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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8541OMELIA XVI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 24-43)di Giacomo Biffi Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27). Da dove è venuta questa erbaccia maligna e soffocatrice che infesta il campo di Dio?È una delle domande più serie e decisive, e siamo tutti costretti a formularla quando ci poniamo di fronte al mistero dell'esistenza: o neghiamo l'evidenza della zizzania, cioè del male (ed è un'impresa disperata), o ci interroghiamo circa la sua provenienza. Sulle labbra dei contadini della parabola l'interpellanza sembra esprimere non solo stupore, ma anche delusione e quasi una specie di rabbia. Sembra anzi marcata da un accento di velato rimprovero verso il padrone, che in fin dei conti è il primo responsabile della coltivazione: "Non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque viene la zizzania?". Dobbiamo dire però che quei contadini almeno una fortuna ce l'hanno, ed è di avere un padrone con cui lamentarsi: è già una consolazione prendersela con qualcuno. A chi ritenesse che il campo non sia di nessuno e ogni accadimento sia in esso del tutto casuale, non sarebbe consentito neppure di protestare o di fare domande, per assenza di destinatari responsabili. Se non esiste un proprietario del campo con un suo programma operativo, se tutto nell'universo è fortuito, allora, pur avvertendo ancora i morsi del male, non siamo più autorizzati né a lagnarci né a enunciare problemi, perché in quel caso non si dà spazio per nessuna verità e quindi per nessuna ricerca. Dove si prende per buona l'ipotesi del caso e dell'assenza di un "Signore" dell'universo (ed è l'ipotesi degli atei), non può sorgere alcuna plausibile investigazione: bisogna rassegnarsi all'esistenza enigmatica della malvagità e all'assurdo della condizione umana. Deve essere tremenda la condizione degli atei, e proprio per questo: per il fatto di non poter riconoscere di fronte a sé nessun interlocutore adeguato.Un ateo vero e coerente è in realtà il più sfortunato degli uomini: si priva perfino della soddisfazione di protestare con qualcuno e di bestemmiare con una certa coerenza.IL PECCATO ORIGINALEL'insegnamento di Gesù a questo proposito è estremamente sintetico ma limpidissimo: il nemico che ha frammischiato l'erbaccia alla buona coltivazione di Dio è il diavolo (cf. Mt 13,39).Mette conto che abbiamo a richiamare, sia pure in cenni rapidissimi, l'intera concezione della fede cattolica circa il male del mondo (concezione che è implicitamente evocata da questa breve frase del Signore). Essa oggi è così faziosamente e acriticamente contrastata dalla cultura che da oltre due secoli è dominante. Ma le illusioni culturali anticristiane, tra l'altro, si sono rivelate storicamente molto pericolose. L'ottimismo naturalistico del secolo XVIII (che si contrapponeva, irridendoli, ai dati della fede) di fatto negli ultimi anni di quel secolo è approdato all'omicidio perpetrato, per così dire, su scala industriale, con indici inauditi di produzione resi possibili dalla geniale invenzione della ghigliottina. Le ideologie che si rifiutavano di credere alla malvagità del cuore dell'uomo, hanno dato vita ripetutamente in questi due secoli a forme esasperate di crudeltà.L'iniquità umana c'è, ed è largamente diffusa. Così diffusa da costituire un problema: come mai gli uomini, più o meno tutti, sconfinano nell'ingiustizia? La Rivelazione cristiana risponde con la dottrina del peccato originale.La verità del peccato originale, come ogni mistero, è oscura in se stessa, ma è illuminante per noi e per la nostra condizione. Indubbiamente si fa fatica a capirla nella sua natura e nelle sue cause; ma senza di essa tutto nel mondo e nell'uomo si fa ancora più impenetrabile, a cominciare dal mare di lacrime e di sangue che ricopre la nostra storia.LA RADICE PRIMA DEL MALEA dire il vero, il libro della Genesi, raccontando la colpa di Adamo e di Eva come frutto della istigazione perfida del serpente, sembra insinuare che l'inizio assoluto del male nell'universo vada ricercato antecedentemente alla comparsa dell'uomo sulla terra. E il libro della Sapienza - implicitamente citato da san Paolo nella lettera ai Romani - dà una lettura teologica dell'antico racconto indicando nel demonio la prima fonte delle nostre sciagure: La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap 2,24).Ci ritroviamo così all'identico insegnamento offertoci da Gesù appunto nella parabola che stiamo tentando di capire: Il nemico che ha seminato la zizzania è il diavolo (Mt 13,39).Come si vede, la nostra meditazione sul male del mondo è stata progressivamente sospinta dalla verità del peccato personale a quella del peccato che dall'alba della vicenda umana universalmente contamina la nostra stirpe; e dalla verità del peccato originale a quella dell'esistenza del demonio, prima e oscura fonte di ogni perversione.Siamo così invitati a risalire a poco a poco l'enigmaticità delle cose fino a raggiungere la soglia del mondo invisibile che precede la storia dell'uomo; vale a dire la soglia della realtà che sta al di fuori e al di sopra del nostro tempo.IL TENTATIVO DI NEGARE L'ESISTENZA DEL DEMONIONella cristianità contemporanea è in atto invece un curioso processo di smarrimento, tanto che si arriva a percorrere in senso contrario la strada sulla quale, come s'è visto, siamo stati guidati dalla fede.Tra i teologi c'è chi si impegna alacremente in un lavoro cosiddetto di smitizzazione, dopo il quale del demonio non resta neppure la coda. Questi teologi - diversamente da Gesù Cristo - pare che non pensino più a satana come a un essere reale concretamente e personalmente esistente; sembrano piuttosto ridurlo a una sorta di immagine simbolica della intrinseca inclinazione al male che c'è nelle creature.Ma - tolto di mezzo il diavolo - anche il peccato originale non è più plausibile; e infatti in molte odierne presentazioni teologiche esso fatalmente si estenua e si sbiadisce fino a essere la cifra dell'umana finitezza o al più la denominazione collettiva di tutte le colpe individuali. Le quali, a loro volta, tendono a essere considerate non tanto come peccati responsabilmente commessi, quanto come turbe psichiche conseguenti a squilibri congeniti o alla violazione di tabù senza fondamento.Insomma, prima si risolve l'idea del demonio in quella del peccato originale, poi del peccato originale in quella dei peccati dei singoli, infine l'idea dei peccati dei singoli in quella di un malessere senza colpevolezza. Così l'universo diventa una specie di innocente giardino d'infanzia, senza malvagità e senza malvagi, dove però non si capisce più perché tanto spesso ci si imbatta nella ferocia umana, e soprattutto non si capisce più che senso abbiano la morte, il dolore, la redenzione di Cristo.LA SCONFITTA DEL MALIGNO COMINCIA NEL MOMENTO IN CUI LO SI PRENDE SUL SERIOLa vera misericordia - quella di Dio - batte la strada opposta.Il grande avversario comincia a essere sconfitto non nel momento in cui lo si relega tra le favole, ma nel momento in cui lo si prende sul serio, in modo da prendere sul serio la vittoria ottenuta su di lui dalla morte e dalla risurrezione del Figlio di Dio; vittoria che quotidianamente si impianta nella vicenda di ognuno di noi mediante la nostra crescente partecipazione al mistero pasquale.L'universale decadenza della natura umana può essere superata solo partendo dalla persuasione che Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (cf. Rm 11,32).E dal mio peccato personale incomincio con la grazia divina a risorgere non nel momento in cui lo ignoro o lo censuro psicologicamente, ma nel momento in cui, pentendomi, lo riconosco come atto veramente cattivo e veramente mio.Questo è il senso della proposta evangelica della metànoia (della conversione), che Gesù ci ha indicato come necessaria premessa della nostra salvezza. Il Vangelo non è la notizia che siamo già tutti innocenti per incapacità di intendere e di volere o perché i fatti non costituiscono reato; è la notizia che siamo tutti peccatori e, proprio per questo, siamo i fortunati destinatari dell'invincibile misericordia del Padre.