È un magazine di approfondimento dell’attualità politica, culturale, sociale. Interviene sulla stretta attualità di giornata, solo in casi particolari, di grande rilevanza. Dà spazio anche a tematiche di interesse pubblico o a quante vengono trascurate dai grandi media. Il taglio è storico–sociologi…
RSI - Radiotelevisione svizzera

Varcare una soglia è sempre un po' oltrepassare un confine e lasciare dietro di sé quanto c'era prima. A maggior ragione questo vale al varcare la soglia di una chiesa, si lascia dietro di sé il mondo materiale per immergersi in una dimensione che va oltre, spirituale, sacrale. È quanto ha fatto “Laser” per scoprire la parrocchia cattolica di Maria di Lourdes a Zurigo-Seebach. Come si vive qui, al nord delle Alpi, la propria religiosità; quali valori e quali accenti pongono parrocchia e parroco in un mondo sempre più frenetico e superficiale? E quali risposte offre la Chiesa a fedeli che ormai disertano in sempre maggior numero i suoi riti religiosi? Le sfide e le soddisfazioni per Martin Piller, il parroco di Seebach, sono parecchie e non sempre le risposte che Piller dà sono in linea con i dogmi e i magisteri della Chiesa Cattolica. Dogmi e riti che sempre più fedeli – e anche ecclesiastici - mettono apertamente in discussione. Chiesa genuinamente vicina ai fedeli e alle loro esigenze o piuttosto autoreferenziale e ferma a riti che sempre meno capiscono?Le risposte di Martin Piller sono intriganti, sorprendentemente fresche per un prete cattolico sulla sessantina, uno che coraggiosamente e con grande naturalità rivendica una grandezza di Dio, che travalica e di parecchio l'immagine così come codificata dalla Chiesa. Quella di Martin Piller non è una voce isolata ma espressione di un cambiamento che da qualche tempo anche all'interno della Chiesa si sta facendo strada. Ed è una voce che schiettamente denomina arcaismi e contraddizioni che fin qua hanno frenato una trasformazione e una crescita della Chiesa Cattolica.Dal soglio di Roma alla soglia della chiesa di Seebach la distanza rimane grande.

Per i 40 anni dal Maxi processo di Palermo - che cambiò la lotta alla mafia - Laser propone un terzo contributo, raccontando quella storia dalla prospettiva di chi l'ha vissuta come testimone e vittima.undefinedMichela Buscemi 86 anni è stata una delle prime testimoni di giustizia. Si costituì parte civile nel maxiprocesso di Palermo, nel 1986, contro i mandanti degli omicidi dei fratelli Salvatore e Rodolfo. Lucia Cuocci l'ha incontrata nella sua terra, la Sicilia, all'indomani del suo secondo libro, La spiona. La mia vita, la mia lotta edito da Ponte alle Grazie, questa volta scritto a quattro mani con il giornalista Riccardo Bocca che ha voluto dare il suo contributo in questa puntata. undefinedCi aiuta a comprendere le maglie della giustizia, il maxiprocesso di Palermo e la figura di Michela Buscemi, Franca Imbergamo, magistrata e sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, una tra le voci più autorevoli nel contrasto alla criminalità organizzata. undefined

Per Umberto Eco, una biblioteca è ben più di una somma di libri: essa è piuttosto un organismo, in cui le relazioni tra i volumi conferiscono senso, nuovi sensi, al tutto. Una biblioteca, tema su cui molto Eco ha riflettuto, è “memoria vegetale”, pulsante e viva: nelle pagine di carta che costituiscono i volumi respira la memoria dell'umanità. La biblioteca di Umberto Eco consta di circa 45'000 volumi (senza contare i libri antichi, attualmente alla Biblioteca Braidense di Milano): queste decine di migliaia di libri moderni, ora, a dieci anni dalla morte, verranno trasferiti dall'appartamento milanese (e dalla casa di famiglia a Monte Cerignone) in spazi appositamente progettati all'interno della Biblioteca Universitaria di Bologna, per ricreare l'atmosfera della casa-studio in cui il Professore lavorava. Ma come si fa a ricreare un così complesso, e dinamico, sistema di disposizione e di relazione tra i volumi? Spostare la biblioteca di Umberto Eco non è un semplice trasloco, ma una sorta di traduzione, e tradurre, ce lo insegnava lui, è dire quasi la stessa cosa. Magari, però, facendo nascere nuove scintille di senso, come accade ad ogni nuova lettura dei suoi stessi libri.Di cosa significhi “tradurre” in altri spazi la biblioteca di Umberto Eco ci parleranno Riccardo Fedriga, direttore scientifico della Fondazione Umberto Eco, nonché storico delle idee e docente all'Università di Bologna; e Francesca Tancini, esperta scientifica della Fondazione Umberto Eco, nonché storica dell'arte e bibliotecaria.

Mostrare come la genetica contemporanea (editing genetico, organismi modificati, medicina personalizzata) abbia aperto possibilità straordinarie, ma anche rischi profondi. La trasmissione esplora il nodo etico fondamentale: la scienza deve andare avanti comunque, oppure deve fermarsi quando mette a rischio valori umani fondamentali? Siamo in un tempo in cui possiamo correggere un gene come si corregge un refuso, cancellare una malattia prima che nasca, ma anche progettare un embrione scegliendo tratti, resilienze, possibilità. È progresso, è speranza, ma pone anche una domanda: fino a dove possiamo e dobbiamo spingerci? Ne discutono un genetista, una bioeticista, un filosofo della scienza.

