è cresciuto rapidamente, come crescono i doni che ricevono gli arahant". Ci si potrebbe aspettare che alla fine della canzone il Buddha gli rivolga un severo rimprovero. Niente affatto. Egli dice: "Pañcasikha, il suono delle tue corde si fonde così bene con il tuo canto, e il tuo canto con le corde, che nessuno dei due prevale eccessivamente sull'altro". La contemplazione di questo passaggio nel corso degli anni mi ha portato alla conclusione che il Buddha sapeva che rimproverare un gandhabba per un verso musicale sensuale sarebbe stato come rimproverare un gatto per aver fatto le fusa. Invece, spinto dalla compassione e attingendo ai ricordi della sua giovinezza nel palazzo, il Buddha si rivolse con gentilezza ai meriti musicali. Ajahn Jayasāro, 14 febbraio 2026 '* Il Digha Nikaya è la "Raccolta di lunghi discorsi" del Sutta Pitaka, una antologia fondamentale del Canone Pali buddhista Theravada [NdT].

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Durante l'adolescenza, alla fine di una giornata frustrante, prima di addormentarmi, ascoltavo spesso un breve brano musicale sul mio lettore di musicassette. La canzone era “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd, il mio gruppo preferito. Per me, la canzone esprimeva la lotta emotiva, la catarsi e l'accettazione in modo profondamente soddisfacente. Dopo aver iniziato a meditare, ho scoperto una via di mezzo tra l'indulgenza nelle emozioni e la loro repressione, che è diventata sempre più naturale. Quando sono diventato monaco, rinunciare alla musica non è stato difficile. In una vita dedicata ad abbandonare ogni forma di brama, compresa quella nei confronti dell'eccitazione, della distrazione e persino del conforto emotivo, mi è sembrato un passo ovvio. A volte ascoltavo musica sui mezzi o durante la questua, e mi sorprendeva quanto la trovassi noiosa. L'unica eccezione era rappresentata dalle occasionali increspature di piacere che provavo se la canzone era una di quelle che mi erano piaciute in passato. Era un ricordo di quanto il piacere sensuale fosse legato alla memoria e alle aspettative. Il percorso della pratica non consiste tanto nel rinunciare alle cose attraverso atti di volontà. La rinuncia è più un riorientamento della mente. Scopriamo che certe cose non rispondono più alle domande che vogliamo porre alla nostra vita e, anzi, possono perfino ostacolarci. Ajahn Jayasāro, 10 febbraio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Un arcobaleno non è "là fuori". Solo quando il sole è piuttosto basso e il cielo è sereno, esso appare a un osservatore che ha le spalle rivolte al sole e osserva le particelle d'acqua sospese nell'aria con un angolo di 42° rispetto al suo sguardo (il valore è determinato dal modo in cui la luce si rifrange e si riflette nell'acqua). L'arcobaleno è un fenomeno relativo. Le formazioni luminose esistono, ma l'arco colorato che chiamiamo "arcobaleno" dipende dalla presenza di un osservatore umano in un determinato luogo e momento della giornata. Ogni persona vede il proprio arcobaleno, perché le goccioline che inviano la luce a un osservatore non sono le stesse che la inviano alla persona accanto a lui. L'arcobaleno è privo di un'essenza indipendente, ma appare e scompare a seconda delle condizioni. Riflettere sull'arcobaleno può fornire un modello che ci aiuta a mettere in discussione l'attaccamento profondamente radicato all'idea di entità solide e indipendenti che agiscono l'una con l'altra, e a comprendere l'originazione dipendente. Ajahn Jayasāro, 7 febbraio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Alcune dottrine religiose, la maggior parte delle teorie complottiste, molte esplosioni di rabbia in casa e sul posto di lavoro iniziano con la domanda: "Di chi è la colpa?" Le idee di punizione e di vendetta, e perfino di perdono, derivano da questa domanda: "Di chi è la colpa?" Dalla domanda "Di chi è la colpa?" emerge un mondo a cartoni animati, dai contorni rigidi, in bianco e nero. Una falsa pace può essere ottenuta con le parole: "Siamo tutti colpevoli". Una falsa umiltà può essere rivendicata con le parole: "La colpa è mia". Una falsa responsabilità può essere accettata "prendendosi la colpa". L'idea di colpa non è all'origine dei conflitti tra le persone, ma è un fattore che vi contribuisce. La saggezza inizia con le domande: "Quali fattori hanno contribuito?" "Quali fattori stanno contribuendo?" "Quali fattori contribuiranno?" Ajahn Jayasāro, 3 febbraio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Indugiare su tutti i pericoli che l'umanità dovrà trovarsi ad affrontare negli anni futuri potrebbe sembrare un modo sicuro per attrarre nella propria vita stress e ansia non necessari. Di certo è meglio cercare di restare nel momento presente e procedere passo dopo passo, un respiro per volta. Beh, sì e no. Tutto dipende dal modo in cui la nostra mente si rapporta a questi pericoli. A volte il Buddha incoraggiava i monaci a contemplare la fragilità della loro condizione favorevole momentanea per stimolarli nella pratica. Invitava i monaci giovani e in buona salute a riflettere su quanto sarebbe stato più difficile, in futuro, impegnarsi con energia nella vita solitaria se fossero stati colti da malattie e vecchiaia. Faceva notare quanto la loro esistenza sarebbe divenuta ardua se i villaggi circostanti fossero stati colpiti da carestie o disordini sociali, o se fossero sorte gravi divisioni all'interno del Sangha. Il Buddha richiamava l'attenzione anche su pericoli più immediati che potevano minacciare i monaci dediti alla pratica in solitudine. Avrebbero potuto essere morsi da serpenti velenosi, millepiedi o scorpioni; ammalarsi improvvisamente