È un magazine di approfondimento dell’attualità politica, culturale, sociale. Interviene sulla stretta attualità di giornata, solo in casi particolari, di grande rilevanza. Dà spazio anche a tematiche di interesse pubblico o a quante vengono trascurate dai grandi media. Il taglio è storico–sociologi…
RSI - Radiotelevisione svizzera

In Colombia è comunemente conosciuto come il fenomeno dei Falsos Positivos (i falsi positivi) e riguarda le esecuzioni di oltre 7000 mila comuni cittadini da parte dell'esercito avvenute tra il 2002 e il 2008. Dalle regioni dei Caraibi nel nord del paese, fino agli altopiani del centro e alle zone tropicali dell'ovest il meccanismo applicato dalle forze armate colombiane era sempre lo stesso: l'adescamento e cattura di persone comuni, la loro eliminazione fisica e la simulazione di un combattimento che si otteneva vestendo i cadaveri con abiti da guerrigliero e armi.Un modo per dimostrare che le forze armate ottenevano risultati sul campo, guadagnavano terreno contro la guerriglia e eliminavano membri di gruppi armati.Da circa 8 anni a indagare sul meccanismo perverso che, in tutto il paese, ha spinto i vertici militari e interi apparati dell'esercito a perpetrare assassini, sparizioni e torture è la Jurirsdicion Especial para la Paz (JEP) organo che nasce dagli accordi di pace del 2016 tra il governo e la guerriglia delle FARC EP. Oltre ai falsos positivos la JEP si occupa di altri 10 filoni di indagini e tra questi i sequestri e le sparizioni ad opera delle FARC, i crimini commessi dai paramilitari insieme all'esercito e il genocidio dei militanti dell'Unione patriottica. Come avvenuto per il Sudafrica dopo l'apartheid anche la JEP in Colombia si ispira ai principi della giustizia riparativa e il suo scopo è quello di indagare e trovare una via di giustizia attraverso incontri tra le vittime e i carnefici.In questa puntata Margarita Arteaga Cuartas, sorella di Kemel Arteaga Cuartas, Oscar Parra, Magistrato della JEP e José Hilario Lopez Rincòn, avvocato.

“Onda Diurna” è una trasmissione che va in onda ogni martedì su Shareradio, frutto della collaborazione con il Centro Diurno Procaccini.Il progetto nasce inizialmente come una radio in presenza, una radio–spettacolo costruita all'interno del Centro Diurno. Durante il periodo del Covid si trasforma e si amplia, dando vita anche alla “Onda Diurna Community”, che raccoglie esclusivamente contributi e materiali degli utenti.La trasmissione si sviluppa in una forma ibrida: la conduzione avviene sia in studio sia a distanza, integrando la partecipazione degli utenti attraverso messaggi, contributi audio e interventi via WhatsApp. Questo permette una presenza continua e diffusa, che supera i confini fisici dello studio radiofonico. Al centro di questo progetto c'è la voce: la sua presenza, la sua scoperta, il suo riconoscimento. La radio diventa uno spazio in cui la voce non è solo suono, ma identità, relazione e possibilità di espressione. Una voce che si prende il tempo di emergere, che trova ascolto e che si intreccia con le altre.Attraverso la pratica radiofonica, gli utenti del Centro Diurno hanno l'opportunità di dare forma alla propria voce, condividendo pensieri, racconti, poesie musica e riflessioni attorno a la parola buona scelta da Sergio Astori. In questo processo la radio si trasforma in uno strumento di cura e di incontro, dove la voce diventa ponte tra persone e storie. “Onda Diurna” è quindi un'esperienza collettiva in cui la voce non è mai isolata: si costruisce nell'ascolto reciproco e diventa presenza viva, capace di attraversare lo spazio della città e raggiungere chi ascolta.La trasmissione è stata ideata da Paolo Diliberto e Donatella Fidanza del Centro Diurno Procaccini e da Nicola Mogno di Shareradio.

Cosa resta di una persona dopo trentadue anni di carcere? E cosa succede quando, una volta ottenuta la libertà, non esiste più un luogo in cui tornare?Con questa storia entriamo in uno degli spazi più invisibili e meno raccontati del conflitto israelo-palestinese: le prigioni israeliane. A guidarci è la voce di Nasser Abo Srour, scrittore e poeta palestinese che ha trascorso oltre metà della sua vita dietro le sbarre e che oggi vive in esilio. Ma questo è anche un viaggio dentro le fratture della società israeliana. Accanto alla testimonianza di Nasser c'è infatti quella di Yair Dvir, portavoce di B'Tselem, storica organizzazione israeliana per i diritti umani che da anni documenta e denuncia le violazioni commesse da Israele nei territori occupati. Nel suo più recente report, Living Hell, pubblicato come aggiornamento del precedente Welcome to Hell, l'organizzazione raccoglie decine di testimonianze di ex detenuti e descrive il sistema carcerario israeliano come una rete di campo di tortura e un luogo segnato da violenze sistematiche, isolamento e progressiva disumanizzazione. Attraverso due testimonianze il “Laser” cerca di illuminare ciò che avviene dietro muri sempre più impenetrabili: il carcere come strumento di controllo, il confine sottile tra punizione e annientamento, il modo in cui una società in guerra ridefinisce il valore stesso della vita umana. E pone una domanda che attraversa tutto il racconto: quando il mondo smette di guardare, chi resta a testimoniare?

Tra i nomi più innovativi del giovane cinema svizzero ci sono Ramon e Silvan Zürcher. Gemelli, hanno da sempre condiviso lo spazio davanti e dietro a uno schermo, in una continua danza tra scrittura, regia e produzione. Li abbiamo incontrati in occasione della loro presenza alla Spring Academy 2026 del Locarno Film Festival. Proprio lì, dove se non tutto, sicuramente molto per loro è cominciato.Silvan Zürcher ha studiato filosofia, cinema e germanistica a Berna, Zurigo e Berlino e nel 2017 ha fondato la Zürcher Film GmbH; Ràmon Zürcher ha studiato arti visive e regia cinematografica a Berna e Berlino. Il loro debutto, The Strange Little Cat (Das merkwürdige Kätzchen; 2013), è stato presentato in anteprima al Forum della Berlinale. La ragazza e il ragno (The Girl and the Spider; 2021) ha vinto il premio per la migliore regia e il premio FIPRESCI alla Berlinale Encounters. La trilogia, caratterizzata sempre dalla presenza di un animale nel titolo del film, si è conclusa con The Sparrow in the Chimney (Der Spatz im Kamin; 2024), presentato in concorso a Locarno77, vincitore di due Swiss Film Awards e di numerosi riconoscimenti internazionali.In questo “Laser” Valentina Grignoli va a scoprire insieme a Silvan e Ràmon il loro percorso artistico e cosa ci racconta il cinema che fanno, accompagnati dalle musiche originali dei loro film.