Mostrare come la genetica contemporanea (editing genetico, organismi modificati, medicina personalizzata) abbia aperto possibilità straordinarie, ma anche rischi profondi. La trasmissione esplora il nodo etico fondamentale: la scienza deve andare avanti comunque, oppure deve fermarsi quando mette a rischio valori umani fondamentali? Siamo in un tempo in cui possiamo correggere un gene come si corregge un refuso, cancellare una malattia prima che nasca, ma anche progettare un embrione scegliendo tratti, resilienze, possibilità. È progresso, è speranza, ma pone anche una domanda: fino a dove possiamo e dobbiamo spingerci? Ne discutono un genetista, una bioeticista, un filosofo della scienza.undefined

Il traffico illecito di beni culturali: come è cambiato negli ultimi decenni, quali sono le nuove rotte, che tipo di opere d'arte vengono privilegiate nei traffici, e ancora, quanto ha influito lo sviluppo tecnologico nella proliferazione dei traffici e nel loro contrasto? Queste sono alcune domande che ci siamo posti per cercare di capire la dimensione e le dinamiche del commercio illegale di opere d'arte e di beni culturali a livello globale. E per aiutarci a rispondere abbiamo coinvolto nel nostro approfondimento le due strutture che – a livello mondiale – capeggiano le operazioni investigative e di contrasto al fenomeno. Il Tenente colonnello Giuseppe Marseglia, Comandante del Gruppo Carabinieri Tutela patrimonio culturale (TPC) e Tiziano Coiro, il Coordinatore della Work of Art Unit, l'Unità opere d'arte dell'INTERPOL, l'Organizzazione internazionale della polizia criminale. Con Raffaele Palumbo, ci accompagnano in viaggio che ci aiuta a capire che cosa è diventato oggi il traffico illecito di opere d'arte e beni culturali.

La gravidanza è spesso raccontata per ciò che si vede: il corpo che cambia, gli esami, l'attesa. Questo documentario audio esplora invece la sua dimensione invisibile; raccoglie storie di donne che vivono la maternità in contesti culturali diversi da quelli d'origine. Esperienze che trasformano profondamente il modo di abitare l'attesa. Il racconto attraversa anche le gravidanze che non si manifestano esteriormente o che vengono scoperte tardi, soprattutto in adolescenza; in questo caso l'invisibile diventa spazio corporeo, psicologico e sociale. La gravidanza emerge come territorio di confine, tra consapevolezza e riconoscimento. Attraverso testimonianze intime, paesaggi sonori e contributi professionali, prende forma un racconto corale. Con le voci delle donne del Tragitto di Lugano, dello Spazio Madri Bambino del CD Giambellino e della ginecologa Letizia Parolari.Un viaggio sonoro che restituisce complessità e voce alle forme più intime e invisibili della maternità.

Mille chilometri a est di Leopoli e dunque dai confini dell'Unione europea, e meno di trenta dal fronte di guerra, Kharkiv è la città simbolo della resistenza ucraina. Porta del Donbass storicamente russofona e per secoli punto di transito tra Mosca ed il Mar Nero, è la città che molti credevano sarebbe facilmente scivolata nell'orbita di Mosca. Dopo quattro anni di guerra, un costante martellamento di missili e droni, e un tentativo di avanzata che ha portato i carri armati russi a breve distanza dal centro città, Kharkiv resiste ancora. Tra speranza e prospettive di ricostruzione. Un reportage a cura di Gigi Donelli.undefined

Viaggio nella città finlandese di Oulu, affacciata sul mar Baltico vicino al Circolo Polare Artico, che si prepara a vivere un anno eccezionale come capitale europea della cultura 2026 coniugando tradizione locale, creatività contemporanea, partecipazione pubblica e innovazione tecnologica.Un tempo nota come “la Silicon Valley del Nord” - perché negli anni ‘80 la Nokia vi installò il suo quartier generale trasformandola in un polo tecnologico di livello mondiale – una ventina d'anni fa la città ha vissuto una crisi industriale gravissima, ritrovandosi improvvisamente con migliaia di disoccupati e un'economia locale da reinventare. Ma proprio da quella frattura è nato un percorso di trasformazione virtuoso, con il passaggio da una monocultura industriale a un ecosistema più aperto, fatto di startup, creatività, tecnologia, cultura digitale e partecipazione civica. Il titolo di capitale europea della cultura 2026 rappresenta un riconoscimento simbolico e concreto: Oulu racconta come una città colpita dal declino di un colosso tecnologico abbia saputo ripensare la propria identità, trasformando una crisi industriale in un progetto di futuro. L'ampio programma di iniziative di quest'anno si propone, tra le altre cose, di valorizzare le tradizioni e la cultura dei sámi, il popolo indigeno che abita le regioni artiche.

Eminente storico ucraino con importanti collaborazioni nelle grandi università americane, Yaroslav Hritsak (65 anni) insegna all'Università Cattolica di Leopoli. Personaggio pubblico noto per le sue analisi sulla storia e la geopolitica ucraina ed europea, ci aiuta a ripercorrere i quattro anni di guerra scatenata dalla Russia di Putin. «Siamo stanchi, siamo esausti. E siamo resilienti. E la terza è la cosa più importante» spiega a Gigi Donelli durante un incontro registrato appena prima di raggiungere l'aula per una lezione. Perché il rapporto diretto e in presenza con gli studenti racconta, «fa parte della sua strategia per sopportare la tragedia della guerra».

Dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni veniva ritrovato senza vita alla periferia del Cairo, con evidenti segni di tortura. Il ricercatore italiano era scomparso pochi giorni prima, mentre svolgeva una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. La sua morte ha segnato una frattura profonda nei rapporti tra Italia ed Egitto ed è diventata uno dei casi simbolo delle violazioni dei diritti umani nel Paese. A dieci anni di distanza, la vicenda è al centro del documentario Giulio, tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti. Attraverso materiali d'archivio, atti giudiziari e le voci della famiglia, il film ricostruisce il sequestro, le torture e i depistaggi successivi, con l'obiettivo di contrastare l'oblio e riportare l'attenzione su un caso che resta irrisolto.In questo quadro si inserisce anche la testimonianza di D.G., un cittadino italiano che nel 2015 fu arrestato arbitrariamente al Cairo, detenuto e costretto ad assistere a torture inflitte ad altri prigionieri. A differenza di Regeni, D.G. riuscì a salvarsi grazie all'intervento dell'ambasciata italiana, ma il ritrovamento del corpo di Giulio fece riaffiorare in lui un trauma mai risolto. Il suo racconto mostra come Regeni non sia stato un'eccezione, bensì una vittima di un apparato repressivo che colpisce chiunque venga percepito come diverso o potenzialmente pericoloso. Secondo Antonio Marchesi, professore di diritto internazionale ed ex presidente di Amnesty Italia, il caso Regeni evidenzia non solo le responsabilità dell'Egitto, ma anche le ambiguità dell'Italia, che ha privilegiato interessi politici ed economici rispetto alla piena ricerca della verità. A dieci anni di distanza, la sua morte resta una ferita aperta — e una domanda di giustizia ancora senza risposta.Martedì 24 febbraio rinizierà il processo in contumacia contro i quattro agenti dei servizi segreti egiziani accusati della tortura e morte di Giulio.