per via di un'intossicazione alimentare o avere un incidente e rompersi un braccio o una gamba; essere attaccati da animali feroci come tigri o leopardi; subire crudeltà da parte di criminali rifugiatisi nella foresta per pianificare reati o per sfuggire alla cattura; oppure essere tormentati da esseri non umani. Invece di lasciarci deprimere o farci prendere dall'ansia in presenza di eventuali pericoli, possiamo considerarli in modo costruttivo. Contemplandoli con calma, possiamo apprezzare maggiormente le condizioni favorevoli di cui disponiamo al momento e farne il miglior uso possibile, finché ne abbiamo l'opportunità. Ajahn Jayasāro, 31 gennaio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Uno degli appellativi del Buddha è "vijjācarana sampanno", cioè "perfetto nella conoscenza e nella condotta". Nella notte della sua illuminazione, il Buddha realizzò i tevijjā, i tre vijjā o conoscenze. Nella prima parte della notte, acquisì una profonda conoscenza delle sue vite passate, nella seconda parte della notte una profonda conoscenza della morte e della rinascita degli esseri in base alle loro azioni, e nella terza parte della notte una profonda conoscenza della distruzione di tutte le impurità (āsavā, sinonimo di kilesa o contaminazioni). Sebbene fosse solo l'ultima di queste tre conoscenze a costituire la sua illuminazione, il ruolo delle prime due nel preparare il terreno per la terza non dovrebbe essere sottovalutato. Il vijjā del Buddha - tradotto anche come saggezza e comprensione - è accompagnato da carana, o condotta. La sua saggezza guida e informa ogni sua azione. Questo principio non interessa solo il Buddha, ma è condiviso da tutti coloro che seguono il suo cammino. La saggezza autentica si esprime inevitabilmente nell'azione. Alla fine, certi tipi di condotta e di linguaggio diventano letteralmente impensabili. A un livello più elementare di pratica, la comprensione esperienziale del flusso di cause e condizioni che hanno contribuito alla propria vita porta alla gratitudine e ad azioni che cercano di esprimerla; la comprensione esperienziale della legge del kamma dà origine a un fermo impegno nell'osservanza dei precetti. La sfera interiore ed esteriore, quindi, entrano in armonioso allineamento. Ajahn Jayasāro, 27 gennaio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Recentemente ho trascorso un po' di tempo a parlare con alcuni studenti. Ho osservato quanto le persone riescano ad essere tanto intelligenti da costruire macchine in grado di viaggiare su Marte, ma tanto stupide da avere pregiudizi nei confronti dei propri simili solo per il colore della loro pelle. La stessa persona può conseguire un dottorato presso un'università prestigiosa e tuttavia non essere in grado di applicare il proprio intelletto alle attività più elementari come quella del mangiare, riposare e fare esercizio fisico. Per superare questo consueto guazzabuglio tra l'intelligenza e il suo contrario, abbiamo bisogno dell'equilibrato approccio alla vita suggerito dal Buddha. I suoi insegnamenti rivelano i nostri punti ciechi e contaminazioni e ci forniscono strumenti efficaci per affrontarli. Egli ci indica il nostro potenziale e ci mostra come raggiungerlo. Praticando il Dhamma, possiamo armonizzare il nostro mondo interiore ed esteriore. Qualcuno mi ha chiesto informazioni sulle credenze. Ho risposto che le azioni del corpo, della parola e della mente sono più importanti. La storia è piena di persone che affermano di agire in nome del proprio dio o della propria filosofia e trattano gli altri con grande crudeltà e violenza. Nobili credenze non portano necessariamente a una condotta saggia e compassionevole. Le credenze buddhiste sono ipotesi verificabili sulla nostra capacità di abbandonare ciò che non è salutare, coltivare ciò che lo è e purificare la mente. Mettetele alla prova e le vostre azioni saranno la dimostrazione del Dhamma. Ajahn Jayasāro, 24 gennaio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Immaginate di avere il compito di osservare un gruppo di persone mentre attraversano una porta.Tutto quello che dovete fare è notare quali di queste siano vestite di bianco. Con tale obiettivo in mente, altre percezioni quali uomo, donna, alto, basso, attraente, poco attraente, e così via, possono affacciarsi brevemente alla mente, restando tuttavia ai margini della coscienza. Infatti, nel dare priorità a un singolo fattore - gli abiti bianchi - automaticamente tutto il resto viene relegato in secondo piano . Nello stesso modo, quando i meditanti si concentrano su un oggetto come il respiro, tutte le altre attività mentali perdono importanza. Pensieri e ricordi, indipendentemente dal loro contenuto, diventano semplicemente "non respiro", cioè altro rispetto al respiro. I meditanti che faticano a rimanere con il respiro cadono facilmente nello scoraggiamento. Ma ciò che spesso non colgono è che nella loro mente è già avvenuto un cambiamento significativo, pur se a volte può capitare che essa venga trascinata lontano dal respiro, verso il desiderio, l'avversione, il torpore, l'agitazione o il dubbio. Infatti l'identificazione con gli stati mentali quali "io" o "mio", l'assunzione implicita di possesso, è stata indebolita radicalmente, sostituita dalla percezione degli stati mentali come semplici fenomeni impersonali che, come tali, sorgono e cessano. Si tratta di un rivoluzionario balzo in avanti della consapevolezza. Troppo spesso i meditanti trascurano il beneficio più importante della meditazione nel lungo periodo - la comprensione del modo in cui le cose sono come esperienza diretta - a favore dell'acquisizione nel breve periodo di stati mentali