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8594LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIAdi Cristina Siccardi L'Unione Europea e i media "griffati" invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L'ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall'Agenzia Stampa AGI con l'articolo del 28 maggio u.s. con l'articolo intitolato Giovanna d'Arco, la prima femminista della Storia. Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d'Arc, sotto la Rivoluzione francese.Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date. La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d'Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio.La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c'erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell'Epifania, ma la cronologia è incerta), c'erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent'anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453.Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l'Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell'immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l'analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa:LA PULZELLA INVIATA DA DIO«Gesù, Maria! Re d'Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. Re d'Inghilterra, se così non fate, io sono condottiero e in qualunque luogo attenderò in Francia le vostre genti, volenti o nolenti le caccerò via. E se non vogliono obbedire, tutte le farò uccidere; sono qui inviata da parte di Dio, Re del cielo, corpo a corpo, per espellervi da tutta quanta Francia. E se vogliono obbedire saranno nelle mie grazie. E non pensate altrimenti, perché non otterrete il regno di Francia da Dio, il Re del cielo, figlio di Santa Maria, ma l'avrà re Carlo, il vero erede, perché Dio, il Re del cielo, lo vuole [...]» (AA.VV., Storia dei Santi e della santità cristiana, a cura di André Vauchez, Università di Parigi X - Nanterre, vol. VII, p. 145).Jeanne, la cui vita, consumatasi in 19 anni, fu un mistero di ineffabile gioia e di inesplicabile dolore, era la minore dei cinque figli di Jacques d'Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini. Nell'estate del 1425, all'età di 13 anni, nel giardino di casa, sente una voce... è quella di san Michele Arcangelo, che le dice di far sua la causa della Francia. Udrà la voce ancora molte volte e ad essa si uniranno quelle delle vergini e martiri santa Margherita D'Antiochia (275 - 290) e di santa Caterina d'Alessandria (287-305). L'incalzante invito era accompagnato a quello di far consacrare Carlo di Valois (1403-1461) quale re di Francia. Ma come era possibile? Giovanna fece resistenza: era una semplice ragazza adolescente, come avrebbe potuto ottemperare a quella richiesta? Ma il Signore rende possibile l'umanamente impossibile.IL VOTO DI VERGINITÀDomrémy si trovava ai confini del regno, nella valle della Mosa che divideva la Francia dall'Impero Romano-Germanico. Gli Anglo-Borgognoni nel 1428 si impadronirono di tutte le piazze della Mosa rimaste fedeli al Delfino di Francia: Domrémy fu devastata; ciò decise il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt (ca. 1400-1454), che in un primo tempo aveva considerato Jeanne d'Arc una pazza, di inviarla alla missione da lei richiesta: salvare Orléans; far consacrare il Re; cacciare gli Inglesi dalla Francia; liberare il duca d'Orléans.Jeanne, che aveva fatto voto di verginità per amore di Gesù Cristo, indossati abiti maschili e tagliati i capelli, non per farsi maschio e rivaleggiare con i maschi, ma per nascondere prudenzialmente il più possibile la sua identità femminile per non essere oggetto di interesse in mezzo a tutti quegli uomini, venne armata di tutto punto e sul suo stendardo venne dipinto Cristo Re, affiancato da due angeli, con le parole «Jesus-Maria». Nessuna spada in mano, dunque (come invece certe letture femministe farneticano), ma sempre e solo il vessillo di Fede.Il nome di Gesù comparirà sempre nell'intestazione delle sue lettere, sul suo anello e morirà pronunciandolo più volte a gran voce. La Pulzella si unì ad un esercito d'appoggio che proteggeva un convoglio di approvvigionamento e riuscì ad arrivare ad Orléans dalla riva sinistra. L'8 maggio 1429 gli inglesi assedianti furono sconfitti. Da qui si susseguirono una battaglia dopo l'altra e in queste circostanze il coraggio soprannaturale della giovane santa ricorda la tempra dei condottieri dell'antico Testamento, garantiti dal Dominus Deus sabaoth (Signore Dio degli eserciti).Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII venne incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacrò eroina inviata dal Cielo: la gente voleva toccare i suoi abiti, il suo cavallo, l'avvicinavano per conoscere il futuro, per richiedere grazie e guarigioni...Jeanne d'Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell'esercito regio; ma gli storici oggettivi concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia. Tuttavia le truppe inglesi la fecero prigioniera a Compiègne il 23 maggio 1430. Dopo due giorni dalla cattura, l'Università di Parigi chiese che l'Inquisizione la giudicasse come una strega. Questa soluzione piacque molto al duca di Bedford in quanto gli consentiva di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali.L'INIQUO PROCESSO DI IDOLATRIA, SCISMA E APOSTASIAIl 9 gennaio 1431 il vescovo Pierre Cauchon (1371-1442) aprì il processo presso Rouen nel castello di Le Bouvreuil, fortezza di Richard Beauchamp (1382-1439) che, conte di Warwich e governatore della città dal 1427, aveva precise consegne dal sovrano Enrico VI (1421-1471). Fra gli assessori convocati, sei provenivano dall'Università di Parigi, inoltre erano presenti circa sessanta prelati ed avvocati ecclesiastici, fra cui il Vescovo di Norwich e, al di sopra del Collegio Giudicante, il Cardinale di Winchester, Henry Beaufort (ca. 1374-1447), prozio e cancelliere di Enrico VI.L'iniquo processo durò dal 20 febbraio al 24 marzo 1431. L'imputata era accusata di idolatria, scisma e apostasia. Durante il processo le venne chiesto se era in grazia di Dio ed ella rispose: «Se non ci sono, voglia Dio mettermici, e se ci sono voglia Dio tenermici». I suoi interrogatori furono un capolavoro di determinazione e perseveranza nella sola fede cattolica. Fu abbandonata al braccio secolare. Il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa viva sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen. Morì contemplando una grande croce astile che frate Isembard de la Pierre aveva portato per lei.Nel 1456 fu solennemente proclamata la sua riabilitazione; sarà beatificata da san Pio X (1835-1914) nel 1910 e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV (1854-1922). Una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinale Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nel tragico e infausto processo.La martire francese resta personalità unica e straordinaria e rivela tangibilmente la potente presenza di Dio nella Storia; così come la sua limpida testimonianza dimostra gli errori che gl
