È un magazine di approfondimento dell’attualità politica, culturale, sociale. Interviene sulla stretta attualità di giornata, solo in casi particolari, di grande rilevanza. Dà spazio anche a tematiche di interesse pubblico o a quante vengono trascurate dai grandi media. Il taglio è storico–sociologi…
RSI - Radiotelevisione svizzera

Strada del peccato e del divertimento, la Langstrasse di Zurigo è un concentrato di estremi e proprio per questo tipica per Zurigo. Una strada che da sempre fa discutere per gli eccessi e la violenza ma dove si respira anche un'aria di libertà, a volte anarchia, di cui molti zurighesi vanno fieri. Nel bel mezzo del normalissimo caos della Langstrasse, su pochi metri quadrati, una panetteria, quasi un'istituzione a Zurigo: l'Happy Beck. produce probabilmente i migliori cornetti a Zurigo e lo fa, unicum in Svizzera, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, Natale, Pasqua e capodanno compresi. I suoi cornetti sono apprezzati dagli abitanti del quartiere esattamente come dalle signore in cerca di clienti, spacciatori o festaioli notturni. La panetteria è la lente per osservare e cogliere lo spirito della Langstrasse. Un ritratto senza filtri di una strada che sfugge a ogni definizione e dove persino un attempato signore a spasso con il suo cagnolino può rivelarsi diverso rispetto a quello che suggeriscono le apparenze...

Muzak è il marchio della prima è più importante società di musica filodiffusa che ebbe il periodo di massimo fulgore negli anni '50 e '60, soprattutto in USA, ma anche nel resto del mondo. Negli anni muzak è diventato sinonimo di musica di sottofondo, anzi di “musica da ascensore” (traduzione di “elevator music”), una definizione denigratoria con la quale è stato ribattezzato fin dall'inizio questo particolare tipo di musica easy listening, per lo più strumentale, che da un certo momento storico ha cominciato a essere diffusa dappertutto: negli uffici e negli hotel, nei supermercati e negli aeroporti, e a un certo punto persino nelle stalle. Negli anni '90 c'è stato un revival del repertorio Muzak con la moda della lounge music, che ha fatto riscoprire al grande pubblico, temi, autori e sottogeneri di quel bizzarro, a volte stucchevole, altre volte sorprendentemente sperimentale filone musicale.E pensare che la musica di sottofondo, la musica funzionale, esiste da sempre. Il precursore più diretto della Muzak è però indubbiamente il francese Eric Satie, autore nel 1920 del manifesto della Musique d'ameublement, ossia la “Musica d'arredamento”. La leggenda vuole che Satie abbia avuto l'illuminazione per la sua musica d'arredamento durante un pranzo con il pittore Fernand Léger. “Muzak, una storia in sottofondo” è un viaggio avvincente a due voci, una produzione originale del duo Cappa e Drago (il produttore, regista, autore radiofonico Gaetano Cappa e lo scrittore, giornalista e autore radiofonico Marco Drago).

Donald Trump da una parte, Vladimir Putin dall'altra. La fine delle relazioni transatlantiche a ovest, l'invasione russa dell'Ucraina a est. Lo sgretolamento dell'ordine internazionale nato con la fine della Seconda Guerra Mondiale da un lato, il grande dilemma di come contenere l'aggressività di Mosca tra sanzioni e nuova corsa agli armamenti dall'altro.Nell'ultimo anno l'Europa ha visto venir meno definitivamente le poche certezze rimaste, e la sua fragilità è aumentata ulteriormente. Anche perché oltre al nuovo corso americano e alle continue minacce provenienti da Mosca gli europei devono gestire anche un complesso rapporto con la Cina. Per l'Europa si tratta di un momento difficilissimo.Ma il Vecchio Continente ha perso sul serio la centralità che ha avuto per tanti secoli? Il venir meno del peso politico, così come le difficoltà economiche, gli hanno tolto anche la centralità culturale? Pace, diritti umani, democrazia, libertà, cultura contano ancora qualcosa? E per chi? L'Europa può in qualche modo ripartire dalla dimensione culturale per ritagliarsi un posto nel mondo di domani?Questo “Laser” proverà a rispondere a queste domande. Con il rischio ovviamente di alimentarne tante altre. Ci aiutano lo storico Donald Sassoon, il filosofo Giampaolo Azzoni, il politologo Edoardo Bressanelli.

Tra il 1996 e il 2001 il regime di Alberto Fujimori ha avviato in Perù una feroce campagna per sterilizzare forzatamente oltre 300mila donne nelle zone più rurali e indigene del Paese. L'obiettivo: ridurre il più possibile la popolazione indigena e più povera del paese. Operazioni chirurgiche eseguite senza rispettare le norme igieniche che hanno avuto gravissime conseguenze per la salute delle donne, molte delle quali decedute. Tra le sopravvissute molte sono state abbandonate dai mariti e isolate dalla comunità. Il caso delle sterilizzazioni forzate in Perù oggi non è più un tabù ed è diventato il crimine emblematico del regime di Fujimori, presidente dal 1990 al 2000.Un reportage attraverso il paese sudamericano per ascoltare le testimonianze delle vittime e delle avvocate che si battono per ottenere giustizia.

In questo episodio di Laser, ascoltiamo la testimonianza toccante e coraggiosa di Marina Ovsyannikova, la giornalista russa divenuta simbolo della lotta contro il regime del Cremlino dopo aver interrotto un notiziario in diretta sul canale statale Channel One per protestare contro l'invasione russa dell'Ucraina. Ovsyannikova, con un padre ucraino e una madre russa, ci racconta come è maturata la sua decisione di agire, descrivendo il suo “punto di non ritorno” quando è scoppiata la guerra.L'intervista approfondisce il funzionamento del sistema di propaganda russo dall'interno, rivelando come il Cremlino impartisca istruzioni dettagliate su cosa dire e cosa tacere, trasformando i media statali in una “enorme macchina propagandistica”. Ovsyannikova spiega come i giornalisti siano costretti a selezionare solo i fatti che beneficiano il regime, demonizzando l'Occidente e preparando l'opinione pubblica alla guerra.La giornalista condivide le difficili conseguenze personali della sua scelta, dalla divisione della sua famiglia, con il figlio e la madre che sostengono Putin e il regime, alla condanna in contumacia a otto anni e mezzo di reclusione e il divieto di utilizzo di Internet per dieci anni. Nonostante i rischi, Marina Ovsyannikova continua la sua battaglia dall'esilio in Francia, dove ha ottenuto asilo politico, denunciando la guerra e la repressione politica in Russia, e dando voce a coloro che sono imprigionati per aver osato criticare il Cremlino.Un'analisi lucida e cruda sulla situazione attuale in Russia, sulla natura del regime di Putin, definito un “criminale di guerra”, e un monito alla comunità internazionale a non fidarsi mai del leader russo.

