L'approfondimento della politica e dell'attualità vista dal Grigioni italiano.
RSI - Radiotelevisione svizzera

Dopo vent'anni anni di assenza, i campi cantonali scout sono tornati in Valposchiavo, richiamando circa 400 giovani da tutto il Grigioni italiano per due fine settimana all'insegna di attività, condivisione e spirito di gruppo. Un evento importante per il movimento, che coinvolge centinaia di ragazzi e numerosi volontari, tra organizzazione e accompagnamento educativo.Dietro il campo di Pentecoste c'è un imponente lavoro preparatorio, durato mesi, sostenuto dall'Associazione Poschiavo Esploratori e da una rete di educatori e volontari. Per molti partecipanti, lo scoutismo rappresenta una vera scuola di vita: si imparano competenze pratiche, dalla costruzione ai nodi, ma anche relazionali, come il lavorare in gruppo e il superare le difficoltà insieme.Nonostante un calo di partecipazione rispetto al passato, dovuto alla crescente concorrenza di altre attività, lo scoutismo continua a distinguersi per il suo approccio educativo inclusivo e per l'assenza di competizione, dove tutti trovano spazio.Un'esperienza che lascia il segno nel tempo, come testimoniano genitori ed ex scout che oggi accompagnano i propri figli nello stesso percorso. Anche nel Moesano il movimento è attivo con una ventina di giovani e propone attività durante tutto l'anno scolastico, culminando nei campi estivi. Un impegno che richiede dedizione, ma che continua a trasmettere valori di responsabilità, solidarietà e rispetto, mantenendo viva una tradizione che guarda al futuro.

Il sesto e ultimo dibattito elettorale in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026 è stato dedicato al Circolo di Bregaglia, chiamato a eleggere un solo deputato in Gran Consiglio. I candidati in lizza sono quattro.I partiti hanno indicato i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Peter Cadisch Nunzi per il Partito socialista (PS), Gianluca Giovanoli per l'Unione democratica di centro (UDC), Maurizio Michel per il Partito liberale democratico (PLR, gran consigliere uscente) e Stefano Maurizio per Il Centro.Durante il dibattito si è parlato della gestione dei rischi naturali e della sicurezza del territorio, a quasi nove anni dalla frana del Pizzo Cengalo. I candidati hanno sottolineato la necessità di non abbassare la guardia sulla prevenzione, tra interventi strutturali, pianificazione e adattamento ai cambiamenti climatici.Ampio spazio anche alla sanità regionale, con attenzione al modello dei centri sanitari e alle difficoltà delle strutture periferiche nel contenimento dei costi e nel reperimento di personale. È emersa l'importanza di garantire i servizi di base in valle, rafforzando al contempo le collaborazioni con le strutture più grandi e valorizzando nuove soluzioni come la telemedicina.Sul fronte della mobilità e delle infrastrutture, il dibattito si è concentrato sul collegamento del Maloja e sul progetto di ampliamento tra Sils e Maloja, considerato strategico per la valle ma caratterizzato da tempi lunghi e iter complessi. Condivisione generale sulla necessità di mantenere alta la pressione politica per garantire la realizzazione dell'opera.Si è discusso inoltre del fenomeno dei “letti freddi” e delle abitazioni secondarie, che incide sulla vitalità dei villaggi e sull'accesso alla casa per le famiglie locali. Tra le proposte emerse: maggiore sostegno alla costruzione di abitazioni primarie, adeguamenti nella pianificazione territoriale e un migliore equilibrio tra sviluppo turistico e residenzialità.In chiusura, i candidati hanno ribadito le proprie priorità politiche, con un focus su sicurezza, servizi, sviluppo sostenibile e qualità di vita, evidenziando l'importanza di rafforzare il ruolo delle regioni periferiche e di garantire prospettive concrete per il futuro della Bregaglia.


Il quarto dibattito elettorale in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026 è stato dedicato al Circolo di Poschiavo, chiamato a eleggere due deputati. I candidati complessivi sono otto.I partiti hanno indicato ciascuno i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Michel Castelli per Il Centro, Giovanni Jochum per il Partito liberale (PLR), Gabriela Menghini-Inauen per l'Unione democratica di centro (UDC) e Davide Vassella per il Partito socialista (PS). Gli altri candidati del circondario sono: Orlando Cameni (UDC), Michele Micheli (PLR), Graziano Kramer (Il Centro) e Selina Liver (PS).Durante il dibattito si è parlato della tenuta del sistema sanitario regionale, tra invecchiamento della popolazione, costi in aumento e difficoltà a garantire personale e servizi di prossimità, con particolare attenzione ai rapporti con le strutture dell'Alta Engadina. Ampio spazio anche al tema della mobilità e delle infrastrutture, con la richiesta di accelerare progetti cantonali come le circonvallazioni e di rafforzare i collegamenti transfrontalieri con la Lombardia.È stata inoltre discussa la Ferrovia Retica, considerata una risorsa fondamentale per economia e turismo ma anche fonte di criticità legate al traffico e alla qualità del servizio. Altro tema centrale quello del frontalierato e della doppia imposizione fiscale, con una generale convergenza sulla necessità di mantenere condizioni attrattive per la manodopera italiana e proseguire il dialogo con le autorità italiane.In chiusura, i rappresentanti dei partiti hanno presentato le proprie priorità politiche, con un focus su sostegno all'economia locale, servizi pubblici, attrattività della regione e ruolo delle periferie, sottolineando l'importanza di garantire qualità di vita e prospettive di sviluppo per la Valposchiavo.

Il quarto dibattito elettorale in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026 è stato dedicato al Circolo di Poschiavo, chiamato a eleggere due deputati. I candidati complessivi sono otto.I partiti hanno indicato ciascuno i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Michel Castelli per Il Centro, Giovanni Jochum per il Partito liberale (PLR), Gabriela Menghini-Inauen per l'Unione democratica di centro (UDC) e Davide Vassella per il Partito socialista (PS). Gli altri candidati del circondario sono: Orlando Cameni (UDC), Michele Micheli (PLR), Graziano Kramer (Il Centro) e Selina Liver (PS).Durante il dibattito si è parlato della tenuta del sistema sanitario regionale, tra invecchiamento della popolazione, costi in aumento e difficoltà a garantire personale e servizi di prossimità, con particolare attenzione ai rapporti con le strutture dell'Alta Engadina. Ampio spazio anche al tema della mobilità e delle infrastrutture, con la richiesta di accelerare progetti cantonali come le circonvallazioni e di rafforzare i collegamenti transfrontalieri con la Lombardia.È stata inoltre discussa la Ferrovia Retica, considerata una risorsa fondamentale per economia e turismo ma anche fonte di criticità legate al traffico e alla qualità del servizio. Altro tema centrale quello del frontalierato e della doppia imposizione fiscale, con una generale convergenza sulla necessità di mantenere condizioni attrattive per la manodopera italiana e proseguire il dialogo con le autorità italiane.In chiusura, i rappresentanti dei partiti hanno presentato le proprie priorità politiche, con un focus su sostegno all'economia locale, servizi pubblici, attrattività della regione e ruolo delle periferie, sottolineando l'importanza di garantire qualità di vita e prospettive di sviluppo per la Valposchiavo.

Il terzo dibattito elettorale in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026 è dedicato al circolo di Mesocco che dovrà eleggere due deputati. Uno in più rispetto alla scorsa tornata elettorale del 2022. I candidati in lizza sono in totale cinque.I partiti hanno indicato ciascuno i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Piera Furger per Il Centro, Miryam Fasani per l'Unione democratica di centro (UDC) e Mattia Ciocco per il Partito liberale (PLR). Gli altri candidati del Circondario sono: Franco Stoffel (UDC) e Fabiano Berni (Il Centro).Durante il dibattito si è parlato del sostegno del Cantone alle regioni periferiche, dello sviluppo demografico ed economico dell'Alta Mesolcina, dei controlli sugli abitanti e le società “bucalettere”, delle difficoltà legate alle case per anziani e del futuro dell'energia idroelettrica, tra controllo pubblico e partenariati con il privato.In chiusura, i rappresentanti dei partiti hanno presentato le proprie priorità politiche, con un focus su occupazione, formazione, servizi e qualità di vita nelle regioni periferiche.

Il terzo dibattito elettorale in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026 è dedicato al circolo di Mesocco che dovrà eleggere due deputati. Uno in più rispetto alla scorsa tornata elettorale del 2022. I candidati in lizza sono in totale cinque.I partiti hanno indicato ciascuno i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Piera Furger per Il Centro, Miryam Fasani per l'Unione democratica di centro (UDC) e Mattia Ciocco per il Partito liberale (PLR). Gli altri candidati del Circondario sono: Franco Stoffel (UDC) e Fabiano Berni (Il Centro).Durante il dibattito si è parlato del sostegno del Cantone alle regioni periferiche, dello sviluppo demografico ed economico dell'Alta Mesolcina, dei controlli sugli abitanti e le società “bucalettere”, delle difficoltà legate alle case per anziani e del futuro dell'energia idroelettrica, tra controllo pubblico e partenariati con il privato.In chiusura, i rappresentanti dei partiti hanno presentato le proprie priorità politiche, con un focus su occupazione, formazione, servizi e qualità di vita nelle regioni periferiche.

Il dibattito elettorale dedicato al Circolo di Calanca, in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026, ha messo a confronto le candidate e i candidati per l'unico seggio che la valle esprime in Gran Consiglio. Questa edizione, condotta da Antonio Marsetti e Alessandro Tini, è trasmessa dalla sala multiuso del Comune parrocchiale di San Vittore.I candidati a confronto: Johanna Bachmann per il Partito socialista (PS), Rosanna Spagnolatti, consigliera uscente per Il Centro, e Athos Rossini per l'Unione democratica di centro (UDC).Durante il dibattito si è parlato innanzitutto dell'attualità legata ai permessi di dimora e alle società “bucalettere”, con la richiesta condivisa di rafforzare controlli e strumenti normativi a livello cantonale. Ampio spazio è stato poi dedicato alla demografia della Val Calanca, alle difficoltà strutturali delle regioni periferiche e alle misure per rendere la valle più attrattiva, soprattutto per giovani e famiglie, attraverso investimenti in mobilità, servizi e infrastrutture sociali.Un altro tema centrale ha riguardato il sostegno agli anziani, la necessità di garantire servizi inclusivi senza gravare eccessivamente sui Comuni e il valore dei progetti locali di socialità e prossimità. Si è discusso inoltre di fusioni comunali, tra opportunità di rafforzamento politico e tutela dell'identità valligiana, sottolineando l'importanza di processi condivisi e basati su studi di fattibilità approfonditi.In chiusura, i candidati hanno espresso le proprie motivazioni e priorità politiche, ribadendo la volontà di dare maggiore voce alla Val Calanca a Coira, valorizzandone il potenziale umano, sociale e ambientale e migliorando la qualità di vita nelle regioni periferiche del Cantone.