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8588L'EROISMO DI SANTA MARIA CROCIFISSA IN TEMPO DI COLERAdi Ermes Dovico «Supplicava che le croci non cessassero e le persecuzioni e le prove non le fossero risparmiate. Ed infatti, pur manifestando nella sua azione di fondatrice le più belle qualità d'intelligenza e di volere, ella soffrirà con grande coraggio i dolori fisici, e soprattutto le angosce dell'anima (...). Un'ardente preghiera sgorgava allora dalle sue labbra: "Gesù mio! Tu solo mi basti. La mia vita sia crocifissa con Te"». Questo è un passaggio dell'omelia pronunciata da Pio XII il 12 giugno 1954, giorno della canonizzazione di santa Maria Crocifissa Di Rosa (6 novembre 1813 - 15 dicembre 1855), fondatrice delle Ancelle della Carità.Una santa, Maria Crocifissa, che come gli altri suoi "colleghi" in Paradiso prosegue la sua missione per la salvezza delle anime. Il suo nome, infatti, non risplende solo per le virtù dimostrate in vita, ma anche per quanto lei continua a fare post mortem. Basti qui ricordare il fatto che proprio Maria Crocifissa, quasi un secolo dopo la sua morte, è stata scelta da Dio nell'ambito di una delle mariofanie più ricche dell'epoca contemporanea, quella di Maria Rosa Mistica, per fare da guida alla veggente Pierina Gilli (1911-1991), apparendole molte volte dal dicembre 1944 (quando la guarì dalla meningite) in poi, preparandola alle apparizioni della Madonna, offrendole conforto e consigli spirituali. Ricordiamo che la Chiesa non ha ancora affermato l'autenticità di questa mariofania, ma nel luglio 2024 - attraverso il dialogo tra la Diocesi di Brescia e il Dicastero per la Dottrina della Fede - ha riconosciuto l'abbondanza dei frutti spirituali e la bontà dei messaggi legati a Rosa Mistica stessa.Il secondo ciclo di apparizioni (1966) di Rosa Mistica ha un focus particolare sugli ammalati. Un elemento che si lega bene alla vita terrena della santa celebrata oggi, visto che il suo istituto religioso nacque proprio a seguito della carità eroica che Paola Francesca Maria Di Rosa - questo il suo nome secolare completo - dimostrò verso gli ammalati durante l'epidemia di colera che colpì la sua città, Brescia. Correva l'anno 1836. L'epidemia mieteva molte vittime. Il lazzaretto era pieno di malati ed era difficile trovare chi fosse disposto a curarli.LA CHIAMATA DA DIOPaola, di famiglia nobile, si sentì chiamata da Dio ad assistere i colerosi. Si consigliò con il suo confessore, monsignor Faustino Pinzoni. E poi scrisse una lettera al padre, il cavalier Clemente Di Rosa, per chiedergli il permesso di andare nel lazzaretto a curarvi le donne contagiate. La missiva - datata 21 giugno 1836 - iniziava così: «Viva Gesù! Carissimo Papà, sono a pregarvi di una grazia. Ve la chiedo in iscritto, non per mancanza di confidenza a parlarvi; ma perché non mi si chiudan le parole fra le labbra con una vostra pronta negativa. Sì, la grazia che vorrei da voi, ve la chiedo per amor di Gesù Cristo. Deh! non me la negate. Il mio vivissimo desiderio sarebbe d'approfittare del mezzo che Iddio mi dà d'aprirmi il Paradiso col praticare l'atto di carità in assistere all'ospedale le povere colerose. Lasciate che mi dedichi al servizio di queste povere infelici. Voi, fate al Signore il sacrificio della vostra Paolina; io lo farò della mia vita». Qualche riga dopo, la santa aggiungeva: «Non consultate né la carne, né il sangue, ma la Religione sola. Non apporterò alcun danno alla famiglia, perché vi ho riflettuto, e prenderò tutte le misure che la prudenza suggerisce. Di queste ve ne parlerò a viva voce. Caro Papà, accordatemi questa licenza, che mi renderete felice. Vostra affez.ma obbl.ma figlia Paola».Quale fu la risposta del genitore? Prima è opportuna una premessa. A quell'epoca il padre della santa era già vedovo e aveva già subìto la perdita di sei figli su nove (il colera gli avrebbe poi portato via un altro figlio ancora, Filippo, di 27 anni). Comprensibilmente, il cavalier Di Rosa, leggendo quella lettera, tremò. E, in attesa della sua decisione, tremarono (e piansero) non solo i familiari ma anche i domestici, che avevano una sorta di venerazione per Paolina, com'era chiamata la futura santa Maria Crocifissa. Anche il padre si consigliò con mons. Pinzoni, che lo lasciò libero di decidere in un senso o nell'altro, perché «non si tratta - gli disse il sacerdote - di un caso di coscienza, ma di un atto volontario ed eroico». Al culmine del suo dramma interiore, il padre, per amore di Dio e del prossimo, accordò il permesso alla figlia. Così, tre giorni dopo la lettera, all'età di 22 anni, Paola entrò nel lazzaretto. E vi entrò con un'altra nobile, la signora Gabriella Echenos Bornati, che accompagnerà la santa in diverse altre imprese di carità.UNO SPETTACOLO TERRIBILEIl colera infestava non solo Brescia, ma tutta la provincia. Nei due giorni precedenti l'arrivo di Paola al lazzaretto, i morti erano stati rispettivamente 113 (il 22 giugno) e 87 (il 23 giugno). Lo spettacolo che si presentava davanti a lei e Gabriella era terribile, per la varietà di sintomi e i dolori lancinanti causati dal morbo. Le due infermiere volontarie dovevano «asportare tutto ciò che le ammalate emettevano, pulire incessantemente corpi, letti, pavimenti, perché in quella sporcizia si nascondeva la causa del morbo, e i medici l'avevano intuito», scriveva uno dei primi biografi della santa, mons. Luigi Fossati; tra i vari altri compiti, bisognava «coprire e portare via i morti; accogliere le nuove colpite che incessantemente e, ad ondate, entravano».Paola prestava la massima cura a questa opera al servizio dei corpi. Ma al contempo le premeva particolarmente dare un conforto spirituale a quelle ammalate (molte delle quali moribonde), perché voleva che tutte si salvassero l'anima. Perciò si chinava su di loro, ricordava loro - anche alle più ribelli - di essere amate da Dio, trovava parole semplici per aiutarle a morire riconciliate con il Creatore. E quasi sempre riusciva nell'intento, a volte assistendo con commozione a un semplice segno di croce, fatto con le ultime forze.Nonostante il servizio svolto nel lazzaretto, né Paola né Gabriella subirono il contagio. Fin dai primi giorni, inoltre, il loro esempio attrasse altre volontarie. Un bresciano dell'epoca, citato dal Fossati, scriveva: «Ieri chiesi a un coleroso uscito dall'ospedale come fosse stato assistito da quelle pie persone, e col pianto della gratitudine negli occhi mi rispose queste precise parole: "Quelle sante persone non sono del mio mondo, ma sono angeli! Non è possibile immaginare tanta carità. Una nobile signorina di ventidue anni!"», esclamava con ammirazione, riferendosi a Paola.L'esperienza al lazzaretto fu la base per la nascita delle Ancelle. Infatti, Paola iniziò a visitare assiduamente le ammalate all'ospedale di Brescia. Alcune compagne la imitarono. Dopo essersi consigliata con il proprio direttore spirituale, Paola si decise a formare un gruppo stabile di giovani di buona volontà, che affiancassero le infermiere laiche già presenti all'ospedale. Verso la fine di aprile del 1840, con la benedizione del vescovo, la nostra santa iniziò a condurre vita comune con le altre compagne: si trattava del primo nucleo della Pia Unione delle Ancelle della Carità. Il 18 maggio di quello stesso anno, dopo dieci giorni di esercizi spirituali, 32 Ancelle di diversa provenienza iniziarono ufficialmente il loro servizio presso l'ospedale di Brescia. Monsignor Pinzoni assegnò a Paola, che non aveva ancora compiuto 27 anni, l'ufficio di superiora.Furono dunque questi gli inizi delle Ancelle della Carità (erette in congregazione sotto Pio IX), nate dal cuore di una donna bresciana che ha messo la gloria di Dio e i beni eterni al di sopra di tutto.
Quando il coltello si fermaTrascrizione sermoneIl racconto del sacrificio di Isacco (Genesi 22:1-14) è uno dei testi più noti e, allo stesso tempo, più problematici della Bibbia. Come può Dio chiedere ad Abraamo di sacrificare il proprio figlio? Che significato può avere oggi un episodio che sembra appartenere a un mondo lontano e incomprensibile? Questa riflessione affronta con franchezza le difficoltà che il testo suscita nella sensibilità moderna, mostrando come il tema del sacrificio non sia affatto scomparso dalla cultura contemporanea, ma abbia semplicemente cambiato forma. Attraverso la prova di Abraamo emerge il messaggio centrale della fede biblica: il Dio che provvede. E' un'anticipazione dell'opera redentrice di Gesù Cristo. Sul monte Moriah il coltello si ferma; sul Golgota Dio provvede il sacrificio definitivo e irripetibile della riconciliazione.