Ogni età ha i suoi riti, ogni tribù ha la sua storia. Il lupo è un animale dalla forte connotazione simbolica. Cercarlo, vederlo, incrociare il suo sguardo, sono azioni cariche di significato per chi le compie. Andare alla sua ricerca può essere considerato un viaggio iniziatico interiore: lasciare la comunità, stare qualche giorno nel bosco, incontrare l'animo selvaggio che permette di abbandonare l'età dell'infanzia. Così ce lo raccontano le fiabe, da Cappuccetto Rosso in giù, così lo tramandano i Lakota, che incoraggiano l'incontro del ragazzo con lo spirito guida. E così ha fatto Mara Manzolini, regista e produttrice, che sta accompagnando da settembre quattro ragazze dai dodici ai tredici anni alla ricerca del proprio lupo. Sono Lidia, Michela, Olivia e Stella e in questo anno in cui il loro mondo interiore è in piena rivoluzione, sono determinate a incontrarlo. Animale al centro dell'attenzione, discusso e malvisto, il lupo non smette di affascinare e interrogare. Le ragazze prima ne hanno avuto paura e poi hanno seguito le sue tracce nel bosco, lo hanno cercato nelle foto-trappole, gli hanno scritto delle lettere, lo hanno chiamato ululando. Ma il lupo ancora non si è fatto vedere: è più furbo di loro, ha paura, o forse, semplicemente, non è ancora arrivato il momento giusto. E allora, decidono di bivaccare due notti all'aperto, a Gola di Lago, con una finta pecora come esca, setacciando tutti i boschi circostanti. Mara Manzolini, definita capobranco dalle sue lupacchiotte, ha ripreso tutto con la sua fotocamera, perché questo diventi, ci si augura, un bellissimo film di formazione, co-diretto da lei e le ragazze!Questa avventura nasce da un libro, e cresce all'interno del progetto Un libro per lo schermo di cui Mara Manzolini è responsabile, in collaborazione con la Biblioteca Gustastorie di Cureglia.

Muzak è il marchio della prima è più importante società di musica filodiffusa che ebbe il periodo di massimo fulgore negli anni '50 e '60, soprattutto in USA, ma anche nel resto del mondo. Negli anni Muzak è diventato sinonimo di musica di sottofondo, anzi di “musica da ascensore” (traduzione di “elevator music”), una definizione denigratoria con la quale è stato ribattezzato fin dall'inizio questo particolare tipo di musica easy listening, per lo più strumentale, che da un certo momento storico ha cominciato a essere diffusa dappertutto: negli uffici e negli hotel, nei supermercati e negli aeroporti, e a un certo punto persino nelle stalle. Negli anni '90 c'è stato un revival del repertorio Muzak con la moda della lounge music, che ha fatto riscoprire al grande pubblico, temi, autori e sottogeneri di quel bizzarro, a volte stucchevole, altre volte sorprendentemente sperimentale filone musicale.E pensare che la musica di sottofondo, la musica funzionale, esiste da sempre. Il precursore più diretto della Muzak è però indubbiamente il francese Erik Satie, autore nel 1920 del manifesto della “Musique d'ameublement”, ossia la “Musica d'arredamento”. La leggenda vuole che Satie abbia avuto l'illuminazione per la sua musica d'arredamento durante un pranzo con il pittore Fernand Léger. Muzak, una storia in sottofondo è un viaggio avvincente a due voci, una produzione originale del duo Cappa e Drago (il produttore, regista, autore radiofonico Gaetano Cappa e lo scrittore, giornalista e autore radiofonico Marco Drago).

Nel 2025, l'Intelligenza Artificiale Generativa ha finalmente fatto coming out. Non è diventata più intelligente. È diventata più… umana. Se nel 2024 l'ossessione degli utenti era “come sfruttarla per costruire la prossima startup da un miliardo”, oggi le richieste sono altre. L'Harvard Business Review ha recentemente pubblicato uno studio in cui sono stati analizzati centinaia di thread su Reddit per capire cosa davvero la gente stia chiedendo all'IA. E sorpresa: non è codice, non è produttività, non è contenuto. È compagnia, chiarezza mentale e una agenda organizzata. Usiamo l'AI perché abbiamo bisogno di lei (o lui?) nella nostra quotidianità, abbiamo bisogno di dare un senso alle cose (!) e cerchiamo compagnia, una relazione forse.Ma quando parliamo di Chat Bot, AI o tecnologia più in generale, si può davvero parlare di relazione? Dal film Her alle storie reali di chi dichiara di aver trovato compagnia, amore o ascolto attraverso chatbot come Replika, la puntata di “Laser” affronta il tema delle relazioni uomo-macchina attraversando concetti come empatia, fisicità, sguardo, ma anche resistenze emotive e culturali e differenze generazionali. Cosa cambia, culturalmente ed emotivamente, quando l'altro non ha un corpo, una coscienza o un desiderio?A guidare questa riflessione è Davide Bennato, sociologo dei media digitali e docente all'Università di Catania, che ha recentemente pubblicato Amanti sintetici.

La Plata Rugby Club è la società sportiva che conta il maggior numero di vittime durante la dittatura argentina (1976-1983). Attraverso testimonianze dirette, atti processuali e materiali d'archivio se ne ricostruisce la storia, per capire come un club sportivo sia stato considerato dai militari come “una scuola di guerriglia” da smantellare sistematicamente. Un racconto che si snoda tra vicende private e storia nazionale. Al centro della trama figurano la distruzione della famiglia Bettini e la figura di Santiago Sanchez Viamonte, stella della squadra.Il punto di svolta del documentario è l'episodio del 28 marzo 1975: dopo l'uccisione di un compagno, la squadra scelse di restare immobile in campo per dieci minuti davanti ai militari. Un atto di insubordinazione simbolica che segnò l'inizio della repressione mirata contro i membri del club, che avevano scelto di non rinnegare i propri valori né sul campo da gioco né nella militanza politica.“Mar del Plata”, lo spettacolo teatrale raccontato dal capitano della Federazione Italiana Rugby Sergio Parisse.