salutari. Ajahn Jayasāro, 20 gennaio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Il Buddha ha insegnato che avere rispetto per valori, principi, verità o persone degne di rispetto è benefico e innalza la mente. Nel Gārava Sutta (SN 6.2) il Buddha dichiara che la mancanza di rispetto è fonte di dukkha (sofferenza). Il sentimento del rispetto è un tesoro del cuore che persino il Buddha ritenne appropriato coltivare. Poco dopo il suo risveglio, non vedendo attorno a sé nessuno che potesse eguagliarlo in sīla (condotta etica), samādhi (concentrazione), paññā (saggezza) e vimutti (liberazione), non concluse che quindi non avesse più bisogno di manifestare rispetto; decise invece che il suo oggetto di rispetto sarebbe stato il Dhamma. Avere rispetto significa guardare con ammirazione e ciò favorisce l'umiltà. Allo stesso tempo, rispetto significa attribuire peso e significato, dare priorità, dare precedenza. Il Buddha parlò di sette oggetti di rispetto: il Buddha, il Dhamma, il Sangha, sikkhā (addestramento), samādhi, appamāda (vigilanza o sollecitudine) e ospitalità. Il rispetto per il Buddha, il Dhamma e il Sangha può essere espresso attraverso semplici rituali, come unire le mani in añjali o inchinarsi. Il rispetto per l'addestramento si manifesta tenendo presente la sofferenza insita anche nelle trasgressioni minori dei precetti; con la costanza e la devozione all'abbandono degli stati non salutari e alla coltivazione di quelli salutari; riportando la mente, più e più volte, alla percezione di anicca, dukkha e anattā. Ajahn Jayasāro, 17 gennaio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. In una vecchia storia, un re decreta che qualunque strada egli percorra deve essere lastricata d'oro. Si profila una crisi riguardo alle tasse necessarie a finanziare un tale progetto che causerebbe una miseria dilagante. Un saggio ministro risolve il problema presentando al re un paio di scarpe con suole placcate d'oro. Cambiate il vostro atteggiamento nei confronti di ciò che vi circonda - ci insegna la storia - piuttosto che cercare sempre di cambiare l'ambiente stesso. Sono sempre stato affezionato a questa storia fin dall'infanzia e ancora oggi la racconto. Ma, per me, questo racconto non indica che non dobbiamo mantenere le nostre strade in buono stato, o che esiste un unico modo di vedere il mondo che ci manterrà di buon umore qualunque cosa accada. Piuttosto, ci incoraggia a essere consapevoli di ciò che apportiamo alle situazioni, del quadro attraverso il quale le percepiamo. Molte volte, con il nostro modo di pensare, rendiamo le cose peggiori di quanto dovrebbero essere, o meno vantaggiose di quanto potrebbero essere. Invece possiamo chiedere a noi stessi: "In questo preciso istante, quale semplice cambiamento nel pensiero potrebbe fare la differenza?". C'era una volta (due giorni fa) un monaco che si trovava in un luogo pubblico molto affollato. Stava aspettando. E aspettando ancora. Perciò, si diede il compito di contare 108 respiri consecutivi. Il desiderio di completarlo prima di andarsene ribaltò il suo atteggiamento nei confronti del tempo che passava e così rivestì d'oro la sua mente. Ajahn Jayasāro, 13 gennaio 2026

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Sono le tre del mattino dell'ultimo giorno della mia escursione annuale nel [lo stato indiano del] Maharashtra. Ieri pomeriggio abbiamo attraversato gli ultimi due villaggi. A Warwat siamo stati accolti da un gruppo di scorta che ha sparso fiori lungo il percorso fino al piccolo tempio buddhista, guidato da un vivace tamburista e uno stuolo di giovani danzatrici che facevano tintinnare ritmicamente i tradizionali sonagli sopra le loro teste. La strada era stata decorata con motivi floreali realizzati con petali di fiori e una grande scritta WELCOME in inglese. Nel cortile del tempio erano state preparate delle sedie per il Sangha, e ci è stato servito del tè nero molto dolce. I buddhisti locali si sono seduti a terra di fronte a noi - le donne nei loro migliori sari bianchi - con l'aggiunta di un gruppo che aveva camminato dietro di noi per tutto il tragitto dal villaggio precedente, desideroso di ascoltare altri insegnamenti di Dhamma. Diverse persone avevano vassoi di banane e mele pronti da offrire. Alla richiesta dei cinque precetti ha fatto seguito la recita con facilità da parte di quasi tutti, compresi i bambini in uniforme scolastica seduti in prima fila. Ho iniziato le riflessioni assistito dal mio abile traduttore, il dott. Jeewok. Questa era pressappoco la quarantesima occasione del genere dall'inizio della camminata di 220 km. Ecco una cosa che ho ripetuto ai gruppi: Questo è un insegnamento verificabile. Confrontate come vi sentite quando agite con gentilezza e generosità, con le sensazioni rispetto a quando siete egoisti e avidi. Cosa vi fa sentire meglio? Cosa pensate dovrebbe essere coltivato, e cosa abbandonato? Qual'è la differenza tra l'osservare i precetti e il non osservarli? Calma e agitazione. Guardate, osservate, constatate voi stessi. Ajahn Jayasāro 10 gennaio 2026 p.s. in rif. all'ultima Pagina Gialla c'era un'annotazione personale: nato il 7.1.1958, domani compirò 68 anni.