Il dibattito elettorale dedicato al Circolo di Calanca, in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026, ha messo a confronto le candidate e i candidati per l'unico seggio che la valle esprime in Gran Consiglio. Questa edizione, condotta da Antonio Marsetti e Alessandro Tini, è trasmessa dalla sala multiuso del Comune parrocchiale di San Vittore.I candidati a confronto: Johanna Bachmann per il Partito socialista (PS), Rosanna Spagnolatti, consigliera uscente per Il Centro, e Athos Rossini per l'Unione democratica di centro (UDC).Durante il dibattito si è parlato innanzitutto dell'attualità legata ai permessi di dimora e alle società “bucalettere”, con la richiesta condivisa di rafforzare controlli e strumenti normativi a livello cantonale. Ampio spazio è stato poi dedicato alla demografia della Val Calanca, alle difficoltà strutturali delle regioni periferiche e alle misure per rendere la valle più attrattiva, soprattutto per giovani e famiglie, attraverso investimenti in mobilità, servizi e infrastrutture sociali.Un altro tema centrale ha riguardato il sostegno agli anziani, la necessità di garantire servizi inclusivi senza gravare eccessivamente sui Comuni e il valore dei progetti locali di socialità e prossimità. Si è discusso inoltre di fusioni comunali, tra opportunità di rafforzamento politico e tutela dell'identità valligiana, sottolineando l'importanza di processi condivisi e basati su studi di fattibilità approfonditi.In chiusura, i candidati hanno espresso le proprie motivazioni e priorità politiche, ribadendo la volontà di dare maggiore voce alla Val Calanca a Coira, valorizzandone il potenziale umano, sociale e ambientale e migliorando la qualità di vita nelle regioni periferiche del Cantone.

Il primo dibattito elettorale che le Voci del Grigioni Italiano propongono in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026, è dedicato al circolo di Roveredo, che dispone di tre seggi in Gran Consiglio ai quali ambiscono nove candidati.I partiti hanno indicato ciascuno i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Leda Ramelli per i Verdi, biologa, Eleonora Righetti, direttrice scolastica e gran consigliera uscente per Il Centro, Samuele Censi, sindaco di Grono e gran consigliere uscente per il Partito liberale (PLR), Romano Losa, ex dirigente scolastico, per l'Unione democratica di centro (UDC) e Paolo Paganetti, biologo in pensione, per il Partito socialista (PS). Gli altri candidati del Circondario sono: Manrico Duzzi e Mauro Piccamiglio (UDC), Emma Negretti (PS) e Patrick De Cristophoris (Il Centro).Il dibattito si è aperto con il tema di stretta attualità dei permessi di dimora e delle società “bucalettere”, tornato alla ribalta dopo i recenti arresti avvenuti a Roveredo nell'ambito di un'indagine internazionale sulla mafia. I candidati hanno espresso una diffusa insoddisfazione per la recente risposta del Governo cantonale, chiedendo controlli più rigorosi, un rafforzamento degli strumenti legislativi e una maggiore collaborazione tra Comuni e Cantone, anche prendendo spunto da quanto avviene in Ticino.Si è poi parlato di crescita demografica, un fenomeno particolarmente marcato nel circolo di Roveredo. L'aumento della popolazione è stato valutato in larga parte come un'opportunità, ma anche come una sfida per la pianificazione territoriale, le infrastrutture, le scuole e i servizi, con l'esigenza di uno sviluppo sostenibile che tuteli l'identità del territorio ed eviti una cementificazione eccessiva.Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dell'invecchiamento della popolazione e alle case per anziani, analizzando i costi elevati a carico di famiglie e Comuni, il ruolo del Cantone nel finanziamento delle cure e l'importanza di rafforzare la medicina di prossimità e le sinergie tra cure a domicilio e strutture residenziali.In chiusura, ciascun candidato ha indicato il proprio cavallo di battaglia in caso di elezione, richiamando in particolare la necessità di far sentire con maggiore forza la voce del Grigioni italiano a Coira, valorizzare il plurilinguismo, sostenere giovani e famiglie, rafforzare la sensibilità ambientale e affrontare in modo unitario le sfide delle regioni di confine.

Il primo dibattito elettorale che le Voci del Grigioni Italiano propongono in vista delle elezioni cantonali del 14 giugno 2026, è dedicato al circolo di Roveredo, che dispone di tre seggi in Gran Consiglio ai quali ambiscono nove candidati.I partiti hanno indicato ciascuno i propri rappresentanti per il confronto: hanno partecipato Leda Ramelli per i Verdi, biologa, Eleonora Righetti, direttrice scolastica e gran consigliera uscente per Il Centro, Samuele Censi, sindaco di Grono e gran consigliere uscente per il Partito liberale (PLR), Romano Losa, ex dirigente scolastico, per l'Unione democratica di centro (UDC) e Paolo Paganetti, biologo in pensione, per il Partito socialista (PS). Gli altri candidati del Circondario sono: Manrico Duzzi e Mauro Piccamiglio (UDC), Emma Negretti (PS) e Patrick De Cristophoris (Il Centro).Il dibattito si è aperto con il tema di stretta attualità dei permessi di dimora e delle società “bucalettere”, tornato alla ribalta dopo i recenti arresti avvenuti a Roveredo nell'ambito di un'indagine internazionale sulla mafia. I candidati hanno espresso una diffusa insoddisfazione per la recente risposta del Governo cantonale, chiedendo controlli più rigorosi, un rafforzamento degli strumenti legislativi e una maggiore collaborazione tra Comuni e Cantone, anche prendendo spunto da quanto avviene in Ticino.Si è poi parlato di crescita demografica, un fenomeno particolarmente marcato nel circolo di Roveredo. L'aumento della popolazione è stato valutato in larga parte come un'opportunità, ma anche come una sfida per la pianificazione territoriale, le infrastrutture, le scuole e i servizi, con l'esigenza di uno sviluppo sostenibile che tuteli l'identità del territorio ed eviti una cementificazione eccessiva.Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dell'invecchiamento della popolazione e alle case per anziani, analizzando i costi elevati a carico di famiglie e Comuni, il ruolo del Cantone nel finanziamento delle cure e l'importanza di rafforzare la medicina di prossimità e le sinergie tra cure a domicilio e strutture residenziali.In chiusura, ciascun candidato ha indicato il proprio cavallo di battaglia in caso di elezione, richiamando in particolare la necessità di far sentire con maggiore forza la voce del Grigioni italiano a Coira, valorizzare il plurilinguismo, sostenere giovani e famiglie, rafforzare la sensibilità ambientale e affrontare in modo unitario le sfide delle regioni di confine.

L'edizione di questa settimana delle Voci del Grigioni Italiano si apre con una notizia di grande rilievo ambientale che riguarda la bassa Mesolcina: si è infatti conclusa la seconda e ultima fase del progetto di riqualifica della zona golenale lungo la Moesa. Un intervento di ampia portata che ha restituito dinamica e naturalità a uno spazio fondamentale per l'equilibrio del fondovalle e per la convivenza fra fiume, infrastrutture e attività umane. Dopo la prima fase al Pascol Grand di San Vittore, chiusa nel 2019, i lavori tra Isola Sgraver e Ai Fornàs, in territorio di Lumino, hanno completato un corridoio ecologico continuo di circa 50 ettari, il più importante intervento di questo tipo mai realizzato a sud delle Alpi.Con il biologo Marco Nembrini abbiamo fatto il punto sui primi risultati: il ritorno degli ambienti umidi, l'innalzamento della falda, la ricomparsa di specie animali e vegetali tipiche delle golene, l'efficacia dei passaggi faunistici e un monitoraggio che proseguirà nei prossimi anni, nel segno della sicurezza idraulica e della tutela della biodiversità.Lo sguardo si sposta poi a sud del Bernina, a Brusio, dove è in corso il progetto Miralago promosso da Repower: un investimento importante che mira a restituire acqua e continuità biologica al torrente Poschiavino, migliorando gli habitat fluviali e aprendo nuove prospettive per pesca, natura e territorio, pur a costo di una riduzione della produzione idroelettrica.Infine, tappa in Bregaglia, sopra Casaccia, dove è iniziato il cantiere per la rivitalizzazione dell'area golenale di Cavril. Un progetto che punta a ridare spazio al fiume, riattivare i processi naturali e creare nuovi habitat per uccelli, anfibi e rettili, in una regione che ha visto ridursi drasticamente questi ambienti negli ultimi decenni.Un viaggio tra fiumi, natura e futuro, nel solco di una lunga tradizione di informazione attenta al territorio.

L'edizione di questa settimana delle Voci del Grigioni Italiano si apre con una notizia di grande rilievo ambientale che riguarda la bassa Mesolcina: si è infatti conclusa la seconda e ultima fase del progetto di riqualifica della zona golenale lungo la Moesa. Un intervento di ampia portata che ha restituito dinamica e naturalità a uno spazio fondamentale per l'equilibrio del fondovalle e per la convivenza fra fiume, infrastrutture e attività umane. Dopo la prima fase al Pascol Grand di San Vittore, chiusa nel 2019, i lavori tra Isola Sgraver e Ai Fornàs, in territorio di Lumino, hanno completato un corridoio ecologico continuo di circa 50 ettari, il più importante intervento di questo tipo mai realizzato a sud delle Alpi.Con il biologo Marco Nembrini abbiamo fatto il punto sui primi risultati: il ritorno degli ambienti umidi, l'innalzamento della falda, la ricomparsa di specie animali e vegetali tipiche delle golene, l'efficacia dei passaggi faunistici e un monitoraggio che proseguirà nei prossimi anni, nel segno della sicurezza idraulica e della tutela della biodiversità.Lo sguardo si sposta poi a sud del Bernina, a Brusio, dove è in corso il progetto Miralago promosso da Repower: un investimento importante che mira a restituire acqua e continuità biologica al torrente Poschiavino, migliorando gli habitat fluviali e aprendo nuove prospettive per pesca, natura e territorio, pur a costo di una riduzione della produzione idroelettrica.Infine, tappa in Bregaglia, sopra Casaccia, dove è iniziato il cantiere per la rivitalizzazione dell'area golenale di Cavril. Un progetto che punta a ridare spazio al fiume, riattivare i processi naturali e creare nuovi habitat per uccelli, anfibi e rettili, in una regione che ha visto ridursi drasticamente questi ambienti negli ultimi decenni.Un viaggio tra fiumi, natura e futuro, nel solco di una lunga tradizione di informazione attenta al territorio.