A Taranto, la vicenda dell'acciaieria ex Ilva, continua a intrecciare giustizia, lavoro e salute. L'ultimo capitolo è la sentenza del Tribunale di Milano che dispone la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento: una decisione che, salvo ulteriori sviluppi, diventerà effettiva ad agosto.Un provvedimento che richiama precedenti decisioni rimaste però senza effetti concreti, mentre gli impianti hanno continuato a funzionare. È in questo contesto che si inserisce l'Uno Maggio Libero e Pensante 2026, l'evento politico e culturale nato nel 2013, all'indomani del sequestro dell'acciaieria disposto nel 2012. Da allora, il palco di Taranto è diventato uno spazio di confronto sui temi del lavoro, dell'ambiente e dei diritti. In questo audio reportage ascolteremo le voci dei direttori artistici dei membri del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti e di chi continua a vivere ogni giorno le conseguenze di una città sospesa tra produzione industriale e richiesta di giustizia ambientale.

Il progetto del murales, su un muro lungo una decina di metri, lo hanno ideato i familiari di 200 persone uccise dalle forze armate colombiane tra il 2005 e il 2008. E lo scorso 27 marzo, a realizzarlo sono stati 11 tra i responsabili di quegli assassini e sparizioni forzate. Valorizzare la memoria e costruire un paese che non ripeta gli orrori del passato, sono alcuni degli obiettivi che si prefigge la JEP, la Giurisdizione Speciale per la Pace nata in Colombia dopo gli accordi di pace tra il governo e la guerriglia delle FARC EP. La missione istituzionale di questo organo è di indagare ed emettere sentenze sugli innumerevoli crimini di guerra commessi nel paese negli ultimi 50 anni: genocidi, sparizioni forzate, riduzione in schiavitù, violenze di genere, sequestri.Come accaduto in Sudafrica dopo la fine dell'apartheid i principi a cui ci si ispira sono quelli della giustizia riparativa: una lunga serie di incontri tra le vittime e i responsabili delle atrocità, l'assunzione pubblica delle responsabilità e la possibilità per le vittime di avere un ruolo centrale nel processo.Due scarpe sinistre è un audio documentario che racconta uno dei tanti filoni di indagine di cui si occupa la Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP) in Colombia: quello delle migliaia di cittadini giustiziati dall'esercito e poi travestiti da guerriglieri uccisi in combattimento. Con Doris Tejada madre di Oscar Morales Tejada, Catalina Diaz, magistrata JEP, Blanca Nubia Monroy madre di Julian Oviedo Monroy.

La voce dai piedi alla testa è il titolo del primo libro di Maria Höller-Zangenfeind, cantante e artista tedesca che nella seconda metà del 900 fondò un nuovo metodo per lo studio e il lavoro sulla voce: la metodologia Atem Tonus Ton (“Respiro-Tono-Suono”). La base da cui Zangenfeind era partita erano le teorie di Ilse MIddendorf, che oltre ad essere la sua maestra era considerata la più grande studiosa sul respiro in occidente. «Non esiste un respiro giusto o sbagliato» diceva la Middendorf così come la sua allieva Zangenfeind diceva che non esiste una voce giusta e una voce sbagliata.In che consiste la metodologia Atem Tonus Ton? Chi sono le persone che si avvicinano a sperimentare creatività vocali proposte dal'ATT? Per capirlo abbiamo passato una giornata seguendo i corsi e i seminari di una terapeuta della voce che applica il metodo Atem Tonus Ton in Italia: Silvia Biferale Insieme a Chiara Guglielmi e gli studenti del primo anno dell'Accademia Fondamenta di Roma.

L'African Museum a Tervuren, in Belgio, è uno dei primi musei in Europa che ha intrapreso la via della decolonizzazione: il reportage di Margherita Redaelli parte proprio da Tervuren e dalla controversia che ha opposto negli ultimi mesi il museo a un'azienda mineraria, la Kobold Metals, sull'accesso e la digitalizzazione degli archivi geologici coloniali del Congo. Archivi considerati strategicamente significativi per l'esplorazione mineraria del paese africano. Un episodio che si inserisce nel contesto più ampio del processo di decolonizzazione dei musei e della restituzione delle opere d'arte, ma anche sulla riappropriazione dei dati anagrifici dei bambini meticci e sul modo di leggere la storia per costruire oggi una società più plurale e più giusta.

Un incontro radiofonico di Anais Poirot con Alessio Lega, cantautore e autore di libri, noto per il canto sociale e la musica popolare.In questa intervista racconta il suo percorso, parla dello spettacolo “Nuovo Bella Ciao” e propone brani dal vivo. Alessio Lega accanto alla musica, svolge un'intensa attività letteraria: tra i suoi libri ricordiamo Canta che non ti passa, Incrocio di sguardi, Bakunin. Il demone della rivolta, la raccolta poetica Carta Canta e La nave dei folli (2019), prima biografia organica del cantautore Ivan Della Mea, figura simbolo delle lotte operaie degli anni Settanta. Un incontro che unisce musica, poesia e riflessione sociale.

«Racconti una storia, poi la racconti in un altro modo. E alla fine non sai più quale sia vera. Forse lo sono tutte» Elias Khoury.Talal, direttore della fotografia libanese, si racconta e ci racconta suo padre: Elias Khoury. Suo padre insegnava alla Columbia a New York, nei primi anni ‘80, ma ha deciso di tornare con moglie e figli a Beyrouth, per vivere in prima persona la guerra civile. Talal invece ha deciso di lasciare il Libano per permettere a suo figlio di studiare a Parigi e per poter continuare a raccontare il suo paese da una prospettiva diversa. Manuel Perrone unisce in un'unica narrazione queste risposte diverse a questioni che durano da decenni, nel territorio bellissimo e martoriato del Libano. Ma forse è proprio nel loro contrasto apparente, che le loro scelte dimostrano un profondo rispetto e affetto.