Roberto Vacca è stato un pioniere di informatica e automazione in Italia, lavorando al primo computer scientifico in Italia dal 1955. Ingegnere, docente universitario, divulgatore scientifico autore di numerosi saggi di matematica, futurologia e di fisica. Come scrittore ha esordito nel 1963 col romanzo Il robot e il minotauro. Tra i suoi romanzi più famosi Il medioevo prossimo venturo, uscito nel 1971. Tra i suoi ultimi titoli un libro a quattro mani con Marco Malvaldi – La misura del Virus e Repubblica italiana d'America. Nell'intervista rilasciata alla televisione della Svizzera italiana nel 1987 nell'ambito della trasmissione Carta Bianca, di cui vi proponiamo un estratto, si esprime spesso per aforismi. Un tratto che contraddistingue questo scienziato che ha imparato a distillare la complessità per renderla intelligibile ai non specialisti. Convinto che per delineare scenari futuri – e vivere a lungo - è sufficiente imparare dal passato e coltivare curiosità e passione per la conoscenza.undefined

Il 19 febbraio ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, il grande semiologo, filosofo, medievista, narratore e massmediologo, che ha segnato la cultura del nostro tempo. Il modo migliore per ricordarlo è attraverso la sua stessa voce. Laser in collaborazione con gli archivi RSI propone un estratto dell'intervista all'autore del best-seller internazionale Il nome della Rosa, andata in onda nell'ambito del programma televisivo Controluce il 26 ottobre 2008. In quell'occasione Michele Fazioli incontrava il “professore” nella Villa Manzoni di Lecco, in occasione del conferimento di un premio alla carriera al grande intellettuale nato ad Alessandria nel 1932. E proprio dal grande scrittore italiano e dal suo capolavoro - I promessi sposi - prende le mosse l'incontro, in cui Eco ripercorre le sue passioni letterarie, riflette sul valore della lettura e del potere del lettore e delle occasioni perdute della televisione italiana; un'intervista in cui emerge una personalità fuori dal comune, capace di osservare e anticipare i cambiamenti della società e di mettere insieme Gérard de Nerval e Superman.undefined

Fratelli d'Italia prima di diventare il nome del partito della premier italiana - è stato il titolo del celebre romanzo-conversazione di Alberto Arbasino, pubblicato per la prima volta nel 1963. Il “decadente di Voghera”, dove era nato nel 1930; dopo studi di giurisprudenza, Arbasino ha intrapreso una feconda carriera letteraria - romanziere, poeta, critico teatrale e musicale, ma anche saggista colto e duttile, e giornalista; come Umberto Eco è stato un importante esponente del Gruppo 63. In letteratura è stato un grande innovatore, iniziatore di una vera e propria rivoluzione estetica; nemico del politicamente corretto, anticomunista e antifascista, Arbasino era sempre pronto a intervenire nel dibattito civile. La sua vena polemica e la sua ironia sofisticata affiorano anche nell'intervista rilasciata nel 1996 alla televisione della Svizzera italiana, di cui vi proponiamo un estratto tratto dagli Archivi della RSI.

«Piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa»: questa la definizione che Primo Levi aveva coniato per definire la grande scienziata e neurologa Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986 per la scoperta. Levi Montalcini era nata a Torino nel 1909 da una famiglia ebrea. Nonostante il parere contrario del padre, Rita Levi Montalcini si laurea in medicina all'Università di Torino nel 1936, specializzandosi in neurologia e psichiatria. Le leggi razziali del 1938 la obbligano a emigrare in Belgio; rientrata in Italia allestisce un laboratorio clandestino nella sua camera da letto per continuare le sue ricerche. Nel 1947 accetta un incarico alla Washington University. Si è sempre considerata una libera pensatrice, dedicando tutta la sua vita alla scienza; convinta che uno scienziato dovesse anche occuparsi di problemi di natura etica e sociale, come dimostra anche nell'intervista rilasciata nel 1989 alla televisione della Svizzera italiana, tratta dagli Archivi RSI, di cui vi proponiamo un estratto.undefined

Giovanni Pozzi è stato uno dei maggiori italianisti del secondo Novecento, filologo e critico letterario, e uno dei massimi studiosi della mistica e della religiosità popolare. Nato a Locarno nel 1923, ordinato sacerdote nell'Ordine dei Frati Cappuccini nel 1947, compie i suoi studi all'Università di Friburgo, dove diventa ordinario della cattedra di Letteratura italiano per quasi un trentennio, dal 1960 al 1988. E risale proprio al 1988, l'ultimo anno del suo insegnamento accademico, l'intervista che vi proponiamo oggi, tratta dagli Archivi RSI e realizzata nell'ambito della trasmissione televisiva “Carta bianca” . Una conversazione in cui Padre Pozzi tocca gli ambiti delle ricerche di cui si è occupato a lungo, come lo studio delle scritte delle mistiche cristiane, partendo dalla figura di Teresa di Lisieux; ne emerge la figura dello studioso capace di esercitare una “critica viva” non soltanto sui testi letterari, ma anche su temi quali l'italianità, l'insegnamento della letteratura italiana in Svizzera e la scuola ticinese. Riscopriamo il rigore e la pacatezza del grande filologo, ma anche la sua ironia sferzante.undefined

L'invisibile dello spazio ha qualcosa di misterioso, affascinante a volte realmente surreale con dimensioni, distanze ed energie che vanno ben oltre i parametri che regolano la vita sulla terra e a volte anche oltre le regole della fisica stessa così come la intendiamo. Una terra incognita – lo spazio – a cui da millenni l'essere umano si ispira per cercare di dare un senso e un ordine alla propria esistenza.Il fascino dell'universo nasce probabilmente da questo intreccio profondo tra curiosità scientifica, bisogno di significato ed emozioni umane ancestrali. E in questo fascino ci immergiamo in questo “Laser” insieme a Valentina Tamburello, astrofisica e ricercatrice all'Università di Zurigo, da anni impegnata in diverse collaborazioni tra cui ultima con l'ESA, l'Ente Spaziale Europeo.Che cos'è la materia oscura, che cosa sono i buchi neri e perché sono fenomeni tanto estremi? E le sonde Voyager ai limiti della nostra galassia o il telescopio James Webb, vero e proprio gioiello tecnologico che da tre anni permette di vedere l'universo come mai l'avevamo visto prima.Ma angoli misteriosi e inesplorati di universo li portiamo anche in noi stessi. Chi non conosce la sensazione di avere già vissuto qualcosa o quel senso di appartenenza e amore universale che sente chi ha vissuto un'esperienza di pre-morte, medita o assume alcune sostanze psichedeliche? Pure autosuggestioni e allucinazioni o fenomeni reali che sempre più trovano spiegazione nella fisica quantistica? Anche di questo parliamo con l'astrofisica Valentina Tamburello dell'Università di Zurigo.