Rolf Potts è uno degli scrittori di viaggio americani più conosciuti. Con il suo bestseller Vagabonding: L'arte di girare il mondo (2002) ha aperto una nuova prospettiva sul viaggio come stile di vita e non semplice atto di consumo. Anche per questo nell'ultimo quarto di secolo Rolf Potts è stato un modello e un riferimento per i giovani viaggiatori indipendenti (backpacker). Ma ora molto è cambiato. Il viaggiatore americano ha compiuto 55 anni, si è sposato da poco con una nota attrice e vive stabilmente in una fattoria nel suo Stato d'origine, il Kansas, al centro degli Stati Uniti, lontano dalle grandi rotte turistiche. Raggiunti gli anni della maturità, in questa intervista Rolf Potts tenta un bilancio a cuore aperto delle sue esperienze, mettendo a confronto passato e presente dei Paesi prediletti (Corea, Thailandia, Egitto), colti nel difficile passaggio tra difesa della tradizione e apertura alla globalizzazione. Nel sottolineare punti di forza e debolezze del viaggio indipendente, così come gli inevitabili compromessi con il turismo, Rolf Potts ribadisce una fiducia incrollabile nel viaggio come momento.

Cosa succede, la notte, quando dormiamo? Noi chiudiamo gli occhi sul mondo e ci lasciamo andare ai sogni, al riposo, ci tuffiamo nel nostro universo interiore, e chi s'è visto s'è visto. Ma là fuori, la notte, c'è tutto un altro mondo che si muove, con i sensi all'erta, volente o nolente, che vive questo tempo mentre noi l'attraversiamo incoscienti. Un insonne, un'infermiera, una deejay, un creativo, un notiziarista, una neomamma… sono alcuni tra gli sguardi notturni che Valentina Grignoli ha raccolto nel sonno. Ha ricevuto tanti audiomessaggi, mandati tra l'una e le cinque, testimonianze dall'altro mondo, quello sveglio, un coro di voci che racconta la notte.

Lo scorso 11 marzo, al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano, nel parco del Monte Stella, sono stati onorati cinque nuovi Giusti che appartengono al passato e al presente. Il termine Giusto è tratto dal passo del Talmud che afferma che “chi salva una vita salva il mondo intero”, questo concetto è stato applicato per la prima volta allo Yad Vashem , il Museo della Shoah di Gerusalemme in riferimento a coloro che hanno salvato degli ebrei durante la persecuzione nazista in Europa. Della giornata dei Giusti, che ricorre il 6 marzo e dei Giusti ce ne parla Gabriele Nissim, presidente della Fondazione “Foresta dei Giusti”, Gariwo. Quest'anno i Giusti onorati sono stati cinque e il tema per l'onorificenza è stato: “I Giusti per la democrazia. Dialogo e non violenza per costruire la pace”, sono stati onorati il giurista Pietro Calamandrei, il pastore protestante, Martin Luther King, Vivian Silver, attivista israeliana, Reem Al Hajajreh, attivista palestinese e Aleksandra Skochilenko, dissidente russa. Ne parliamo, oltre che con il presidente di Gariwo, anche con Francesca Cenni, direttrice della biblioteca “Pietro Calamandrei” di Montepulciano e con Gianluca Briguglia, professore in Storia del pensiero politico alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Covid ha insegnato un po' a tutti che la nostra salute è strettamente correlata con quella dell'ambiente che ci circonda. Ed emergenze precedenti come quella della mucca pazza già ci avevano mostrato quanto legate potessero essere salute umana e animale. Termini come epidemiologia e zoonosi ci sono diventati meno oscuri, e abbiamo iniziato a considerare la tutela della nostra salute come una questione che non tocca solo ciò che mangiamo e respiriamo. Certo la medicina moderna già alla fine dell'800 ha iniziato a studiare le somiglianze tra le malattie umane e veterinarie, ma è solo negli ultimi decenni che il concetto di One Health – salute unica – è entrato a far parte del dibattito internazionale. L'OMS lo definisce come “un approccio integrato e unificante che mira a equilibrare e ottimizzare in modo sostenibile la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi”. La vera sfida però consiste nel trasformare questo approccio in pratiche e collaborazioni concrete che consentano delle prese a carico multidisciplinari.In questo “Laser” abbiamo esplorato, con pionieri come Jakob Zinsstag e attori del territorio come il medico cantonale Giorgio Merlani, Eleonora Facio e Francesco Origgi, come i principi di One Health si traducano in collaborazioni efficaci.

In un mondo sempre più instabile, dove l'unica regola certa sembra quella del caos, c'è una domanda che pochi si fanno, forse convinti che le cose non possano andare peggio di così: esiste il rischio di un attacco nucleare? Nel 2026 ha senso chiedersi se un giorno, non troppo lontano, qualcuno dei politici che hanno in mano le sorti del mondo possa decidere di usare l'arma atomica?Oggi rispetto alla Guerra Fredda ci sono molte meno armi nucleari, approssimativamente migliaia rispetto alle decine di migliaia di allora. Il rischio di un loro utilizzo dovrebbe quindi essere minore, ma in realtà pare che sia vero esattamente il contrario. È cambiato il contesto e sono cambiati gli attori in campo, campo nel quale dinamiche e relazioni non sono quasi più regolamentate. Pochissime norme e pochissimi paletti, come dimostra la fine del Trattato New Start tra Russia e Stati Uniti.In questa puntata di “Laser” cercheremo di rispondere ad alcune delle tante domande che sorgono spontanee quando si inizia a pensare al rischio di una guerra nucleare.Lo faremo con l'aiuto di Francesco Forti, fisico nucleare all'Università di Pisa, Tarja Cronberg, politica e accademica finlandese che da tempo lavora al dossier nucleare dalla Russia all'Iran, Federica Dall'Arche, ricercatrice del Centro di Vienna per il Disarmo e la Non Proliferazione.