Il 5 novembre 2025 segna la fine di un'era per lo stadio di San Siro e l'inizio di una trasformazione che sta dividendo nel profondo la città di Milano. Con la firma dell'accordo per la cessione del “Giuseppe Meazza” e dei trecentomila metri quadrati circostanti a Inter e Milan, il Comune ha dato il via a una metamorfosi edilizia da circa duecento milioni di euro. In questo reportage di “Laser”, Marco Silvestri esplora le contraddizioni di un'operazione che va ben oltre i confini del business sportivo, toccando l'anima stessa del capoluogo lombardo. Dai destini sospesi di Piazzale Angelo Moratti fino alle storie di chi quel rettangolo di gioco lo ha sempre considerato una casa, il documentario accende i riflettori su un limbo urbano sospeso tra un futuro incerto e un passato impossibile da dimenticare. Il racconto si addentra nelle zone d'ombra dell'accordo tra l'amministrazione pubblica e i club privati, dove le logiche finanziarie si scontrano inevitabilmente con la tutela del bene pubblico. Attraverso le voci critiche di Luigi Corbani – già vicesindaco e anima del Comitato “Sì Meazza” – e del consigliere comunale Enrico Fedreghini, il reportage analizza i dubbi e i numeri di una compravendita che molti ritengono gestita con troppa fretta. Ma l'impatto di questa svolta si riflette soprattutto sul tessuto sociale circostante: il giornalista culturale Luca Gricinella, ideatore del blog “San Siro Nights”, fotografa le spaccature di un quartiere storicamente diviso tra le aree residenziali di lusso e le complessità delle case popolari intorno a Piazzale Selinunte. Infine, grazie alla testimonianza del giornalista Alessandro Mingoia, autore del libro San Siro Rock, il documentario ripercorre la storia musicale del Meazza, che per decenni è stato un punto di riferimento per i grandi concerti internazionali in Italia.

Poschiavo è un paese travestito da cittadina elegante. Incastonato nella valle come un vero e proprio gioiello, il lago blu, le montagne fitte ai lati, i tetti in piode che a guardarli dall'alto sembrano d'argento. Un mondo sospeso nel tempo, dove ogni angolo dice leggenda, e l'emigrazione ha portato i suoi frutti a casa. Un popolo fiero e accogliente come accade di rado, dove la gente ti saluta per strada con un ciao d'ordinanza (ho visto un cartello che lo impone lungo una passeggiata), e poi ti parla in dialetto poschiavino. A metà strada tra due confini che sembran stretti ma dentro ci si sta comodi, l'Italia e la svizzera di lingua e cultura tedesca, lungo quel trenino che fa sognare. Ecco, in questo luogo pullulano ristoranti e osterie, la gente esce in piazza e ognuno dice la sua. Tredici anni fa un orso ha scosso gli animi di questa comunità. L'orso è arrivato e ha diviso, e come una leggenda, è subito stata caccia alle streghe. Tra chi lo vuole o chi no, chi lo mitizza e chi lo demonizza, è stata una battaglia molto sentita e combattuta anche in piazza e nei ritrovi comuni. Le voci giravano e divampavano in questa piazza che di roghi ne aveva già conosciuti tanti. Poi M13, questo il suo nome, è stato preso e le armi son state deposte. Ma è di qualche settimana fa la notizia di un nuovo avvistamento. Un altro orso, questa volta non collarato quindi molto più misterioso, si sta avvicinando a Poschiavo. Cosa dirà la gente? Ricomincerà a parlare? Le voci raccolte in questo “Laser” raccontano – anche - questo.

Agricoltori lungo il fronte della guerra. Tra le regioni di Mikolayv e Kherson, nel settore meridionale del territorio ucraino, la produzione agricola è oggi una forma di resistenza. Nei piccoli villaggi in gran parte spopolati, che in questa stagione sembrano atolli circondati da un mare di verde primaverile, alcuni imprenditori agricoli cercano di riportare la terra a produrre. Una sfida complessa e pericolosa, che deve anche fare i conti con un quadro economico internazionale molto instabile. Un reportage dall'Ucraina di Gigi Donelli.

Il 2 giugno del 1946 - ottant'anni fa - l'Italia scelse la Repubblica. I cittadini italiani e, per la prima volta dopo aver votato alle Amministrative qualche mese prima, le cittadine italiane, scelsero la forma di Governo che li avrebbe rappresentati. Tra la Monarchia e la Repubblica vinse la seconda, con uno scarto di circa 2 milioni di voti. A questa decisione, fece seguito l'importante appuntamento con la scrittura della Carta costituzionale, a cui parteciparono 16 partiti, in testa Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista. Furono incaricati di redigerla 556 parlamentari, tra cui 21 donne. Un numero sottile, ma le donne ebbero un ruolo centrale e fondamentale nella definizione della Costituzione italiana. In questo “Laser” – firmato da Francesca Torrani, corrispondente da Roma Rsi - vi proponiamo una lettura storica di quel momento, che comprende un inserto: un incontro con Lea Gariazzo, 102 anni di Biella, partigiana, che quel 2 giugno 1946 sulla scheda di voto mise la croce su Repubblica.

Edgar Morin, uno dei maggiori pensatori e intellettuali della nostra epoca, è morto il 29 maggio. Era nato a Parigi l'8 luglio 1921. Per ricordare la sua figura vi proponiamo una parte della lunga intervista realizzata per “Laser” da Roberto Antonini che aveva incontrato il grande filosofo nel 2011, in occasione del suo novantesimo compleanno.«La vita di Edgar Morin è stata contrassegnata dalla ricerca incessante delle relazioni che intercorrono, nascoste, tra le diverse discipline. Il filosofo e sociologo francese non ha mai rallentato il suo lavoro, intenso e continuo, per snidare i rapporti che intercorrono tra storia, biologia, neuroscienze, antropologia, economia, politica. Solo uno sforzo transdisciplinare è a suo giudizio in grado di farci uscire da una settorializzazione accecante: il pensiero complesso è quello in grado di orientare la mente verso una conoscenza che ci consenta di percepire i contorni del mondo nel quale viviamo e che è viepiù percorso da minacce e paure. La complessità è anche un'etica della mente: solo uscendo dagli schemi binari - il sì e il no, il bene e il male - si potranno liberare quelle idee e forze creative per far fronte alla tormenta ecologica, economica, sociale che si abbatte sulle nostre società e che compromette il futuro del pianeta».

Password condivise, posizione sempre attiva, accesso ai profili social come prova di fiducia. Per molti adolescenti e giovani adulti le relazioni passano anche attraverso il controllo reciproco via smartphone. “Se mi ami, perché non mi dai la password?” “Perché hai disattivato la posizione?” Domande che per tanti ragazzi fanno ormai parte della normalità digitale. Ma non tutti ci stanno. Sempre più giovani scelgono di mettere dei limiti, di proteggere la propria privacy, di distinguere tra fiducia e controllo.Nel reportage di Laser ascolteremo le loro voci: chi accetta di condividere tutto, chi si sente sotto pressione e chi invece rivendica il diritto ad avere spazi personali anche online. Un viaggio dentro le relazioni ai tempi dei social, tra connessione permanente, consapevolezza digitale e nuovi confini dell'intimità. Un lavoro realizzato con l'associazione Aiutiamoli all'interno degli studi di Shareradio.