La puntata esplora il neoruralismo, non come moda bucolica o fuga romantica, ma come espressione di una trasformazione ideologica che attraversa ambiente, tecnologia, economia e identità personale. L'obiettivo è capire perché oggi, in un mondo ipertecnologico, cresca il desiderio di tornare alla terra e come questo desiderio si intrecci paradossalmente proprio con la dimensione digitale. Nel corso delle interviste a un sociologo delle culture alternative, a uno studioso di media digitali e a un pedagogista ci chiederemo quali siano le motivazioni profonde ambientali, politiche, psicologiche, economiche, del neoruralismo odierno. Evidenzieremo come il fenomeno sia diverso dal neoruralismo anni '60–'70, in quanto oggi è digitale, mediato, connesso. Chiariremo cosa significa vivere “fuori città”, ma “dentro la rete”. Infine cercheremo di capire se il neoruralismo sia una fuga, una resistenza, un nuovo stile di vita o una forma di critica al sistema tecnocratico.

Da dietro le quinte delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, si alza dai territori dove si svolgeranno le gare un grido di dolore: nel reportage sul campo realizzato poco prima dell'inizio dei Giochi invernali 2026, si va alla scoperta di lavori fatti in fretta e male, opere incompiute, spreco di denaro pubblico, peggioramento della circolazione, ambiente ferito, legacy ed eredità materiali discutibili. Un incubo che non si concluderà con la fine dei Giochi: il 57 % delle opere previste sarà completato dopo l'evento. Da Cortina alla Val di Fiemme, dalla Valtellina a Milano, la voce di associazioni, movimenti, amministratori, singoli cittadini e reti che dal primo momento hanno messo in discussione la scelta di ospitare tale grande evento e hanno portato alla luce che vince e chi perde veramente.

Il 10 febbraio del 1986 a Palermo è il giorno della prima udienza del dibattimento che ha rappresentato un punto di svolta nel contrasto a Cosa nostra. 349 udienze, 1314 interrogatori, 475 imputati, 19 ergastoli inflitti, 327 condanne, 2665 anni di reclusione: sono i numeri del Maxiprocesso istruito dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell'area riservata dell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. A presiedere la Corte d'Assise il giudice Alfonso Giordano, designato dopo che altri si erano tirati indietro. In questa puntata di “Laser” ripercorriamo alcuni momenti del Maxiprocesso cercando di capire cosa ha rappresentato e cosa resta oggi. Lo facciamo con il giornalista Franco Nicastro, che ha seguito il Maxiproccesso raccontandolo per Il Giornale di Sicilia, lI Secolo XIX e l'Ansa; il magistrato Antonino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia, vive sotto scorta da 33 anni, è stato impegnato in indagini sulle stragi di mafia e sui rapporti tra Cosa Nostra e parti delle istituzioni, è stato pm nel processo sulla trattativa Stato-mafia; Stefano Giordano, avvocato penalista, ricorda l'impegno di suo padre, il giudice Alfonso Giordano. undefinedCon un estratto dell'intervista che Giovanni Falcone ha rilasciato al telegiornale della RSI nel 1990, due anni prima della Strage di Capaci in cui venne ucciso con la moglie, la magistrata Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. undefinedundefinedundefined

Il Maxi Processo a Cosa Nostra rappresenta un momento epocale nella lotta alla mafia siciliana. Ispirato dalle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, il procedimento coinvolse 475 imputati per reati come omicidi, traffico di droga, estorsioni e associazione mafiosa e venne celebrato - dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987 - nell'aula bunker costruita accanto al carcere palermitano dell'Ucciardone. La costruzione dell'aula bunker fu un evento storico: non c'erano precedenti di quelle dimensioni, e nemmeno c'erano piani architettonici su cui basarsi. L'architetto Francesco Martuscelli racconta in questo reportage gli aneddoti e le particolarità di questa struttura, che oggi è in fase di ristrutturazione ma che abbiamo potuto visitare guidati dal funzionario giudiziario Rosario Zarcone.undefinedUn'altra delle voci che ricorderà cosa fu il maxiprocesso contro Cosa Nostra è quella di Giuseppe Ayala, che vestì i panni della pubblica accusa. L'esito di quel processo furono 19 ergastoli, 342 condanne per un totale di 2 mila 265 anni di reclusione. La sentenza venne confermata dalla Cassazione il 30 gennaio 1992. undefinedundefinedundefined

Fino a una manciata di anni fa non pensavamo sarebbe mai stato possibile vedere il colore degli occhi di un uomo di Neanderthal o il tipo di capelli di un antico egizio. A partire dagli anni '90 si è invece scoperto che sì. Che nonostante il passaggio di secoli o addirittura di centinaia di migliaia di anni, è possibile rintracciare i resti di DNA dalle ossa umane. Oggi non è raro vedere in archeologia quello che capiterebbe sulla scena di un delitto, con equipes di ricerca sulle tracce di DNA all'intero di aree di scavo, e la possibilità di capire molto di più su migrazioni, abitudini alimentari, malattie, eventi catastrofici. Grazie alle ricerche sul DNA antico è stato possibile nel 2010 ricostruire il genoma dell'uomo di Neanderthal, e, sempre nello stesso anno, scoprire l'esistenza di un ominide che non conoscevamo: l'uomo di Denisova. Il risultato è stata l'evidenza che siamo molto più strettamente imparentati con altre specie umane, rispetto a quanto sospettassimo. Ma la frontiera più recente è la possibilità di estrarre DNA anche là dove non sembrano esserci resti: è il cosiddetto DNA ambientale grazie al quale la comunità scientifica è oggi in grado di ricostruire interi ecosistemi e il passaggio delle specie che li hanno attraversati.

