Il racconto nitido del Medioevo e del Rinascimento a un pubblico non scientifico. Una lettura trasversale su percorsi interdisciplinari affiancati alla musica, attraversando l’entusiasmante stagione della monodia per giungere al trionfo dell’esperienza polifonica. Il tutto con proposte d’ascolto, novità discografiche, recensioni librarie e incontri con i protagonisti, sia attraverso interviste sia come ospiti in studio.
RSI - Radiotelevisione svizzera

Il percorso proposto si configura come una ricognizione retrospettiva dedicata al fenomeno della danza, inteso non soltanto come pratica coreutica, ma come dispositivo culturale capace di riflettere, in ogni epoca, tensioni sociali, codici simbolici e modelli antropologici. Nella puntata odierna di Quilisma, Giovanni Conti assume come punto di partenza la fine del XVI secolo per risalire progressivamente fino al XIII, con l'obiettivo di mettere in luce la natura profondamente ambivalente dell'atteggiamento medievale e post‑medievale nei confronti della danza: da un lato sospetta, talvolta stigmatizzata dalle autorità ecclesiastiche; dall'altro onnipresente nella vita quotidiana, nelle cerimonie civili, nei rituali comunitari e nelle forme di intrattenimento popolare.Questa polarità, lungi dall'essere un'invenzione rinascimentale, affonda le proprie radici in una lunga tradizione medievale in cui la danza, pur soggetta a regolamentazioni morali e teologiche, si manifesta come pratica diffusa in ogni strato della società: dalle danze rituali legate al calendario liturgico alle forme più spontanee di espressione comunitaria, dalle coreografie cortigiane alle rappresentazioni drammatico‑musicali. Il percorso a ritroso consente dunque di cogliere la continuità e al tempo stesso la trasformazione dei modelli coreutici, mostrando come la danza, nelle sue molteplici declinazioni, costituisca un osservatorio privilegiato per comprendere la cultura europea tra Medioevo ed età moderna.

A quattrocento anni dalla nascita di Giovanni Legrenzi, avvenuta nel 1626 a Clusone, la città natale del compositore gli rende omaggio con un festival monografico concepito in una prospettiva pluriennale. Attraverso concerti, incontri di studio e iniziative divulgative, la manifestazione intende valorizzare la figura di uno dei protagonisti della musica italiana del secondo Seicento e approfondire il contesto storico e culturale nel quale si sviluppò la sua produzione.Ammirato dai contemporanei e stimato da musicisti quali Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Händel e Johann Adolf Hasse, Legrenzi fu tra le personalità più influenti del tardo Seicento. Erede della tradizione veneziana e al tempo stesso innovatore del linguaggio musicale dell'epoca, concluse la propria carriera come maestro di cappella della Basilica di San Marco, incarico che ne consacrò il prestigio nella storia della musica sacra italiana.Alla riscoperta moderna della sua opera ha contribuito in modo decisivo l'attività di Giovanni Acciai, che con l'ensemble Nova Ars Cantandi ha promosso importanti progetti discografici dedicati al compositore. Tra questi si colloca la pubblicazione per Naxos dell'Op. 3, Harmonia d'affetti devoti, raccolta emblematica della maturità legrenziana, nella quale convergono sapienza contrappuntistica, intensità espressiva e raffinatezza del linguaggio sacro.Di questo nuovo progetto discografico e dell'eredità artistica di Legrenzi dialoga Giovanni Conti con il maestro Acciai.

Erano una voce libera e critica all'interno della cultura medievale: uomini colti e spesso irrequieti che, attraverso l'ironia, la satira e la poesia, espressero il desiderio di una vita più autentica e meno vincolata alle rigide convenzioni del loro tempo.I goliardi erano studenti, chierici e intellettuali itineranti che vissero soprattutto tra il XII e il XIII secolo nell'Europa medievale. Provenivano in genere dagli ambienti delle scuole e delle prime università e possedevano una solida formazione culturale basata sul latino, la lingua della Chiesa e della cultura del tempo. Molti di loro conducevano una vita errante, spostandosi da una città all'altra in cerca di insegnamento, protezione o sostegno economico. Pur appartenendo spesso al mondo ecclesiastico, si distinguevano per il loro atteggiamento anticonformista e critico nei confronti delle autorità religiose e della società medievale.Attraverso poesie, canzoni e componimenti satirici scritti prevalentemente in latino, i goliardi denunciavano la corruzione del clero, l'ipocrisia dei potenti e le ingiustizie sociali. Allo stesso tempo esaltavano gli aspetti più terreni dell'esistenza, celebrando il vino, l'amore, l'amicizia, il gioco e il piacere di vivere. Questa visione del mondo, spesso in contrasto con gli ideali di austerità e disciplina promossi dalla Chiesa, contribuì a renderli figure originali e talvolta controverse. Di questo ed altro Giovanni Conti parla oggi in ”Quilisma.”

Si celebrano quest'anno i 10 secoli dalla redazione del Micrologus de musica, considerato il più importante trattato del Medioevo. Ne fu autore Guido d'Arezzo celebre monaco musicista che nacque intorno al 995 in un villaggio vicino a Pomposa (Ferrara). Entrò nel monastero benedettino dell'abbazia di Pomposa e poi si trasferì ad Arezzo, dove maturò il suo nuovo metodo per l'apprendimento del canto liturgico, che espose a papa Giovanni XIX, il quale ne favorì la propagazione.Con il suo Micrologus de musica Guido diede una soluzione ai molteplici tentativi di una nuova notazione e fu una figura soprattutto per l'impostazione del modo di leggere la musica: sistematizzò il rigo mjusicale e utilizzò la notazione quadrata.L'obiettivo di Guido d'Arezzo era quello di trovare un sistema che consentisse al cantore di intonare un canto senza averlo mai visto prima. Giovanni Conti ne parla con i musicologi Angelo Rusconi e Giacomo Baroffio.

Oggi a “Quilisma” Giovanni Conti affronta la straordinaria figura di un musicista che fu una vera e propria stella del firmamento musicale trecentesco in Italia. Francesco Landini (noto anche come Francesco Cieco o Francesco degli Organi, c. 1325–1397) è stato il più importante compositore, organista e poeta italiano dell'Ars nova. Divenuto cieco da bambino a causa del vaiolo, fu un brillante polistrumentista e teorico. Fu organista nella chiesa di San Lorenzo a Firenze ed eccelse nella composizione vocale. Di lui ci sono giunte 141 ballate, 12 madrigali, una caccia e un virelai. È secondo solo a Guillaume de Machaut per quantità di opere profane pervenuteci. Nel settembre 1368 vinse una celebre competizione a Venezia, dove fu incoronato d'alloro dal re di Cipro, Pietro I di Lusignano, alla presenza del Petrarca. Coltivò con successo anche gli studi filosofici, astronomici e la poesia. Fu inoltre inventore di strumenti musicali, tra cui la sirena delle sirene.