A cento anni dalla nascita, Richard Yates è oggi considerato uno degli scrittori più acuti e spietatamente onesti della narrativa americana del secondo Novecento. Nei suoi romanzi e racconti ha indagato con grande lucidità le incrinature del sogno americano, raccontando la vita della classe media con uno sguardo rigoroso e privo di consolazioni. Il suo libro più celebre, Revolutionary Road, è diventato nel tempo un classico proprio per la sua capacità di osservare la normalità e rivelarne il lato più fragile, fatto di silenzi, frustrazioni e desideri irrealizzati.Nato nel 1926 in un sobborgo di New York, Yates crebbe in una famiglia segnata dal divorzio dei genitori e come molti della sua generazione visse la guerra, combattendo prima in Francia e poi nella Germania occupata. Trascorse il resto della sua esistenza tra la scrittura e le proprie fragilità personali, segnate da alcolismo e depressione. Il suo talento, naturale ma affinato da un lavoro costante, gli permise di trasformare esperienze private e apparentemente ordinarie in grande letteratura. Eppure, nonostante la qualità dei suoi romanzi e dei suoi racconti, è stato a lungo incompreso dal pubblico e dalla critica. Solo dopo la sua morte la sua opera è stata riscoperta e rivalutata. Riccardo Michelucci ne ha parlato con il critico letterario e americanista Luca Briasco e con la traduttrice italiana di Yates, Andreina Lombardi Bom.

A bordo del peschereccio “La Lupa” di Parolo Armento, Sestri Levante, seguiamo l'equipaggio nelle sue notti di lavoro. Le voci dei pescatori raccontano le sfide quotidiane e la tecnica della pesca alla lampara. Suoni in presa diretta : motori, onde, reti che scorrono accompagnano ogni racconto. Emergono storie di fatica, sapienza e gesti affilati dalla pratica.Un mestiere che richiede dedizione e passione, sempre più raro tra le nuove generazioni. L'audiocumentario esplora come tradizione e modernità si intreccino sul ponte della barca. Ascoltando si comprende cosa significhi lavorare in mare, tra rischio e bellezza.

Tangeri è una città di confine, affacciata sullo Stretto di Gibilterra, tra il Mediterraneo e l'Atlantico, sulla soglia tra diversi continenti, culture, lingue, religioni. Nel polifonico mondo marocchino, è la città dei viaggi e della scrittura, legati nell'opera del suo cittadino più famoso, Ibn Baṭṭūṭa. Per larga parte del Novecento Tangeri è stata una città internazionale, frequentata da spie, avventurieri, viaggiatori, inventata e raccontata dai grandi scrittori, a cominciare da Paul Bowles; una città dove la letteratura ha trovato rifugio e gli scrittori spesso perdizione. In tale prospettiva da qualche tempo Tangeri attira un numero crescente di turisti internazionali, che tra la Medina e il vecchio porto sono felici di lasciarsi avvolgere nella tela di ragno di queste narrazioni. Al tempo stesso la città sta riscoprendo i suoi legami con la storia e la cultura del paese al quale appartiene.Le diverse voci marocchine raccolte in questo documentario raccontano una Tangeri diversa dalla sua immagine, aperta al futuro, impegnata in una trasformazione mai veramente compiuta.

Tangeri è una città di confine, affacciata sullo Stretto di Gibilterra, tra il Mediterraneo e l'Atlantico, sulla soglia tra diversi continenti, culture, lingue, religioni. Nel polifonico mondo marocchino, è la città dei viaggi e della scrittura, legati nell'opera del suo cittadino più famoso, Ibn Baṭṭūṭa. Per larga parte del Novecento Tangeri è stata una città internazionale, frequentata da spie, avventurieri, viaggiatori, inventata e raccontata dai grandi scrittori, a cominciare da Paul Bowles; una città dove la letteratura ha trovato rifugio e gli scrittori spesso perdizione. In tale prospettiva da qualche tempo Tangeri attira un numero crescente di turisti internazionali, che tra la Medina e il vecchio porto sono felici di lasciarsi avvolgere nella tela di ragno di queste narrazioni. Al tempo stesso la città sta riscoprendo i suoi legami con la storia e la cultura del paese al quale appartiene.Le diverse voci marocchine raccolte in questo documentario raccontano una Tangeri diversa dalla sua immagine, aperta al futuro, impegnata in una trasformazione mai veramente compiuta.

Edo Bertoglio è un fotografo e cineasta ticinese, è stato cronista privilegiato di una New York a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, rappresentante di una vitalità underground che oggi non c'è più. Cogliendo l'occasione del recente restauro delle pellicole Downtown 81 e Face Addict, ora depositate alla Cinematheque di Losanna, Valentina Grignoli l'ha incontrato nel suo studio a Lugano, tra archivi, memorie e storie entrate nel mito.

Per oltre trent'anni, il presunto fenomeno dei “safari umani” a Sarajevo è rimasto ai margini del racconto pubblico. Eppure oggi quella storia è tornata con forza al centro del dibattito, rompendo un silenzio lungo decenni. Il merito – o la responsabilità – è soprattutto dello scrittore Ezio Gavazzeni, che con il suo libro I cecchini del weekend ha riaperto una ferita mai del tutto chiusa. Attraverso un lavoro di ricerca durato anni e culminato in un esposto alla Procura di Milano, Gavazzeni ha trasformato un racconto oscuro in un caso giudiziario concreto, portando magistrati e opinione pubblica a interrogarsi su ciò che sarebbe accaduto durante l'assedio di Sarajevo.Nel ricostruire questo sistema, Gavazzeni introduce testimoni chiave, che avrebbero partecipato o assistito direttamente ai safari, descrivendo logiche economiche e modalità operative agghiaccianti. Tuttavia, il suo impianto narrativo viene messo in discussione da altri intervistati: Andrea Angeli, ex rappresentante UNPROFOR, evidenzia incongruenze sul ruolo delle istituzioni italiane e sull'assenza di riscontri ufficiali, mentre Mario Boccia, fotografo e giornalista testimone diretto dell'assedio di Sarajevo, invita alla cautela, sottolineando come il contesto estremo della guerra possa aver alimentato voci e interpretazioni distorte. Entrambi riconoscono la brutalità del conflitto, ma si mostrano scettici rispetto alla sistematicità del fenomeno descritto da Gavazzeni.A rafforzare, almeno in parte, le ipotesi del libro interviene il giornalista croato Domagoj Margetic, che amplia il quadro collegando i safari umani a strutture paramilitari e ai vertici della politica balcanica. Margetic suggerisce l'esistenza di insabbiamenti e pressioni politiche che avrebbero impedito di far emergere la verità già negli anni '90. In questo contesto, I cecchini del weekend diventa non solo un'opera narrativa ma un elemento attivo nel riaprire il caso, stimolando indagini giudiziarie e dibattito internazionale. Rimane però una tensione irrisolta tra denuncia e verifica: mentre Gavazzeni sostiene che “tutti sapessero”, gli altri interlocutori invitano a distinguere tra ipotesi, prove e memoria, in un terreno ancora segnato da traumi e verità parziali.