La rotta del Mediterraneo centrale è una delle più pericolose al mondo, secondo l'OIM, l'organizzazione internazionale per le migrazioni. Nelle acque internazionali della zona libica SAR (Search and Rescue), tra marzo e aprile 2026, si è svolta la quarantaduesima missione della Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency. L'imbarcazione ha portato in salvo donne, uomini e minori accompagnati e non, per un totale di settantuno persone. Durante la navigazione la Life Support è stata seguita ripetutamente da imbarcazioni non ben identificabili e dalla Guardia Costiera libica, che ha intercettato e respinto verso la propria terraferma due barche cariche di migranti che rischiavano di affondare, verso cui era diretta la Life Support.La provenienza da paesi come Mali, Costa d'Avorio, Burkina Faso, Ciad, Guinea Conakry e Camerun narra di come guerre, instabilità politica, violazione dei diritti umani, crisi climatica e fame siano alla base delle motivazioni che spingono le persone a cercare in Europa un futuro migliore. Lo fanno compiendo viaggi lunghissimi dall'Africa subsahariana fino alla Libia, dove subiscono razzismo, campi di lavoro obbligatori, violenze efferate e detenzioni arbitrarie sia al primo arrivo che ogni volta in cui i libici li intercettano in mare, riportandoli indietro. In questo reportage realizzato sulla Life Support Laser ha raccolto le loro storie, usando nomi di fantasia per tutelarne la sicurezza.

Sorj Chalandon è uno degli scrittori francesi contemporanei più sensibili alle ferite della storia, autore di una dozzina di romanzi in gran parte tradotti in italiano e tutti in qualche modo collegati l'uno con l'altro. I temi trattati nei suoi libri esplorano in modo crudo la complessità e il lato oscuro dell'animo umano raccontando ingiustizie, violenze e prevaricazioni. Già finalista al Goncourt e premiato dall'Académie Francaise, Chalandon è un romanziere che non usa la scrittura per chiudere i conti con la realtà ma per condividere esperienze difficili, senza edulcorarle. Una scelta che nasce anche dal suo passato di reporter di guerra che lo ha visto raccontare la violenza, i sensi di appartenenza, i tradimenti in alcuni dei conflitti più caldi degli ultimi decenni, come l'Irlanda del Nord, il Libano, l'Iraq e l'Afghanistan. Con il suo nuovo romanzo Il libro di Kells ha confermato di essere maestro nell'arte di narrare le grandi vicende storiche mescolandovi la propria storia personale. Al centro della narrazione ci sono la Parigi dei ruggenti anni Settanta, gli scontri di piazza, il maoismo giovanile, il ribollire delle strade e un indomito senso etico dalle precise venature religiose.L'abbiamo incontrato a Pordenone, dove quest'anno è stato il protagonista del Festival Dedica, giunto alla 32ma edizione.

La Bologna Children's Book Fair, che si è tenuta in questa primavera, giungendo alla sua 63ma edizione e confermandosi come l'evento internazionale più importante nel settore, ha mostrato un'attenzione particolare alla saggistica rivolta alle giovani lettrici e ai giovani lettori, focalizzata in particolare su temi alti, di carattere etico, politico, sociale, psicologico.Come afferma Gianrico Carofiglio, ospite di questa puntata, è importante i giovani vengano incoraggiati ad esercitare il pensiero critico, «la forma più profonda di resistenza che abbiamo a disposizione», e a farsi energia di cambiamento verso un mondo più giusto. Proprio di questo tratta il suo saggio più recente, Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza (Mondadori).L'esercizio del pensiero è anche ciò che ci preserva dal cortocircuito tra emozione e azione violenta, e “sentire pensare agire” è infatti il sottotitolo di Dentro l'uragano (Il Castoro), in cui Anna Ballerini, psicologa e psicoterapeuta specializzata in età evolutiva, e Luigi Ballerini, medico psicoterapeuta nonché scrittore per ragazzi tra i più letti e apprezzati, si rivolgono direttamente agli adolescenti con grande sensibilità e competenza.Anche loro saranno ospiti di questa puntata, insieme a Victor Dias De Oliveira Santos, scrittore e linguista brasiliano residente negli Stati Uniti, che ha scritto un libro per i più piccoli: Le persone sono strane (Terre di Mezzo), il cui tema è il valore della diversità, della tolleranza, del rispetto di ogni individuo.

Ogni anno, tra il 24 e il 25 maggio, la piccola località di Saintes-Maries-de-la-Mer, nel cuore della Camargue francese, diventa il centro del mondo romaní. Migliaia di rom, sinti, manouche, gitani e kalé arrivano in pellegrinaggio da ogni angolo d'Europa, per un rito secolare che si ripete ininterrotto sin dall'epoca medievale: la venerazione di Santa Sara, la loro patrona e protettrice, le cui reliquie sono custodite nella cripta della chiesa del paese.In questo episodio di “Laser”, Marco Silvestri ci accompagna in un viaggio radiofonico di oltre mille chilometri per scoprire i segreti e le contraddizioni di questa festa straordinaria. Attraverso le voci dei protagonisti – come Patrice Batiste, erede della storica famiglia di “porteur” che da novant'anni porta a spalle la statua della Santa fino al mare scortata dai gardians a cavallo – il documentario esplora le radici profonde di una cultura da sempre legata al nomadismo e al viaggio. Al tempo stesso, grazie agli interventi di storici ed esperti come il ricercatore Ilsen About e l'archeologa Serenella Baglio, il reportage si spinge oltre il folklore e l'incredibile cornice naturale delle lagune della Camargue. Il pellegrinaggio diventa così una preziosa lente d'ingrandimento per riconsiderare il ruolo e la storia del popolo romaní nell'Europa odierna.