Nel cuore delle sontuose corti rinascimentali, i banchetti signorili parlano, oltre che di una nuova cultura gastronomica, del grandioso dispendio simbolico in cui a quell'epoca si dispiega il teatro del potere. Su quelle vetrine di magnificenza che sono le tavole imbandite ogni piatto allude a un'alleanza, ogni gesto mira a conquistare l'osservatore, ogni oggetto parla il linguaggio del prestigio, ogni rituale può dissimulare, grazie alla squisita arte della seduzione mondana, precise strategie politiche. Ospite della puntata odierna è Jean-Claude Maire Vigueur professore nelle Università di Firenze e di Roma Tre, uno dei maggiori conoscitori della storia politica del Medioevo e del Rinascimento italiano e autore di un libro dedicato a questo tema appena pubblicato dall'editrice Il Mulino.Al microfono di Giovanni Conti ci condurrà in un percorso che attraverserà le Corti più celebri, dagli Sforza ai Malatesta, dai Montefeltro agli Este, dai Gonzaga ai Medici.

Nel cuore delle sontuose corti rinascimentali, i banchetti signorili parlano, oltre che di una nuova cultura gastronomica, del grandioso dispendio simbolico in cui a quell'epoca si dispiega il teatro del potere. Su quelle vetrine di magnificenza che sono le tavole imbandite ogni piatto allude a un'alleanza, ogni gesto mira a conquistare l'osservatore, ogni oggetto parla il linguaggio del prestigio, ogni rituale può dissimulare, grazie alla squisita arte della seduzione mondana, precise strategie politiche. Ospite della puntata odierna è Jean-Claude Maire Vigueur professore nelle Università di Firenze e di Roma Tre, uno dei maggiori conoscitori della storia politica del Medioevo e del Rinascimento italiano e autore di un libro dedicato a questo tema appena pubblicato dall'editrice Il Mulino.Al microfono di Giovanni Conti ci condurrà in un percorso che attraverserà le Corti più celebri, dagli Sforza ai Malatesta, dai Montefeltro agli Este, dai Gonzaga ai Medici.

Secoli ci separano dal vissuto di una delle figure più celebri a livello planetario, trasversalmente alle religioni e alle culture. Stiamo parlando di Francesco d'Assisi del quale, quest'anno, ci celebra l'800mo dalla sua morte o, come la tradizione vuole, dal suo “transito” da questa terra alle braccia di ‘Sorella morte', come il santo amorevolmente la definiva. Tra le tante, troppe, iniziative editoriali - molte delle quali stucchevoli, ripetitive e poco consistenti - si è affacciata differenziandosi quella delle edizioni Il Mulino che, lontano da essere una proposta oleografica e sentimentalistica, è capace di dare al lettore la dimensione della incredibile forza di un uomo che al suo tempo fu segno di contraddizione e, per certi versi, lo è ancora oggi. Oltre 400 pagine in cui si dipana il racconto sull'uomo, sul periodo, sul contesto e molto altro, dando vita a una vera e propria indagine che porta la firma del medievista Antonio Musarra dell'Università La Sapienza di Roma, ospite al microfono di Giovanni Conti.

Secoli ci separano dal vissuto di una delle figure più celebri a livello planetario, trasversalmente alle religioni e alle culture. Stiamo parlando di Francesco d'Assisi del quale, quest'anno, ci celebra l'800mo dalla sua morte o, come la tradizione vuole, dal suo “transito” da questa terra alle braccia di ‘Sorella morte', come il santo amorevolmente la definiva. Tra le tante, troppe, iniziative editoriali - molte delle quali stucchevoli, ripetitive e poco consistenti - si è affacciata differenziandosi quella delle edizioni Il Mulino che, lontano da essere una proposta oleografica e sentimentalistica, è capace di dare al lettore la dimensione della incredibile forza di un uomo che al suo tempo fu segno di contraddizione e, per certi versi, lo è ancora oggi. Oltre 400 pagine in cui si dipana il racconto sull'uomo, sul periodo, sul contesto e molto altro, dando vita a una vera e propria indagine che porta la firma del medievista Antonio Musarra dell'Università La Sapienza di Roma, ospite al microfono di Giovanni Conti.

È nell'Alto Medioevo che prese piede in Europa l'idea del pellegrinaggio come atto penitenziale. un'esperienza faticosa e pericolosa che per primi vide i cristiani recarsi in Terra Santa, nei luoghi della passione di Cristo. A questi, nell'anno 1300, quando papa Bonifacio VIII chiamò a Roma tutti i fedeli per il primo Giubileo, si aggiunsero i pellegrini che raggiungevano la Città eterna per beneficiare del perdono dei peccati innescato dalla concessione delle indulgenze. Meta di pellegrinaggio era anche il santuario di Santiago de Compostela, nella Spagna nordoccidentale. Il pellegrinaggio nel Medioevo divenne così un fenomeno di massa per devozione, penitenza o ricerca di grazie divine, che coinvolse tutte le classi sociali. Di questo ed altro Giovanni Conti ne parla con lo storico Marco Ferrero presidente del Centro Studi Medievali Ponzio di Cluny.

È nell'Alto Medioevo che prese piede in Europa l'idea del pellegrinaggio come atto penitenziale. un'esperienza faticosa e pericolosa che per primi vide i cristiani recarsi in Terra Santa, nei luoghi della passione di Cristo. A questi, nell'anno 1300, quando papa Bonifacio VIII chiamò a Roma tutti i fedeli per il primo Giubileo, si aggiunsero i pellegrini che raggiungevano la Città eterna per beneficiare del perdono dei peccati innescato dalla concessione delle indulgenze. Meta di pellegrinaggio era anche il santuario di Santiago de Compostela, nella Spagna nordoccidentale. Il pellegrinaggio nel Medioevo divenne così un fenomeno di massa per devozione, penitenza o ricerca di grazie divine, che coinvolse tutte le classi sociali. Di questo ed altro Giovanni Conti ne parla con lo storico Marco Ferrero presidente del Centro Studi Medievali Ponzio di Cluny.

Nel Medioevo il rapporto tra uomo e natura si presentava articolato e lontano dalle moderne concezioni ecologiste. Pur non esistendo una sensibilità ambientale nel senso contemporaneo del termine, erano diffuse forme di rispetto e di stretta interdipendenza con il mondo naturale.La natura, infatti, occupava un ruolo centrale nella visione spirituale dell'epoca. Fortemente influenzata dal pensiero teologico, la società medievale considerava l'universo come un grande sistema di simboli: un linguaggio figurato attraverso il quale si manifestavano le verità divine.Boschi, animali, stagioni e fenomeni naturali non venivano osservati soltanto per la loro utilità pratica, ma interpretati come segni capaci di trasmettere insegnamenti morali e religiosi. In questo quadro, l'ambiente non era separato dalla vita dell'uomo, bensì profondamente intrecciato con la dimensione religiosa e culturale del tempo.Giovanni Conti ne parla con il medievista Marco Ferrero, presidente del Centro studi medievali Ponzio di Cluny.