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Nascere nel regno umano significa disporre delle condizioni fondamentali per la liberazione. Il Dhamma ce ne offre la conoscenza e gli strumenti. Sette forze ci sostengono: la fede, l'energia, il pudore morale consapevole, il timore intelligente delle conseguenze, la presenza mentale, la concentrazione (samādhi), la saggezza. Una cosa conduce all'eccellenza: la saggia attenzione. Una cosa dovrebbe essere realizzata: la liberazione incrollabile. Nove sono i modi per superare la malevolenza: quando sorgono i pensieri "mi hanno fatto un torto, mi stanno facendo un torto, mi faranno un torto"; oppure "hanno fatto, stanno facendo o faranno un torto a qualcuno che mi è caro e gradito"; oppure "hanno fatto, stanno facendo o faranno un favore a qualcuno che mi è ostile e sgradito", in ogni caso, chiedetevi: che beneficio c'è nel coltivare la malevolenza? Cinque percezioni conducono alla maturazione della liberazione: la percezione dell'impermanenza; la percezione della sofferenza (dukkha) nell'impermanenza; la percezione dell'impersonalità nella sofferenza; la percezione dell'abbandono; la percezione dell'equanimità. Otto cose devono essere profondamente comprese: guadagno e perdita; prestigio e perdita di prestigio; biasimo e lode; piacere e dolore. Sei forme di rispetto vanno mantenute: verso il Buddha, il Dhamma e il Sangha; verso l'addestramento; verso l'attenzione; verso l'ospitalità. Otto cose devono essere sviluppate: Retta Visione, Retta Intenzione, Retta Parola, Retta Azione, Retta Sussistenza, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza, Retta Concentrazione. Il domani è soltanto un'idea nella nostra mente. Il presente è tutto ciò che abbiamo. Ajahn Jayasāro, 6 gennaio 2026

Nutrimento del cuore, riflessioni di Ajahn Jayasaro. In questi giorni sono in cammino nelle campagne del Maharashtra, nell'India centrale, accompagnato da sette monaci e quattro anagarika*, oltre che da un gruppo sempre diverso di buddhisti locali. Grazie ad un eccellente traduttore, mi trovo in grado d'impartire insegnamenti alle comunità buddhiste dei villaggi che attraversiamo. Sono felici di vederci. Nonostante ci siano oltre dieci milioni di buddhisti in questo Stato, pochi di loro, specialmente nelle zone rurali, hanno la possibilità di vedere il Sangha e di ascoltare il Dhamma. Ieri, camminando verso sud da Nagpur, ho tenuto tre discorsi completi, tre esortazioni lungo la strada e ho raccontato una storia sull'onestà e il coraggio a un gruppo di scolari e ai loro insegnanti nel polveroso cortile della scuola. È stata una bella giornata. Ripeto qui alcune di queste riflessioni sulla morale (sīla): Prendetevi cura dei vostri precetti e i vostri precetti si prenderanno cura di voi. Mantenendo i precetti, offrite un gran dono di protezione a coloro che amate. La fiducia cresce nelle famiglie e nelle comunità, quando tutti mantengono i precetti, e la felicità nasce dalla fiducia reciproca. I precetti apportano rispetto verso se stessi e libertà dal rimorso. Ajahn Jayasāro, 3 gennaio 2026 *NdT: anagarika: postulanti laici dalle vesti bianche, che seguono gli otto precetti del codice monastico.

Il Buddha insegna al figlio Rāhula: "Medita sulla gioia compartecipe e il malcontento sarà abbandonato". Muditā è la gioia che proviamo quando un altro essere è felice, anche uno sconosciuto. Non è un sentimento da avere ma una pratica da coltivare. Davanti a chi ha quello che a noi manca, possiamo scegliere se irrigidirci nell'invidia o lasciar risuonare il cuore. Chi è felice solo per sé ha un'occasione di gioia al giorno, chi è felice anche per gli altri non smette mai. Riflessioni di Dharma registrate da Sirimedho Stefano De Luca nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 17 aprile 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Una pratica che attraversa le prime tre tetradi della consapevolezza del respiro: dal corpo alle sensazioni fino alla mente. Quando la mente è calma e raccolta, la rallegriamo con muditā, la gioia compartecipe per la felicità altrui. Un esercizio prezioso per scoprire che la gioia non dipende dalle circostanze e per imparare a rallegrarsi del bene degli altri invece di confrontarsi o invidiare. Meditazione guidata registrata da Sirimedho Stefano De Luca nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 17 aprile 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Il Buddha racconta di un'epoca in cui gli uomini vivono solo dieci anni e per sette giorni si vedono come bestie, uccidendosi a vicenda. Alcuni si nascondono, e quando escono dai rifugi si abbracciano come "cari nemici ancora vivi". È da quel riconoscimento che ricomincia la moralità. L'aggressione non è nella nostra vera natura: per colpire l'altro bisogna prima sminuirlo. Il lavoro parte da noi, dalle piccole parole dette e da quelle non dette. Diventare isola di sé stessi è anche diventare lampada per gli altri. Riflessioni di Dharma registrate da Sirimedho Stefano De Luca nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 10 aprile 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Una pratica in due tempi: prima stabilizziamo il corpo e la mente con la consapevolezza del respiro, lasciando emergere un senso di quieta felicità. Poi, ben radicati in questo benessere, apriamo il cuore verso chi in questo momento attraversa sofferenza, conflitti o guerre. Non per assorbire il loro dolore, ma per offrire riconoscimento e stabilità. Un modo concreto per imparare a stare accanto alla sofferenza del mondo senza esserne travolti. Meditazione guidata registrata da Sirimedho Stefano De Luca nel gruppo di meditazione dell'Associazione Kalyanamitta il 10 aprile 2026. Se vuoi partecipare agli incontri, vai sul nostro sito, sezione Partecipa / Gruppi di meditazione.