I carteggi dei grandi scrittori e delle grandi scrittrici ci raccontano di storie e relazioni umane, delle loro profondità e complessità. Ci strappano sorrisi, ci aprono mondi, ci regalano dettagli inediti dei loro lavori letterari ma anche testi che sono di per sé letteratura, talvolta magnifica letteratura. Vale sicuramente per il carteggio tra Ingeborg Bachmann e Max Frisch così come per quello tra la poetessa austriaca e il premio Nobel tedesco per la letteratura Heinrich Böll.Entrambi usciti in tedesco, il primo nel 2022, il secondo lo scorso anno, sono di fondamentale importanza. Wir haben es nicht gut gemacht fa chiarezza e scagiona l'autore di Homo Faber dalla responsabilità di aver avuto un ruolo nella morte della sua amata Ingeborg. Was machen wir aus unserem Leben invece è il racconto di una tenera amicizia e di un rapporto solidale tra due scrittori nel mondo editoriale tedesco della seconda metà del Novecento. Non solo, nei due carteggi scopriamo una Ingeborg Bachmann diversa, innamorata, fragile e combattuta nel primo; leggera, accogliente, ironica e determinata nel secondo.A guidarci nella scoperta dei due carteggi sarà Renate Langer, germanista, curatrice di entrambi i volumi e grande esperta dell'autrice di Malina. Preparatevi ad un viaggio letterario e non solo che non si conclude qui ma proseguirà con altri importanti carteggi pubblicati di recente come quello tra Gottfried Benn e la figlia Nele o quello tra Joseph Roth e Stefan Zweig appena tradotto e uscito per Adelphi.

Nata e cresciuta a Svitto, Gertrud Leutenegger ha vissuto per lunghi periodi a Firenze, in Inghilterra e Berlino, ma anche in Ticino, prima di stabilirsi a Zurigo. Dopo una formazione pedagogica, ha studiato regia teatrale all'Accademia d'arte drammatica di Zurigo, per poi lavorare nel 1978 come assistente alla regia di Jürgen Flimm all'Hamburger Schauspielhaus. Una delle voci più appartate del panorama letterario svizzero contemporane, Leutenegger ha esordito nel 1975 con il romanzo “Vorabend” (La vigilia) che si distingue per uno stile sobrio, onirico e visionario. Autrice di una produzione che spazia tra prosa e poesia, Leutenegger ha ricevuto nel corso della sua carriera numerosi riconoscimenti. Dal 1984 ha vissuto per quasi vent'anni in Ticino, prima a Cabbio nella Valle di Muggio, poi a Rovio. In italiano nel 2023 è apparso il romanzo “Fuggiaschi tardivi” per le edizioni Dadò.Vi riproponiamo un'intervista radiofonica realizzata nel 1995, tratta dagli archivi RSI, in cui Gertrud Leutenegger si racconta, parlando della sua vita a Cabbio, dei ricordi d'infanzia che più l'hanno segnata e del lavoro solitario della scrittura.

Leonardo Sciascia aveva descritto e raccontato nei suoi scritti l'Italia, la giustizia, la mafia e l'antimafia, l'arroganza del potere e l'eterno fascismo italiano. Lo scrittore, saggista e giornalista siciliano, nato a Racalmuto nel 1921, aveva fatto del romanzo “una materia saggistica che assume i modi del racconto”. Tra le opere più note Il giorno della civetta - il primo romanzo italiano a trattare il tema della mafia come sistema di potere, anticipando di decenni il dibattito pubblico sul fenomeno – e A ciascuno il suo. Le polemiche seguite alla pubblicazione de Il contesto e Todo Modo e in seguito all'uscita de L'affare Moro negli anni Settanta, sono all'origine della sua decisione di candidarsi al Parlamento europeo nella fila del Partito radicale.Nell'intervista radiofonica che vi riproponiamo realizzata nell'aprile del 1989, tratta dagli ARCHIVI RSI, Sciascia ripercorre alcune tappe fondamentali della sua vita.

“Scrittore di complemento” Paolo Volponi, laureato in legge, dopo l'esordio letterario con il primo libro di poesie (Il ramarro nel 1948), negli anni Cinquanta diventa dirigente alla Olivetti dove resta per un ventennio. Segue un breve incarico alla Fiat degli Agnelli e una carriera di parlamentare che si conclude nel 1993, a un anno dalla sua morte. Parallelamente Volponi è stato poeta e romanziere di successo: al 1962 risale Memoriale, il primo romanzo, seguito tre anni dopo da La macchina mondiale, che vincerà lo Strega. Negli anni Settanta pubblica Corporale, Il sipario ducale, Il pianeta irritabile e il lanciatore di giavellotto. Volponi è stato uno dei massimi esponenti di quella letteratura che indagava il nesso con l'industria durante gli anni del “miracolo economico”: attraverso i suoi romanzi lo scrittore marchigiano ha saputo descrivere più di ogni altro la fabbrica e la sconfitta operaia.Vi riproponiamo un estratto dell'incontro radiofonico realizzato con lo scrittore marchigiano nel 1989 tratto dagli archivi RSI.

Guido Piovene è stato scrittore di raffinata eleganza e intellettuale di primo piano nell'Italia del secondo dopoguerra con una carriera di giornalista di alto livello per grandi testate, che comincia negli anni Trenta del Novecento al Corriere della Sera e poi a La Stampa, quotidiani per i quali è stato corrispondente anche da Mosca, dalla Francia e dagli Stati Uniti. La sua opera spazia dai reportage giornalistici alle pagine di viaggio e ai saggi politici, confluiti in opere come De America e Viaggio in Italia, e in scritti in cui ha raccontato un'Europa che stava cambiando, tra macerie e totalitarismi nascenti. Ma Piovene è stato anche autore di romanzi e racconti – da Le furie a Le stelle fredde – in cui ambiva alla diagnosi morale dell'umanità e all'acquisizione della verità. Nell'intervista realizzata nella casa milanese dello scrittore nel 1973 per la serie radiofonica I testimoni emerge la capacità di analisi e di osservazione della società e della situazione politica in Europa.