Nel Medioevo il rapporto tra uomo e natura si presentava articolato e lontano dalle moderne concezioni ecologiste. Pur non esistendo una sensibilità ambientale nel senso contemporaneo del termine, erano diffuse forme di rispetto e di stretta interdipendenza con il mondo naturale.La natura, infatti, occupava un ruolo centrale nella visione spirituale dell'epoca. Fortemente influenzata dal pensiero teologico, la società medievale considerava l'universo come un grande sistema di simboli: un linguaggio figurato attraverso il quale si manifestavano le verità divine.Boschi, animali, stagioni e fenomeni naturali non venivano osservati soltanto per la loro utilità pratica, ma interpretati come segni capaci di trasmettere insegnamenti morali e religiosi. In questo quadro, l'ambiente non era separato dalla vita dell'uomo, bensì profondamente intrecciato con la dimensione religiosa e culturale del tempo.Giovanni Conti ne parla con il medievista Marco Ferrero, presidente del Centro studi medievali Ponzio di Cluny.

Quando verso il 1480 Angelo Poliziano scrisse la “Fabula di Orfeo”, la sua fama come poeta lirico era da tempo diffusa ben oltre i confini italiani. Amico di Lorenzo il Magnifico, passò gran parte della sua esistenza al servizio dei Medici per i quali coprì il ruolo di precettore. Il suo soggiorno fiorentino fu interrotto da un litigio avuto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo: si vide costretto a lasciare la Corte medicea per intraprendere un viaggio che lo portò a Napoli, Venezia, Verona ed infine a Mantova dove il cardinale Federico Gonzaga lo accolse, affidandogli l'incarico di insegnante di greco e latino per la famiglia. Non passò molto tempo che Lorenzo il Magnifico lo richiamò a Firenze offrendogli, oltre ad incarichi diplomatici all'indirizzo della Santa Sede, una cattedra all'Università. Iniziò allora un periodo di grande prolificità letteraria nel quale diede vita a poemi in lingua latina, greca e vernacolare, molti dei quali per rispondere alle richieste di compositori come i frottolisti Tromboncino e Cara. L'originalità della “Fabula di Orfeo” è quella di essere un nodo che unisce la tradizione inscritta da secoli nella cultura popolare italiana e un nuovo mondo, letterario e dell'arte della scena. Perciò questo Orfeo è un'opera scenica, una forma di teatro musicale, con una particolarità: si giunge alle sorgenti del Recitativo e la poesia è indivisibile dalla musica. Per restituire quest'opera, la “Fondazione Royaumont” nel quadro del suo programma di Musica medievale, ha riunito l'ensemble svizzero “Lucidarium” e la “Compagnie Sandrine Anglade” ponendo la direzione nelle mani di Francis Biggi del Conservatorio di Ginevra e Sandrine Anglade. Dalla loro stretta collaborazione è nato questo prodotto artistico coinvolgendo i musicisti e l'équipe teatrale nei periodi di residenza a Royaumont, coniugando la ricerca sull'interpretazione musicale e le riflessioni su una messa in scena capace di mostrare l'intramontabilità del mito. I ruoli sono stati affidati a giovani cantanti accompagnati da strumentisti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia, dall'Italia e dalla Germania che si sono riuniti per approfondire il repertorio italiano – e fiorentino più precisamente – della fine del XV secolo. Il loro lavoro è durato più di un anno prima di giungere all'allestimento scenico.

Quando verso il 1480 Angelo Poliziano scrisse la “Fabula di Orfeo”, la sua fama come poeta lirico era da tempo diffusa ben oltre i confini italiani. Amico di Lorenzo il Magnifico, passò gran parte della sua esistenza al servizio dei Medici per i quali coprì il ruolo di precettore. Il suo soggiorno fiorentino fu interrotto da un litigio avuto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo: si vide costretto a lasciare la Corte medicea per intraprendere un viaggio che lo portò a Napoli, Venezia, Verona ed infine a Mantova dove il cardinale Federico Gonzaga lo accolse, affidandogli l'incarico di insegnante di greco e latino per la famiglia. Non passò molto tempo che Lorenzo il Magnifico lo richiamò a Firenze offrendogli, oltre ad incarichi diplomatici all'indirizzo della Santa Sede, una cattedra all'Università. Iniziò allora un periodo di grande prolificità letteraria nel quale diede vita a poemi in lingua latina, greca e vernacolare, molti dei quali per rispondere alle richieste di compositori come i frottolisti Tromboncino e Cara. L'originalità della “Fabula di Orfeo” è quella di essere un nodo che unisce la tradizione inscritta da secoli nella cultura popolare italiana e un nuovo mondo, letterario e dell'arte della scena. Perciò questo Orfeo è un'opera scenica, una forma di teatro musicale, con una particolarità: si giunge alle sorgenti del Recitativo e la poesia è indivisibile dalla musica. Per restituire quest'opera, la “Fondazione Royaumont” nel quadro del suo programma di Musica medievale, ha riunito l'ensemble svizzero “Lucidarium” e la “Compagnie Sandrine Anglade” ponendo la direzione nelle mani di Francis Biggi del Conservatorio di Ginevra e Sandrine Anglade. Dalla loro stretta collaborazione è nato questo prodotto artistico coinvolgendo i musicisti e l'équipe teatrale nei periodi di residenza a Royaumont, coniugando la ricerca sull'interpretazione musicale e le riflessioni su una messa in scena capace di mostrare l'intramontabilità del mito. I ruoli sono stati affidati a giovani cantanti accompagnati da strumentisti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia, dall'Italia e dalla Germania che si sono riuniti per approfondire il repertorio italiano – e fiorentino più precisamente – della fine del XV secolo. Il loro lavoro è durato più di un anno prima di giungere all'allestimento scenico.