In fuga dalla violenza politica, dalle persecuzioni religiose o dalla povertà, ogni giorno uomini, donne e bambini si mettono in viaggio dall'Asia Centrale, dal Medio Oriente, dall'Africa per intraprendere lunghi e pericolosi viaggi alla ricerca di un futuro migliore. Viaggi che diventano una vera e propria esistenza in esilio, sottotraccia e avvolta dall'incertezza. Le frontiere sono i luoghi in cui l'esistenza di questi esuli emerge in superficie, diventando oggetto di contestazione, di attenzione mediatica e di controllo e repressione da parte delle autorità, ma anche di empatia e aiuto concreto da parte di attivisti e popolazione locale.La sociologa Anne-Claire Defossez e il medico e antropologo Didier Fassin hanno scelto le Alpi, la zona del Monginevro tra l'alta Val di Susa e la regione di Briançon, per studiare i meccanismi che si instaurano sulla frontiera. Tre attori: esuli, poliziotti e attivisti intrecciano rapporti umani complessi e inaspettati, in un ambiente ostile per natura e per scelta politica. La loro indagine sul campo, definita di “partecipazione osservante”, è durata cinque anni, con periodi di permanenza in montagna. Una ricerca che è confluita nel libro Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina, uscito in Francia nel 2024 e tradotto in italiano per Feltrinelli lo scorso anno.Laser ha intervistato i due autori, per i quali la frontiera alpina è un prisma attraverso il quale lo sguardo si allarga dalle storie locali ai fenomeni globali, permettendo di indagare le migrazioni, ma forse soprattutto di comprendere la preoccupante evoluzione delle società europee.

L'Unione europea conta 27 eserciti nazionali, ma nessuno in comune, nessuno veramente condiviso. Alcuni tentativi passati, e in particolare la Comunità Europea di Difesa (CED) all'inizio degli anni Cinquanta, non sono mai arrivati in porto, come racconta lo storico Piero Graglia. Da qualche tempo tuttavia la nuova situazione internazionale spinge a riconsiderare la creazione di un esercito europeo. Da un lato infatti l'invasione russa dell'Ucraina ha creato una forte tensione sul confine orientale dell'Unione; dall'altro la presidenza Trump ha aperto un solco tra gli Stati Uniti e l'Europa, rendendo più incerta e costosa la garanzia di protezione della NATO. undefinedDi certo dopo 80 anni di pace gli europei potrebbero essere nuovamente chiamati a imbracciare le armi per difendere il loro mondo. Ma come sarebbe accolto dai cittadini un ritorno agli eserciti di leva? E la tecnologia da sola potrebbe sostituire gli uomini? Marco Mondini prova a rispondere a questa controversa domanda. Il percorso verso un esercito europeo appare però lungo e complesso, forse troppo per il tempo disponibile, ma il giurista Federico Fabbrini intravede una possibile scorciatoia. undefined

Un intenso reportage dall'Egitto che documenta il clima di repressione in cui oppositori, attivisti e pacifisti sono arrestati e puniti sistematicamente. Una situazione aggravata da una grave crisi economica, che ha avuto gravi conseguenze sull'accesso alla popolazione ai diritti economici, sociali e culturali. Le ONG come Human Rights Watch hanno denunciato le gravi violazioni dei diritti umani nel loro ultimo rapporto 2025. Un clima repressivo documentato dal Laser in due puntate di Ines Della Valle, che ha incontrato e intervistato avvocati, attivisti pacifisti e sindacalisti, alcune vittime di torture e di sparizioni forzate. Testimonianze e racconti delle vittime o dei loro famigliari, da cui emerge quanto la pena di morte e la tortura siano diventati uno strumento politico nella repubblica presidenziale che figura tra i paesi con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo. undefined

Un intenso reportage dall'Egitto che documenta il clima di repressione in cui oppositori, attivisti e pacifisti sono arrestati e puniti sistematicamente. Una situazione aggravata da una grave crisi economica, che ha avuto gravi conseguenze sull'accesso alla popolazione ai diritti economici, sociali e culturali. Le ONG come Human Rights Watch hanno denunciato le gravi violazioni dei diritti umani nel loro ultimo rapporto 2025. Un clima repressivo documentato dal Laser in due puntate di Ines Della Valle, che ha incontrato e intervistato avvocati, attivisti pacifisti e sindacalisti, alcune vittime di torture e di sparizioni forzate. Testimonianze e racconti delle vittime o dei loro famigliari, da cui emerge quanto la pena di morte e la tortura siano diventati uno strumento politico nella repubblica presidenziale che figura tra i paesi con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo. undefined

Leo Wili è un ragazzo come tanti altri: sportivo, scanzonato, pieno di vita. Da un giorno all'altro però tutto cambia quando nel 2023, a 27 anni, scopre di avere la sclerosi multipla, una malattia cronica, imprevedibile nel suo progredire, che attacca il sistema nervoso e così, a lungo termine, la motricità di tutto il corpo. Per Leo è un colpo durissimo che lo disorienta, lo spaventa. Cosa fa una diagnosi così infausta con un ragazzo vitale e pieno di energia? Molte cose ma non necessariamente quella di volerne parlare su tiktok e instagram. E questo è esattamente quello che ha scelto di fare Leo con video di pochi secondi che lui registra sull'iconica Kappelbrücke di Lucerna. Video improvvisati, sussurrati e a volte gridati pestando i pugni sul legno secolare della Kappelbrücke. Parla a se stesso, Leo, e a chi lo vuole ascoltare, non tanto della malattia ma di cosa questa fa con lui, e cosa lui può, vuole o è deciso fare con essa, la Sclerosi Multipla, tanto più grande di lui. Come ripartire quando tutto sembra crollare? Una passeggiata con Leo Wili una fredda mattina d'inverno a Lucerna.undefined