Documenti storici da preservare, atti contemporanei da selezionare, archivi digitali da rendere consultabili anche tra centinaia di anni. La puntata è dedicata alla conservazione della memoria storica e alle sfide dell'archiviazione, dall'antica pergamena ai documenti nati in formato digitale.Il viaggio parte da Berna, dove opera uno dei centri di ricerca più avanzati nel campo dell'archiviazione storica. Sacha Zala, storico e direttore dei Documenti diplomatici svizzeri (Dodis), spiega come il suo gruppo di ricerca selezioni una minima parte di una mole imponente di documenti dell'Archivio federale per ricostruire la storia della politica estera svizzera. Con lui si affrontano i temi della digitalizzazione, degli standard di conservazione a lungo termine, del valore dei metadati e delle nuove possibilità offerte dal riconoscimento ottico dei caratteri e dall'intelligenza artificiale per l'analisi delle fonti.Dalla capitale federale ci si sposta poi nel Grigioni italiano per parlare di tutela concreta degli archivi comunali storici. Dante Peduzzi, ex ispettore scolastico, presenta il progetto realizzato in collaborazione tra l'Archivio cantonale dei Grigioni e l'Archivio a Marca di Mesocco, che prevede il deposito, la messa in sicurezza e la digitalizzazione di documenti prodotti tra il XIII secolo e il 1799. Un modello pensato per garantire la conservazione professionale di un patrimonio pubblico spesso fragile e poco valorizzato.La puntata si chiude oltre confine, in Valtellina, con Saveria Masa, storica e ricercatrice specializzata nello studio del territorio alpino. Forte di una lunga esperienza negli archivi svizzeri e italiani, Saveria Masa sottolinea l'importanza dell'accesso digitale alle fonti, in particolare a quelle ecclesiastiche, per facilitare la ricerca, proteggere gli originali e rendere il patrimonio documentario realmente accessibile.Un approfondimento che intreccia storia, tecnologia e responsabilità pubblica nel preservare le tracce del nostro passato.

Documenti storici da preservare, atti contemporanei da selezionare, archivi digitali da rendere consultabili anche tra centinaia di anni. La puntata è dedicata alla conservazione della memoria storica e alle sfide dell'archiviazione, dall'antica pergamena ai documenti nati in formato digitale.Il viaggio parte da Berna, dove opera uno dei centri di ricerca più avanzati nel campo dell'archiviazione storica. Sacha Zala, storico e direttore dei Documenti diplomatici svizzeri (Dodis), spiega come il suo gruppo di ricerca selezioni una minima parte di una mole imponente di documenti dell'Archivio federale per ricostruire la storia della politica estera svizzera. Con lui si affrontano i temi della digitalizzazione, degli standard di conservazione a lungo termine, del valore dei metadati e delle nuove possibilità offerte dal riconoscimento ottico dei caratteri e dall'intelligenza artificiale per l'analisi delle fonti.Dalla capitale federale ci si sposta poi nel Grigioni italiano per parlare di tutela concreta degli archivi comunali storici. Dante Peduzzi, ex ispettore scolastico, presenta il progetto realizzato in collaborazione tra l'Archivio cantonale dei Grigioni e l'Archivio a Marca di Mesocco, che prevede il deposito, la messa in sicurezza e la digitalizzazione di documenti prodotti tra il XIII secolo e il 1799. Un modello pensato per garantire la conservazione professionale di un patrimonio pubblico spesso fragile e poco valorizzato.La puntata si chiude oltre confine, in Valtellina, con Saveria Masa, storica e ricercatrice specializzata nello studio del territorio alpino. Forte di una lunga esperienza negli archivi svizzeri e italiani, Saveria Masa sottolinea l'importanza dell'accesso digitale alle fonti, in particolare a quelle ecclesiastiche, per facilitare la ricerca, proteggere gli originali e rendere il patrimonio documentario realmente accessibile.Un approfondimento che intreccia storia, tecnologia e responsabilità pubblica nel preservare le tracce del nostro passato.

Il passato non è fatto solo di carta e documenti d'archivio, ma vive nelle immagini, nei suoni e nelle pellicole che spesso giacciono dimenticate in soffitta. Una vecchia fotografia di fine Ottocento, un nastro magnetico con voci di famiglia o un filmato in Super8 sono “testimonianze fragili” che rischiano di andare perse per sempre. Di qui nasce l'iniziativa di Memoriav — il centro di competenza per il patrimonio audiovisivo svizzero — e dell'Ufficio della cultura dei Grigioni che, grazie a una serie di incontri sul territorio, sta avvicinando privati e associazioni per sensibilizzare chiunque possieda documenti degni di essere conservati.L'ambiente di conservazione gioca un ruolo cruciale, poiché è necessario evitare l'umidità eccessiva e gli sbalzi termici, che rappresentano i primi nemici dell'integrità di nastri e pellicole. Anche la manipolazione richiede accortezze specifiche: i supporti analogici vanno maneggiati con estrema cura, evitando di toccare le superfici magnetiche o ottiche con le dita per non compromettere la qualità del supporto. Sebbene il passaggio al digitale sia oggi fondamentale per la consultazione e la diffusione, esso non sostituisce la conservazione dell'originale analogico, che rimane la testimonianza storica primaria se mantenuto in buone condizioni.L'identificazione tempestiva del materiale, che sia analogico o digitale, è il primo passo per l'adozione di misure di protezione adeguate. Il messaggio del progetto è chiaro: ogni cittadino può essere custode di un pezzetto di storia grigionese. Chiunque possieda materiale audiovisivo di rilievo è invitato a segnalarlo per permettere che queste “voci” del passato continuino a farsi sentire anche dalle generazioni future.

Il passato non è fatto solo di carta e documenti d'archivio, ma vive nelle immagini, nei suoni e nelle pellicole che spesso giacciono dimenticate in soffitta. Una vecchia fotografia di fine Ottocento, un nastro magnetico con voci di famiglia o un filmato in Super8 sono “testimonianze fragili” che rischiano di andare perse per sempre. Di qui nasce l'iniziativa di Memoriav — il centro di competenza per il patrimonio audiovisivo svizzero — e dell'Ufficio della cultura dei Grigioni che, grazie a una serie di incontri sul territorio, sta avvicinando privati e associazioni per sensibilizzare chiunque possieda documenti degni di essere conservati.L'ambiente di conservazione gioca un ruolo cruciale, poiché è necessario evitare l'umidità eccessiva e gli sbalzi termici, che rappresentano i primi nemici dell'integrità di nastri e pellicole. Anche la manipolazione richiede accortezze specifiche: i supporti analogici vanno maneggiati con estrema cura, evitando di toccare le superfici magnetiche o ottiche con le dita per non compromettere la qualità del supporto. Sebbene il passaggio al digitale sia oggi fondamentale per la consultazione e la diffusione, esso non sostituisce la conservazione dell'originale analogico, che rimane la testimonianza storica primaria se mantenuto in buone condizioni.L'identificazione tempestiva del materiale, che sia analogico o digitale, è il primo passo per l'adozione di misure di protezione adeguate. Il messaggio del progetto è chiaro: ogni cittadino può essere custode di un pezzetto di storia grigionese. Chiunque possieda materiale audiovisivo di rilievo è invitato a segnalarlo per permettere che queste “voci” del passato continuino a farsi sentire anche dalle generazioni future.

Archeo Alps è il progetto Interreg che riunisce università, enti di ricerca e istituzioni tra Valtellina, Valchiavenna e Canton Grigioni per ricostruire la storia delle Alpi tra tarda antichità e Medioevo. Un'iniziativa che dopo un anno di attività ha già raggiunto il suo primo giro di boa, entrando nella fase operativa e restituendo nuove chiavi di lettura su un territorio tutt'altro che marginale. I risultati raggiunti finora sono stati presentati nei giorni scorsi a Sondrio dove contestualmente vi è stata l'inaugurazione della mostra “Archeologia e Montagna” , allestita presso il MVSA – Museo Valtellinese di storia e arte.Il progetto propone un cambio di prospettiva: studiare non solo come l'uomo abbia modellato l'ambiente, ma anche come l'ambiente abbia condizionato le scelte delle comunità alpine. Un approccio illustrato da Fabio Saggioro, archeologo dell'Università di Verona, che evidenzia il ruolo del paesaggio come risorsa determinante per lo sviluppo di società complesse. Sulle dinamiche del potere e sulla rete di collegamenti che strutturava le Alpi interviene Riccardo Rao (Università di Bergamo), che con il suo gruppo studia castelli e siti fortificati tra Bregaglia, Valtellina e Grigioni. Le prime analisi mostrano centri già organizzati in epoca altomedievale, punti strategici di controllo dei passi e di gestione del commercio, come testimoniano anche le tessere daziarie rinvenute negli scavi. L'innovazione metodologica è uno dei pilastri del progetto. Federico Zoni, archeologo medievale dell'Università di Bergamo, spiega come Archeo Alps affianchi allo scavo tradizionale analisi ambientali, studi pollinici, setacciature specialistiche e rilievi ad alta tecnologia. Un lavoro che ha permesso, ad esempio, di identificare tracce di grano a Tresivio, prova di scambi a lunga distanza già nell'Alto Medioevo. Il coinvolgimento dei territori è fondamentale. Giampiero Raveglia, presidente della Regione Moesa e sindaco di Roveredo, sottolinea la necessità di integrare tutela e pianificazione urbana, mentre Fernando Baruffi, sindaco di Tresivio, vede nelle scoperte un'opportunità di valorizzazione e di rilettura del paesaggio locale. La prospettiva turistica è invece al centro dell'intervento di Marcella Fratta, assessora alla Cultura del Comune di Sondrio, che auspica una fruizione più consapevole del patrimonio alpino. Infine Omar Iacomella, sindaco di Piuro, guarda a un turismo slow legato a reti sentieristiche, pacchetti integrati e future summer school per giovani archeologi.Archeo Alps è solo a metà percorso, ma già svela un passato sorprendentemente ricco. Le Alpi emergono come uno spazio vivo, attraversato da scambi, relazioni e innovazioni: un patrimonio che oggi si rinnova grazie a ricerca, collaborazione e visione comune.