Quando verso il 1480 Angelo Poliziano scrisse la “Fabula di Orfeo”, la sua fama come poeta lirico era da tempo diffusa ben oltre i confini italiani. Amico di Lorenzo il Magnifico, passò gran parte della sua esistenza al servizio dei Medici per i quali coprì il ruolo di precettore. Il suo soggiorno fiorentino fu interrotto da un litigio avuto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo: si vide costretto a lasciare la Corte medicea per intraprendere un viaggio che lo portò a Napoli, Venezia, Verona ed infine a Mantova dove il cardinale Federico Gonzaga lo accolse, affidandogli l'incarico di insegnante di greco e latino per la famiglia. Non passò molto tempo che Lorenzo il Magnifico lo richiamò a Firenze offrendogli, oltre ad incarichi diplomatici all'indirizzo della Santa Sede, una cattedra all'Università. Iniziò allora un periodo di grande prolificità letteraria nel quale diede vita a poemi in lingua latina, greca e vernacolare, molti dei quali per rispondere alle richieste di compositori come i frottolisti Tromboncino e Cara. L'originalità della “Fabula di Orfeo” è quella di essere un nodo che unisce la tradizione inscritta da secoli nella cultura popolare italiana e un nuovo mondo, letterario e dell'arte della scena. Perciò questo Orfeo è un'opera scenica, una forma di teatro musicale, con una particolarità: si giunge alle sorgenti del Recitativo e la poesia è indivisibile dalla musica. Per restituire quest'opera, la “Fondazione Royaumont” nel quadro del suo programma di Musica medievale, ha riunito l'ensemble svizzero “Lucidarium” e la “Compagnie Sandrine Anglade” ponendo la direzione nelle mani di Francis Biggi del Conservatorio di Ginevra e Sandrine Anglade. Dalla loro stretta collaborazione è nato questo prodotto artistico coinvolgendo i musicisti e l'équipe teatrale nei periodi di residenza a Royaumont, coniugando la ricerca sull'interpretazione musicale e le riflessioni su una messa in scena capace di mostrare l'intramontabilità del mito. I ruoli sono stati affidati a giovani cantanti accompagnati da strumentisti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia, dall'Italia e dalla Germania che si sono riuniti per approfondire il repertorio italiano – e fiorentino più precisamente – della fine del XV secolo. Il loro lavoro è durato più di un anno prima di giungere all'allestimento scenico.

Quando verso il 1480 Angelo Poliziano scrisse la “Fabula di Orfeo”, la sua fama come poeta lirico era da tempo diffusa ben oltre i confini italiani. Amico di Lorenzo il Magnifico, passò gran parte della sua esistenza al servizio dei Medici per i quali coprì il ruolo di precettore. Il suo soggiorno fiorentino fu interrotto da un litigio avuto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo: si vide costretto a lasciare la Corte medicea per intraprendere un viaggio che lo portò a Napoli, Venezia, Verona ed infine a Mantova dove il cardinale Federico Gonzaga lo accolse, affidandogli l'incarico di insegnante di greco e latino per la famiglia. Non passò molto tempo che Lorenzo il Magnifico lo richiamò a Firenze offrendogli, oltre ad incarichi diplomatici all'indirizzo della Santa Sede, una cattedra all'Università. Iniziò allora un periodo di grande prolificità letteraria nel quale diede vita a poemi in lingua latina, greca e vernacolare, molti dei quali per rispondere alle richieste di compositori come i frottolisti Tromboncino e Cara. L'originalità della “Fabula di Orfeo” è quella di essere un nodo che unisce la tradizione inscritta da secoli nella cultura popolare italiana e un nuovo mondo, letterario e dell'arte della scena. Perciò questo Orfeo è un'opera scenica, una forma di teatro musicale, con una particolarità: si giunge alle sorgenti del Recitativo e la poesia è indivisibile dalla musica. Per restituire quest'opera, la “Fondazione Royaumont” nel quadro del suo programma di Musica medievale, ha riunito l'ensemble svizzero “Lucidarium” e la “Compagnie Sandrine Anglade” ponendo la direzione nelle mani di Francis Biggi del Conservatorio di Ginevra e Sandrine Anglade. Dalla loro stretta collaborazione è nato questo prodotto artistico coinvolgendo i musicisti e l'équipe teatrale nei periodi di residenza a Royaumont, coniugando la ricerca sull'interpretazione musicale e le riflessioni su una messa in scena capace di mostrare l'intramontabilità del mito. I ruoli sono stati affidati a giovani cantanti accompagnati da strumentisti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia, dall'Italia e dalla Germania che si sono riuniti per approfondire il repertorio italiano – e fiorentino più precisamente – della fine del XV secolo. Il loro lavoro è durato più di un anno prima di giungere all'allestimento scenico.

Le donne accorse al sepolcro di Gesù il giorno di Pasqua, considerate le prime testimoni della Resurrezione, occupano un ruolo centrale nella tradizione cristiana, ma con interpretazioni differenti tra Oriente e Occidente. Nella tradizione latina, esse vengono comunemente identificate con le cosiddette “tre Marie”. Diversamente, nella tradizione greca e ortodossa, si è consolidata nel corso dei secoli la credenza nelle cosiddette mirofore — letteralmente “portatrici di mirra” — che sarebbero state sette. In un volume pubblicato da Carocci editore il professor Rocco Schembra dell'Università di Torino, analizza per la prima volta queste figure nella loro dimensione collettiva, ricostruendo il processo storico e culturale che ha portato alla loro progressiva aggregazione e alla loro “canonizzazione” come gruppo. Uno studio articolato e originale di un aspetto fondamentale della cristianità al femminile, capace di offrire nuovi spunti di riflessione su una tradizione ricca e complessa. Giovanni Conti vuole ripercorrerlo proprio nel giorno di Pasqua in compagnia di Rocco Schembra.

Le donne accorse al sepolcro di Gesù il giorno di Pasqua, considerate le prime testimoni della Resurrezione, occupano un ruolo centrale nella tradizione cristiana, ma con interpretazioni differenti tra Oriente e Occidente. Nella tradizione latina, esse vengono comunemente identificate con le cosiddette “tre Marie”. Diversamente, nella tradizione greca e ortodossa, si è consolidata nel corso dei secoli la credenza nelle cosiddette mirofore — letteralmente “portatrici di mirra” — che sarebbero state sette. In un volume pubblicato da Carocci editore il professor Rocco Schembra dell'Università di Torino, analizza per la prima volta queste figure nella loro dimensione collettiva, ricostruendo il processo storico e culturale che ha portato alla loro progressiva aggregazione e alla loro “canonizzazione” come gruppo. Uno studio articolato e originale di un aspetto fondamentale della cristianità al femminile, capace di offrire nuovi spunti di riflessione su una tradizione ricca e complessa. Giovanni Conti vuole ripercorrerlo proprio nel giorno di Pasqua in compagnia di Rocco Schembra.

Dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l'Irlanda, donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticando potenti rituali e immolando agli dèi. I cristiani li chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti laconici e incerti, tra fascinazione e biasimo. Sono tracce sbiadite che conducono in luoghi distanti: le zone d'ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta. Rare testimonianze che ci consentono di gettare uno sguardo su pratiche, credenze e divinità: scorgiamo i grandi fuochi accesi sui campi nel cuore dell'inverno, il legame che univa le streghe, la luna e i lupi, i cruenti sacrifici officiati nelle paludi del Nord, il fosco Wodan e la sinistra schiera di numi senza nome. Al microfono di Giovanni Conti il medievista Francesco Borri dell'Università Cà Foscari di Venezia ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro ma rischiarato da frammenti che scintillano nel buio.

Dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l'Irlanda, donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticando potenti rituali e immolando agli dèi. I cristiani li chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti laconici e incerti, tra fascinazione e biasimo. Sono tracce sbiadite che conducono in luoghi distanti: le zone d'ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta. Rare testimonianze che ci consentono di gettare uno sguardo su pratiche, credenze e divinità: scorgiamo i grandi fuochi accesi sui campi nel cuore dell'inverno, il legame che univa le streghe, la luna e i lupi, i cruenti sacrifici officiati nelle paludi del Nord, il fosco Wodan e la sinistra schiera di numi senza nome. Al microfono di Giovanni Conti il medievista Francesco Borri dell'Università Cà Foscari di Venezia ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro ma rischiarato da frammenti che scintillano nel buio.

La guerra è figlia del sistema sociale o del potere?. Lo era in entrambi i casi nell'Antichità, lo era nel Medioevo e lo è anche oggi.“Quilisma” vuole analizzare il pensiero bellico e la sua evoluzione attraverso i secoli. A partire dall'antichità le guerre si sono mosse per cause legate al possedere territori e ricchezze arrivando a giustificarne le ragioni elaborando il concetto di “guerra giusta” ed anche “guerra santa” . Un excursus che Giovanni Conti effettuerà in compagnia dello storico Marco Ferrero presidente del Centro Studi Ponzio di Cluny di Vicenza.

La guerra è figlia del sistema sociale o del potere?. Lo era in entrambi i casi nell'Antichità, lo era nel Medioevo e lo è anche oggi.“Quilisma” vuole analizzare il pensiero bellico e la sua evoluzione attraverso i secoli. A partire dall'antichità le guerre si sono mosse per cause legate al possedere territori e ricchezze arrivando a giustificarne le ragioni elaborando il concetto di “guerra giusta” ed anche “guerra santa” . Un excursus che Giovanni Conti effettuerà in compagnia dello storico Marco Ferrero presidente del Centro Studi Ponzio di Cluny di Vicenza.

La lunga storia di Venezia ha inizio già con le vicende del Patriarcato di Aquileia, rappresentando una vera e propria identità culturale e geografica durante il Medioevo e il Rinascimento.La sua eredità musicale, infatti, è espressione del mondo religioso dell'epoca e gli archivi raccontano uno stile inconfondibile in particolar modo nella liturgia e nella sfera religiosa del tempo.Accanto alla devozione, la vita culturale laico-profana viaggia in diverse forme e regala ancora oggi una moltitudine di testimonianze legate alla capacità di conservazione di molti documenti compositivi.La puntata di “Quilisma” prende spunto da un concerto dell'ensemble Anonima Frottolisti nell'ambito della rassegna Cantar di Pietre. Un concerto che ha raccontato lo spaccato “popolareggiante”, per quanto estremamente colto, del gusto musicale cortese e profano del XV e XVI secolo. I racconti, le maschere, i personaggi, l'amore, la vita, sono stati solo alcuni dei temi trattati dal repertorio eseguito: una “fotografia” dell'estetica e della ricerca tanto letterale quanto musicale dell'epoca.

La lunga storia di Venezia ha inizio già con le vicende del Patriarcato di Aquileia, rappresentando una vera e propria identità culturale e geografica durante il Medioevo e il Rinascimento.La sua eredità musicale, infatti, è espressione del mondo religioso dell'epoca e gli archivi raccontano uno stile inconfondibile in particolar modo nella liturgia e nella sfera religiosa del tempo.Accanto alla devozione, la vita culturale laico-profana viaggia in diverse forme e regala ancora oggi una moltitudine di testimonianze legate alla capacità di conservazione di molti documenti compositivi.La puntata di “Quilisma” prende spunto da un concerto dell'ensemble Anonima Frottolisti nell'ambito della rassegna Cantar di Pietre. Un concerto che ha raccontato lo spaccato “popolareggiante”, per quanto estremamente colto, del gusto musicale cortese e profano del XV e XVI secolo. I racconti, le maschere, i personaggi, l'amore, la vita, sono stati solo alcuni dei temi trattati dal repertorio eseguito: una “fotografia” dell'estetica e della ricerca tanto letterale quanto musicale dell'epoca.

Terminati gli eccessi del Carnevale è cominciata la Quaresima che – credenti o no, coinvolge tutti, perché anche nel vivere quotidiano c'è qualcosa che tocca la sensibilità dei singoli. Chi vive un tempo di ripresa di preghiera, chi si impegna in rinunce e digiuni, chi cerca luoghi densi di spiritualità nella consapevolezza - ma anche no - che la Quaresima è tempo di Misericordia. La Quaresima affonda le sue radici primi secoli della Cristianità come tempo di penitenza, digiuno e preghiera per i catecumeni e la comunità dei credenti. Radicato nel simbolismo biblico dei 40 giorni di Gesù nel deserto e i 40 anni nel deserto dell'Esodo, si strutturò nel IV secolo grazie al Concilio tenutosi a Nicea nel 325. La musica ha dato un contributo notevole, attraverso i secoli, nel sottolineare il concetto di “misericordia” esplicitato dalle sacre scritture. Una delle composizioni più famose è certamente il Miserere che Gregorio Allegri compose nella prima metà del Seicento. Una pagina musicale straordinaria della quale “Quilisma” ci guiderà alla scoperta e alla comprensione, svelandoci una versione mai scritta ma più volte cantata.

Terminati gli eccessi del Carnevale è cominciata la Quaresima che – credenti o no, coinvolge tutti, perché anche nel vivere quotidiano c'è qualcosa che tocca la sensibilità dei singoli. Chi vive un tempo di ripresa di preghiera, chi si impegna in rinunce e digiuni, chi cerca luoghi densi di spiritualità nella consapevolezza - ma anche no - che la Quaresima è tempo di Misericordia. La Quaresima affonda le sue radici primi secoli della Cristianità come tempo di penitenza, digiuno e preghiera per i catecumeni e la comunità dei credenti. Radicato nel simbolismo biblico dei 40 giorni di Gesù nel deserto e i 40 anni nel deserto dell'Esodo, si strutturò nel IV secolo grazie al Concilio tenutosi a Nicea nel 325. La musica ha dato un contributo notevole, attraverso i secoli, nel sottolineare il concetto di “misericordia” esplicitato dalle sacre scritture. Una delle composizioni più famose è certamente il Miserere che Gregorio Allegri compose nella prima metà del Seicento. Una pagina musicale straordinaria della quale “Quilisma” ci guiderà alla scoperta e alla comprensione, svelandoci una versione mai scritta ma più volte cantata.