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Due amici si consideravano fondamentalmente delle brave persone. Un giorno però si presentò loro un'occasione per guadagnare molto denaro facendo qualcosa che sapevano non essere del tutto giusto. Ragionandoci, pensarono che era un caso speciale, un'opportunità unica nella vita; se non l'avessero colta, se ne sarebbero pentiti; sarebbero stati degli sciocchi a lasciarsela sfuggire. Del resto, se non l'avessero fatto loro, prima o poi lo avrebbe fatto qualcun altro. In fondo si trattava di un episodio isolato, non c'era bisogno di pensarci troppo su. E poi, si dicevano, (erano buddhisti) anche l'attaccamento alla bontà è da biasimare. Così lo fecero. E andarono ad aggiungersi alla lunga lista delle brave persone che decidono di prendersi un giorno libero dalla propria bontà. I due amici salparono verso un'isola lontana, che avevano scoperto in un viaggio precedente. L'isola era abitata da persone con un solo occhio, posto al centro della fronte. Il loro piano era di rapire uno o due isolani e venderli nella loro città, in un'epoca anteriore all'affermazione dei diritti umani. Tuttavia, appena sbarcati, furono avvistati da un gruppo di giovani con un solo occhio, catturati e venduti come schiavi allo zoo dell'isola. Lettore, se stai pensando: “Ben gli sta”, è possibile che anche tu sia caduto nella stessa trappola? Ajahn Jayasāro, 22 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Tutto conta, nulla è perduto. Abbiate cura delle cose piccole e insignificanti perché, in fin dei conti, nulla è piccolo e insignificante. Se qualcosa è importante, allora ogni cosa lo è. Il Dhammapāda lo esprime così: Non sottovalutare la creazione di cattivo kamma, supponendo: “Non avrà alcuna conseguenza”. Proprio come una brocca si riempie d'acqua, goccia a goccia, così anche lo stolto accumula cattivo kamma, a poco a poco. Non sottovalutare l'importanza di creare buon kamma, supponendo: “Non avrà alcuna conseguenza”. Proprio come una brocca si riempie d'acqua, goccia a goccia, così anche il saggio accumula buon kamma, a poco a poco. (vv. 121-122) Ajahn Jayasāro, 30 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Nella pratica del Dhamma impariamo ad apprendere dall'esperienza. L'onnipresenza dell'impermanenza, l'instabilità cronica dei fenomeni, il fluire senza essenza, privo di un possessore o del bisogno che ve ne sia uno: queste parole non sono profondi concetti filosofici da contemplare, sono soltanto tentativi inadeguati di orientare la nostra attenzione verso il modo in cui le cose sono, sono sempre state e sempre saranno. Le parole non sono tanto dita che indicano la luna, sono piuttosto nasi che puntano verso lo spazio poco illuminato in cui ci troviamo. Che cosa fare allora? Accendiamo la luce. Abbassiamo il volume del rumore interiore. Guardiamo con la meraviglia di un bambino che si trova per la prima volta allo zoo. Godiamoci questa occasione di essere ascoltatori, apprendisti, di essere il conoscere. Ajahn Jayasāro, 27 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. La Sindrome da Nostalgia del Samādhi (SNS) è un termine che potrebbe non esservi familiare, principalmente perché l'ho appena coniato. Tuttavia, si tratta di un disturbo comune nelle comunità di meditazione. Di solito, nel primo anno di meditazione, forse durante il primo ritiro, un meditante sperimenta un'esperienza improvvisa di samādhi e gli piace. Molto. Gli piace così tanto che, la volta successiva che si siede a meditare, è pieno di aspettative e desiderio di provare di nuovo quello stato. Presume che sarà in grado di riprendere da dove aveva interrotto l'ultima volta. Chi ha detto che la meditazione è difficile? E resta deluso. Quel meraviglioso stato mentale non si ripresenta. Nei giorni e nelle settimane successive prova tutto ciò che gli viene in mente per ricreare le condizioni affinché si ripresenti, ma invano. Subentra la nostalgia. Nei casi più gravi di SNS, passano gli anni e all'inizio dei ritiri chi ne soffre continua a sperare contro ogni speranza di poter rivivere quei dorati momenti di tanto tempo fa. La mia opinione? Quel primo momento è stato un caso fortuito. È dipeso da una serie di circostanze uniche che si sono allineate. È stato un assaggio di samādhi. Il duro lavoro necessario per stabilizzarlo resta da fare, e ciò include la formazione negli ambiti di dāna e sīla*. Un punto importante da tenere a mente per chi soffre di SNS è che le esperienze di picco non sono l'obiettivo della meditazione. Nessuna esperienza lo è. L'obiettivo è comprendere la natura di tutte le esperienze e lasciar andare ogni attaccamento all'idea del sé o di appartenenza al sé. Desiderare ardentemente un'esperienza di picco significa perdere di vista l'obiettivo. Ajahn Jayasāro, 20 dicembre 2025 * NdT: Dāna e Sīla, le prime due virtù delle dieci perfezioni (pāramī). Dāna è la perfezione della generosità, sīla quella della virtù.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. I cinici si considerano realisti, eroi tanto coraggiosi da affrontare senza battere ciglio le verità sgradevoli della vita, davanti alle quali la maggior parte delle persone chiude gli occhi. Esse liquidano l'idea di altruismo come ingenua, frutto di un pensiero illusorio. I cinici più cerebrali sono attratti dalle teorie della biologia evoluzionistica e spesso le considerano come vangelo. A loro dire, la scienza riduce la bontà ad una questione di replicazione dei geni. Una persona sacrifica un giorno libero per fare volontariato, o per compiere una buona azione. Molte ore dopo, nella sua mente affiorano dei pensieri che anticipano le lodi che potrebbe ricevere grazie a questo, e si manifesta un senso di piacere. Quindi il cinico interiore dice: “Siamo onesti. È proprio per questo che sto facendo tutto ciò, non è vero?”