Archeo Alps è il progetto Interreg che riunisce università, enti di ricerca e istituzioni tra Valtellina, Valchiavenna e Canton Grigioni per ricostruire la storia delle Alpi tra tarda antichità e Medioevo. Un'iniziativa che dopo un anno di attività ha già raggiunto il suo primo giro di boa, entrando nella fase operativa e restituendo nuove chiavi di lettura su un territorio tutt'altro che marginale. I risultati raggiunti finora sono stati presentati nei giorni scorsi a Sondrio dove contestualmente vi è stata l'inaugurazione della mostra “Archeologia e Montagna” , allestita presso il MVSA – Museo Valtellinese di storia e arte.Il progetto propone un cambio di prospettiva: studiare non solo come l'uomo abbia modellato l'ambiente, ma anche come l'ambiente abbia condizionato le scelte delle comunità alpine. Un approccio illustrato da Fabio Saggioro, archeologo dell'Università di Verona, che evidenzia il ruolo del paesaggio come risorsa determinante per lo sviluppo di società complesse. Sulle dinamiche del potere e sulla rete di collegamenti che strutturava le Alpi interviene Riccardo Rao (Università di Bergamo), che con il suo gruppo studia castelli e siti fortificati tra Bregaglia, Valtellina e Grigioni. Le prime analisi mostrano centri già organizzati in epoca altomedievale, punti strategici di controllo dei passi e di gestione del commercio, come testimoniano anche le tessere daziarie rinvenute negli scavi. L'innovazione metodologica è uno dei pilastri del progetto. Federico Zoni, archeologo medievale dell'Università di Bergamo, spiega come Archeo Alps affianchi allo scavo tradizionale analisi ambientali, studi pollinici, setacciature specialistiche e rilievi ad alta tecnologia. Un lavoro che ha permesso, ad esempio, di identificare tracce di grano a Tresivio, prova di scambi a lunga distanza già nell'Alto Medioevo. Il coinvolgimento dei territori è fondamentale. Giampiero Raveglia, presidente della Regione Moesa e sindaco di Roveredo, sottolinea la necessità di integrare tutela e pianificazione urbana, mentre Fernando Baruffi, sindaco di Tresivio, vede nelle scoperte un'opportunità di valorizzazione e di rilettura del paesaggio locale. La prospettiva turistica è invece al centro dell'intervento di Marcella Fratta, assessora alla Cultura del Comune di Sondrio, che auspica una fruizione più consapevole del patrimonio alpino. Infine Omar Iacomella, sindaco di Piuro, guarda a un turismo slow legato a reti sentieristiche, pacchetti integrati e future summer school per giovani archeologi.Archeo Alps è solo a metà percorso, ma già svela un passato sorprendentemente ricco. Le Alpi emergono come uno spazio vivo, attraversato da scambi, relazioni e innovazioni: un patrimonio che oggi si rinnova grazie a ricerca, collaborazione e visione comune.

Dopo la prima parte del viaggio alla scoperta delle radici svizzere del calcio italiano andata in onda venerdì 13 marzo, la seconda riprende la narrazione là dove tutto era iniziato: nei vicoli di Genova, tra caffè storici e case affacciate su piazze che, più di un secolo fa, videro rotolare i primi palloni. Qui prosegue la ricostruzione di una storia sorprendente, in cui la nascita del calcio italiano è il risultato di relazioni improvvisate, intuizioni coraggiose e di una presenza svizzera ben più radicata di quanto il racconto popolare abbia mai ammesso.Accanto a figure già incontrate come Edoardo Bosio e James Richardson Spensley, questa tappa introduce nuovi protagonisti: pionieri elvetici giunti in Liguria per studio, lavoro o semplice avventura, e che finirono per scrivere pagine indelebili del nostro sport. È il caso di Henry Dapples, genovese di nascita ma vodese d'origine, tra i primi giocatori del Genoa e vincitore di ben cinque campionati tra il 1898 e il 1903; oppure di Étienne Charles Bugnion, adolescente svizzero che dopo aver fondato il Montriond Lausanne approdò sotto la Lanterna, contribuendo ai successi rossoblù e segnando gol rimasti nella memoria collettiva.undefinedIl racconto si allarga poi agli ambienti sociali dell'epoca: giovani benestanti, studenti internazionali, figli della borghesia industriale — spesso svizzeri, inglesi o italo‑svizzeri — che ebbero il privilegio di praticare uno sport allora considerato elitario. Mentre buona parte della popolazione italiana faticava a procurarsi il pane quotidiano, questi “virgulti” costruivano inconsapevolmente il linguaggio tecnico e culturale del calcio che sarebbe arrivato fino a noi.Non mancano episodi curiosi, come il trofeo della Palla Dapples — una splendida sfera d'argento che passava di squadra in squadra attraverso sfide secche — o le vicende di Edoardo Pasteur, svizzero naturalizzato genovese e figura simbolo del Genoa, capace di ricoprire nel club praticamente ogni ruolo: giocatore, capitano, segretario, presidente. E ancora l'arrivo dell'allenatore inglese William Garbutt, che introdusse nel lessico italiano il termine “mister”, destinato a diventare universale.La storia del calcio si intreccia con quella sociale dell'Italia di fine Ottocento: il primo campionato, giocato l'8 maggio 1898, passò quasi inosservato perché in quelle stesse ore Milano era scossa dai moti del pane repressi dal generale Fiorenzo Bava Beccaris. Un contrasto che fotografa perfettamente il mondo in cui il calcio muoveva i suoi primi passi: un Paese affamato e diseguale, ma anche pieno di energie nuove.undefinedIl percorso, sempre in compagnia dello storico del calcio Fabrizio Calzia, si conclude nel cuore simbolico della memoria rossoblù: il Museo della Storia del Genoa. Qui, tra maglie ottocentesche, trofei unici e cimeli che raccontano un secolo e mezzo di storia, torna ancora una volta la presenza elvetica. Non solo nei nomi degli antichi protagonisti, ma persino nella toponomastica della città: dalla funicolare costruita da ingegneri svizzeri al quartiere del Righi, testimonianze discrete di un legame che Genova porta ancora inciso nel paesaggio.Questa seconda parte ci ricorda che il calcio italiano non è nato da un gesto singolo, ma da un intreccio di destini, migrazioni e passioni condivise. Gli svizzeri non furono comparse. Furono architetti, organizzatori, visionari. Senza di loro — e senza quel mondo di giovani benestanti, cosmopoliti e curiosi — il football italiano non avrebbe trovato la sua forma.E ciò che il tempo aveva quasi cancellato, oggi torna a brillare in tutta la sua forza.Nell'immagine d'apertura: la Palla Dapples., il trofeo in argento realizzato a proprie spese dallo svizzero Henri Dapples, uno dei primi giocatori del Genoa e primo vincitore del campionato italiano. I suoi zii materni Jean De Fernex, Charles De Fernex e Eugène De Fernex furono tra i pionieri del calcio a Torinoundefined

Dopo la prima parte del viaggio alla scoperta delle radici svizzere del calcio italiano andata in onda venerdì 13 marzo, la seconda riprende la narrazione là dove tutto era iniziato: nei vicoli di Genova, tra caffè storici e case affacciate su piazze che, più di un secolo fa, videro rotolare i primi palloni. Qui prosegue la ricostruzione di una storia sorprendente, in cui la nascita del calcio italiano è il risultato di relazioni improvvisate, intuizioni coraggiose e di una presenza svizzera ben più radicata di quanto il racconto popolare abbia mai ammesso.Accanto a figure già incontrate come Edoardo Bosio e James Richardson Spensley, questa tappa introduce nuovi protagonisti: pionieri elvetici giunti in Liguria per studio, lavoro o semplice avventura, e che finirono per scrivere pagine indelebili del nostro sport. È il caso di Henry Dapples, genovese di nascita ma vodese d'origine, tra i primi giocatori del Genoa e vincitore di ben cinque campionati tra il 1898 e il 1903; oppure di Étienne Charles Bugnion, adolescente svizzero che dopo aver fondato il Montriond Lausanne approdò sotto la Lanterna, contribuendo ai successi rossoblù e segnando gol rimasti nella memoria collettiva.Il racconto si allarga poi agli ambienti sociali dell'epoca: giovani benestanti, studenti internazionali, figli della borghesia industriale — spesso svizzeri, inglesi o italo‑svizzeri — che ebbero il privilegio di praticare uno sport allora considerato elitario. Mentre buona parte della popolazione italiana faticava a procurarsi il pane quotidiano, questi “virgulti” costruivano inconsapevolmente il linguaggio tecnico e culturale del calcio che sarebbe arrivato fino a noi.Non mancano episodi curiosi, come il trofeo della Palla Dapples — una splendida sfera d'argento che passava di squadra in squadra attraverso sfide secche — o le vicende di Edoardo Pasteur, svizzero naturalizzato genovese e figura simbolo del Genoa, capace di ricoprire nel club praticamente ogni ruolo: giocatore, capitano, segretario, presidente. E ancora l'arrivo dell'allenatore inglese William Garbutt, che introdusse nel lessico italiano il termine “mister”, destinato a diventare universale.La storia del calcio si intreccia con quella sociale dell'Italia di fine Ottocento: il primo campionato, giocato l'8 maggio 1898, passò quasi inosservato perché in quelle stesse ore Milano era scossa dai moti del pane repressi dal generale Fiorenzo Bava Beccaris. Un contrasto che fotografa perfettamente il mondo in cui il calcio muoveva i suoi primi passi: un Paese affamato e diseguale, ma anche pieno di energie nuove.Il percorso, sempre in compagnia dello storico del calcio Fabrizio Calzia, si conclude nel cuore simbolico della memoria rossoblù: il Museo della Storia del Genoa. Qui, tra maglie ottocentesche, trofei unici e cimeli che raccontano un secolo e mezzo di storia, torna ancora una volta la presenza elvetica. Non solo nei nomi degli antichi protagonisti, ma persino nella toponomastica della città: dalla funicolare costruita da ingegneri svizzeri al quartiere del Righi, testimonianze discrete di un legame che Genova porta ancora inciso nel paesaggio.Questa seconda parte ci ricorda che il calcio italiano non è nato da un gesto singolo, ma da un intreccio di destini, migrazioni e passioni condivise. Gli svizzeri non furono comparse. Furono architetti, organizzatori, visionari. Senza di loro — e senza quel mondo di giovani benestanti, cosmopoliti e curiosi — il football italiano non avrebbe trovato la sua forma.E ciò che il tempo aveva quasi cancellato, oggi torna a brillare in tutta la sua forza.Nell'immagine d'apertura: la Palla Dapples., il trofeo in argento realizzato a proprie spese dallo svizzero Henri Dapples, uno dei primi giocatori del Genoa e primo vincitore del campionato italiano. I suoi zii materni Jean De Fernex, Charles De Fernex e Eugène De Fernex furono tra i pionieri del calcio a Torino