Medioevo e Rinascimento sono epoche che hanno da tempo affascinato poeti, scrittori e romanzieri. Sullo sfondo di vicende storiche si è scritto molto e non sempre con felici risultati. A fare la differenza sono però i Romanzi storici che trovano sempre un ottimo posizionamento nelle classifiche delle vendite in libreria. Un'epoca inaugurata, per quanto riguarda autori italofoni, nel 1939 con romanzo d'esordio di Maria Bellonci Lucrezia Borgia e, da allora, ampliatasi accogliendo il frutto del lavoro anche di autori stranieri felicemente tradotti in italiano. Ma per rimanere vicino temporalmente e geograficamente, attenzione la merita la penna e l'impegno di Giancarlo Mele giornalista e scrittore, classe 1954, e autore della fortunata Saga degli Sforza articolata in tre libri dedicati rispettivamente a Francesco, Galeazzo e Ludovico Sforza (nell'immagine) dei quali ci restituisce la verità storica del loro agire, calandoli in contesti nei quali la scarsità di notizie gli ha consentito di spaziare con la sua creatività letteraria. Ne sono nati altrettanti lavori estremamente accattivanti pubblicati da meraviglie edizioni.Della vocazione a Romanziere storico, Giovanni Conti ne parla con Giancarlo Mele.

Medioevo e Rinascimento sono epoche che hanno da tempo affascinato poeti, scrittori e romanzieri. Sullo sfondo di vicende storiche si è scritto molto e non sempre con felici risultati. A fare la differenza sono però i Romanzi storici che trovano sempre un ottimo posizionamento nelle classifiche delle vendite in libreria. Un'epoca inaugurata, per quanto riguarda autori italofoni, nel 1939 con romanzo d'esordio di Maria Bellonci Lucrezia Borgia e, da allora, ampliatasi accogliendo il frutto del lavoro anche di autori stranieri felicemente tradotti in italiano. Ma per rimanere vicino temporalmente e geograficamente, attenzione la merita la penna e l'impegno di Giancarlo Mele giornalista e scrittore, classe 1954, e autore della fortunata Saga degli Sforza articolata in tre libri dedicati rispettivamente a Francesco, Galeazzo e Ludovico Sforza (nell'immagine) dei quali ci restituisce la verità storica del loro agire, calandoli in contesti nei quali la scarsità di notizie gli ha consentito di spaziare con la sua creatività letteraria. Ne sono nati altrettanti lavori estremamente accattivanti pubblicati da meraviglie edizioni.Della vocazione a Romanziere storico, Giovanni Conti ne parla con Giancarlo Mele.

Morto a Londra nel 1626, John Dowland era nato nel 1563 in una località ancora oggi sconosciuta. Diventato, nel 1588, baccelliere in musica ad Oxford, soggiornò in Germania ed in Italia e in patria fu insignito del dottorato in musica a Cambridge (1597). Lo troviamo in Danimarca, dal 1598 al 1606, come liutista di camera del re, e finalmente di nuovo a Londra, liutista di Lord Walden e poi (1612) membro del sestetto liutistico del re d'Inghilterra. In ragione dell'armoniosa composizione architettonica, della dolcezza d'espressione e di suono della sua musica, J. D. è da considerarsi come uno dei maggiori maestri inglesi e tra i pochi, dell'epoca elisabettiana, che ancora oggi possano ottenere piena comprensione nei concerti.Il numero delle sue opere è veramente considerevole, e molte ne appaiono anche in raccolte di musiche per liuto. Tra le principali vanno ricordate le Lachrimae, or seven Teares figured in seven passionate Pavans, ecc., a 5 voci, per liuti e viole . Di questa straordinaria pagina parliamo oggi con il gambista Cristiano Contadin che, con il suo ensemble, ha pubblicato un appassionato cd registrato negli studi della nostra Radio.

Morto a Londra nel 1626, John Dowland era nato nel 1563 in una località ancora oggi sconosciuta. Diventato, nel 1588, baccelliere in musica ad Oxford, soggiornò in Germania ed in Italia e in patria fu insignito del dottorato in musica a Cambridge (1597). Lo troviamo in Danimarca, dal 1598 al 1606, come liutista di camera del re, e finalmente di nuovo a Londra, liutista di Lord Walden e poi (1612) membro del sestetto liutistico del re d'Inghilterra. In ragione dell'armoniosa composizione architettonica, della dolcezza d'espressione e di suono della sua musica, J. D. è da considerarsi come uno dei maggiori maestri inglesi e tra i pochi, dell'epoca elisabettiana, che ancora oggi possano ottenere piena comprensione nei concerti.Il numero delle sue opere è veramente considerevole, e molte ne appaiono anche in raccolte di musiche per liuto. Tra le principali vanno ricordate le Lachrimae, or seven Teares figured in seven passionate Pavans, ecc., a 5 voci, per liuti e viole . Di questa straordinaria pagina parliamo oggi con il gambista Cristiano Contadin che, con il suo ensemble, ha pubblicato un appassionato cd registrato negli studi della nostra Radio.

Non è agevole ricondurre alle sue autentiche e primigenie radici una ricorrenza quale il Carnevale, né risulta possibile delinearne con chiarezza i molteplici tratti distintivi, poiché nel corso dei secoli e all'interno di differenti contesti geografici esso si è progressivamente arricchito di significati, forme ed espressioni sempre nuove.L'etimologia del termine Carnevale sembra ricondursi, con verosimile attendibilità, all'espressione latina carnem levare, con la quale, in età medievale, si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal consumo di carne a partire dal primo giorno della Quaresima. Nel calendario liturgico cattolico-romano, infatti, il Carnevale trova la propria collocazione temporale tra la solennità dell'Epifania, celebrata il 6 gennaio, e l'inizio del periodo quaresimale.Le più antiche attestazioni documentarie di tale festività risalgono all'epoca medievale, già a partire dall'VIII secolo circa, e descrivono una celebrazione connotata da un disinibito abbandono ai piaceri della tavola, delle bevande e dei sensi. In tale contesto, l'ordine sociale vigente veniva temporaneamente sovvertito, mentre l'individuo, celando la propria identità dietro l'uso delle maschere, si concedeva una libertà altrimenti inammissibile.

Non è agevole ricondurre alle sue autentiche e primigenie radici una ricorrenza quale il Carnevale, né risulta possibile delinearne con chiarezza i molteplici tratti distintivi, poiché nel corso dei secoli e all'interno di differenti contesti geografici esso si è progressivamente arricchito di significati, forme ed espressioni sempre nuove.L'etimologia del termine Carnevale sembra ricondursi, con verosimile attendibilità, all'espressione latina carnem levare, con la quale, in età medievale, si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal consumo di carne a partire dal primo giorno della Quaresima. Nel calendario liturgico cattolico-romano, infatti, il Carnevale trova la propria collocazione temporale tra la solennità dell'Epifania, celebrata il 6 gennaio, e l'inizio del periodo quaresimale.Le più antiche attestazioni documentarie di tale festività risalgono all'epoca medievale, già a partire dall'VIII secolo circa, e descrivono una celebrazione connotata da un disinibito abbandono ai piaceri della tavola, delle bevande e dei sensi. In tale contesto, l'ordine sociale vigente veniva temporaneamente sovvertito, mentre l'individuo, celando la propria identità dietro l'uso delle maschere, si concedeva una libertà altrimenti inammissibile.