Questo documentario parte dal BIM della Bicocca, tra vibrazioni afro beats e R&B che accendono la mattina come un risveglio collettivo. Per alcune ragazze incontrate sul posto, questa esperienza è stata descritta quasi come una “nuova messa”: un rito laico fatto di musica, presenza e condivisione. Abbiamo raccolto le voci di chi vive questi rituali di soft clubbing o soft rave di domenica, tra leggerezza e socialità diffusa. Ci siamo mossi tra atmosfere diverse seguendo il filo della città che cambia ritmo.Arrivati al Certosa District, il paesaggio industriale si è trasformato in spazio elettro e festivaliero. Nel vecchio pennellificio abbiamo incontrato e intervistato DJ e organizzatori di soft rave, e gli organizzatori del festival TONO, evento all'aperto dove musica, cibo e condivisione si incontrano. Raccontano una nuova idea di club e culture più attenta al benessere, inclusiva e sostenibile. Milano emerge così come una città che sperimenta rituali contemporanei, dove festa, ascolto e cura di sé convivono.

La scena musicale giovanile degli anni Sessanta è tutta un fermento. Mentre i Beatles e i Rolling Stones impazzano nel mondo, Domenico Modugno conquista l'America. All'ombra dei nuovi fermenti pop e rock anglosassoni e di una lunga tradizione melodica, nascono in Italia gruppi musicali beat che si contendono la scena. Tra questi I Califfi, fondati a Firenze nel 1965 da Franco Boldrini, bassista, cantante, paroliere e frontman del gruppo. Nel periodo di attività, compreso tra il 1965 e il 1976, attraversano numerose esperienze musicali dal beat al folk rock fino al rock progressivo, cambiando spesso formazione.Si avvicendano dunque negli anni musicisti come Piero Barbetti alla batteria, Paolo Tofani alla chitarra, o Giacomo Romoli all'organo hammond. Lanciati da Giorgio Gaber, agguantano il grande successo con ‘Così ti amo', cover di ‘To love somebody' dei Bee Gees. Le manifestazioni musicali di quegli anni si chiamavano Cantagiro, Festivalbar, Un disco per l'estate, e loro non ne perdono una.Franco Boldrini, 88 anni, fondatore e anima del gruppo nonché autore di tutti i brani, racconta la sua avventura musicale al microfono di Sabrina Faller.

La scena musicale giovanile degli anni Sessanta è tutta un fermento. Mentre i Beatles e i Rolling Stones impazzano nel mondo, Domenico Modugno conquista l'America. All'ombra dei nuovi fermenti pop e rock anglosassoni e di una lunga tradizione melodica, nascono in Italia gruppi musicali beat che si contendono la scena. Tra questi I Califfi, fondati a Firenze nel 1965 da Franco Boldrini, bassista, cantante, paroliere e frontman del gruppo. Nel periodo di attività, compreso tra il 1965 e il 1976, attraversano numerose esperienze musicali dal beat al folk rock fino al rock progressivo, cambiando spesso formazione.Si avvicendano dunque negli anni musicisti come Piero Barbetti alla batteria, Paolo Tofani alla chitarra, o Giacomo Romoli all'organo hammond. Lanciati da Giorgio Gaber, agguantano il grande successo con ‘Così ti amo', cover di ‘To love somebody' dei Bee Gees. Le manifestazioni musicali di quegli anni si chiamavano Cantagiro, Festivalbar, Un disco per l'estate, e loro non ne perdono una.Franco Boldrini, 88 anni, fondatore e anima del gruppo nonché autore di tutti i brani, racconta la sua avventura musicale al microfono di Sabrina Faller.

Nel corso del Settecento, nelle colonie britanniche del Nord America e poi negli Stati Uniti, prende forma un movimento di critica alla schiavitù. Nasce dapprima in ambito religioso e negli anni della Dichiarazione d'indipendenza del 1776 s'intreccia anche con il linguaggio dell'Illuminismo. Un nuovo senso di uguaglianza spirituale e civile tra gli uomini rende sempre più difficile giustificare la proprietà e lo sfruttamento di altri esseri umani, spiega Enrico Dal Lago. Anche sul piano economico, come emerge dagli studi di Giulio Talini, la schiavitù sembra superata. Ma all'inizio dell'Ottocento l'espansione del cotone nel Sud degli Stati Uniti restituisce forza e centralità all'economia di piantagione. La prospettiva dell'abolizione si scontra così con interessi economici, politici e sociali sempre più potenti. In questo contesto prende corpo un'altra idea: non integrare pienamente le persone nere libere nella società americana, ma trasferirle nuovamente in Africa. È il progetto sostenuto dall'American Colonization Society, fondata nel 1816. Nel 1822, sulla costa occidentale dell'Africa, nacque l'insediamento che sarebbe poi diventato, nel 1847, la Repubblica indipendente della Liberia. Qui furono trasferiti afroamericani liberi ed ex schiavi, persone che spesso non avevano più alcun legame linguistico, culturale o familiare diretto con il continente africano. Non tutto andò come previsto. La Liberia ha conosciuto due secoli di storia tormentata: il dominio delle élite americo-liberiane, le tensioni con le popolazioni locali, crisi politiche, guerre civili e difficili processi di ricostruzione. E tuttavia nel nuovo millennio, come racconta Marco Trovato, s'intravedono anche spiragli di speranza.

Nel corso del Settecento, nelle colonie britanniche del Nord America e poi negli Stati Uniti, prende forma un movimento di critica alla schiavitù. Nasce dapprima in ambito religioso e negli anni della Dichiarazione d'indipendenza del 1776 s'intreccia anche con il linguaggio dell'Illuminismo. Un nuovo senso di uguaglianza spirituale e civile tra gli uomini rende sempre più difficile giustificare la proprietà e lo sfruttamento di altri esseri umani, spiega Enrico Dal Lago. Anche sul piano economico, come emerge dagli studi di Giulio Talini, la schiavitù sembra superata. Ma all'inizio dell'Ottocento l'espansione del cotone nel Sud degli Stati Uniti restituisce forza e centralità all'economia di piantagione. La prospettiva dell'abolizione si scontra così con interessi economici, politici e sociali sempre più potenti. In questo contesto prende corpo un'altra idea: non integrare pienamente le persone nere libere nella società americana, ma trasferirle nuovamente in Africa. È il progetto sostenuto dall'American Colonization Society, fondata nel 1816. Nel 1822, sulla costa occidentale dell'Africa, nacque l'insediamento che sarebbe poi diventato, nel 1847, la Repubblica indipendente della Liberia. Qui furono trasferiti afroamericani liberi ed ex schiavi, persone che spesso non avevano più alcun legame linguistico, culturale o familiare diretto con il continente africano. Non tutto andò come previsto. La Liberia ha conosciuto due secoli di storia tormentata: il dominio delle élite americo-liberiane, le tensioni con le popolazioni locali, crisi politiche, guerre civili e difficili processi di ricostruzione. E tuttavia nel nuovo millennio, come racconta Marco Trovato, s'intravedono anche spiragli di speranza.