Da New York a Parigi, dai ritratti di Picasso allo D-Day, dalle copertine di Vogue ai campi di concentramento, la vita di Lee Miller è una storia eccezionale.Modella, musa e artista, fotografa e reporter di guerra, Lee Miller ha attraversato il Novecento con uno sguardo surreale. Collaboratrice e compagna di Man Ray protagonista della stagione surrealista parigina accanto a Picasso e Dalí, è stata una delle pochissime donne accreditate come fotografa di guerra dall'esercito americano. Le sue immagini dei bombardamenti, della liberazione dei campi di concentramento e della fine del nazismo hanno segnato in modo indelebile la storia del fotogiornalismo. Eppure, dopo la guerra, Lee Miller sceglie il silenzio: si ritira in Inghilterra, lontano dalla sua macchina fotografica, come se quella lente avesse visto troppo. Per anni, la sua opera rischia di scomparire, dimenticata in una soffitta. A riportarla alla luce sarà il figlio, Antony Penrose. Un rapporto difficile, segnato dal silenzio acolico della madre, che si trasforma in una vera e propria missione di vita: ricostruire la storia di sua madre, restituirle voce e giustizia. Attraverso archivi, testimonianze e una lunga ricerca personale, Penrose riannoda i fili di una biografia complessa, fatta di coraggio e ferite profonde. Questo documentario radiofonico racconta la storia di Lee Miller-Penrose attraverso le parole di Antony Penrose. Un radiodocumentario che non è solo il ritratto di una grande fotografa, ma il racconto di come il dolore di un figlio, se affrontato, possa trasformarsi in testimonianza e memoria collettiva.

Al mondo, più di 500 milioni di donne e persone con utero non hanno accesso a prodotti igienici e risorse sicure e dignitose per gestire le proprie mestruazioni. Eppure, la povertà mestruale continua ad essere un grande tabù della salute mondiale e dei diritti fondamentali dell'essere umano.Le conseguenze della povertà mestruale sul piano economico e su quello delle pari opportunità, dei diritti e della salute sono enormi. Secondo i report di Unicef e OMS, in alcune zone rurali del Sud globale una studentessa su cinque abbandona la scuola a causa della difficoltà a gestire le mestruazioni. In Africa orientale esiste il “sex for pads”, una forma di prostituzione che prevede “prestazioni sessuali in cambio di assorbenti”. In Nepal le donne ancora muoiono a causa della pratica violenta e illegale del chhaupadi. A Gaza, 700 mila ragazze e donne sono vittime dell'assenza di prodotti igienici intimi e assistenza sanitaria.Dalla Palestina e dal mondo, oggi alcune voci coraggiose si levano contro questa violazione invisibile, di cui anche un Paese ricco e privilegiato come la Svizzera non è esente.Con Michela Chimenti, giornalista e fotografa autrice del podcast Il ciclo della discordia; Jacqueline Fellay, co-presidente di Salute Sessuale Svizzera e Aya Ashour, attivista e giornalista di Gaza appena giunta in Italia grazie a un corridoio umanitario. Con estratti dal testo La guerra in cui il corpo delle donne ha perso i suoi diritti dell'attivista e poetessa palestinese Mariam Mohammed El Khatib e dallo spettacolo Benedette mestruazioni del collettivo ticinese lediecilune.

Il 27 gennaio è la «giornata della memoria» in ricordo delle vittime della Shoah, la data ricorda il giorno in cui, nel 1945, le truppe dell'Armata Rossa entrarono ad Auschwitz-Birkenau, il più grande campo di sterminio nazista. In questa puntata riflettiamo su quale dovrebbe essere il vero obiettivo della memoria, su quali sono gli strumenti della storia che continua a studiare, capire, cercare fotografie e documenti, mentre progressivamente vengono meno i testimoni oculari che hanno vissuto, e raccontato, l'orrore. Con Liliana Picciotto, una delle più importanti storiche italiane della Shoah e degli ebrei in Italia, lavora presso Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano, di cui dirige le ricerche storiche, autrice di diversi saggi tra cui Libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia. 1943-1945 (Mursiaa 1991, 2001) e Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945 (Einaudi 2017); David Bidussa, storico e saggista, autore di diversi libri, ha indagato la retorica della memoria pubblica e Daniele Susini, storico e formatore, studia il preoccupante fenomeno della distorsione e politicizzazione della Shoah. E con due estratti del documentario radiofonico in presa diretta del 1976 realizzato ad Auschwitz-Birkenau dal collega Franco Fayenz.

Già nel 1977 Italo Calvino riteneva che Thomas Bernhard (9 febbraio 1931 - 12 febbraio 1989) avesse «la statura da Nobel», ma contrariamente ai connazionali e coevi Elfriede Jelinek e Peter Handke, l'autore austriaco non ottenne il prestigioso riconoscimento. Nonostante ciò oggi è uno dei più apprezzati romanzieri e drammaturghi europei. E sebbene in vita fosse stato sia motore sia vittima di scandali mediatici mai visti prima in Austria, oggi è più che celebrato anche in patria.Con l'aiuto di studiosi e conoscitori della biografia e dell'opera di Bernhard, da Bernhard Fetz (direttore del Museo della Letteratura di Vienna e del Literaturarchiv della Biblioteca Nazionale Austriaca) a Norbert Christian Wolf (direttore della Thomas Bernhard Forschungsstelle), da Juliane Werner (ricercatrice della Thomas Bernhard Forschungsstelle e presidente della Internationale Thomas Bernhard Gesellschaft), a Jeroen Versteele (Dramaturg del Burgtheater), Flavia Foradini si è messa sulle sue tracce, per sondare il suo contrastato rapporto con Vienna, e per fare il punto sulle ricerche in atto e su quelle programmate per il prossimo futuro attorno a questo scrittore prolifico e quanto mai caustico, segnato per quasi tutta la sua vita dalla malattia.

È da una quindicina di anni che in alcun mercati e ristoranti di Roma è possibile trovare uno yogurt cha ha il nome e il sapore della resistenza: è lo yogurt Barikama prodotto da cittadini di origini africane insieme a persone con sindrome di asperger. «Un'idea» spiega Suleman Diara, uno dei fondatori del progetto, «che nasce dalla volontà di unire due tipi di persone che hanno difficoltà e spesso oggetto di discriminazione». L'idea nasce nel 2010 a seguito di uno degli episodi di violenza e sfruttamento più eclatanti avvenuto nella campagne italiane negli ultimi 30 anni : la rivolta di Rosarno. Suleman Diara è uno dei braccianti che nel gennaio del 2010 sono stati costretti a lasciare il paese calabrese per evitare rappresaglie. Arrivato a Roma avrebbe deciso insieme ad altre ex braccianti di dire basta allo sfruttamento creando la propria impresa. Partito da zero, oggi il progetto è una cooperativa che impiega una decina di persone. Le voci che sentirete in questo audiocoumentario sono di: Suleman Diara, presidente cooperativa Barikama, Cheik Diop, della cooperativa Barikama; Antonello Mangano, giornalista e autore del libro gli africani salveranno l'Italia; Michele Colucci, storico dell'immigrazione (CNR - Italia); Giuseppe Pugliese di SOS Rosarno.