Gesù Cristo, il fedele testimone, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A lui che ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. Apocalisse 1:5
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8538OMELIA XIII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 10, 37-42)di Giacomo Biffi Le parole del Signore, che qui sono state proclamate, ci invitano a riflettere su tre fondamentali argomenti: l'unità e indivisibilità del progetto con cui Dio ci salva, la centralità di Cristo per la nostra vita, la maniera migliore di affrontare il momento della prova e della pena.NON SI DÀ DIO SENZA CRISTO, NÉ CRISTO SENZA CHIESAChi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato (Mt 10,40). Con questa frase Gesù ci chiarisce la stretta connessione che c'è tra Dio, Padre e Creatore di tutti, e lui, il Figlio unigenito di Dio, mandato nel mondo per la nostra liberazione; e la stretta connessione che c'è tra lui, Redentore e Signore unico dell'universo, e i suoi apostoli, da lui inviati in mezzo agli uomini a rendere in ogni tempo presente e operante la sua parola di verità e la sua grazia.Come si vede, la Chiesa, fondata sugli apostoli, non è separabile da Cristo, come Cristo non è separabile dal Padre. Nella concretezza dell'esistenza è difficile che uno possa credere sul serio in Dio - non in un Dio sbiadito e lontano, che non entra nella nostra vicenda, ma nel Dio vivo e vero, che non solo è all'origine delle cose, ma in ogni momento ci dà le regole giuste di vita e ci chiama a partecipare al suo destino - senza credere al tempo stesso in Gesù crocifisso e risorto, Figlio vero di Dio, unica fonte della nostra libertà e della nostra gioia. Ed è ancora più difficile che uno possa accettare Cristo - non il Cristo ridotto a essere soltanto un uomo buono, profeta di pacifismo e di umanitarismo, ma il Cristo vero, che è Dio, centro dei nostri cuori e giudice delle nostre azioni - senza riconoscere nella Chiesa la sua opera e la sua eredità, che in modo garantito ci dona e ci attualizza la sua luce, la sua forza, la sua speranza, la sua consolazione.La verità è indivisibile e, nella realtà delle cose, tutto si implica: rifiutare la Chiesa significa rifiutare il Salvatore del mondo; rifiutare Cristo significa rifiutare Dio; rifiutare Dio significa porre le premesse di una società assurda e disumana, come la storia di questo secolo si è incaricata di dimostrare all'evidenza.SE SIAMO DI CRISTO, TUTTA LA NOSTRA VITA VA GIOCATA PER LUILe altre espressioni del Vangelo, che oggi abbiamo ascoltato, sono come la spiegazione e il commento autentico all'invocazione che all'inizio della messa abbiamo rivolto a Gesù Cristo, forse senza pensare troppo alla serietà e all'importanza di ciò che dicevamo: "Tu solo il Signore".Gesù è il Signore, e noi siamo fatti per lui. La nostra esistenza è tutta un servizio reso alla sua regalità.Quando veniamo in chiesa la domenica per ricordarci di lui e del suo sacrificio, non gli facciamo un favore:gli diamo semplicemente quello che gli spetta. Pregarlo non vuol dire compiere un gesto gratuito di cortesia nei suoi confronti; vuol dire avere l'intelligenza di riconoscere le cose come stanno e di comportarci in un modo che è al tempo stesso doveroso e conveniente per noi. Osservare i suoi comandamenti - che tutti si riassumono nell'amore di Dio e del prossimo - non è un atto di generosità da parte nostra o la scelta di una linea facoltativa di comportamento; è fare quello che è necessario fare, se vogliamo non imbrogliare noi stessi e non tradire la nostra stessa natura.Gesù è il solo Signore: non abbiamo dunque e non vogliamo avere altri padroni, perché abbiamo già lui; non abbiamo e non vogliamo avere altre appartenenze, perché siamo già suoi; non abbiamo e non vogliamo avere alcuna ideologia che pretenda di spiegarci il senso ultimo delle cose, perché abbiamo già il suo Vangelo; non abbiamo e non vogliamo avere altri motivi di fiducia e altri appoggi, perché lui è la sola sorgente della speranza che non delude.Gesù è il destinatario di tutta la nostra capacità di donazione e di affetto. Nessuno, in tutta la storia umana (che pure ha visto sfilare molti prepotenti, esaltati, falsi messia, personalità che pretendevano di essere oggetto di culto), ha osato pronunciare le parole che abbiamo raccolto dalle labbra del nostro Maestro: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me (Mt 10,37). Nessuno, in tutta la storia umana (che pure ha visto il succedersi di capi dallemirabolanti promesse di giustizia, di pace, di avvenire illuminato dal sole del progresso), è arrivato a dichiarare quanto ci è stato detto da Cristo: Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà (Mt 10,39).Come si vede, Gesù è un unico caso, è un caso serio, è un caso che ci costringe drammaticamente a riflettere: stare dalla sua parte o non stare dalla sua parte comporta un mutamento radicale della nostra sorte. Davanti a Cristo non è possibile restare neutrali; e riconoscerlo per quello che è, non solo a parole ma con le opere e la vita intera, vuol dire assicurarsi la vera e definitiva salvezza.CON CRISTO, LA CROCE È RICCA DI SENSO; SENZA CRISTO, È DISPERAZIONEIl terzo insegnamento che raccogliamo oggi dalla pagina di Vangelo riguarda la croce: Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me (Mt 10,38).Anche su questo punto occorre essere molto chiari. La croce, cioè la sofferenza, non è una prerogativa dei cristiani: è un'esperienza che tocca tutti. Credenti o non credenti, presto o tardi tutti si imbattono nel dolore, nei disagi umilianti della vecchiaia, nella morte. La differenza è che chi non crede, davanti alla sua croce non può che disperarsi o abbandonarsi a un'orgogliosa amarezza. Chi crede invece può "prendere la sua croce" come un mezzo prezioso per purificarsi e affinarsi interiormente, per irrobustirsi nell'anima, per collaborare con Cristo alla redenzione del mondo, per disporre il suo cuore a una felicità futura più grande.Come si sarà notato, sono tutte lezioni forti e severe. Ma è così che il Signore ci aiuta a crescere e a rendere più ricchi di senso i nostri giorni.
In questo episodio ti porto con me a Glastonbury, uno dei punti energetici più potenti della Terra, e ti racconto cosa è successo durante il mio retreat in vista del Solstizio d'Estate.Ti spiego cos'è Glastonbury e perché è considerata la terra di Avalon, dove si incontrano le ley lines di San Michele e della Vergine Maria, e dove l'energia del sacro femminile è ancora viva attraverso la Torre del Tor, il Chalice Well, la sorgente bianca e quella rossa.Ti racconto il retreat con le ragazze: la ricalibrazione energetica nei giardini del Chalice, il pozzo della Vesica Piscis, gli alberi parlanti all'ingresso di Avalon, la salita al Tor, fino alla pietra dell'Uovo nella tomba di Re Artù, dove ho ricevuto la visione che stavo cercando da mesi.E poi ti apro il cuore su una verità che ho custodito per tre anni: in una vita passata sono stata la sorella di Gesù Cristo. Un'informazione che mi ha destabilizzata, che ho processato in silenzio, e che a Glastonbury ha finalmente trovato voce.Un episodio sull'esaurimento spirituale che arriva quando ci nascondiamo, sul coraggio di riprenderci tutti i pezzi della nostra anima, e sull'energia del Solstizio d'Estate come portale di manifestazione.
La conoscenza più importanteTesto completo predicazioneChe cosa vale davvero la pena conoscere? In un mondo che esalta l'informazione, la competenza e la specializzazione, l'apostolo Paolo sorprende con una dichiarazione radicale: «Mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso» (1 Corinzi 2:2). Perché un uomo colto e preparato come Paolo attribuisce un'importanza così assoluta a Cristo e alla sua croce? Che cosa rende questa conoscenza superiore a tutte le altre? E quale differenza può fare oggi nella nostra vita? Questa riflessione biblica esplora il significato di quelle parole nel loro contesto e mostra come la conoscenza di Cristo crocifisso non sia soltanto una dottrina da comprendere, ma la risposta di Dio al bisogno più profondo dell'essere umano.