Ha progettato giardini per gli stabilimenti Olivetti e la famiglia Zegna; ha ideato il parco Pinocchio a Collodi; ha collaborato con studi d'architettura prestigiosi come BBPR. Pietro Porcinai, nato a Settignano nel 1910, è stato il più rappresentativo paesaggista italiano del XX secolo: a lui si deve la nascita della cultura moderna del paesaggio in Italia. La sua opera ha ridefinito il rapporto tra progetto e natura, superando l'idea di giardino come forma autonoma per restituirgli una funzione ambientale, sociale ed estetica. Porcinai ha lasciato una eredità fondamentale nel pensiero del paesaggio contemporaneo, fonte oggi di ispirazione per architetti e progettisti in Italia e in Europa.

Ha progettato giardini per gli stabilimenti Olivetti e la famiglia Zegna; ha ideato il parco Pinocchio a Collodi; ha collaborato con studi d'architettura prestigiosi come BBPR. Pietro Porcinai, nato a Settignano nel 1910, è stato il più rappresentativo paesaggista italiano del XX secolo: a lui si deve la nascita della cultura moderna del paesaggio in Italia. La sua opera ha ridefinito il rapporto tra progetto e natura, superando l'idea di giardino come forma autonoma per restituirgli una funzione ambientale, sociale ed estetica. Porcinai ha lasciato una eredità fondamentale nel pensiero del paesaggio contemporaneo, fonte oggi di ispirazione per architetti e progettisti in Italia e in Europa.

Il gambero rosso di Mazara è diventato negli anni un simbolo del made in Italy, ma il suo successo si regge sempre meno sulla pesca locale e sempre più su logiche di branding e mercato. Nato come prodotto poco valorizzato, il gambero ha conosciuto il boom negli anni '90 grazie all'industrializzazione della pesca a strascico e all'espansione verso i fondali libici, ricchissimi di risorse. Attorno a questo crostaceo si è costruita una vera economia del lusso, sostenuta da campagne commerciali e strategie mediatiche che hanno trasformato il “gambero di Mazara” in un marchio globale più che in una reale denominazione d'origine.Nel frattempo, però, la pesca intensiva ha impoverito il Mediterraneo, mentre la chiusura delle acque libiche, i sequestri dei pescherecci, l'aumento dei costi del carburante e i vincoli europei hanno messo in crisi la marineria mazarese. Sempre più armatori denunciano un sistema non più sostenibile economicamente. Sullo sfondo emergono anche pratiche opache come i trasbordi in mare aperto: gamberi pescati da flotte nordafricane verrebbero trasferiti su pescherecci italiani e immessi sul mercato come prodotto “di Mazara”. Una dinamica difficile da controllare ma considerata da molti pescatori una forma di sopravvivenza. Il risultato è una domanda inevitabile: il gambero rosso di Mazara è ancora un'eccellenza territoriale o ormai soprattutto un'etichetta commerciale?

Il gambero rosso di Mazara è diventato negli anni un simbolo del made in Italy, ma il suo successo si regge sempre meno sulla pesca locale e sempre più su logiche di branding e mercato. Nato come prodotto poco valorizzato, il gambero ha conosciuto il boom negli anni '90 grazie all'industrializzazione della pesca a strascico e all'espansione verso i fondali libici, ricchissimi di risorse. Attorno a questo crostaceo si è costruita una vera economia del lusso, sostenuta da campagne commerciali e strategie mediatiche che hanno trasformato il “gambero di Mazara” in un marchio globale più che in una reale denominazione d'origine.Nel frattempo, però, la pesca intensiva ha impoverito il Mediterraneo, mentre la chiusura delle acque libiche, i sequestri dei pescherecci, l'aumento dei costi del carburante e i vincoli europei hanno messo in crisi la marineria mazarese. Sempre più armatori denunciano un sistema non più sostenibile economicamente. Sullo sfondo emergono anche pratiche opache come i trasbordi in mare aperto: gamberi pescati da flotte nordafricane verrebbero trasferiti su pescherecci italiani e immessi sul mercato come prodotto “di Mazara”. Una dinamica difficile da controllare ma considerata da molti pescatori una forma di sopravvivenza. Il risultato è una domanda inevitabile: il gambero rosso di Mazara è ancora un'eccellenza territoriale o ormai soprattutto un'etichetta commerciale?

Cocullo è un piccolo comune in Italia centrale, dove ogni anno, agli inizi di maggio, una processione accompagna per il paese la statua di San Domenico interamente coperta di serpenti. Anche conosciuto come rito dei serpari, quella di Cocullo è una tradizione antichissima. Si pensa risalga a diverse migliaia di anni fa, ben prima dell'arrivo dei romani e che fosse dedicata alla Dea Angizia, venerata dal popolo dei Marsi.Con il passare del tempo molte cose sono cambiate nel rito ma la figura centrale è sempre quella dei serpari, persone che a partire da marzo vanno per le montagne a caccia dei serpenti da mettere sulla statua del santo. Questo documentario segue le orme di una giovane separa, Martina Marinelli camminando con lei sulle montagne, a caccia di serpenti, fino al giorno della festa, dove in paese arrivano dalle 20 alle 30 mila persone.

Cocullo è un piccolo comune in Italia centrale, dove ogni anno, agli inizi di maggio, una processione accompagna per il paese la statua di San Domenico interamente coperta di serpenti. Anche conosciuto come rito dei serpari, quella di Cocullo è una tradizione antichissima. Si pensa risalga a diverse migliaia di anni fa, ben prima dell'arrivo dei romani e che fosse dedicata alla Dea Angizia, venerata dal popolo dei Marsi.Con il passare del tempo molte cose sono cambiate nel rito ma la figura centrale è sempre quella dei serpari, persone che a partire da marzo vanno per le montagne a caccia dei serpenti da mettere sulla statua del santo. Questo documentario segue le orme di una giovane separa, Martina Marinilli camminando con lei sulle montagne, a caccia di serpenti, fino al giorno della festa, dove in paese arrivano dalle 20 alle 30 mila persone.