È l'autore dei romanzi Libera nos a Malo, I piccoli maestri, Il Dispatrio. Vicentino nato a Malo nel 1922, Luigi Meneghello è uno dei più significativi scrittori italiani del secondo Dopoguerra. Dopo la laurea a Padova nel 1945, si trasferisce in Inghilterra dove insegna all'università letteratura italiana fino al 1980. Un percorso contraddistinto dalla passione per le potenzialità espressive della lingua italiana e della parlata vicentina. «Se avessi ancora abbastanza da vivere, forse cambierei tutto quello che ho scritto», aveva dichiarato Meneghello, che per la sua produzione letteraria e saggistica ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti.Autobiografia e letteratura si intrecciano in questa intervista del 1986 che vi riproponiamo, tratta dagli ARCHIVI radiofonici della RSI.

Il mercato di Samper Mendoza si trova nel quartiere Los Martires a Bogotà, ma in pochi, anche in città, lo conoscono. É aperto al pubblico durante tutta la notte e al suo interno è possibile acquistare fiori, essenze, radici, cortecce e ogni tipo di prodotto correlato al sapere ancestrale delle piante. É conosciuto come il mercato de las Hierbas e qui i colombiani solitamente cercano spezie e odori per cucinare oppure rimedi naturali per la salute o ancora, molto spesso, prodotti esoterici che possano aiutare nell'amore o contro l'invidia. L'orario migliore per visitarlo è da mezzanotte alle 6 del mattino, quando le erbe arrivano dalle varie località della Colombia. Il mercato, dove ci guida Monica Quimbayo, proprietaria di uno dei banchetti, è solo uno dei tanti luoghi insoliti di Bogotà, città che di notte non smette mai di pulsare. Per saperne di più siamo stati negli studi di un programma radiofonico che da diversi anni accompagna i bogotani durante le ore piccole. Tassisti, personale medico, detenuti, persone che vivono in strada… Ogni notte, a partire dalle 10, Julian Parra, conduttore di Alerta Desvelados conversa con chi chiama in diretta per sapere cosa accade in città. Il suo marchio distintivo è condurre il programma rigorosamente in abito da notte: il pigiama.Con le voci diMonica Quimbayo, mercado Samper MedozaIndalecio Castellanos, giornalista radiofonico RCNJulian Parra, conduttore del programma Alerta Desvelados Giuspeppe Basile Rodriguez videomaker

Bagnoli è una ex area industriale di Napoli. Ha vissuto dai primi del Novecento fino al 1992 al ritmo dell'acciaio, con l'Italsider a dare lavoro a migliaia e migliaia di operai. Poi la fabbrica ha chiuso, ne è rimasto lo scheletro, ed è rimasto anche l'inquinamento dei terreni e del fondale marino. Non è mai stata fatta nessuna bonifica. Da qualche mese, dopo l'annuncio che a Napoli arriverà nel 2027 l'America's Cup, sono iniziati frenetici lavori di preparazione anche nell'area di Bagnoli. Tanto che da settimane i cittadini e le cittadine - le cui voci sono raccolte nel reportage di Francesca Torrani - stanno scendendo in piazza perché i cantieri sollevano polveri fini che si presumono inquinate. E per chiedere ragione di lavori mai compiuti prima e che adesso, con la Coppa America di vela, stanno avvenendo in una forma non contemplata dai progetti di bonifica precedenti. Del resto, lo cantava già Edoardo Bennato: «Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare, colline verdi, mare blu, avanti chi offre di più». Era il 1989.

I carteggi dei grandi scrittori e delle grandi scrittrici ci raccontano di storie e relazioni umane, delle loro profondità e complessità. Ci strappano sorrisi, ci aprono mondi, ci regalano dettagli inediti dei loro lavori letterari ma anche testi che sono di per sé letteratura, talvolta magnifica letteratura. Vale sicuramente per il carteggio tra Ingeborg Bachmann e Max Frisch così come per quello tra la poetessa austriaca e il premio Nobel tedesco per la letteratura Heinrich Böll. Entrambi usciti in tedesco, il primo nel 2022, il secondo lo scorso anno, sono di fondamentale importanza. Wir haben es nicht gut gemacht fa chiarezza e scagiona l'autore di Homo Faber dalla responsabilità di aver avuto un ruolo nella morte della sua amata Ingeborg. Was machen wir aus unserem Leben invece è il racconto di una tenera amicizia e di un rapporto solidale tra due scrittori nel mondo editoriale tedesco della seconda metà del Novecento. A guidarci nella scoperta dei due carteggi sarà Renate Langer, germanista, curatrice di entrambi i volumi e grande esperta dell'autrice di Malina. Preparatevi ad un viaggio letterario e non solo che non si conclude qui ma proseguirà con altri importanti carteggi pubblicati di recente come quello tra Gottfried Benn e la figlia Nele o quello tra Joseph Roth e Stefan Zweig appena tradotto e uscito per Adelphi.

Venezia cambia, e lo fa più velocemente di quanto siamo abituati a immaginare: mentre il turismo cresce e i residenti diminuiscono, la città rischia di perdere pezzi fondamentali della sua identità.Tra calli affollate e case che si svuotano, sopravvivono storie che tengono insieme passato e presente. Mestieri antichi, saperi tramandati, pratiche quotidiane che continuano a reinventarsi. Sono storie di donne che, lavorando tra tradizione e innovazione, provano a resistere a una trasformazione che sembra inevitabile e si riprendono spazi che per secoli sono stati dominati dagli uomini. Queste storie restituiscono il ritratto di una città fragile ma ancora viva, attraversata da trasformazioni sempre più evidenti.

Raimondo Di Maio è il libraio di Napoli. Una passione nata mentre era scugnizzo e portava i caffè a domicilio . Lo abbiamo incontrato nella sua libreria Dante & Descartes in via di Mezzocannone a ridosso dell'Università Federico II. Raimondo si destreggia tra i suoi 100.000 volumi: libri nuovi, usati, rari, cercati con passione, il bottino di intere biblioteche che compra volentieri. Nel 2020, la sua casa editrice Dante & Descartes, che prende il nome dalla libreria, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura con Averno di Louise Glück, un successo inaspettato. Nella sua libreria che è un porto di mare, passano scrittori, studenti, attori, poeti, tra i più famosi, Roberto Saviano ed Erri De Luca, che abbiamo incontrato.