Chi sono i veri figli di Abraamo?Link al testo completo della predicazioneMolti oggi parlano di Abraamo e delle promesse che Dio gli aveva fatto. Il suo nome viene evocato nei discorsi religiosi, politici e persino geopolitici, spesso per sostenere privilegi etnici o particolari rivendicazioni nazionali. Ma chi sono davvero i “figli di Abraamo” secondo la Bibbia? E a chi appartengono realmente le promesse divine? Questa riflessione, basata su Genesi 12:1-9 e Romani 4:9-25, esamina queste domande alla luce dell'insegnamento del Nuovo Testamento, mostrando come la promessa fatta ad Abraamo trovi il suo compimento definitivo in Gesù Cristo e in tutti coloro che, provenienti da ogni popolo e nazione, seguono le orme della sua fede.
A Piccoli Sorsi - Commento alla Parola del giorno delle Apostole della Vita Interiore
Vorresti ricevere notizie, saluti, auguri dalle Apostole della Vita Interiore?Lasciaci i tuoi contatti cliccando il link qui sotto e con la nostra nuova rubrica digitale potremo raggiungerti.https://www.it.apostlesofil.com/database/- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo +Figlio mio,ricòrdati di Gesù Cristo,risorto dai morti,discendente di Davide,come io annuncio nel mio Vangelo,per il quale soffrofino a portare le catene come un malfattore.Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede:Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;se perseveriamo, con lui anche regneremo;se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà;se siamo infedeli, lui rimane fedele,perché non può rinnegare se stesso.Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità.Parola del Signore.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8567OMELIA CORPUS DOMINI - ANNO A (Gv 6,51-58)di Don Stefano Bimbi Dopo aver riflettuto e celebrato domenica scorsa il mistero della Santissima Trinità, oggi è la volta del Corpus Domini, la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo. Non ricordiamo soltanto un gesto compiuto da Gesù duemila anni fa durante l'Ultima Cena che anticipava il sacrificio della croce. Oggi adoriamo una presenza: Gesù Cristo è realmente presente nell'Eucaristia con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità.Nel Vangelo abbiamo ascoltato parole che scandalizzarono molti ascoltatori di Gesù: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6,55). Quasi tutti i discepoli, dopo averle sentite, se ne andarono. Se Gesù avesse voluto parlare soltanto in senso simbolico, avrebbe avuto l'occasione perfetta per spiegarsi meglio e richiamarli indietro, ma non lo fece. Anzi lasciò che se ne andassero, perché stava annunciando una verità fondamentale della fede: nell'Eucaristia non riceviamo un simbolo, ma riceviamo Lui stesso.Per comprendere la grandezza di questo dono dobbiamo ricordare una verità che spesso dimentichiamo. Noi abbiamo bisogno di nutrire il corpo per vivere, ma abbiamo bisogno di nutrire anche l'anima. Quando una persona trascura il cibo per molti giorni, il corpo si indebolisce. Allo stesso modo, quando trascura l'Eucaristia, l'anima perde forza spirituale. Si continua magari a respirare fisicamente, ma si diventa sempre più fragili davanti alle tentazioni, sempre meno capaci di pregare, di perdonare, di amare.Nella prima lettura Mosè ricorda al popolo d'Israele il lungo cammino nel deserto e la manna che Dio fece scendere dal cielo. Quella manna era un segno che preparava un dono infinitamente più grande. La manna sosteneva la vita del corpo per qualche giorno, mentre l'Eucaristia sostiene la vita soprannaturale e prepara alla vita eterna. Per questo Gesù dice: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58).Pensiamo adesso a quanto sia sorprendente il modo scelto da Dio per restare con noi. Avrebbe potuto scrivere un libro come hanno fatto i grandi filosofi del passato, ma non lo ha fatto: ha scelto invece di farsi cibo. L'amore tende sempre all'unione: una madre desidera stare vicino al figlio piccolo, due sposi desiderano vivere insieme nell'intimità. Gesù ha trovato nell'Eucaristia il modo più intimo possibile per unirsi a noi.Proprio perché crediamo che nell'Ostia consacrata sia realmente presente il Signore dell'universo, dobbiamo interrogarci anche sul modo in cui ci accostiamo alla Santa Comunione. La Chiesa oggi permette di ricevere l'Eucaristia anche sulla mano nonostante questo rimanga un abuso liturgico. Infatti per molti secoli i cristiani hanno ricevuto il Signore esclusivamente sulla lingua, proprio per evidenziare che l'Eucaristia non è un pane qualsiasi. Ricevere la Comunione sulla lingua manifesta nel modo più eloquente possibile che non siamo noi a prendere Cristo, ma è Cristo che si dona a noi. E come una mamma imbocca il suo piccolo, così fa con noi la Chiesa, nostra madre. Inoltre ogni Ostia consacrata può lasciare piccoli frammenti che, per quanto minuscoli, contengono realmente Gesù Cristo. Quando si riceve la Comunione sulla lingua si riduce al minimo il rischio che questi frammenti rimangano sulle mani o cadano a terra. Se crediamo veramente alla Presenza Reale, anche il più piccolo frammento merita il massimo rispetto e la massima attenzione. Proprio per questo la Chiesa, per ridurre a zero il rischio della perdita di frammenti, ha reso obbligatorio l'uso del piattino tutt'ora in vigore.Anche la postura del corpo ha la sua importanza. Il corpo educa l'anima e manifesta ciò che crediamo. Per questo la tradizione della Chiesa ha sempre considerato particolarmente significativa la Comunione ricevuta in ginocchio. Non perché Dio voglia umiliarci, ma perché siamo noi ad avere bisogno di esprimere umiltà e adorazione. Quando un uomo si inginocchia riconosce che davanti a lui c'è qualcuno più grande.Pensiamo ai giapponesi che si inginocchiano davanti al loro imperatore come segno di rispetto. Se gli uomini mostrano tanta riverenza davanti a un'autorità terrena, quanto più dovremmo mostrarla davanti a Gesù Cristo, Re dei re e Signore dei signori, realmente presente nell'Ostia consacrata. In ginocchio davanti all'Eucaristia non perdiamo la nostra dignità, ma semplicemente riconosciamo la verità: Dio è Dio e noi siamo sue creature amate. È diritto del fedele ricevere la Comunione sulla lingua e in ginocchio, mentre il sacerdote potrebbe rifiutarsi di darla in mano se pensasse che c'è il rischio di profanazione. In questo la Chiesa dimostra la sua preferenza per la comunione ricevuta sulla lingua e in ginocchio.Inoltre se crediamo davvero che Gesù è presente nel tabernacolo, allora non possiamo considerare la chiesa come un luogo qualsiasi. All'ingresso e quando si passa davanti al tabernacolo occorre fare la genuflessione che, tra l'altro, è obbligatoria. Il ginocchio destro a terra dimostra di aver capito che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10).Detto tutto questo non bisogna però dimenticare che l'Eucaristia produce i suoi frutti soltanto se viene accolta con fede e con umiltà. Non basta fare la Comunione materialmente e con rispetto esteriore. Ricevere correttamente il corpo di Cristo non autorizza a ritenersi superiori agli altri o a criticare il sacerdote, a rischio di scadere nella superbia.Per ricevere il Corpo di Cristo occorre non solo un corretto comportamento esteriore, ma soprattutto avere un'anima preparata. Per questo la Chiesa ci insegna la necessità della Confessione quando siamo consapevoli di aver commesso un peccato mortale. Nessuno si presenterebbe a un ricevimento importante con vestiti sporchi e trasandati. Quanto più dobbiamo presentarci con il cuore purificato quando andiamo incontro al Re dell'universo.L'Eucaristia poi non termina quando finisce la Messa. Gesù che riceviamo sull'altare deve trasformare la nostra vita quotidiana. Se ci nutriamo di Cristo, dobbiamo imparare a ragionare, parlare ed amare come Lui. Una persona che riceve la Comunione e poi conserva rancori per anni, sparla continuamente degli altri o vive nell'egoismo assomiglia a un malato che prende la medicina, ma rifiuta di seguire le altre prescrizioni del medico.Il Signore vuole trasformarci dall'interno per sostenerci nel cammino della vita. Pensiamo a una madre stanca che continua a servire la propria famiglia con amore o un marito che sopporta con pazienza un momento difficile nel matrimonio. Oppure a un giovane che rinuncia a un peccato per restare fedele al Vangelo o un anziano che offre le proprie sofferenze senza lamentarsi continuamente. In tutte queste situazioni l'Eucaristia diventa forza concreta per vivere cristianamente.La festa di oggi ci invita anche a riscoprire l'adorazione eucaristica. Molti cristiani hanno trovato davanti al Santissimo la luce per le decisioni difficili, la forza nelle prove e la pace nelle sofferenze. San Giovanni Maria Vianney raccontava che un contadino passava ore davanti al tabernacolo. Quando gli chiese cosa facesse tutto quel tempo, rispose semplicemente: "Io guardo Lui e Lui guarda me".Questa è la fede che la Chiesa ci invita a rinnovare oggi: davanti all'Eucaristia non vediamo una cosa, un ricordo o un simbolo, ma adoriamo una Persona viva che è Dio stesso.Chiediamo allora al Signore la grazia di partecipare alla Messa con più fede e attenzione, di accostarci al Corpo di Cristo con tutta la riverenza possibile e di sostare più spesso in adorazione davanti al tabernacolo. Quanto più ci avvicineremo all'Eucaristia, tanto più Cristo vivrà in noi. E quando Cristo abita in noi la nostra vita cambia davvero ed è allora che possiamo dire con San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