Cocullo è un piccolo comune in Italia centrale, dove ogni anno, agli inizi di maggio, una processione accompagna per il paese la statua di San Domenico interamente coperta di serpenti. Anche conosciuto come rito dei serpari, quella di Cocullo è una tradizione antichissima. Si pensa risalga a diverse migliaia di anni fa, ben prima dell'arrivo dei romani e che fosse dedicata alla Dea Angizia, venerata dal popolo dei Marsi.Con il passare del tempo molte cose sono cambiate nel rito ma la figura centrale è sempre quella dei serpari, persone che a partire da marzo vanno per le montagne a caccia dei serpenti da mettere sulla statua del santo. Questo documentario segue le orme di una giovane separa, Martina Marinilli camminando con lei sulle montagne, a caccia di serpenti, fino al giorno della festa, dove in paese arrivano dalle 20 alle 30 mila persone.

In un momento di estrema instabilità geopolitica, con Putin da una parte e Trump dall'altra, l'Europa deve fare delle scelte importanti. Come trovare o recuperare il suo spazio sulla scena globale? Come conciliare la ricerca di un nuovo peso geopolitico con i suoi valori tradizionali, cultura, democrazia, diritti umani? La risposta - a volte esplicita altre volte meno - è ormai chiara: di fronte alle minacce esterne l'Europa ha scelto di riarmarsi. La stessa commissione europea ha annunciato un piano da 800 miliardi di euro per la difesa militare. Questa è la priorità assoluta, tutto il resto sta passando in secondo piano.Una delle conseguenze di questa nuova politica, molto poco raccontata, è la riduzione dei fondi - a livello comunitario ma anche dei singoli stati - per i progetti di peacebuilding. Costruzione della pace, prevenzione e gestione dei conflitti armati, mediazione non vengono più considerati strumenti utili, o comunque non così utili in un momento di estrema instabilità.L'Europa deve imparare il linguaggio del potereIn realtà bisognerebbe investire in questa direzione proprio in questo momento, ma la politica europea ha fretta e vuole risultati nell'immediato.In questa puntata di “Laser” parleremo di questi temi con chi lavora quotidianamente nel settore del peacebuilding in Europa: Lorenzo Conti (di EPLO, European Peacebuilding Liaison Office), Anna Penfrat (Nonviolent Peaceforce), Bernardo Venturi (Agency for Peacebuilding).

In un momento di estrema instabilità geopolitica, con Putin da una parte e Trump dall'altra, l'Europa deve fare delle scelte importanti. Come trovare o recuperare il suo spazio sulla scena globale? Come conciliare la ricerca di un nuovo peso geopolitico con i suoi valori tradizionali, cultura, democrazia, diritti umani? La risposta - a volte esplicita altre volte meno - è ormai chiara: di fronte alle minacce esterne l'Europa ha scelto di riarmarsi. La stessa commissione europea ha annunciato un piano da 800 miliardi di euro per la difesa militare. Questa è la priorità assoluta, tutto il resto sta passando in secondo piano.Una delle conseguenze di questa nuova politica, molto poco raccontata, è la riduzione dei fondi - a livello comunitario ma anche dei singoli stati - per i progetti di peacebuilding. Costruzione della pace, prevenzione e gestione dei conflitti armati, mediazione non vengono più considerati strumenti utili, o comunque non così utili in un momento di estrema instabilità.L'Europa deve imparare il linguaggio del potereIn realtà bisognerebbe investire in questa direzione proprio in questo momento, ma la politica europea ha fretta e vuole risultati nell'immediato.In questa puntata di “Laser” parleremo di questi temi con chi lavora quotidianamente nel settore del peacebuilding in Europa: Lorenzo Conti (di EPLO, European Peacebuilding Liaison Office), Anna Penfrat (Nonviolent Peaceforce), Bernardo Venturi (Agency for Peacebuilding).Prima emissione: 13 maggio 2026

In un momento di estrema instabilità geopolitica, con Putin da una parte e Trump dall'altra, l'Europa deve fare delle scelte importanti. Come trovare o recuperare il suo spazio sulla scena globale? Come conciliare la ricerca di un nuovo peso geopolitico con i suoi valori tradizionali, cultura, democrazia, diritti umani? La risposta - a volte esplicita altre volte meno - è ormai chiara: di fronte alle minacce esterne l'Europa ha scelto di riarmarsi. La stessa commissione europea ha annunciato un piano da 800 miliardi di euro per la difesa militare. Questa è la priorità assoluta, tutto il resto sta passando in secondo piano.Una delle conseguenze di questa nuova politica, molto poco raccontata, è la riduzione dei fondi - a livello comunitario ma anche dei singoli stati - per i progetti di peacebuilding. Costruzione della pace, prevenzione e gestione dei conflitti armati, mediazione non vengono più considerati strumenti utili, o comunque non così utili in un momento di estrema instabilità.L'Europa deve imparare il linguaggio del potereIn realtà bisognerebbe investire in questa direzione proprio in questo momento, ma la politica europea ha fretta e vuole risultati nell'immediato.In questa puntata di “Laser” parleremo di questi temi con chi lavora quotidianamente nel settore del peacebuilding in Europa: Lorenzo Conti (di EPLO, European Peacebuilding Liaison Office), Anna Penfrat (Nonviolent Peaceforce), Bernardo Venturi (Agency for Peacebuilding).Prima emissione: 13 maggio 2026

Quanto vale una vita? È una domanda che nel mondo della farmaceutica ha una risposta precisa, espressa in franchi, euro o dollari. Una scatola di Keytruda, il farmaco oncologico più venduto al mondo, costa in Svizzera oltre quattromila franchi. Ma qual è il costo reale di produzione? Perché, in linea generale, non c'è trasparenza nella definizione dei prezzi dei farmaci? E quale ruolo giocano le lobby del settore? È il tema che affrontiamo in questa puntata di “Laser”, in cui cerchiamo di capire perché non è rispettato il principio di accesso universale alle cure e ai farmaci nel mondo e quali sono le conseguenze per chi resta escluso.Ne parliamo con Patrick Durisch di Public Eye, organizzazione non governativa (ONG) svizzera che si impegna per la giustizia globale e il rispetto dei diritti umani, che ha condotto una stima indipendente dei costi di ricerca e sviluppo del farmaco Keytruda, e con Catherine Moury, professoressa di Scienze Politiche presso la NOVA Università di Lisbona, che ha guidato progetti di ricerca internazionali sulla determinazione dei prezzi dei farmaci.