Ogni giorno, una moltitudine di studenti in tutto il mondo esce da casa per recarsi a scuola. C'è chi prende un mezzo, chi si incammina a piedi lungo percorsi più o meno trafficati, chi si fa accompagnare. Poi arriva il momento in cui bisogna varcare la soglia della scuola. Ma cosa accade se al posto di banchi, sedie e aule, la scuola venisse posta in essere nello stesso atto del camminare? Per saperlo abbiamo trascorso un'intera giornata con “Strade Maestre” un progetto nato lo scorso anno con l'obiettivo di mettere insieme l'istruzione con un lungo viaggio a piedi della durata di un intero anno scolastico. Oltre 1'000 chilometri di mulattiere, sentieri, strade asfaltate percorse con uno zaino sulle spalle mentre si osserva il territorio e ogni tanto si fa lezione. La classe di “Strade Maestre” è composta, quest'anno, da 14 alunni di età compresa tra i 16 e i 19 anni. È partita lo scorso settembre dal passo del Gran San Bernardo al confine tra la Svizzera e l'Italia. Il prossimo giugno dovrebbe arrivare in Calabria dopo aver attraversato tutta la penisola italiana.Con le voci di:Antonio Buccino, collaboratore scolastico scuola media statale L. Pavoni RomaSergio Giovanni, guida e insegnante di matematica e fisica a Strade Maestre Jeanne Hug, Lorenzo di Marco e Filippo Boetti studenti di Strade Maestre Valentina Frasisti, guida e insegnante di lettere e filosofia a Strade Maestre Roberta Cortella, insegnante alle scuole medie Piaget Majorana di Roma e guida-insegnante nel progetto strade Maestre dello scorso annoMarco Saverio Loperfido, tra gli ideatore del progetto Strade Maestre

Ogni sera il Piazzale antistante la Stazione Ferroviaria di Trieste si riempie di gente. Tra pentoloni fumanti e kit di primo soccorso, una rete di volontari provenienti da tutta Italia si da il cambio per accogliere i migranti in transito lungo la rotta balcanica. È l'evoluzione de “La linea d'ombra”, l'associazione fondata nel 2019 da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi per restare umani di fronte al fenomeno della migrazione. Un reportage dalla frontiera della solidarietà.

Un viaggio alla scoperta delle nuove applicazioni dell'agopuntura in ambito neurologico, con un focus sulla neuro-agopuntura, una disciplina in forte evoluzione che dialoga sempre più da vicino con le neuroscienze. Attraverso i risultati della ricerca scientifica più recente, esploriamo come l'agopuntura stia trovando un riconoscimento crescente nella neurologia clinica e come il suo utilizzo sia sempre più integrato all'interno della medicina ospedaliera in Svizzera. Ospiti di “Laser”: Cecilia Lucenti, medico ed esperta di neuro-agopuntura, Presidente dell'AMI (Agopuntura Medica Integrata), Giuseppe Peloni, specialista di medicina cinese, responsabile degli ambulatori di agopuntura dell'EOC (Ente Ospedaliero Cantonale), per comprendere quali siano i benefici concreti per pazienti affetti da patologie neurologiche complesse e con Paolo Miccichè, che offre uno sguardo storico sul percorso culturale e medico dell'agopuntura fino alla sua affermazione contemporanea.

Il mercato del cacao è in shock: dopo aver toccato un picco record nel 2025, dall'inizio del 2026 il costo alla tonnellata è sceso del 70%. Questo drastico crollo sta mettendo in ginocchio i piccoli coltivatori soprattutto in Ghana e Costa d'Avorio, che sono i principali produttori di cacao a livello mondiale. Mentre nei magazzini di questi Paesi si accumulano scorte invendute, nei nostri supermercati intanto i prezzi del cioccolato e degli altri prodotti a base di cacao non scende. Se alla base di questa crisi ci sono i cambiamenti climatici, a renderla così impattante è stata la speculazione. Andiamo allora ad analizzare come è cambiato il mercato del cacao negli anni e da dove viene la fragilità della produzione africana, anche per immaginare possibili soluzioni.

Fatma Aydemir è una delle autrici tedesco-curde più note degli ultimi anni. Il suo romanzo più recente, Dschinns (Carl Hanser Verlag, 2022), in italiano Tutti i nostri segreti (Fazi, 2025), è stato inserito dal quotidiano «Der Spiegel» nella lista dei cento libri più influenti degli ultimi cent'anni… e a buon diritto: con una prosa limpida ma potente, Aydemir racconta le condizioni di vita della prima generazione di “Gastarbeiter” o “lavoratori-ospiti”. In particolare, ci parla di chi ha lasciato la Turchia negli anni Sessanta e Settanta per partecipare alla ricostruzione della Germania in pieno boom economico…. proprio come la sua famiglia.Al di là dell'aspetto biografico, Aydemir fai i conti un'identità minacciata su più fronti: cosa rimane della cultura curda se in Turchia si rischia la prigione solo per il fatto di parlare la propria lingua madre? E cosa significa essere curdo per chi è nato e cresciuto in Germania? E oggi, all'indomani dello scioglimento del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), cosa resta della lotta identitaria? La scrittura di Aydemir non è mai apolitica e tuttavia non perde mai di vista le ragioni dell'arte: i personaggi, definiti con profondo realismo, trovano una voce intima e personale; il genere del romanzo familiare, così importante per la letteratura tedesca moderna e contemporanea, si fa una lente per osservare i meccanismi della società odierna.