. La voce critica interiore appare del tutto autentica. Ma dobbiamo porci una domanda: su quali basi pochi pensieri autocelebrativi vengono considerati più reali di tutti i pensieri gentili, generosi e altruisti che li hanno preceduti e seguiti? Perché un pensiero negativo dovrebbe essere più autentico di uno positivo? La consapevolezza degli stati mentali non è un atto isolato. Le nostre convinzioni, i nostri valori, i nostri pregiudizi condizionano quali pensieri sorgono nella nostra mente e il peso che attribuiamo loro. Radicarsi nella Retta Visione è essenziale per crescere nel Dhamma. Nessuna voce impermanente dentro di noi - positiva o negativa che sia - è ciò che siamo. Ajahn Jayasāro, 16 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jsayasaro. Fine dicembre 2018. Stavo camminando da Bodh Gaya a Kusinara per festeggiare i miei 60 anni. I primi giorni erano stati duri, ma poi avevo trovato un certo ritmo. Accadde quindi il primo contrattempo, nel quale persi alcuni oggetti importanti del mio bagaglio, tra cui ago e filo. Il pomeriggio seguente, una figura insolita si avvicinò a me, mormorando, cantilenando, saltellando e danzando, il tutto con un sorriso beato sul volto. Quando mi fu vicino, il suo sguardo si fissò e tutto il suo corpo ebbe come una scossa. Cadde a terra, prostrandosi e rendendo evidente che mi stava implorando di diventare il suo maestro spirituale. Una situazione delicata, che pensavo di aver gestito con tatto, finché non afferrò la mia borsa a tracolla, insistendo per portarla lui. Non avevo scelta. Guardarlo ballare davanti a me lungo la strada mentre portava tutti i miei averi non fu proprio un'esperienza tranquilla. Poi arrivò il secondo contrattempo. La mia polverosa veste sottile si strappò: un taglio di circa trenta centimetri e niente ago né filo per ripararla. Il mio nuovo discepolo mi rassicurò. Indicò un villaggio a circa due chilometri a ovest, e mi fece chiaramente capire le sue intenzioni. Gli feci segno che non era necessario, ma insistette. Gli chiesi di lasciarmi la tracolla, ma era già partito. Mi sedetti sotto un albero e lo guardai scomparire. Feci l'unica cosa che potevo fare: prendermi cura della mia mente. Sorsero pensieri come “Stanotte farà davvero freddo” o “Come farò a proseguire il giro delle elemosine senza la ciotola?”; non furono accolti e se ne andarono. Attesi, un respiro alla volta. Un'ora dopo il mio discepolo tornò, raggiante. Tirò fuori ago e filo e con fare orgoglioso iniziò a ricucire la mia veste con grande maestria. Una volta finito, me la porse rispettosamente, si inchinò, fece un largo sorriso e si incamminò, mormorando, cantando, saltellando, danzando, verso il sole al tramonto. La tracolla, per fortuna, me l'aveva lasciata. Ajahn Jayasāro, 13 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. La mia primissima volta a teatro fu per assistere a due brevi opere di Tom Stoppard. "After Magritte" è il titolo di quella che mi colpì maggiormente. In essa il sipario si apre per un attimo su una scena completamente surreale, poi si chiude e si apre di nuovo, mostrando lo stesso ambiente (il soggiorno di una piccola casa), che ora appare però del tutto normale. Il pubblico si rende conto che ci si trova in un momento precedente rispetto alla scena d'apertura. L'opera ci mostra quindi i personaggi che prendono una serie di decisioni normali, addirittura banali, le quali convergono con ingegnosa precisione verso il surreale quadro iniziale. L'idea che situazioni bizzarre ed estreme siano il risultato finale di un graduale accumulo di fattori non bizzarri e del tutto ordinari mi colpì profondamente. Da allora, ogni volta che mi sorprendo a pensare: “Come hanno potuto…?”, mi ricordo di questa verità. Oggi si pone una tale enfasi sul sentire, sull'ascoltare il proprio cuore e così via, che viene spesso trascurato un fattore importante. In molte aree della vita, è il lento stillicidio di piccole decisioni insignificanti, che non coinvolgono affatto il cuore, a creare il nostro futuro. Questo è un motivo ulteriore per cui i precetti sono così importanti. Quali oggetti di consapevolezza, essi offrono criteri stabili e inequivocabili per l'azione e la parola, impedendo derive inconsapevoli verso ciò che è non salutare. Ajahn Jayasāro, 9 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Sono colpito da quanto spesso gli adolescenti si confrontino con l'idea di ‘seguire la propria passione'. Nella maggior parte dei casi non ne hanno una ben definita, e molti temono che questo li renda in qualche modo carenti, perché ritengono che una passione sia necessaria. Possono sentirsi confusi quando dico loro che, a mio avviso, seguire la propria passione è un'idea di scarsa qualità. Dico che le passioni cambiano, sono inaffidabili. L'idea che esista una passione, quella passione, che definisce chi si è veramente e che si deve scoprire per prosperare nella vita, è una finzione romantica, importata ciecamente dall'Occidente. Come criterio per la scelta di una carriera, questa idea pone troppa enfasi sul lavoro come fonte di significato della vita. E anche se si ha una passione per qualcosa, ciò non garantisce che si sia bravi in quel campo o che possa fornire un adeguato sostentamento. È importante sottolineare che l'insistenza sulla passione trascura il ruolo dello sforzo e la soddisfazione che deriva dalla maestria. In realtà, la passione più matura di solito non precede, ma segue il duro lavoro e la dedizione. Coltivare le proprie capacità, diventare bravi in qualcosa di cui si può essere orgogliosi, è fonte di gioia ed energia durature nella vita. L'idea di seguire la propria passione è egocentrica e trascura tutte le questioni importanti, come ciò che si è in grado di dare, ciò con cui si può contribuire alla società e al mondo. Impedisce la ricerca di un "giusto sostentamento", in armonia con i propri valori, che