Quanto vale una vita? È una domanda che nel mondo della farmaceutica ha una risposta precisa, espressa in franchi, euro o dollari. Una scatola di Keytruda, il farmaco oncologico più venduto al mondo, costa in Svizzera oltre quattromila franchi. Ma qual è il costo reale di produzione? Perché, in linea generale, non c'è trasparenza nella definizione dei prezzi dei farmaci? E quale ruolo giocano le lobby del settore? È il tema che affrontiamo in questa puntata di “Laser”, in cui cerchiamo di capire perché non è rispettato il principio di accesso universale alle cure e ai farmaci nel mondo e quali sono le conseguenze per chi resta escluso.Ne parliamo con Patrick Durisch di Public Eye, organizzazione non governativa (ONG) svizzera che si impegna per la giustizia globale e il rispetto dei diritti umani, che ha condotto una stima indipendente dei costi di ricerca e sviluppo del farmaco Keytruda, e con Catherine Moury, professoressa di Scienze Politiche presso la NOVA Università di Lisbona, che ha guidato progetti di ricerca internazionali sulla determinazione dei prezzi dei farmaci.

La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell'era dell'intelligenza artificiale (edizioni Casagrande, 2026) è il titolo dell'ultimo libro di Bruno Giussani. Giornalista - per un periodo anche corrispondente del New York Times - e imprenditore ticinese che ha riconosciuto subito le potenzialità del web negli anni Novanta, fondando il primo internet provider della svizzera italiana nel 1995. Giussani è stato a lungo curatore dei TED Talk - trasformando la manifestazione in un evento globale: oggi queste conferenze e lezioni online sono eventi seguiti da milioni di utenti e conosciuti in un tutto il mondo.Negli ultimi anni ha approfondito l'impatto delle nuove tecnologie algoritmiche sul piano politico, economico, e sociale. A questo tema ha dedicato l'anno scorso un podcast dal titolo La ménace cognitive - , e un saggio Moins d'Amérique dans nos vies, dedicato alla dipendenza europea dalle Big Tech statunitensi. Bruno Giussani in questo incontro racconta la sua passione per le nuove tecnologie, ma anche per la carta stampata e dell'importanza di frequentare le librerie, con il sottofondo di alcuni dei suoi brani preferiti.

La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell'era dell'intelligenza artificiale (edizioni Casagrande, 2026) è il titolo dell'ultimo libro di Bruno Giussani. Giornalista - per un periodo anche corrispondente del New York Times - e imprenditore ticinese che ha riconosciuto subito le potenzialità del web negli anni Novanta, fondando il primo internet provider della svizzera italiana nel 1995. Giussani è stato a lungo curatore dei TED Talk - trasformando la manifestazione in un evento globale: oggi queste conferenze e lezioni online sono eventi seguiti da milioni di utenti e conosciuti in un tutto il mondo.Negli ultimi anni ha approfondito l'impatto delle nuove tecnologie algoritmiche sul piano politico, economico, e sociale. A questo tema ha dedicato l'anno scorso un podcast dal titolo La ménace cognitive - , e un saggio Moins d'Amérique dans nos vies, dedicato alla dipendenza europea dalle Big Tech statunitensi. Bruno Giussani in questo incontro racconta la sua passione per le nuove tecnologie, ma anche per la carta stampata e dell'importanza di frequentare le librerie, con il sottofondo di alcuni dei suoi brani preferiti.

Strada del peccato e del divertimento, la Langstrasse di Zurigo è un concentrato di estremi e proprio per questo tipica per Zurigo. Una strada che da sempre fa discutere per gli eccessi e la violenza ma dove si respira anche un'aria di libertà, a volte anarchia, di cui molti zurighesi vanno fieri. Nel bel mezzo del normalissimo caos della Langstrasse, su pochi metri quadrati, una panetteria, quasi un'istituzione a Zurigo: l'Happy Beck. produce probabilmente i migliori cornetti a Zurigo e lo fa, unicum in Svizzera, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, Natale, Pasqua e capodanno compresi. I suoi cornetti sono apprezzati dagli abitanti del quartiere esattamente come dalle signore in cerca di clienti, spacciatori o festaioli notturni. La panetteria è la lente per osservare e cogliere lo spirito della Langstrasse. Un ritratto senza filtri di una strada che sfugge a ogni definizione e dove persino un attempato signore a spasso con il suo cagnolino può rivelarsi diverso rispetto a quello che suggeriscono le apparenze...

Strada del peccato e del divertimento, la Langstrasse di Zurigo è un concentrato di estremi e proprio per questo tipica per Zurigo. Una strada che da sempre fa discutere per gli eccessi e la violenza ma dove si respira anche un'aria di libertà, a volte anarchia, di cui molti zurighesi vanno fieri. Nel bel mezzo del normalissimo caos della Langstrasse, su pochi metri quadrati, una panetteria, quasi un'istituzione a Zurigo: l'Happy Beck. produce probabilmente i migliori cornetti a Zurigo e lo fa, unicum in Svizzera, 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, Natale, Pasqua e capodanno compresi. I suoi cornetti sono apprezzati dagli abitanti del quartiere esattamente come dalle signore in cerca di clienti, spacciatori o festaioli notturni. La panetteria è la lente per osservare e cogliere lo spirito della Langstrasse. Un ritratto senza filtri di una strada che sfugge a ogni definizione e dove persino un attempato signore a spasso con il suo cagnolino può rivelarsi diverso rispetto a quello che suggeriscono le apparenze...

Muzak è il marchio della prima è più importante società di musica filodiffusa che ebbe il periodo di massimo fulgore negli anni '50 e '60, soprattutto in USA, ma anche nel resto del mondo. Negli anni muzak è diventato sinonimo di musica di sottofondo, anzi di “musica da ascensore” (traduzione di “elevator music”), una definizione denigratoria con la quale è stato ribattezzato fin dall'inizio questo particolare tipo di musica easy listening, per lo più strumentale, che da un certo momento storico ha cominciato a essere diffusa dappertutto: negli uffici e negli hotel, nei supermercati e negli aeroporti, e a un certo punto persino nelle stalle. Negli anni '90 c'è stato un revival del repertorio Muzak con la moda della lounge music, che ha fatto riscoprire al grande pubblico, temi, autori e sottogeneri di quel bizzarro, a volte stucchevole, altre volte sorprendentemente sperimentale filone musicale.E pensare che la musica di sottofondo, la musica funzionale, esiste da sempre. Il precursore più diretto della Muzak è però indubbiamente il francese Eric Satie, autore nel 1920 del manifesto della Musique d'ameublement, ossia la “Musica d'arredamento”. La leggenda vuole che Satie abbia avuto l'illuminazione per la sua musica d'arredamento durante un pranzo con il pittore Fernand Léger. “Muzak, una storia in sottofondo” è un viaggio avvincente a due voci, una produzione originale del duo Cappa e Drago (il produttore, regista, autore radiofonico Gaetano Cappa e lo scrittore, giornalista e autore radiofonico Marco Drago).