I Longobardi entrarono a contatto con il mondo bizantino e la politica dell'area mediterranea, nel 568, guidati da Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a un regno indipendente che estese progressivamente il proprio dominio sulla massima parte del territorio italiano continentale e peninsulare. Il dominio longobardo fu articolato in numerosi ducati, che godevano di una marcata autonomia rispetto al potere centrale dei sovrani insediati a Pavia. Nel corso dei secoli, i Longobardi, si integrarono progressivamente con il tessuto sociale italiano, grazie all'emanazione di leggi scritte in latino (Editto di Rotari, 643), alla conversione al cattolicesimo (fine VII secolo) e allo sviluppo, anche artistico, di rapporti sempre più stretti con le altre componenti socio-politiche della Penisola (bizantine e romane). Ospite dei microfoni di Quilisma è oggi il farmacista e fitoterapeuta Franco Fornasaro. Autore di un libro dedicato appunto al mondo Longobardo egli vuole smentire il “ruolo liberticida e puramente di rottura” che, secondo una tradizione mai sopita, avrebbero avuto i longobardi rispetto alla cultura latina; esistono invece legami ed elementi di scambio fra la società longobarda e quella tardo-romana, segni che indicano un piano di continuità storica, benché entro un processo di transizione inevitabilmente conflittuale nel quale si misurano le due culture.

I Longobardi entrarono a contatto con il mondo bizantino e la politica dell'area mediterranea, nel 568, guidati da Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a un regno indipendente che estese progressivamente il proprio dominio sulla massima parte del territorio italiano continentale e peninsulare. Il dominio longobardo fu articolato in numerosi ducati, che godevano di una marcata autonomia rispetto al potere centrale dei sovrani insediati a Pavia. Nel corso dei secoli, i Longobardi, si integrarono progressivamente con il tessuto sociale italiano, grazie all'emanazione di leggi scritte in latino (Editto di Rotari, 643), alla conversione al cattolicesimo (fine VII secolo) e allo sviluppo, anche artistico, di rapporti sempre più stretti con le altre componenti socio-politiche della Penisola (bizantine e romane). Ospite dei microfoni di Quilisma è oggi il farmacista e fitoterapeuta Franco Fornasaro. Autore di un libro dedicato appunto al mondo Longobardo egli vuole smentire il “ruolo liberticida e puramente di rottura” che, secondo una tradizione mai sopita, avrebbero avuto i longobardi rispetto alla cultura latina; esistono invece legami ed elementi di scambio fra la società longobarda e quella tardo-romana, segni che indicano un piano di continuità storica, benché entro un processo di transizione inevitabilmente conflittuale nel quale si misurano le due culture.

Dici Giovanni Acciai e hai detto tutto, o quasi, di oltre 60 anni di impegno musicale e musicologico in Italia e Europa. Personaggio carismatico, poliedrico e dal carattere deciso è stato ed è faro per generazioni di musicisti attivi nel mondo della coralità con particolare riferimento ai repertori rinascimentali. Un modello di riferimento, un autentico pioniere della prima generazione formatasi alla Scuola di Paleografia e Filologia musicale dell'Università di Pavia. Professore emerito di Paleografia musicale nel Corso di Musicologia presso il Conservatorio di Milano. Già direttore della rivista di musica vocale La Cartellina e de L'Offerta Musicale, ha al suo attivo numerose revisioni di musiche antiche, saggi musicologici, traduzioni, registrazioni discografiche di opere inedite. È direttore artistico dei Concorsi di canto corale di Riva del Garda, Grado, Torre del Lago, Assisi e Quartiano. È regolarmente invitato nella giuria dei più importanti concorsi nazionali e internazionali di canto e di composizione corale; a tenere relazioni in convegni musicologici e stage di perfezionamento in direzione di coro presso associazioni corali italiane e straniere. Membro attivo e rappresentante ufficiale per l'Italia del Choir Olympic Council, sotto l'egida dell'UNESCO. È fra i fondatori dell'Accademia di Musica Antica di Milano e membro del Réseau Européen de Musique Ancienne. Già direttore del Coro del Teatro Comunale di Bologna e del Coro da Camera della Rai di Roma è attualmente direttore artistico e musicale del Collegium vocale et instrumentale Nova Ars Cantandi, alla guida del quale svolge una intensa attività concertistica e discografica. Quest'ultima pluripremiata e della quale Giovanni Conti ha avuto occasione di parlarne con il maestro Acciai nel corso di due puntate di “Quilisma” che per l'occasione riproponiamo. Che dire di più?undefined

Dici Giovanni Acciai e hai detto tutto, o quasi, di oltre 60 anni di impegno musicale e musicologico in Italia e Europa. Personaggio carismatico, poliedrico e dal carattere deciso è stato ed è faro per generazioni di musicisti attivi nel mondo della coralità con particolare riferimento ai repertori rinascimentali. Un modello di riferimento, un autentico pioniere della prima generazione formatasi alla Scuola di Paleografia e Filologia musicale dell'Università di Pavia. Professore emerito di Paleografia musicale nel Corso di Musicologia presso il Conservatorio di Milano. Già direttore della rivista di musica vocale La Cartellina e de L'Offerta Musicale, ha al suo attivo numerose revisioni di musiche antiche, saggi musicologici, traduzioni, registrazioni discografiche di opere inedite. È direttore artistico dei Concorsi di canto corale di Riva del Garda, Grado, Torre del Lago, Assisi e Quartiano. È regolarmente invitato nella giuria dei più importanti concorsi nazionali e internazionali di canto e di composizione corale; a tenere relazioni in convegni musicologici e stage di perfezionamento in direzione di coro presso associazioni corali italiane e straniere. Membro attivo e rappresentante ufficiale per l'Italia del Choir Olympic Council, sotto l'egida dell'UNESCO. È fra i fondatori dell'Accademia di Musica Antica di Milano e membro del Réseau Européen de Musique Ancienne. Già direttore del Coro del Teatro Comunale di Bologna e del Coro da Camera della Rai di Roma è attualmente direttore artistico e musicale del Collegium vocale et instrumentale Nova Ars Cantandi, alla guida del quale svolge una intensa attività concertistica e discografica. Quest'ultima pluripremiata e della quale Giovanni Conti ha avuto occasione di parlarne con il maestro Acciai nel corso di due puntate di “Quilisma” che per l'occasione riproponiamo. Che dire di più?