Per oltre un secolo abbiamo raccontato la nascita del calcio italiano come una storia tutta britannica: marinai, commercianti e cittadini inglesi che portarono il pallone nei porti del Nord. La realtà, però, è molto più sorprendente. Accanto agli inglesi, infatti, ci furono gli svizzeri – e grigionesi – a gettare le fondamenta culturali, tecniche e persino istituzionali di quello che oggi è lo sport più amato d'Italia. Una pagina affascinante e quasi dimenticata, rimasta nascosta tra archivi, vicoli e memorie familiari.undefinedIn questo viaggio delle Voci del Grigioni Italiano, Alessandro Tini in compagnia dello storico del calcio Fabrizio Calzia, costruisce un mosaico di storie che parte dai carruggi di Genova, attraversa le industrie di Torino, tocca le pasticcerie fondate dagli emigranti del Canton Grigioni e arriva fino ai primi campi improvvisati della penisola. Figure come Edoardo Bosio, pioniere assoluto del football italiano, e James Richardson Spensley, medico visionario che aprì le porte del Genoa ai soci italiani, diventano i protagonisti di una vicenda che unisce migrazione, impresa e modernità.undefinedLa narrazione si muove tra botteghe ottocentesche – come la storica Pasticceria Klainguti, simbolo dell'eleganza svizzera trapiantata a Genova – e salotti aristocratici dove nobili italiani, svizzeri e inglesi scoprirono insieme un nuovo gioco destinato a trasformarsi in rito collettivo. È la storia di famiglie che portarono nel Nord Italia non solo pasticceria e innovazione industriale, ma anche un modo diverso di vivere il tempo libero, l'associazionismo, la disciplina sportiva.Tra archivi, aneddoti e luoghi simbolo emerge una verità dimenticata: senza l'iniziativa, la visione e le reti sociali delle comunità elvetiche, il calcio italiano — come lo conosciamo oggi — forse non sarebbe mai nato.La seconda parte andrà in onda venerdì 20 marzo 2026.Nell'immagine d'apertura: il pallone usato nel primo campionato italiano disputato in una giornata l'8 maggio 1898 vinto dal Genoa (crediti: Musei di Genova)undefined

Per oltre un secolo abbiamo raccontato la nascita del calcio italiano come una storia tutta britannica: marinai, commercianti e cittadini inglesi che portarono il pallone nei porti del Nord. La realtà, però, è molto più sorprendente. Accanto agli inglesi, infatti, ci furono gli svizzeri – e grigionesi – a gettare le fondamenta culturali, tecniche e persino istituzionali di quello che oggi è lo sport più amato d'Italia. Una pagina affascinante e quasi dimenticata, rimasta nascosta tra archivi, vicoli e memorie familiari.In questo viaggio delle Voci del Grigioni Italiano, Alessandro Tini in compagnia dello storico del calcio Fabrizio Calzia, costruisce un mosaico di storie che parte dai carruggi di Genova, attraversa le industrie di Torino, tocca le pasticcerie fondate dagli emigranti del Canton Grigioni e arriva fino ai primi campi improvvisati della penisola. Figure come Edoardo Bosio, pioniere assoluto del football italiano, e James Richardson Spensley, medico visionario che aprì le porte del Genoa ai soci italiani, diventano i protagonisti di una vicenda che unisce migrazione, impresa e modernità.La narrazione si muove tra botteghe ottocentesche – come la storica Pasticceria Klainguti, simbolo dell'eleganza svizzera trapiantata a Genova – e salotti aristocratici dove nobili italiani, svizzeri e inglesi scoprirono insieme un nuovo gioco destinato a trasformarsi in rito collettivo. È la storia di famiglie che portarono nel Nord Italia non solo pasticceria e innovazione industriale, ma anche un modo diverso di vivere il tempo libero, l'associazionismo, la disciplina sportiva.Tra archivi, aneddoti e luoghi simbolo emerge una verità dimenticata: senza l'iniziativa, la visione e le reti sociali delle comunità elvetiche, il calcio italiano — come lo conosciamo oggi — forse non sarebbe mai nato.La seconda parte andrà in onda venerdì 20 marzo 2026.Nell'immagine d'apertura: il pallone usato nel primo campionato italiano disputato in una giornata l'8 maggio 1898 vinto dal Genoa (crediti: Musei di Genova)

Le Olimpiadi hanno acceso i riflettori su Bormio e Livigno, ma soprattutto sull'intera Valtellina. L'evento si chiude con un giudizio organizzativo ampiamente positivo: istituzioni coordinate, macchina operativa rodata, visibilità internazionale senza precedenti. La sfida ora è capire che cosa resta, oltre le immagini e i numeri.La strategia dichiarata è stata chiara: trasformare la vetrina globale in un volano per il territorio. Portare la Valtellina nel mondo e il mondo in Valtellina. Nuovi mercati si sono affacciati, dagli Stati Uniti al Canada, dall'Australia al Brasile. La scommessa è intercettare una domanda più qualificata, puntare sulla qualità più che sulla quantità.Eppure, i nodi non mancano. L'offerta ricettiva è concentrata e non sempre all'altezza di una domanda internazionale esigente. Il rischio di un rialzo strutturale dei prezzi preoccupa una parte della popolazione, così come la distribuzione della ricchezza generata dal turismo, percepita da alcuni come poco diffusa. Il settore resta trainante, ma non può essere l'unico orizzonte.C'è poi il tema dei servizi: sanità, trasporti, personale qualificato. L'eredità olimpica potrà consolidarsi solo se le infrastrutture attivate per l'evento diventeranno stabili e funzionali alla vita quotidiana, contrastando spopolamento e precarietà occupazionale.Sul piano identitario, la ribalta mediatica ha premiato anche i prodotti locali: i pizzoccheri raccontati come simbolo di una “tribù” alpina, le filiere corte, il legame tra paesaggio e agricoltura. Per alcuni questa è la vera eredità: fare sistema, promuovere insieme territorio e produzioni, rafforzare un'immagine coerente e riconoscibile.Altri, però, invitano alla prudenza. Il modello di sviluppo centrato sull'industria dello sci, con investimenti ingenti in impianti e innevamento artificiale, viene messo in discussione alla luce dei cambiamenti climatici e dei costi pubblici. Ci si chiede se sia sostenibile continuare su questa strada o se non serva una diversificazione più coraggiosa.Tra entusiasmo e scetticismo, la partita del dopo Olimpiadi è aperta. Non si tratta più di organizzare un evento, ma di scegliere una direzione. Restare una cartolina di successo o diventare un territorio capace di coniugare crescita, equilibrio ambientale e coesione sociale. La vera eredità si misurerà nei prossimi anni.Ospiti:Massimo Sertori, Assessore di Regione Lombardia alla montagna e agli enti localiAlessandro Negrini, chef stellato valtellineseAngelo Costanzo , presidente del centro culturale “oltre i muri” di Sondrio

Le Olimpiadi hanno acceso i riflettori su Bormio e Livigno, ma soprattutto sull'intera Valtellina. L'evento si chiude con un giudizio organizzativo ampiamente positivo: istituzioni coordinate, macchina operativa rodata, visibilità internazionale senza precedenti. La sfida ora è capire che cosa resta, oltre le immagini e i numeri.La strategia dichiarata è stata chiara: trasformare la vetrina globale in un volano per il territorio. Portare la Valtellina nel mondo e il mondo in Valtellina. Nuovi mercati si sono affacciati, dagli Stati Uniti al Canada, dall'Australia al Brasile. La scommessa è intercettare una domanda più qualificata, puntare sulla qualità più che sulla quantità.Eppure, i nodi non mancano. L'offerta ricettiva è concentrata e non sempre all'altezza di una domanda internazionale esigente. Il rischio di un rialzo strutturale dei prezzi preoccupa una parte della popolazione, così come la distribuzione della ricchezza generata dal turismo, percepita da alcuni come poco diffusa. Il settore resta trainante, ma non può essere l'unico orizzonte.C'è poi il tema dei servizi: sanità, trasporti, personale qualificato. L'eredità olimpica potrà consolidarsi solo se le infrastrutture attivate per l'evento diventeranno stabili e funzionali alla vita quotidiana, contrastando spopolamento e precarietà occupazionale.Sul piano identitario, la ribalta mediatica ha premiato anche i prodotti locali: i pizzoccheri raccontati come simbolo di una “tribù” alpina, le filiere corte, il legame tra paesaggio e agricoltura. Per alcuni questa è la vera eredità: fare sistema, promuovere insieme territorio e produzioni, rafforzare un'immagine coerente e riconoscibile.Altri, però, invitano alla prudenza. Il modello di sviluppo centrato sull'industria dello sci, con investimenti ingenti in impianti e innevamento artificiale, viene messo in discussione alla luce dei cambiamenti climatici e dei costi pubblici. Ci si chiede se sia sostenibile continuare su questa strada o se non serva una diversificazione più coraggiosa.Tra entusiasmo e scetticismo, la partita del dopo Olimpiadi è aperta. Non si tratta più di organizzare un evento, ma di scegliere una direzione. Restare una cartolina di successo o diventare un territorio capace di coniugare crescita, equilibrio ambientale e coesione sociale. La vera eredità si misurerà nei prossimi anni.Ospiti:

Le Voci del Grigioni italiano tornano ad occuparsi di archeologia alpina, intesa non solo come disciplina di scavo, ma come strumento per leggere il territorio, comprenderne le trasformazioni e restituire memoria alle comunità.Nelle profondità del lago di Sankt Moritz millenari resti lignei conservati in condizioni eccezionali, ci raccontano di variazioni climatiche e mutamenti ambientali di lunga durata. Un archivio naturale che permette di riflettere sulla fragilità degli ecosistemi alpini e sugli equilibri che, nel corso dei secoli, hanno modellato il paesaggio.Accanto a questa dimensione ambientale, trova spazio il lavoro quotidiano di tutela svolto sul territorio: interventi legati a cantieri e infrastrutture, pianificazione preventiva, documentazione sistematica prima delle trasformazioni edilizie. Un'attività spesso silenziosa, che punta a conciliare sviluppo e conservazione, riducendo conflitti e costruendo nel tempo un rapporto di fiducia con la popolazione.Infine, l'attenzione si concentra su un importante sito alpino - Piuro, nella Bregaglia italiana, segnato da un evento catastrofico, oggi riletto attraverso ricerche stratigrafiche, analisi scientifiche e studi sulle reti economiche medievali. Oltre la memoria della tragedia, emerge la ricostruzione di un centro produttivo inserito in circuiti di scambio di ampia portata, con una restituzione dei risultati che guarda anche alla valorizzazione pubblica.Il filo conduttore è l'archeologia come chiave di lettura del presente: una disciplina che collega ambiente e storia, prevenzione e memoria, identità locale e relazioni europee, trasformando ciò che riemerge dal sottosuolo in conoscenza condivisa e patrimonio vivo.Ad accompagnarci in questo affasciante viaggio alla scoperta del nostro passato saranno Patrick Cassitti (responsabile scientifico del Servizio archeologico del Canton Grigioni) e il professor Fabio Saggioro (ordinario di archeologia medievale all'Università di Verona).

Le Voci del Grigioni italiano tornano ad occuparsi di archeologia alpina, intesa non solo come disciplina di scavo, ma come strumento per leggere il territorio, comprenderne le trasformazioni e restituire memoria alle comunità.Nelle profondità del lago di Sankt Moritz millenari resti lignei conservati in condizioni eccezionali, ci raccontano di variazioni climatiche e mutamenti ambientali di lunga durata. Un archivio naturale che permette di riflettere sulla fragilità degli ecosistemi alpini e sugli equilibri che, nel corso dei secoli, hanno modellato il paesaggio.Accanto a questa dimensione ambientale, trova spazio il lavoro quotidiano di tutela svolto sul territorio: interventi legati a cantieri e infrastrutture, pianificazione preventiva, documentazione sistematica prima delle trasformazioni edilizie. Un'attività spesso silenziosa, che punta a conciliare sviluppo e conservazione, riducendo conflitti e costruendo nel tempo un rapporto di fiducia con la popolazione.Infine, l'attenzione si concentra su un importante sito alpino - Piuro, nella Bregaglia italiana, segnato da un evento catastrofico, oggi riletto attraverso ricerche stratigrafiche, analisi scientifiche e studi sulle reti economiche medievali. Oltre la memoria della tragedia, emerge la ricostruzione di un centro produttivo inserito in circuiti di scambio di ampia portata, con una restituzione dei risultati che guarda anche alla valorizzazione pubblica.Il filo conduttore è l'archeologia come chiave di lettura del presente: una disciplina che collega ambiente e storia, prevenzione e memoria, identità locale e relazioni europee, trasformando ciò che riemerge dal sottosuolo in conoscenza condivisa e patrimonio vivo.Ad accompagnarci in questo affasciante viaggio alla scoperta del nostro passato saranno Patrick Cassitti (responsabile scientifico del Servizio archeologico del Canton Grigioni) e il professor Fabio Saggioro (ordinario di archeologia medievale all'Università di Verona).

A Roveredo la terra ha parlato. E ciò che ha restituito ha il sapore dell'eccezionale. In località Casclasc, nel cuore della Bassa Mesolcina, sono riemerse strutture monumentali che potrebbero appartenere a un insediamento fortificato dell'Età del bronzo, vecchio di 4'000 anni. Muraglioni spessi fino a tre metri e mezzo, visibili per decine di metri, disegnano dall'alto una struttura poderosa, quasi una porta d'accesso a un passato che credevamo sepolto per sempre.Grazie al progetto Interreg ArcheoAlps e alla collaborazione con il Servizio archeologico cantonale, un'indagine georadar e un sondaggio diagnostico hanno portato alla luce strutture in pietra e vasellame domestico riconducibile all'Età del bronzo. Non semplici tracce: ma la concreta ipotesi di un abitato organizzato e difeso, in un punto strategico sulle rotte nord-sud verso il San Bernardino e est-ovest verso il lago di Como.Non è un ritrovamento qualsiasi. È una scoperta che potrebbe cambiare la percezione storica dell'intera regione, rafforzando l'identità culturale e aprendo scenari di valorizzazione turistica senza precedenti. In un territorio oggi sotto pressione edilizia, Casclasc emerge come un baluardo del tempo, un patrimonio da proteggere e raccontare.Roveredo, ancora una volta, si conferma crocevia di civiltà. E forse, proprio sotto i nostri piedi, custodisce una delle pagine più straordinarie della preistoria alpina.

A Roveredo la terra ha parlato. E ciò che ha restituito ha il sapore dell'eccezionale. In località Casclasc, nel cuore della Bassa Mesolcina, sono riemerse strutture monumentali che potrebbero appartenere a un insediamento fortificato dell'Età del bronzo, vecchio di 4'000 anni. Muraglioni spessi fino a tre metri e mezzo, visibili per decine di metri, disegnano dall'alto una struttura poderosa, quasi una porta d'accesso a un passato che credevamo sepolto per sempre.Grazie al progetto Interreg ArcheoAlps e alla collaborazione con il Servizio archeologico cantonale, un'indagine georadar e un sondaggio diagnostico hanno portato alla luce strutture in pietra e vasellame domestico riconducibile all'Età del bronzo. Non semplici tracce: ma la concreta ipotesi di un abitato organizzato e difeso, in un punto strategico sulle rotte nord-sud verso il San Bernardino e est-ovest verso il lago di Como.Non è un ritrovamento qualsiasi. È una scoperta che potrebbe cambiare la percezione storica dell'intera regione, rafforzando l'identità culturale e aprendo scenari di valorizzazione turistica senza precedenti. In un territorio oggi sotto pressione edilizia, Casclasc emerge come un baluardo del tempo, un patrimonio da proteggere e raccontare.Roveredo, ancora una volta, si conferma crocevia di civiltà. E forse, proprio sotto i nostri piedi, custodisce una delle pagine più straordinarie della preistoria alpina.

A dieci anni dalla sua nascita, il progetto 100% Valposchiavo è al centro di una puntata di approfondimento dedicata a bilanci e prospettive future. Nato come strategia di sviluppo regionale, il 100% Valposchiavo ha puntato sulla valorizzazione dei prodotti locali, sulle filiere corte e sull'agroalimentare come asset dello sviluppo socio-economico della valle.Nel tempo, il progetto ha ottenuto riconoscimenti importanti e ha contribuito a rafforzare l'identità produttiva del territorio. Ma le voci raccolte raccontano anche un malcontento diffuso nel mondo contadino: i risultati economici non sempre hanno risposto alle aspettative dei produttori.In questa edizione si confrontano enti, agricoltori, ristoratori e membri della commissione marchi, che hanno scelto all'unanimità di alzare l'asticella, introducendo controlli più rigorosi. Una scelta che tutela la credibilità del marchio, ma che pone nuove sfide.Non più un semplice progetto, ma una fase di maturità che impone domande sul futuro: governance, ricadute economiche, equilibrio tra rigore e inclusività. Il 100% Valposchiavo si trova oggi a un vero giro di boa.

A dieci anni dalla sua nascita, il progetto 100% Valposchiavo è al centro di una puntata di approfondimento dedicata a bilanci e prospettive future. Nato come strategia di sviluppo regionale, il 100% Valposchiavo ha puntato sulla valorizzazione dei prodotti locali, sulle filiere corte e sull'agroalimentare come asset dello sviluppo socio-economico della valle.Nel tempo, il progetto ha ottenuto riconoscimenti importanti e ha contribuito a rafforzare l'identità produttiva del territorio. Ma le voci raccolte raccontano anche un malcontento diffuso nel mondo contadino: i risultati economici non sempre hanno risposto alle aspettative dei produttori.In questa edizione si confrontano enti, agricoltori, ristoratori e membri della commissione marchi, che hanno scelto all'unanimità di alzare l'asticella, introducendo controlli più rigorosi. Una scelta che tutela la credibilità del marchio, ma che pone nuove sfide.Non più un semplice progetto, ma una fase di maturità che impone domande sul futuro: governance, ricadute economiche, equilibrio tra rigore e inclusività. Il 100% Valposchiavo si trova oggi a un vero giro di boa.

In questa edizione delle VGI, Alessandro Tini dialoga con Dante Peduzzi, già ispettore scolastico del Grigioni italiano e profondo conoscitore della Mesolcina, autore del nuovo volume “I toponimi di Cama”. Un'opera frutto di oltre quarant'anni di ricerche tra archivi, cartografie storiche e testimonianze orali raccolte nel villaggio.undefinedPeduzzi spiega come lo studio della toponomastica non sia soltanto un esercizio linguistico, ma un modo per leggere l'evoluzione del territorio e delle sue comunità. L'autostrada A13, ad esempio, ha modificato profondamente l'assetto fondiario, cancellando antichi nomi e costringendo a un lavoro di ricostruzione basato su mappe precedenti agli anni Sessanta. Molti toponimi, specialmente in montagna, resistono invece da secoli e conservano un forte radicamento culturale.undefinedIl volume offre un apparato introduttivo che guida alla lettura dei materiali, mappe suddivise in settori e un QR code con oltre 300 nomi localizzati. Accanto ai documenti più antichi, risalenti al 1340, trovano spazio leggende, microstorie e i racconti degli anziani del paese: un patrimonio che rischia di scomparire.undefinedDante Peduzzi sottolinea l'urgenza di completare la raccolta toponomastica dell'intera valle, prima che gli ultimi depositari della memoria vengano a mancare. Un libro che non parla solo di luoghi, ma del legame profondo tra territorio, storia e identità.