I nuclei di morte sono quelle dinamiche umane che non permettono all’amore di crescere. Affrontarli è necessario per il discernimento vocazionale: non puoi capire qual è il tuo posto nel mondo se non hai il coraggio di scendere nella tua storia e affrontare quei nodi che ti impediscono di essere veramente libero di dare la vita. Chiamare per nome ciò che ti blocca Arriva un momento in cui la vita ti presenta il conto e capisci che non bastano gli esami all’università, il lavoro e gli amici: devi prenderti cura della tua affettività. I nuclei di morte sono dinamiche umane che ci mettono in difficoltà nelle relazioni e ci impediscono di sbocciare pienamente nell’amore. Il primo passaggio è la consapevolezza: smettere di scappare, togliere il velo e iniziare a chiamare le cose per nome. Imparare a metterci mano Padre Giovanni diceva sempre che il cristiano è l’esperto in umanità: non si può essere grandi cristiani senza essere grandi uomini. Questo richiede la volontà di smettere di girare a vuoto e iniziare a mettere mano seriamente su queste dinamiche, equipaggiandosi con gli strumenti giusti. Che sia la terapia, un padre spirituale o dei fratelli che ti accompagnano, l’obiettivo è risolversi affettivamente, diventando adulti consapevoli. È un progetto di vita, non si fa in 3 mesi, ma è proprio questo che lo rende un progetto all’altezza della nostra necessità di verità. La grazia di una ferita salvata Tutto questo lavoro ha senso solo se ti porta a stare con le mani aperte per accogliere una grazia. Il Signore non vuole semplicemente guarire il dolore, ma vuole salvare la tua storia. Quel vuoto o quella mancanza che hai vissuto diventano il luogo dove Dio versa il suo Spirito, trasformando il tuo limite in una sensibilità che nessun altro ha. La tua ferita salvata diventa così la benzina per amare fino in fondo, donando la vita fino all’ultima goccia, proprio come Gesù Cristo. Playlist YouTube sui nuclei di morte
Diventare cattolici non significa “scegliere una religione”, ma entrare nella Chiesa fondata da Gesù Cristo. In questa lezione vediamo i passi essenziali: dottrina, preghiera, penitenza, guida spirituale, sacramenti e formazione permanente.Accedi alla piattaforma universitas per seguire tutte le lezioni con video!Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/fede-cultura-di-giovanni-zenone--4079647/support.
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».
A Piccoli Sorsi - Commento alla Parola del giorno delle Apostole della Vita Interiore
Vorresti ricevere notizie, saluti, auguri dalle Apostole della Vita Interiore?Lasciaci i tuoi contatti cliccando il link qui sotto e con la nostra nuova rubrica digitale potremo raggiungerti.https://www.it.apostlesofil.com/database/- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dal Vangelo secondo Giovanni +In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:«Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».Parola del Signore.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8532UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIMEdi Roberto de Mattei Un anno fa, il lunedì 8 maggio del 2025, si apriva il pontificato di Leone XIV, Robert Francis Prevost, 267° pontefice della Chiesa cattolica, primo Papa statunitense, primo appartenente all'Ordine di Sant'Agostino. «La pace sia con tutti voi... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono state le prime parole del nuovo Pontefice, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro. Fin dall'esordio, Leone XIV ha voluto incentrare il suo ministero sulla pace e sull'unità, dentro e fuori la Chiesa. Per questo, ha invitato a "costruire ponti, con il dialogo, con l'incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace". Un Papa "costruttore di ponti", un Papa "Pellegrino di pace e di unità", come egli stesso si è definito nell'omelia della Messa nell'aeroporto di Bamenda, in Camerun, lo scorso 17 aprile. Un obiettivo certamente alto e nobile quello della pace, soprattutto se essa è costruita sulla pietra angolare che è Cristo, Capo della Chiesa e Salvatore del mondo, ma la situazione della Chiesa e del mondo oggi non è purtroppo favorevole ai costruttori di ponti e ai pellegrini di pace. Fare il bilancio di un anno pontificato, tenendo presente questa realtà non è semplice, perché il complesso di parole, di atti, di documenti del Pontefice non indica ancora l'unità di una direzione, permettendoci di prevedere le priorità e le prospettive pastorali che orienteranno la Chiesa. Fino oggi le scelte del Pontefice sono state caute e misurate, mentre gravi e profondi sono i problemi che si avvicinano e che egli ha di fronte in un incerto futuro.Il più grave in assoluto di questi problemi è il caso tedesco. Il 21 aprile scorso, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, già consigliere di Papa Francesco nel governo della Chiesa, ha raccomandato ai servizi pastorali della sua diocesi l'uso di un manuale intitolato "La benedizione dà forza all'amore", che propone diverse "formule" per benedire le coppie dello stesso sesso e i divorziati risposati. Il testo è stato approvato dalla Conferenza del 4 aprile 2025, che riunisce la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAYInterrogato su questo episodio durante il volo di ritorno dalla sua visita africana, giovedì 23 aprile, Leone XIV ha voluto chiarire la sua posizione con queste parole: «La Santa Sede ha chiaramente fatto sapere che non siamo d'accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso le coppie omosessuali, come chiedete, o le coppie in situazione irregolare, al di là di quanto è stato specificamente autorizzato da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevono benedizioni. Tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi penso che il tema possa causare più divisione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».Il Papa discorda dunque dal Cammino Sinodale tedesco e prende indirettamente le distanze dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, pubblicata il 18 dicembre 2023 e approvata da Papa Francesco, che consente la benedizione pastorale, anche se non rituale, per le coppie in situazioni "irregolari" e per quelle dello stesso sesso. Però Papa Leone sa che i vescovi tedeschi continueranno a richiamarsi a quel documento, almeno fino a quando non ne uscirà uno della stessa, o di maggior autorità ma di segno diverso.La posizione dei vescovi tedeschi, d'altra parte, è chiara e, a suo modo, coerente. La Conferenza episcopale fin dal gennaio del 2020 si è messa alla testa di un "cammino sinodale", che ha l'obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni "vincolanti" del suo "sinodo permanente", tra le quali, l'ordinazione ministeriale delle donne e l'inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio. La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del dicastero per i vescovi, scrisse al loro presidente, il cardinale Marx, per avvisare che questi temi dirompenti "non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare". Ma lo stesso cardinale Marx, in un'intervista rilasciata al settimanale Stern il 30 marzo 2022, aveva dichiarato che: "Il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di ciò che dice". E, di fatto, lo ha ribadito il 21 aprile scorso.Leone XIV si trova dunque di fronte ad una grave lacerazione, che sulla scia dell'esempio tedesco, potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendolo in una posizione di quasi minoranza all'interno della Chiesa.LE CONSACRAZIONI EPISCOPALI SENZA MANDATO PONTIFICIOMa un altro problema è all'orizzonte: le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio che la Fraternità San Pio X ha annunciato per il 1 luglio 2026. Sembra che la Santa Sede stia preparando un decreto di scomunica, analogo a quello promulgato dalla Congregazione per i Vescovi il 1 luglio 1988. Ma al di là del giudizio sulle consacrazioni e sulle censure che ad esse seguiranno, non si può non constatare che ci troveremo di fronte a una frattura ecclesiale, che anch'essa vanifica, o quanto meno allontana, la auspicata mèta della pace e dell'unità nella Chiesa. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva per così dire gettato un ponte al mondo tradizionalista promulgando nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum e revocando nel 2009 le scomuniche comminate alla Fraternità San Pio X. Successivamente, papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e ha stabilito modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei loro priorati. D'altra parte, se nel 1988 si poteva immaginare una progressiva scomparsa della Fraternità San Pio X, dopo la morte del suo fondatore, la realtà di oggi è che essa conta più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi, più di un centinaio di priorati e centinaia di centri di Messa in oltre 60 Paesi, con centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Quanto dovrebbe accadere nel mese di luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo fossato tra questo mondo e la Santa Sede.Sullo sfondo della politica internazionale, poi, alla guerra russo-ucraina, si è aggiunta quella che vede gli Stati Uniti ed Israele contrapposti all'Iran in Medio Oriente. Il Papa ha condannato questa come tutte le altre guerre, ma la pace è ancora lontana e con lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV si è recentemente aperto un contrasto, che è forse il più grave nella storia delle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti nell'ultimo secolo.Di tutto questo il Papa non ha diretta responsabilità, ma visto sotto l'angolatura della pace e dell'unità considerati come beni assoluti, il bilancio del suo primo anno di pontificato appare preoccupante. Se si ricorda però che la pace e l'unità non sono valori assoluti, ma si fondano su Verità e Giustizia, anche gli scontri e le divisioni possono essere salutari, aiutando a ritrovare la strada, che nel caos si è smarrita. E questa la migliore preghiera e il sincero augurio che si può fare per Leone XIV: che egli ci conduca alla vera pace di Cristo, nel Regno di Cristo, affrontando tutte le difficoltà, le sofferenze, e le lotte, che questo cammino può comportare.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8530OMELIA ASCENSIONE - ANNO A (Mt 28,16-20)di Don Stefano Bimbi L'Ascensione del Signore potrebbe sembrare, a prima vista, una festa di distacco: Gesù sale al cielo e si allontana dai suoi discepoli. In realtà è il contrario. È la festa della presenza nuova di Cristo, una presenza non più limitata a un luogo o a un tempo, ma capace di raggiungere ogni uomo, in ogni parte del mondo e in ogni epoca. Per questo gli Apostoli, dopo l'Ascensione, non tornano a Gerusalemme disperati, ma pieni di gioia. Hanno capito che Gesù non li ha abbandonati. È entrato nella gloria del Padre per restare con loro in un modo ancora più profondo.L'Ascensione conclude la missione terrena di Cristo e inaugura la missione della Chiesa. Gesù sale al cielo non per disinteressarsi della terra, ma per regnare come Signore della storia. Noi spesso immaginiamo il cielo come un luogo lontano, quasi irraggiungibile. In realtà il cielo è la vita stessa di Dio e Cristo vi entra con la sua umanità glorificata. Questo significa che la nostra natura umana è già entrata nel Paradiso. Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, siede alla destra del Padre. E allora anche tutti noi abbiamo una speranza concreta: non siamo destinati al nulla, ma alla gloria eterna.Questa verità cambia il modo di vivere le cose quotidiane. Quando un cristiano affronta una sofferenza, una malattia, una delusione familiare o un fallimento, non ragiona più pensando soltanto a questa terra, ma ha lo sguardo rivolto al cielo. Certo, il dolore è reale, ma non ha più l'ultima parola. Nemmeno la morte ha l'ultima parola. Oggi invece molti vivono schiacciati da preoccupazioni immediate: il lavoro, i soldi, la salute, il giudizio degli altri. Tutto sembra decisivo, assoluto. Eppure Gesù ci insegna a tenere il cuore rivolto verso l'alto. Questo non vuol dire disprezzare la vita sulla terra, ma vivere senza diventare schiavi delle cose che passano.ANDATE E FATE DISCEPOLI TUTTI I POPOLIGli Apostoli, però, ricevono anche un comando preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). L'Ascensione non è una fuga dal mondo, ma anzi è l'inizio della missione. Il cristiano non può ridurre la fede a qualcosa di privato da vivere solo in casa propria o in chiesa. Se Cristo è veramente risorto ed è il Signore, allora questa verità deve raggiungere tutti. Oggi invece molti cattolici vivono una fede timida, quasi vergognosa. Hanno paura di parlare di Dio, di difendere la verità del Vangelo, di mostrarsi cristiani nell'ambiente di lavoro, a scuola o perfino in famiglia. Si preferisce tacere per non essere giudicati. Ma gli Apostoli, dopo l'Ascensione, fanno esattamente il contrario: escono allo scoperto. Prima erano impauriti, chiusi nel cenacolo; dopo diventano coraggiosi perché hanno fatto esperienza nella loro vita che Cristo è vivo.Anche nella vita quotidiana ci sono tante occasioni semplici per testimoniare la fede. Un genitore che insegna ai figli a pregare e li porta alla Messa domenicale sta già evangelizzando. Un giovane che, quando è con gli amici, non si vergogna di fare il segno della croce al ristorante prima del pasto compie una piccola testimonianza pubblica. Una persona che rifiuta compromessi disonesti sul lavoro per restare fedele alla coscienza annuncia Cristo con i fatti. Spesso pensiamo che evangelizzare significhi fare cose straordinarie, ma il primo apostolato passa dalla coerenza della vita.IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDOGesù promette: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non dice: "Vi ricorderò", ma "sono con voi". È presente nella sua Chiesa, nel Vangelo, nei sacramenti, specialmente nell'Eucaristia. Quando entriamo in chiesa davanti al tabernacolo non siamo davanti a un simbolo, ma davanti a Cristo vivo. Quante volte però viviamo come se Dio fosse assente. Ci agitiamo, ci scoraggiamo, perdiamo la pace, perché ci dimentichiamo della sua presenza reale.L'Ascensione allora ci invita a vivere con uno sguardo nuovo. I piedi restano sulla terra, ma il cuore deve essere orientato al cielo. Il cristiano non fugge dalle responsabilità quotidiane, anzi le vive meglio, perché sa che ogni gesto può avere un valore eterno. Una ragazza che arriva vergine al matrimonio, una madre che cresce con amore i figli, un anziano che offre con pazienza la propria solitudine, un lavoratore che svolge con onestà il proprio dovere, un malato che unisce le sue sofferenze a quelle di Cristo: tutto può diventare strada verso il Paradiso.San Filippo Neri era un sacerdote allegro, pieno di umanità, capace di scherzare e stare in mezzo alla gente. Dentro il suo cuore ardeva continuamente il desiderio del Paradiso. Ripeteva spesso: "Paradiso, Paradiso!". Non lo diceva per evadere dalla realtà, ma perché aveva capito che tutto passa e che solo Dio resta. Proprio per questo sapeva amare meglio le persone concrete che aveva davanti. Ai giovani insegnava a vivere con gioia, ma senza attaccarsi alle cose del mondo. Diceva: "State buoni, se potete", ricordando che la santità non consiste in cose straordinarie, ma nel vivere ogni giorno con il cuore rivolto a Dio. San Filippo aveva già il cuore in cielo mentre camminava per le strade di Roma. E questo gli dava una libertà interiore impressionante: non cercava successo, approvazione o potere, perché sapeva che la vera patria è lassù.In conclusione la festa dell'Ascensione ci ricorda che il cristianesimo non è soltanto una morale o un insieme di valori, ma un fatto soprannaturale. Cristo è veramente risorto, veramente asceso al cielo e ci sta preparando un posto. Per questo la Chiesa continua a guardare verso l'alto con speranza. In un mondo spesso ripiegato sulle cose materiali e immediate, il cristiano è chiamato a ricordare che siamo fatti per il cielo e che soltanto Dio può colmare il desiderio profondo del cuore umano.