possa contribuire al benessere e alla felicità a lungo termine. Ajahn Jayasāro, 6 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Un'idea acquisita durante i miei studi da adolescente sulle religioni asiatiche era che il semplice fatto di trovarsi in presenza di un grande essere aiutasse, attraverso una sorta di osmosi spirituale, a purificare la mente. Da ciò ho concluso che trovare un essere simile e stargli il più vicino possibile fosse sicuramente una parte fondamentale dello sviluppo spirituale di una persona. È stata una delle prime idee che mi sono ritrovato a scartare durante il mio soggiorno in India. Ciò che mi ha fatto cambiare idea è stato osservare il comportamento degli studenti di lunga data dei grandi maestri. Sono stato attratto dall'idea buddhista Theravāda del maestro come il miglior amico possibile piuttosto che come dispensatore di benedizioni. Ma anche in Thailandia, nel corso degli anni, ho osservato che gli studenti più vicini ai maestri più saggi cadevano nelle antiche trappole dell'orgoglio e dell'incuria, della gelosia e della rivalità. In alcuni casi, infatti, sembrava che la prolungata vicinanza al maestro avesse aumentato le contaminazioni degli studenti invece di ridurle. Il motivo? Penso che la risposta non sia da ricercare al di là del Dhammapāda. Lì, il Buddha paragona il Dhamma a una zuppa, uno studente saggio alla lingua che la assaggia e uno studente sciocco a un mestolo. Per conoscere veramente il Dhamma, dobbiamo imparare il modo per recepire il suo messaggio. Trovare la verità è una cosa, conoscere e coltivare le condizioni in cui essa può trasformare la mente è un'altra. Ajahn Jayasāro, 2 dicembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. La percezione di sé come persona in grado di donare è stimolante. Vedere se stessi come donatori - come qualcuno che dona, quindi che ha qualcosa da offrire, come qualcuno che può fare una differenza positiva, anche se minima, nella vita altrui - pone solide basi per una buona salute mentale. Ci sono talmente tante cose che possiamo donare, per esempio: * Possiamo offrire sostegno materiale, oggetti concreti. * Possiamo offrire cura. * Possiamo offrire protezione. * Possiamo offrire il nostro tempo. * Possiamo offrire rispetto. * Possiamo offrire alle persone la conoscenza che non hanno. * Possiamo offrire opportunità e seconde possibilità. * Possiamo offrire incoraggiamento. * Possiamo dare sicurezza agli altri, osservando i precetti. * Possiamo offrire agli altri i meriti della nostra pratica. Anziché essere praticanti che si sforzano e si concentrano, possiamo donare il nostro impegno alla pratica del Dhamma, e prestare attenzione al nostro oggetto di meditazione. Quando inquadriamo le cose in termini di “dono”, troviamo gioia ed energia nel cammino. Ajahn Jayasāro, 29 Novembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Spesso pensiamo utilizzando la voce. È da notare come, quando lo facciamo, il pensiero tenda ad essere accompagnato da sottili movimenti della lingua, della laringe e delle corde vocali. Un modo per arrestare i pensieri incontrollati è quindi quello di premere la lingua contro il palato, concentrandoci sul mantenerla ferma. Tra le voci stesse, sembrano più reali quelle che compaiono più spesso. Nella propaganda, ripetere più volte una dichiarazione spesso porta le persone a crederci per il semplice fatto di averla sentita così di sovente. Nel nostro mondo interiore, ci identifichiamo con parole e frasi che ritornano più volte, semplicemente per la frequenza con cui si ripetono. È un circolo vizioso: più le parole appaiono, più ci identifichiamo con esse; più ci identifichiamo con esse e più appaiono. Ad esempio, le parole di autocritica diventano il nostro critico interiore, che a sua volta diventa ciò che crediamo di essere: un esito infelice. Tuttavia, le parole nella mente sono solo parole, non sono ciò che siamo più di quanto non lo siano gli starnuti. Ajahn Jayasāro, 25 novembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Naturalmente, nel mondo nel suo complesso, l'esistenza degli altri esseri umani non dipende dai nostri sentimenti nei loro confronti. Ma nel nostro mondo personale, le persone diventano esseri umani per noi solo quando permettiamo loro di esserlo. Rifiutare di riconoscere l'umanità degli altri è uno dei modi più comuni utilizzati per consentirci di trattarli in maniera cattiva. Un fattore importante nel genocidio del Rwanda del 1994 furono i ripetuti riferimenti dei leader Hutu nei confronti dei Tutsi come scarafaggi. Il primo e più importante dono che possiamo offrire a chi ci circonda è il riconoscimento della nostra umanità condivisa. Non dovremmo mai arrivare a considerare altri esseri umani come insetti o parassiti e di fatto, come buddhisti, anche se lo facessimo ciò non giustificherebbe alcuna violenza contro di loro. Tuttavia, potremmo coltivare indifferenza verso gli altri chiudendo gli occhi di fronte alla loro umanità. Potremmo farlo per ottenere qualcosa o per proteggere la nostra salute mentale, oppure farlo inconsciamente, perché assorti in noi stessi. Ma saggezza e compassione sono sempre congiunte. Per la nostra felicità e benessere duraturi, aprirci al terreno comune che condividiamo con gli altri, specialmente con i nostri simili, è il modo migliore e più intelligente di vivere le nostre vite. Ajahn Jayasāro, 22 novembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Le qualità astratte diventano reali per noi, quando sono radicate nel particolare e nel materiale. Nel corso dei secoli, i discepoli del Buddha illuminati hanno insegnato la saggezza, la compassione e la purezza interiore in modo molto