In questa edizione delle VGI, Alessandro Tini dialoga con Dante Peduzzi, già ispettore scolastico del Grigioni italiano e profondo conoscitore della Mesolcina, autore del nuovo volume “I toponimi di Cama”. Un'opera frutto di oltre quarant'anni di ricerche tra archivi, cartografie storiche e testimonianze orali raccolte nel villaggio.L'impatto dell'autostrada sul territorioPeduzzi spiega come lo studio della toponomastica non sia soltanto un esercizio linguistico, ma un modo per leggere l'evoluzione del territorio e delle sue comunità. L'autostrada A13, ad esempio, ha modificato profondamente l'assetto fondiario, cancellando antichi nomi e costringendo a un lavoro di ricostruzione basato su mappe precedenti agli anni Sessanta. Molti toponimi, specialmente in montagna, resistono invece da secoli e conservano un forte radicamento culturale.Un patrimonio accessibile a tuttiIl volume offre un apparato introduttivo che guida alla lettura dei materiali, mappe suddivise in settori e un QR code con oltre 300 nomi localizzati. Accanto ai documenti più antichi, risalenti al 1340, trovano spazio leggende, microstorie e i racconti degli anziani del paese: un patrimonio che rischia di scomparire.L'urgenza di preservare la memoriaDante Peduzzi sottolinea l'urgenza di completare la raccolta toponomastica dell'intera valle, prima che gli ultimi depositari della memoria vengano a mancare. Un libro che non parla solo di luoghi, ma del legame profondo tra territorio, storia e identità.

In questa seconda edizione delle Voci del Grigioni italiano dedicata alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, l'attenzione si concentra su uno dei concetti più ricorrenti nel racconto dei grandi eventi sportivi: la “legacy”, ovvero l'eredità che le Olimpiadi promettono di lasciare ai territori che le ospitano. Ma cosa significa davvero, al di là degli slogan, parlare di eredità olimpica? E soprattutto: per chi?La puntata prende le mosse dalle opere realizzate o programmate in vista dei Giochi, con un focus particolare su Livigno, località che ospiterà le gare di freestyle e snowboard, mentre a Bormio sarà di scena lo sci alpino. Infrastrutture per la mobilità, parcheggi interrati, nuovi impianti di risalita, collegamenti tra i versanti sciistici, interventi energetici e investimenti nella sanità locale vengono analizzati nel loro insieme, cercando di capire se rispondano a bisogni strutturali dei territori o se siano stati accelerati – e in parte imposti – dal calendario olimpico.Alla voce istituzionale del sindaco, che rivendica scelte condivise e una visione di lungo periodo, abbiamo affiancato quella di un cittadino, operatore turistico ma anche padre di famiglia. Due testimonianze per due sguardi diversi sul futuro di una località alpina che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni e che grazie alle Olimpiadi ha ricevuto oltre 160 milioni di euro da investire sul territorio. Una bella cifra se si considera che la capacità di investimento del comune - situato a oltre 1800 metri di quota - è di circa 2 milioni l'anno. C'è chi parla di un'occasione storica per colmare ritardi infrastrutturali e migliorare la qualità dei servizi, e chi invece denuncia un impatto ambientale pesante, un consumo crescente di risorse e un modello di sviluppo che rischia di superare i limiti di sostenibilità della montagna. Il tema della mobilità, dell'accesso ai servizi sanitari, della pressione turistica e della qualità della vita per i residenti attraversa l'intero racconto.I forti investimenti in tema di sanità fatti a Bormio e Livigno offrono poi lo spunto per allargare lo sguardo alla sanità valtellinese, tra investimenti legati all'evento olimpico e criticità strutturali che restano irrisolte: liste d'attesa, carenza di personale, ospedali dal glorioso passato e dalle grandi potenzialità ma dal futuro incerto. Un capitolo che mette in luce il divario tra interventi straordinari e problemi quotidiani vissuti dalla popolazione.Non mancano infine le voci critiche del giornalismo indipendente, che mettono in discussione il concetto stesso di “legacy olimpica”: opere non pronte per i Giochi, procedure accelerate, valutazioni ambientali semplificate, extracosti e trasparenza. Il racconto si fa così più ampio e problematico, interrogando il rapporto tra grandi eventi, interessi pubblici e privati, e reale coinvolgimento dei territori.Una puntata che non offre risposte definitive, ma prova a fare ordine in un dibattito complesso, restituendo la pluralità dei punti di vista. Perché l'eredità dei Giochi non è solo fatta di cemento, impianti e investimenti, ma anche di scelte politiche, conseguenze sociali e domande aperte sul futuro delle comunità alpine.

In questa seconda edizione delle Voci del Grigioni italiano dedicata alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, l'attenzione si concentra su uno dei concetti più ricorrenti nel racconto dei grandi eventi sportivi: la “legacy”, ovvero l'eredità che le Olimpiadi promettono di lasciare ai territori che le ospitano. Ma cosa significa davvero, al di là degli slogan, parlare di eredità olimpica? E soprattutto: per chi?La puntata prende le mosse dalle opere realizzate o programmate in vista dei Giochi, con un focus particolare su Livigno, località che ospiterà le gare di freestyle e snowboard, mentre a Bormio sarà di scena lo sci alpino. Infrastrutture per la mobilità, parcheggi interrati, nuovi impianti di risalita, collegamenti tra i versanti sciistici, interventi energetici e investimenti nella sanità locale vengono analizzati nel loro insieme, cercando di capire se rispondano a bisogni strutturali dei territori o se siano stati accelerati – e in parte imposti – dal calendario olimpico.Alla voce istituzionale del sindaco, che rivendica scelte condivise e una visione di lungo periodo, abbiamo affiancato quella di un cittadino, operatore turistico ma anche padre di famiglia. Due testimonianze per due sguardi diversi sul futuro di una località alpina che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni e che grazie alle Olimpiadi ha ricevuto oltre 160 milioni di euro da investire sul territorio. Una bella cifra se si considera che la capacità di investimento del comune - situato a oltre 1800 metri di quota - è di circa 2 milioni l'anno. C'è chi parla di un'occasione storica per colmare ritardi infrastrutturali e migliorare la qualità dei servizi, e chi invece denuncia un impatto ambientale pesante, un consumo crescente di risorse e un modello di sviluppo che rischia di superare i limiti di sostenibilità della montagna. Il tema della mobilità, dell'accesso ai servizi sanitari, della pressione turistica e della qualità della vita per i residenti attraversa l'intero racconto.I forti investimenti in tema di sanità fatti a Bormio e Livigno offrono poi lo spunto per allargare lo sguardo alla sanità valtellinese, tra investimenti legati all'evento olimpico e criticità strutturali che restano irrisolte: liste d'attesa, carenza di personale, ospedali dal glorioso passato e dalle grandi potenzialità ma dal futuro incerto. Un capitolo che mette in luce il divario tra interventi straordinari e problemi quotidiani vissuti dalla popolazione.Non mancano infine le voci critiche del giornalismo indipendente, che mettono in discussione il concetto stesso di “legacy olimpica”: opere non pronte per i Giochi, procedure accelerate, valutazioni ambientali semplificate, extracosti e trasparenza. Il racconto si fa così più ampio e problematico, interrogando il rapporto tra grandi eventi, interessi pubblici e privati, e reale coinvolgimento dei territori.Una puntata che non offre risposte definitive, ma prova a fare ordine in un dibattito complesso, restituendo la pluralità dei punti di vista. Perché l'eredità dei Giochi non è solo fatta di cemento, impianti e investimenti, ma anche di scelte politiche, conseguenze sociali e domande aperte sul futuro delle comunità alpine.

Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, che si svolgeranno dal 6 al 21 febbraio, rappresentano una sfida cruciale anche per la Valtellina, chiamata a ospitare gare di sci alpino a Bormio e snowboard e freestyle a Livigno. Con 180'000 biglietti in vendita e 3'500 giornalisti attesi, l'attenzione si concentra soprattutto sulla tenuta del sistema della mobilità, messo alla prova da cantieri aperti, opere incompiute e forti contestazioni locali.undefinedLe VOCI, con l'assessore della Regione Lombardia agli enti locali Massimo Sertori (già vicesindaco di Ponte in Valtellina, presidente della Provincia di Sondrio e presidente dell'Unione delle Province lombarde), fanno il punto sulle infrastrutture previste in vista dei Giochi, tra interventi realizzati, rinviati o stralciati. Al centro del confronto, la Statale 38 dello Stelvio, con i progetti dello svincolo di Sassella e del completamento della tangenziale di Sondrio, entrambi rallentati da iter autorizzativi complessi e opposizioni territoriali. Tra i contrari figura anche Barbara Baldini, già sindaca del Comune Montagne in Valtellina, che spiega le ragioni della contrarietà.undefinedAmpio spazio è dedicato anche al caso di Bormio, dove la contestata tangenzialina della piana dell'Alute è stata esclusa dal pacchetto olimpico dopo due ricorsi al Tribunale amministrativo, ma continua a dividere la comunità locale. L'opposizione è guidata da un Comitato popolare che, come spiegano Stefania Trabucchi e Laura Sala, vuole tutelare la zona agricola e l'identità del luogo.undefinedLa trasmissione affronta poi il tema delle limitazioni al traffico, delle ZTL olimpiche attive solo nei giorni di gara e in fasce orarie definite dal 4 al 21 febbraio che avranno un notevole impatto sulle attività di trasporto merci a causa del divieto parziale di transito per i mezzi commerciali in salita da Tirano, come spiega Paolo Oberti della SoLog che non lesina critiche alla gestione della questione, prevedendo che nei giorni delle Olimpiadi la viabilità in Alta Valtellina “sarà un delirio”. Disservizi sono previsti anche a livello ferroviario, poiché, nonostante il previsto potenziamento delle corse sulla linea Lecco-Tirano, la linea incontra sovente problemi di infrastruttura e gestione. A detta dello stesso assessore Massimo Sertori il servizio attualmente “non raggiunge la sufficienza”.undefinedIn chiusura, uno sguardo oltre confine sul contenzioso tra Regione Lombardia e Canton Grigioni per i costi sostenuti dalla Svizzera nel garantire collegamenti agevoli con Livigno, a conferma di come le Olimpiadi abbiano riacceso il dibattito sul futuro della mobilità alpina e transfrontaliera.

Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, che si svolgeranno dal 6 al 21 febbraio, rappresentano una sfida cruciale anche per la Valtellina, chiamata a ospitare gare di sci alpino a Bormio e snowboard e freestyle a Livigno. Con 180'000 biglietti in vendita e 3'500 giornalisti attesi, l'attenzione si concentra soprattutto sulla tenuta del sistema della mobilità, messo alla prova da cantieri aperti, opere incompiute e forti contestazioni locali.Importanti progetti irrealizzati nella zona di SondrioLe VOCI, con l'assessore della Regione Lombardia agli enti locali Massimo Sertori (già vicesindaco di Ponte in Valtellina, presidente della Provincia di Sondrio e presidente dell'Unione delle Province lombarde), fanno il punto sulle infrastrutture previste in vista dei Giochi, tra interventi realizzati, rinviati o stralciati. Al centro del confronto, la Statale 38 dello Stelvio, con i progetti dello svincolo di Sassella e del completamento della tangenziale di Sondrio, entrambi rallentati da iter autorizzativi complessi e opposizioni territoriali. Tra i contrari figura anche Barbara Baldini, già sindaca del Comune Montagne in Valtellina, che spiega le ragioni della contrarietà.La tangenzialina di BormioAmpio spazio è dedicato anche al caso di Bormio, dove la contestata tangenzialina della piana dell'Alute è stata esclusa dal pacchetto olimpico dopo due ricorsi al Tribunale amministrativo, ma continua a dividere la comunità locale. L'opposizione è guidata da un Comitato popolare che, come spiegano Stefania Trabucchi e Laura Sala, vuole tutelare la zona agricola e l'identità del luogo.Traffico nella zona di Tirano, c'è chi prevede “un delirio”La trasmissione affronta poi il tema delle limitazioni al traffico, delle ZTL olimpiche attive solo nei giorni di gara e in fasce orarie definite dal 4 al 21 febbraio che avranno un notevole impatto sulle attività di trasporto merci a causa del divieto parziale di transito per i mezzi commerciali in salita da Tirano, come spiega Paolo Oberti della SoLog che non lesina critiche alla gestione della questione, prevedendo che nei giorni delle Olimpiadi la viabilità in Alta Valtellina “sarà un delirio”. Disservizi sono previsti anche a livello ferroviario, poiché, nonostante il previsto potenziamento delle corse sulla linea Lecco-Tirano, la linea incontra sovente problemi di infrastruttura e gestione. A detta dello stesso assessore Massimo Sertori il servizio attualmente “non raggiunge la sufficienza”.Il contenzioso Grigioni-Lombardia non è risoltoIn chiusura, uno sguardo oltre confine sul contenzioso tra Regione Lombardia e Canton Grigioni per i costi sostenuti dalla Svizzera nel garantire collegamenti agevoli con Livigno, a conferma di come le Olimpiadi abbiano riacceso il dibattito sul futuro della mobilità alpina e transfrontaliera.

Una scoperta di portata internazionale riporta le Alpi al centro della ricerca paleontologica. Nel settembre scorso, nella Valle di Fraele, all'interno del Parco nazionale dello Stelvio, tra Livigno e Bormio, è stato individuato uno dei più vasti e significativi giacimenti di orme di dinosauri del Triassico Superiore mai documentati in Europa. Migliaia di impronte, lasciate circa 210 milioni di anni fa da grandi dinosauri erbivori bipedi e quadrupedi, raccontano il passaggio di branchi in un ambiente allora tropicale, affacciato sull'oceano Tetide.La scoperta, confermata dal Museo di Storia Naturale di Milano, dal MUSE di Trento e dall'Università degli Studi di Milano, si inserisce in un quadro più ampio di ricerche che interessa l'intero arco alpino, con importanti ritrovamenti anche in Svizzera: dalle impronte fossili del Parco Ela e dell'Engadina, ai grandi giacimenti del Giura, fino ai celebri fossili marini del Monte San Giorgio, patrimonio mondiale UNESCO.Attraverso le voci degli esperti e del fotografo naturalista Elio Della Ferrera che ha individuato il sito, la trasmissione racconta una ricerca che guarda al passato remoto, ma che apre interrogativi sul comportamento dei dinosauri, sull'evoluzione degli ecosistemi alpini e, più in generale, sulla storia profonda del nostro pianeta.

Una scoperta di portata internazionale riporta le Alpi al centro della ricerca paleontologica. Nel settembre scorso, nella Valle di Fraele, all'interno del Parco nazionale dello Stelvio, tra Livigno e Bormio, è stato individuato uno dei più vasti e significativi giacimenti di orme di dinosauri del Triassico Superiore mai documentati in Europa. Migliaia di impronte, lasciate circa 210 milioni di anni fa da grandi dinosauri erbivori bipedi e quadrupedi, raccontano il passaggio di branchi in un ambiente allora tropicale, affacciato sull'oceano Tetide.La scoperta, confermata dal Museo di Storia Naturale di Milano, dal MUSE di Trento e dall'Università degli Studi di Milano, si inserisce in un quadro più ampio di ricerche che interessa l'intero arco alpino, con importanti ritrovamenti anche in Svizzera: dalle impronte fossili del Parco Ela e dell'Engadina, ai grandi giacimenti del Giura, fino ai celebri fossili marini del Monte San Giorgio, patrimonio mondiale UNESCO.Attraverso le voci degli esperti e del fotografo naturalista Elio Della Ferrera che ha individuato il sito, la trasmissione racconta una ricerca che guarda al passato remoto, ma che apre interrogativi sul comportamento dei dinosauri, sull'evoluzione degli ecosistemi alpini e, più in generale, sulla storia profonda del nostro pianeta.

La giovane ricercatrice Elisa Plozza ha dedicato la sua tesi di master in geografia politica all'Università di Zurigo al tema “lombardo oltreconfine: negoziare le identità attraverso la rivitalizzazione linguistica. Una ricerca che parte dal territorio e diventa riflessione sull'identità, sui legami culturali e sulla forza delle lingue “minori” nel definire chi siamo.Attraverso sedici interviste condotte tra Svizzera e Italia, la giovane di Soazza ha esplorato come il lombardo, parlato su entrambi i lati del confine, sia al tempo stesso lingua di appartenenza e spazio di confronto. Nonostante differenze locali e politiche linguistiche diverse, emerge una realtà viva, sostenuta soprattutto da giovani che – spesso controcorrente – scelgono di imparare e usare il dialetto come segno di orgoglio culturale.Se per le generazioni più anziane il confine resta un elemento di separazione, tra i giovani prevale un nuovo senso di unione: il lombardo viene riscoperto come patrimonio condiviso, ma anche come lingua globale, capace di vivere in comunità online dove le distanze si annullano.“Prima della mia ricerca ero pessimista – confessa Elisa Plozza – ma conoscere chi, in Lombardia e nei Grigioni, si batte per rivitalizzare il lombardo mi ha ridato speranza. Finché sono i giovani ad amarlo, questa lingua ha futuro”.

La giovane ricercatrice Elisa Plozza ha dedicato la sua tesi di master in geografia politica all'Università di Zurigo al tema “lombardo oltreconfine: negoziare le identità attraverso la rivitalizzazione linguistica. Una ricerca che parte dal territorio e diventa riflessione sull'identità, sui legami culturali e sulla forza delle lingue “minori” nel definire chi siamo.Attraverso sedici interviste condotte tra Svizzera e Italia, la giovane di Soazza ha esplorato come il lombardo, parlato su entrambi i lati del confine, sia al tempo stesso lingua di appartenenza e spazio di confronto. Nonostante differenze locali e politiche linguistiche diverse, emerge una realtà viva, sostenuta soprattutto da giovani che – spesso controcorrente – scelgono di imparare e usare il dialetto come segno di orgoglio culturale.Se per le generazioni più anziane il confine resta un elemento di separazione, tra i giovani prevale un nuovo senso di unione: il lombardo viene riscoperto come patrimonio condiviso, ma anche come lingua globale, capace di vivere in comunità online dove le distanze si annullano.“Prima della mia ricerca ero pessimista – confessa Elisa Plozza – ma conoscere chi, in Lombardia e nei Grigioni, si batte per rivitalizzare il lombardo mi ha ridato speranza. Finché sono i giovani ad amarlo, questa lingua ha futuro”.

Da Roma a Poschiavo, passando per Coira, Kaspar Howald porta nei Grigioni un'idea di turismo che mette al centro la cultura. Ex direttore di Valposchiavo Turismo, oggi guida Graubünden Cultura, piattaforma cantonale che connette artisti, istituzioni e destinazioni. Nata nel quadro della Nuova politica regionale, l'iniziativa punta a valorizzare il potenziale culturale dei Grigioni, tradizionalmente noti per sci e sentieri, ma ricchissimi di arte, memoria e creatività.L'obiettivo, spiega Howald, non è inventare nuovi format ma “mettere in rete ciò che già esiste”, dando visibilità alle esperienze locali e sostenendo progetti pilota come lo “Zoo di Mesocco” o gli “Atelier aperti” dell'Engadina Bassa. Cultura e turismo, insieme, possono rivitalizzare le periferie, destagionalizzare i flussi e prolungare la permanenza degli ospiti.Tra le iniziative in corso spicca la nascita della rete degli “Alberghi culturali dei Grigioni”, strutture che coniugano ospitalità e programmazione artistica. E mentre si lavora a un'agenda digitale comune per evitare la frammentazione degli eventi, Howald invita a guardare oltre la logica del “tutto in un weekend”: “Meglio piccoli progetti sostenibili durante tutto l'anno che grandi rischi economici”.Il futuro? Continuare a unire bellezza, sapere e comunità. Perché, ricorda il direttore di Graubünden Cultura, “il turismo crea lavoro, ma senza cultura non crea vita”.