Negli ultimi anni la medicina estetica è uscita dalle cliniche private per entrare nella quotidianità. Trattamenti un tempo riservati a pochi oggi sono accessibili, diffusi, quasi ordinari. In Italia, i centri di medicina estetica si moltiplicano. Promettono piccoli ritocchi, cambiamenti veloci, risultati immediati. Ma chi sono davvero le persone che scelgono di modificare il proprio corpo? Cosa cercano quando entrano in questi studi? Per chi lo fanno?undefinedRate, promozioni, trattamenti veloci in pausa pranzo. Il cambiamento del corpo sembra oggi alla portata di tutti. Ma quando il cambiamento diventa così facile, chi lo desidera davvero? È una scelta individuale o una risposta alle aspettative della società? Un audiodocumentario di Anaïs Poirot, che propone una riflessione su quel confine sottile che è la soglia tra il desiderio di migliorarsi e l'accettazione di sé. undefined

Per Umberto Eco il concetto di memoria era cruciale, ma una memoria intesa come filtro, non come archivio di informazioni. E forse ciò ha a che fare con il desiderio che egli espresse nel suo testamento, ossia che per dieci anni dalla sua morte non si organizzassero iniziative ufficiali su di lui: possiamo intenderlo come un invito a lasciar sedimentare il suo pensiero, a evitare l'afflusso immediato e invadente di luoghi comuni, a non sopraffare il suo lascito culturale con commenti troppo ravvicinati.Eco è morto il 19 febbraio 2016, e dunque ora è il tempo di ricordarlo, con il discernimento che viene da questo decennale silenzio, per scoprirne la luminosa attualità. La sua capacità di elaborazione del sapere illumina, infatti, anche e ancor più il nostro presente. Tutto ciò emerge in particolare da due volumi appena usciti da La Nave di Teseo, casa editrice alla cui fondazione lo stesso Eco diede un contributo fondamentale. Il primo di questi libri si intitola semplicemente Umberto, lo ha scritto uno degli intellettuali italiani che lo conobbe più da vicino e più continuativamente: lo scrittore, saggista e giornalista Roberto Cotroneo. L'altro è una raccolta di prefazioni che Eco scrisse per testi di altri: L'umana sete di prefazioni. Testi liminari 1956-2015, a cura di Leo Liberti.Roberto Cotroneo e Leo Liberti saranno entrambi ospiti di questa puntata.undefined

ADOC – Adolescenti in connessione compie vent'anni. Il progetto della Fondazione Amilcare rappresenta oggi una delle esperienze più significative e innovative nella presa in carico educativa di adolescenti in difficoltà nella Svizzera italiana. Nato a metà degli anni Duemila su mandato dell'Ufficio famiglie e giovani del Cantone Ticino, ADOC si sviluppa per dare una risposta efficace al disagio adolescenziale e ai limiti dei modelli residenziali tradizionali. ADOC si propone come un'alternativa valida al foyer: appartamenti autonomi, non di proprietà della Fondazione, scelti e abitati dai ragazzi stessi, con il supporto di una coppia educativa di riferimento. Un progetto rivolto principalmente a ragazze e ragazzi a partire dai 16 anni che non riescono a sostenere la vita comunitaria o le regole più strutturate dei servizi tradizionali, ma che non rifiutano l'accompagnamento educativo in quanto tale. Al centro di ADOC, la relazione, la responsabilizzazione e la costruzione progressiva dell'autonomia, senza una presenza educativa continua ma con un contatto costante e flessibile. A distanza di vent'anni, ADOC si conferma un'esperienza pionieristica che ha accompagnato centinaia di adolescenti verso l'età adulta, dimostrando come un modello meno contenitivo e più personalizzato possa rispondere in modo efficace a situazioni di forte fragilità. A raccontare ADOC, e le differenti realtà di presa a carico degli adolescenti nella Svizzera italiana sono l'educatore Enzo Mirarchi, fra coloro che hanno dato vita al progetto della Fondazione Amilcare e co-autore del saggio Adolescenti in connessione. Un modello flessibile di presa in carico educativa (Franco Angeli, 2018). Insieme a lui Mario Ferrarini, direttore della Fondazione Antonia Vanoni, incaricato di sviluppare il progetto pedagogico del centro chiuso per minorenni La Clessidra, e Gian Paolo Conelli direttore della Fondazione Amilcare e coordinatore, insieme a Mario Ferrarini, del CODICEM, l'organismo che riunisce i principali centri educativi per minorenni in Ticino.

Cosa può la letteratura di fronte alla contemporaneità? Come ci può aiutare ad affrontare il presente? Alessandra Grandelìs, docente e ricercatrice di letteratura italiana all'Università di Padova, racconta in questo “Laser” il suo rapporto con le lettere attraverso l'opera di Alberto Moravia, suggerendoci quanto oggi il grande intellettuale continui a parlarci. Ma non solo, il viaggio nel mondo delle lettere si trasforma anche in un viaggio nella storia, nella scienza, dalla luna ai profondi abissi dell'uomo.

Si corre per scappare da, ma si corre anche per andare verso. Tomaso Bontognali, geologo ticinese che vive con la famiglia a Neuchâtel, è decisamente per la seconda opzione. Destinazione? Una nuova soglia. Ultratrailer amatoriale con lo sguardo verso l'universo, ci si chiede cosa lo spinga a correre così, per chilometri e chilometri, giorni e notti, affrontando dislivelli importanti, sottomettendosi a un regime alimentare specializzato, quasi senza riposo. La voglia di avventura, la necessità di scoprire, sempre e ancora, fuori e dentro di sé, il mondo di cui siam fatti e che ci circonda. E per farlo, bisogna necessariamente ogni volta superare qualche limite. Lo abbiamo accompagnato lungo il tragitto di un suo allenamento tipico, al passo dell'intervistatrice, per farci raccontare questo mondo che sebbene sempre di corsa, è capace di uno sguardo profondo e di una comunione con la natura non indifferenti. Con Tomaso e la figlia Marta che segue le sue orme, eccoci su una cima della Capriasca a sognare i deserti dell'Arizona.

Come descrivere il suono che fa un missile? Mohamed Yaghi è l'unico ingegnere del suono di Gaza e durante la guerra tra Israele e Hamas non si è mai tolto le cuffie. Armato di microfono ha continuato a registrare i suoni intorno a lui. Suoni trerrificanti, ambigui, indecifrabili per il loro carico di dolore: Mohamed registrava sapendo che quegli stessi suoni significavano morte e distruzione, anche per i suoi cari. Dall'inizio dell'offensiva israeliana su Gaza ha perso 38 membri della sua famiglia, di cui 14 sono ancora sotto le macerie. Questa è una storia della guerra attraverso i suoni che ha registrato e la sua voce, raccolta grazie a messaggi vocali su whatsapp da Mattia Pelli. Si possono chiudere gli occhi, ma non le orecchie.