Dici Giovanni Acciai e hai detto tutto, o quasi, di oltre 60 anni di impegno musicale e musicologico in Italia e Europa. Personaggio carismatico, poliedrico e dal carattere deciso è stato ed è faro per generazioni di musicisti attivi nel mondo della coralità con particolare riferimento ai repertori rinascimentali. Un modello di riferimento, un autentico pioniere della prima generazione formatasi alla Scuola di Paleografia e Filologia musicale dell'Università di Pavia. Professore emerito di Paleografia musicale nel Corso di Musicologia presso il Conservatorio di Milano. Già direttore della rivista di musica vocale La Cartellina e de L'Offerta Musicale, ha al suo attivo numerose revisioni di musiche antiche, saggi musicologici, traduzioni, registrazioni discografiche di opere inedite. È direttore artistico dei Concorsi di canto corale di Riva del Garda, Grado, Torre del Lago, Assisi e Quartiano. È regolarmente invitato nella giuria dei più importanti concorsi nazionali e internazionali di canto e di composizione corale; a tenere relazioni in convegni musicologici e stage di perfezionamento in direzione di coro presso associazioni corali italiane e straniere. Membro attivo e rappresentante ufficiale per l'Italia del Choir Olympic Council, sotto l'egida dell'UNESCO. È fra i fondatori dell'Accademia di Musica Antica di Milano e membro del Réseau Européen de Musique Ancienne. Già direttore del Coro del Teatro Comunale di Bologna e del Coro da Camera della Rai di Roma è attualmente direttore artistico e musicale del Collegium vocale et instrumentale Nova Ars Cantandi, alla guida del quale svolge una intensa attività concertistica e discografica. Quest'ultima pluripremiata e della quale Giovanni Conti ha avuto occasione di parlarne con il maestro Acciai nel corso di due puntate di “Quilisma” che per l'occasione riproponiamo. Che dire di più?undefined

Dici Giovanni Acciai e hai detto tutto, o quasi, di oltre 60 anni di impegno musicale e musicologico in Italia e Europa. Personaggio carismatico, poliedrico e dal carattere deciso è stato ed è faro per generazioni di musicisti attivi nel mondo della coralità con particolare riferimento ai repertori rinascimentali. Un modello di riferimento, un autentico pioniere della prima generazione formatasi alla Scuola di Paleografia e Filologia musicale dell'Università di Pavia. Professore emerito di Paleografia musicale nel Corso di Musicologia presso il Conservatorio di Milano. Già direttore della rivista di musica vocale La Cartellina e de L'Offerta Musicale, ha al suo attivo numerose revisioni di musiche antiche, saggi musicologici, traduzioni, registrazioni discografiche di opere inedite. È direttore artistico dei Concorsi di canto corale di Riva del Garda, Grado, Torre del Lago, Assisi e Quartiano. È regolarmente invitato nella giuria dei più importanti concorsi nazionali e internazionali di canto e di composizione corale; a tenere relazioni in convegni musicologici e stage di perfezionamento in direzione di coro presso associazioni corali italiane e straniere. Membro attivo e rappresentante ufficiale per l'Italia del Choir Olympic Council, sotto l'egida dell'UNESCO. È fra i fondatori dell'Accademia di Musica Antica di Milano e membro del Réseau Européen de Musique Ancienne. Già direttore del Coro del Teatro Comunale di Bologna e del Coro da Camera della Rai di Roma è attualmente direttore artistico e musicale del Collegium vocale et instrumentale Nova Ars Cantandi, alla guida del quale svolge una intensa attività concertistica e discografica. Quest'ultima pluripremiata e della quale Giovanni Conti ha avuto occasione di parlarne con il maestro Acciai nel corso di due puntate di “Quilisma” che per l'occasione riproponiamo. Che dire di più?

Ottocento anni fa, il Poverello d'Assisi non moriva, ma “transitava“, passava cioè dalla vita terrena a quella eterna, con una gioia e una serenità che ancora oggi interrogano e ispirano. Celebrare questo centenario assume il significato non solo di ricordare un evento storico, ma immergersi nel significato profondo di una scomparsa che, come disse Gilbert Chesterton, fece sì che «le stelle non videro mai un uomo morire così felice».La morte di San Francesco, infatti, non fu un addio malinconico, ma un inno alla vita. Venti anni dopo la sua conversione, Francesco sentì l'ora della sua dipartita avvicinarsi. Lungi dall'essere turbato, chiese ai suoi frati più cari di cantare le lodi al Signore, intonando egli stesso un salmo di Davide. Conscio della fine imminente, ma soprattutto dell'inizio di una nuova vita, perdonò e benedisse tutti i suoi figli spirituali, presenti e assenti. Racconta la sua biografia che era «Circondato dai suoi frati, la sua anima si staccò dal corpo, ascendendo al cielo in una visione luminosa, come una stella che brilla più del sole» (cf. FF 508-14).Un disco intitolato Gloriosus Franciscus firmato dall'Anonima Frottolisti ci guida nel percorso. Ospite al microfono di Giovanni Conti sarà Massimiliano Dragoni.

Ottocento anni fa, il Poverello d'Assisi non moriva, ma “transitava“, passava cioè dalla vita terrena a quella eterna, con una gioia e una serenità che ancora oggi interrogano e ispirano. Celebrare questo centenario assume il significato non solo di ricordare un evento storico, ma immergersi nel significato profondo di una scomparsa che, come disse Gilbert Chesterton, fece sì che «le stelle non videro mai un uomo morire così felice».La morte di San Francesco, infatti, non fu un addio malinconico, ma un inno alla vita. Venti anni dopo la sua conversione, Francesco sentì l'ora della sua dipartita avvicinarsi. Lungi dall'essere turbato, chiese ai suoi frati più cari di cantare le lodi al Signore, intonando egli stesso un salmo di Davide. Conscio della fine imminente, ma soprattutto dell'inizio di una nuova vita, perdonò e benedisse tutti i suoi figli spirituali, presenti e assenti. Racconta la sua biografia che era «Circondato dai suoi frati, la sua anima si staccò dal corpo, ascendendo al cielo in una visione luminosa, come una stella che brilla più del sole» (cf. FF 508-14).Un disco intitolato Gloriosus Franciscus firmato dall'Anonima Frottolisti ci guida nel percorso. Ospite al microfono di Giovanni Conti sarà Massimiliano Dragoni.

®Seconda delle due puntate che non vogliono rinunciare all'aggancio con la ricorrenza religiosa per ripercorrere le vie dei pellegrini verso la terra santa. Ci incamminiamo dunque verso questa meta vestendo i panni del viaggiatore medievale, sia esso pellegrino, crociato, messaggero, studente, mendicante, mercante, re o papa. Tutti verso il luogo che la tradizione identifica come quello della nascita di quel Gesù il cui messaggio cambierà radicalmente i destini del mondo. Un viaggio che Quilisma percorrerà attraverso la musica natalizia medievale di Germania, Inghilterra, Macedonia, Croazia, Bulgaria, Spagna, Turchia e Siria.Prima emissione: 8 gennaio 2023