Il governo di Dublino ha trasformato in legge un programma che dal 2022 ha distribuito 325 euro a settimana a duemila beneficiari selezionati con un sorteggio. L'Irlanda è diventato l'unico paese del mondo che offre un reddito di base duraturo agli artisti. L'annuncio è arrivato nell'ambito del bilancio 2026, quando il ministro della cultura Patrick O'Donovan ha confermato che il programma sperimentale Basic Income for the Arts (BIA) diventerà un sistema stabile a partire da settembre prossimo. Una decisione che è arrivata dopo aver analizzato attentamente l'impatto sui partecipanti alla fase sperimentale. Un rapporto compilato dal Dipartimento della Cultura, in collaborazione con Alma Economics, ha rilevato infatti che il programma di reddito di base ha prodotto più di 100 milioni di euro in benefici sociali ed economici, e che per ogni euro speso, la società ha ricevuto un euro e 39 centesimi in ritorno: la cultura si è quindi ripagata da sola. Restano però aperti alcuni interrogativi, dai criteri di selezione alla sostenibilità del modello in un Paese che deve ancora fare i conti con gravi fragilità economiche e squilibri sociali. Ne abbiamo parlato con la scrittrice e sceneggiatrice Cat Hogan – che è risultata nell'elenco dei beneficiari del primo triennio di sperimentazione – con lo scrittore William Wall e con il politologo John Baker.

La perdita del senso dell'udito, sia essa congenita che acquisita, è una condizione “totale” dell'individuo; non è solamente legata all'assenza di uno dei nostri sensi, ma anche al totale isolamento sociale e psicologico che essa determina. L'immaginario collettivo, in questo senso, è fatto di persone che comunicano attraverso il “linguaggio dei segni” pensato come l'unica interazione possibile dei sordi con il mondo degli udenti.In realtà, nuovi studi e tecnologie, fanno sì che questa idea sia totalmente superata. Ad esempio, l'applicazione di impianti detti “cocleari” è in grado di restituire il mondo dei suoni, seppur con delle limitazioni, alle persone che presentano patologie uditive più o meno gravi.Facciamo il nostro ingresso nel reparto di Audiovestibologia dell'Ospedale di Circolo di Varese, centro di riferimento a livello internazionale, cui si rivolgono pazienti da tutta Europa. Lo staff, composto da medici, specializzandi, logopedisti, pedagogisti, tecnici, infermieri e personale amministrativo, è guidato dalla Dottoressa Eliana Cristofari, che ci accoglie nel centro che dirige, permettendoci di incontrare pazienti, familiari e giovani medici.

La guerra civile in Siria, finita poco più di un anno fa, non è stata una guerra di religione, e nemmeno una guerra etnica. Ma le divisioni etnico-religiose hanno avuto un ruolo importante, così come lo avevano avuto nei decenni precedenti, durante la lunga dittatura della famiglia Assad. Il vecchio regime aveva garantito una serie di privilegi alla sua comunità di riferimento, gli alauiti, che controllavano le forze di sicurezza, i servizi segreti, l'apparato statale. La repressione prima e durante la guerra civile era quindi decisa e attuata da esponenti della minoranza aluita, nella maggior parte dei casi nei confronti di esponenti della maggioranza sunnita. Non per la loro identità etnico-religiosa ma in quanto membri di quella parte di società discriminata e a un certo punto costretta a ribellarsi. Con la fine della guerra i rapporti si sono ribaltati e il potere è stato preso da esponenti della comunità sunnita. Il nuovo governo ha sempre detto che governerà per tutti, che proteggerà tutte le comunità, a prescindere dalla loro identità etnico-religiosa: sunniti, alauiti, curdi, cristiani, drusi. Nell'ultimo anno però ci sono state violenze e scontri che hanno mostrato molto chiaramente come la convivenza tra i diversi gruppi che compongono la società siriana non sia per nulla scontata. Anzi. Il fatto più grave è stato il massacro degli alauiti nel marzo del 2025. Questo audio documentario, prodotto in Siria nelle scorse settimane, parte proprio da lì.

Raccontare la natura per Valeria Barbi è una vera e propria vocazione, un fatto personale, una questione etica: la naturalista, scrittrice, giornalista ambientale, esperta di biodiversità – su questo tema cura anche una rubrica per la trasmissione Geo di Rai tre - ha appena pubblicato un libro resoconto del lungo reportage che l'ha portata insieme al fotografo Davide Agàti a percorrere su un van la panamericana – la strada più lunga del mondo. Dall'Alaska alla Patagonia (Laterza editore) è il risultato di due anni on the road, un viaggio di 80mila chilometri, attraverso 14 paesi, tra soste e deviazioni, per prendersi il tempo di raccontare storie di “perdita e riscatto”, tra amarezza e speranza, tra impotenza e soddisfazione. Un racconto empatico, appassionato, rigoroso, come la sua autrice Valeria Barbi che si racconta ai nostri microfoni.

Seguendo la via di Baptiste Morizot, che nel suo libro La piste animale consiglia d'inforestarsi nei boschi fuori casa, Valentina Grignoli ha accompagnato due biologi nelle loro passeggiate quotidiane, per farsi raccontare i ritorni e “i nuovi inizi” della fauna e della flora. Vi invito a tornare ai vostri posti è un Laser immersivo nella natura che ci circonda, sulle tracce dell'uomo che vuole cambiare il mondo e rimettere alcuni tasseli al loro posto. E così, attraverso le parole di Federico Tettamanti, direttore dello Studio Alpino a Lodano, conosciamo la differenza tra ritorni spontanei e reintroduzioni animali, per concludere che in fondo è sempre affare umano. Una selva insolita tra autostrada e mondo selvaggio sarà invece la via che percorreremo a Bioggio con Silvia Gandolla, biologa responsabile di grandi carnivori e agricoltura rigenerativa per WWF, alla scoperta di tesori nascosti e segni animali, per concludere che, tra alberi caduti e erba verde in dicembre, il mondo è in continua evoluzione e l'uomo ha messo il turbo. Insomma, viviamo un periodo caratterizzato da grandi ritorni selvaggi, dietro i quali, a volte, si nasconde la volontà umana di rimettere a posto un mondo trascurato per troppo tempo.