potente con il loro essere, piuttosto che con le loro parole. Anche le parole che pronunciano e che rimangono con noi non sono necessariamente le più ovvie. Uno dei miei ricordi più cari di Ajahn Chah è il suo uso di una particella grammaticale priva di contenuto, “noh?” (provate a dire ‘knock' con un tono alto e troncando la “ck” alla fine). Questa particella ha il significato di “non è vero?” ed è informale nel tono. Implica una relazione tra chi parla e chi ascolta, in cui entrambi attingono a un patrimonio di valori ed esperienze condivisi. È un suono che senza sforzo accomuna, un caloroso “noi”. Ancora oggi riesco a sentire il suono della voce di Ajahn Chah che usa questa particella quando mi parla. Le frasi e i contesti in cui appariva li ho dimenticati. Quello che ricordo è il calore che questo breve suono esprimeva. Dopo tutti questi anni, continuo a pensare che il suo uso di “noh?” sia il migliore indicatore sulla natura di mettā e della compassione, che io abbia mai ricevuto. Ajahn Jayasāro, 18 novembre 2025

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. La settimana scorsa ero in una piccola carovana di auto sul lungo tragitto che doveva portarci attraverso una catena montuosa. Mentre la frescura del tardo pomeriggio avanzava, convenimmo di fermarci per una sosta. Parcheggiammo ed entrammo in un edificio con un ristorante e dei servizi al secondo piano. Appena le porte automatiche del piano terra si aprirono silenziosamente, ci trovammo di fronte a un piccolo negozio: i nostri occhi furono immediatamente attratti dalla vista di file di pani e dolci appena sfornati, i nostri nasi dal loro profumo meraviglioso. Era un espediente ben congegnato. Mentre sedevo di sopra sorseggiando una tazza di caffè, con lo sguardo rivolto al paesaggio spettacolare, mi resi conto di quante memorie d'infanzia avessi accumulato, legate a quel profumo di pane fresco, e di come fossero tutte positive. Per me, quel profumo non suscitava tanto il desiderio di mangiare del pane, ma era piuttosto un'icona, un nimitta di benessere. Così, mentre ero seduto lì, riportai alla mente le percezioni che avevo associato a quel profumo di pane appena sfornato e lasciai che la sensazione di benessere che evocavano in me si diffondesse nel corpo. I ricordi non devono per forza costituire un ostacolo alla meditazione. Usati con discernimento, possono divenire porte d'accesso a emozioni positive che sostengono l'addestramento della mente.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. Se qualcuno vi desse uno schiaffo (vi auguro che possa non accadere mai), sarebbe corretto dire: «Mi ha fatto male». Chiunque vi avesse colpito, in qualunque momento, qualunque fosse il vostro stato d'animo, avrebbe prodotto lo stesso effetto: è il loro schiaffo che ha causato il vostro dolore. Ma il sorgere nella mente del dolore e dell'emozione negativa non può essere così direttamente attribuibile alle azioni di un'altra persona. È comune, per esempio, dire: "Mi ha fatto arrabbiare". Tuttavia, il fatto che vi arrabbiate o meno, e, se questo accade, quanto intensa sia la vostra rabbia, dipende da molti fattori - per lo più interiori. La vostra personalità, cioè quanto inclini siete alla collera, ha un ruolo. Anche il vostro umore al momento della provocazione conta, e così i sentimenti che nutrite verso la persona che ha detto o fatto qualcosa di spiacevole. Forse, in misura ancora maggiore, influisce il livello al quale avete coltivato la consapevolezza, la pazienza e la benevolenza. Le parole o le azioni di un'altra persona sono condizioni che possono favorire il sorgere della rabbia, ma non ne sono la causa scatenante. La radice della rabbia è piuttosto il desiderio smodato, che si manifesta come incapacità di accettare che sia possibile non ottenere ciò che si desidera o che si ritiene giusto. Attribuire ad altre persone o evenienze la responsabilità delle nostre emozioni negative deriva dal non osservare con sufficiente attenzione ciò che realmente accade. Gli insegnamenti del Buddha non sono prescrizioni moralistiche, del tipo "fai questo" o "non fare quello". Rappresentano piuttosto una sfida a coltivare le condizioni che ci permettano di ottenere una chiara visione e di osservare come questa visione ci fornisca le reazioni più sagge al verificarsi delle difficoltà della vita.

Riflessioni di Ajahn Jayasaro. In una delle mie storie preferite un bandito tibetano, mentre attacca una carovana con i suoi uomini, ferisce accidentalmente con la spada una cavalla in avanzato stato di gravidanza. Il trauma provoca la nascita del puledro. Con le sue ultime forze, la cavalla continua a leccare il suo piccolo. Vedendo la sua devozione altruistica, anche agonizzante e alla fine della vita, il bandito rimane profondamente commosso. Improvvisamente, la sua indifferenza verso la vita gli appare sotto una nuova luce. Abbandona la sua esistenza violenta e diventa un grande monaco. Credo che questa storia sia vera. Non è difficile capire perché qualcuno dovrebbe essere sensibile alle verità eterne quando queste vengono presentate in forme così drammatiche e indimenticabili. Ma la sfida consiste nell‘estendere questa sensibilità alle verità rivelate dagli eventi più umili e quotidiani. La pratica del Dhamma consiste nell'imparare a renderci esposti alle verità della nostra vita. I dettagli banali della nostra esistenza quotidiana sono ricchi di insegnamenti quanto quelli drammatici e singolari. Ridurre il chiacchiericcio nella nostra mente è piacevole di per sé, ma soprattutto ci rende aperti al Dhamma senza parole, discreto, nascosto, per così dire, in bella vista, che dimora silenziosamente nell'ordinario.