In Ticino arrivano ogni anno dei minorenni non accompagnati. Dopo un picco di 133 arrivi, registrato nel 2023, il fenomeno continua, anche se con numeri più bassi, e non accenna ad arrestarsi. Si tratta per la maggior parte di adolescenti maschi, che necessitano di educatori per guidare la loro crescita, ma anche di una formazione per prepararsi all'integrazione nella società come individui autonomi. Tutto questo in un contesto di misure di risparmio. Tutto questo porta in primo piano l'immigrazione, un tema sentito in politica e nei dibattiti pubblici; eppure nella realtà quotidiana è raro incontrare questi ragazzi, perfino per chi abita nel loro stesso (e di solito piccolo) paese. Come è possibile per la popolazione valutare efficacemente il sostegno offerto ai ragazzi e capirne le necessità? E gli operatori di queste strutture come riescono a conciliare i tagli e le esigenze di questi ragazzi?Malena Villa ed Elisa Rossello sono andate a Bombinasco per entrare in uno dei foyer della Croce Rossa, che accoglie questi ragazzi e li accompagna in un percorso formativo. Hanno parlato con tre educatrici e due adolescenti residenti e con Renzo Zanini, capoufficio cantonale dei richiedenti asilo. Il quadro che si delinea non è certo esaustivo, ma , aiuta a capire che cosa implichi questo processo di integrazione.

Ogni anno in Svizzera oltre 2'000 persone finiscono in coma. Poco più della metà di loro sopravvive. La terapia intensiva salva vite umane, ma è un'esperienza molto pesante da vivere, con strascichi fisici, cognitivi e psicologici, oggi riconosciuti sotto il termine PICS (Post Intensive Care Syndrome). Per aiutare i pazienti in coma, alcuni ospedali introducono all'interno del percorso di cura l'utilizzo di diari narrativi che, scritti da infermiere e infermieri, altro personale sanitario e parenti, riducono l'insorgenza della PICS e aiutano i pazienti a riappropriarsi della propria storia, interrotta dalla malattia e dal coma. “Buongiorno signor Alessio*, sono Sergio, l'infermiere che si sta occupando di lei in questo momento… Non conosco nulla di lei, vedo solo che è giovane e spero che potrà svegliarsi presto. Nel frattempo, faccio – in realtà, facciamo tutti - il tifo per lei”.I diari di terapia intensiva hanno un valore terapeutico e umano. In questo documentario li apriamo, sfogliamo e leggiamo con rispetto ed emozione, guidati da Sergio Calzari, infermiere di Terapia intensiva presso il Cardiocentro dell'EOC e fondatore del progetto postintensiva per un'umanizzazione della terapia intensiva; Flavia Pegoraro, infermiera in Urgenza Emergenza presso l'IRRCS San Gerardo dei Tintori di Monza, docente, ricercatrice e autrice di una serie di interventi pubblicata sui Sentieri nelle Medical Humanities e Mirko Achermann che, sopravvissuto a un'esperienza di coma durata più mesi, ha scelto di condividere la sua storia e il suo diario sul blog. *Nome d'invenzione, a tutela della privacyMontaggio e sound design a cura di Thomas Chiesa.undefined

Quanto è difficile fare i conti con il proprio passato? È quello che stanno vivendo i siriani, dopo oltre mezzo secolo di dittatura e quasi 15 anni di guerra civile. Fare i conti con la propria storia in questo paese significa anche e soprattutto scoprire quanto successo a centinaia di migliaia di persone scomparse: impossibile fornire cifre precise, ma alcune stime indicano che sono dai 150mila ai 300mila i siriani spariti nel buco nero del vecchio regime. Per un paese che prima della guerra contava circa 24 milioni di abitanti significa che quasi tutti conoscono qualcuno che è stato arrestato, rapito, sequestrato e appunto scomparso. È l'eredità di Bashar al-Assad, che poco più di un anno fa è scappato in Russia e ha lasciato un paese in ginocchio, completamente distrutto e con moltissime tragedie sulle quali ora si sta cercando di far luce: nell'ultimo anno sono già state scoperte più di 80 fosse comuni.Come vivono oggi le tante famiglie siriane che dalla caduta del regime si sono messe alla ricerca dei loro cari? Cosa stanno facendo le nuove autorità per rispondere alla loro impellente richiesta di giustizia? Il paese troverà mai il punto di equilibrio tra giustizia e riconciliazione? Questo reportage accompagnerà gli ascoltatori in Siria e attraverso storie e testimonianze cercherà di rispondere ad alcune di queste domande.undefined

Il serbo Dejan Atanacković incarna una figura sempre più rara, quella dell'intellettuale totale. Le sue opere attraversano i confini tra i linguaggi: arte visiva, installazioni, scrittura e impegno civile, solcando le ferite della storia recente e dando forma a un'arte che rifiuta ogni compromesso e ogni neutralità. Dopo aver trascorso buona parte della sua vita a Firenze - dov'è arrivato nel 1991, allo scoppio della guerra nei Balcani - ha realizzato e curato progetti e installazioni di arte contemporanea negli Stati Uniti, in Canada, in Germania e Italia (oltre che nel suo Paese, la Serbia). Le sue opere hanno fatto parte di mostre collettive in tutto il mondo. Negli ultimi anni è diventato anche una figura riconoscibile del dissenso civile in Serbia, impegnato contro grandi progetti urbanistici opachi, la privatizzazione dello spazio pubblico e l'erosione dello stato di diritto. Le sue prese di posizione gli sono costate arresti, procedimenti giudiziari, campagne diffamatorie.

Catena in movimento nasce all'interno del carcere di Bollate come progetto di formazione e lavoro creato dai detenuti. Oggi siamo nella sartoria di Trezzano sul Naviglio, dove questo percorso continua in un contesto produttivo aperto. Qui lavorano persone che arrivano dal carcere, ma anche migranti che hanno trovato in questo spazio una possibilità concreta di reinserimento. Accanto a loro c'è Cristian, fondatore e guida di questa esperienza, che ha costruito un modello basato su continuità, fiducia e competenze reali e che vuole abbattere i muri tra “dentro” e “fuori”. Un reportage di Anaïs Poirot che mostra cosa significa davvero ripartire attraverso il lavoro.