Isaia 65 è un capitolo di grande speranza e svolta: Dio risponde direttamente al popolo, denuncia l'idolatria e l'ostinazione, ma annuncia la creazione di cieli nuovi e terra nuova. Promette un tempo di gioia, pace e benedizione per i suoi servi, dove non si sentiranno più pianti né grida di dolore. In questa puntata Spirito 424 (undicesimo commento su Isaia) analizziamo versetto per versetto il testo, il contesto storico e il suo potente significato escatologico, che trova compimento nella redenzione finale portata da Gesù Cristo e nella visione dell'Apocalisse.
Una frase di Francesco sulle religioni ha lasciato smarrimento in molti cattolici. Ora Leone ha davanti una scelta decisiva: lasciare l'ambiguità oppure confermare con chiarezza l'unicità salvifica di Gesù Cristo. Un Giovanni Zenone diretto su verità, dialogo e missione della Chiesa.leggi Iota unum, di Romano AmerioDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/fede-cultura-di-giovanni-zenone--4079647/support.
La chiesa esiste per aiutare persone ordinarie a diventare discepoli straordinari di Gesù Cristo. Perciò siamo appassionati delle Scritture e perseveriamo nell'insegnamento degli apostoli!
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8499OMELIA III DOM. DI PASQUA - ANNO A (Lc 24,13-35)di Giacomo Biffi Siamo alla sera del giorno in cui il Signore è risorto, press'a poco alla stessa ora che oggi ci vede qui radunati. Sulla strada che da Gerusalemme conduce a Emmaus avviene un incontro, semplice in apparenza e straordinario nella sua verità; un incontro che san Luca descrive in una pagina davvero ammirevole per la sapienza della costruzione letteraria, per il tono di calda umanità che la pervade, per la vivezza della fede che tutta la ispira: una fede che trova all'inizio difficoltà a irradiarsi ma che conquista a poco a poco i cuori.È una pagina ricca di luce, che domanderebbe una meditazione tranquilla e prolungata, mentre nel breve spazio di un'omelia ci è consentita soltanto qualche veloce annotazione.In cammino (Lc 24,13). I personaggi dell'episodio sono tutti viandanti.I due, che l'evangelista definisce «discepoli», avanzano sì materialmente sul loro percorso, ma l'amarezza che hanno in cuore impedisce ogni reale progresso dell'anima: discorrono e discutono, ma da soli non arrivano a nessuna conclusione rasserenante. Esteriormente hanno una mèta precisa, che è il villaggio dove sono diretti (Lc 24,28), ma di dentro sono del tutto disorientati e persi.Possiamo vedervi l'immagine eloquente dell'uomo che è pellegrino sulla terra, che trascorre fatalmente da un'età all'altra della vita senza potersi arrestare e senza diventare più saggio, all'oscuro di dove potranno portarlo mai i suoi passi stentati.Quella di indagare, di farsi infinite domande che rimangono senza risposta, di muoversi da un dubbio all'altro e da un'ipotesi all'altra, di lasciarsi incantare or dall' una or dall' altra delle varie dottrine che via via si affacciano e tramontano sulla ribalta della moda culturale, è un po' la sorte quasi inevitabile dei figli di Adamo e il peso quasi connaturale della loro esistenza: È questa - dice il Libro sacro - un'occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino (Qo 1,13).Questo uomo inquieto, sempre scontento di sé e delle vicende in cui si trova coinvolto, sempre frastornato da mille problemi irresolubili, ha bisogno - un bisogno estremo e assoluto, anche se spesso inconsapevole o addirittura negato - di qualcuno che gli dia delle certezze cui aggrappare il suo destino, delle risposte che nessuna critica possa scalzare, delle verità che costituiscano l'approdo del suo travaglio.Ebbene, questo qualcuno c'è, ed è il Signore risorto. Questo è il messaggio sostanziale della festa di Pasqua.Il brano evangelico ci notifica anche il fatto consolante e commovente che il Vincitore della morte è un Signore accondiscendente, capace di farsi pellegrino con noi e di accompagnarsi a noi sui sentieri polverosi della vita: Gesù in persona si accostò e camminava con loro (Lc 24,15). È un Signore che, per non abbagliarci, vela la sua gloria pasquale e si presenta con un'apparenza senza splendore. È un Signore che per toccarci il cuore sceglie il metodo paziente e lungo di dialogare con noi e di rischiararci a poco a poco con la sua luce.Speravamo (Lc 24,31). Speravano: dunque ormai questi uomini non sperano più. Sono delusi e non si attendono più niente dall'avventura di Gesù di Nazaret, che pure un tempo li aveva affascinati.Sembrano convinti - come molti nostri contemporanei - che ormai è cominciata l'epoca, per così dire, post-cristiana. Non si rendono conto che il Figlio di Dio crocifisso e risorto riempie di sé l'intera storia del mondo, è l'ultima e definitiva parola del Padre, è l'avvenimento finale nel quale tutte le vicissitudini delle creature si inverano e si concludono: Gesù Cristo e lo stesso ieri, oggi e sempre! (Eb 13,8).Come càpita a qualche acculturato dei nostri giorni, i due viaggiatori credevano di essere «post-cristiani» ed erano invece appena «pre-cristiani»: l'assimilazione all'evento pasquale, nel quale tutta la verità del Vangelo si compendia, era ancora davanti a loro; e ancora essi dovevano percepirlo per lasciarsene trasformare.I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16). Gesù era già accanto a loro, eppure essi non arrivavano ad avvedersene. Perché?Erano rimasti turbati e scandalizzati dalla scena spaventosa del Golgota, che probabilmente essi avevano seguito da lontano. La ragione oggettiva, per cui è difficile anche a noi accogliere il disegno di salvezza, è che esso è sì tutto teso a realizzare la felicità e la sublimazione dell'uomo, ma prevede come percorso obbligato il cammino della croce; e questo è insopportabile se non ci si arrende senza riserve alla volontà del Padre nostro che è nei cieli.È duro e ostico anche a noi ciò che era duro e ostico ai discepoli di Emmaus, e cioè l'accettare, con tutte le sue conseguenze per la nostra esistenza, che bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria (Lc 24,26). Lo riconobbero (Lc 24,31). Quando i loro occhi sì aprono ed essi riconoscono il Signore risorto, nostra vita (cf. Col 3,4), giudice dei vivi e dei morti (At 10,43), cioè pietra di paragone e misura di ogni atto e di ogni creatura? Quando, invece di discorrere e di discutere (cf. Lc 24,15), si pongono docilmente alla scuola delle divine Scritture con la convinzione che tutte parlano di Cristo e della sua Pasqua.Accostarsi alla parola di Dio è indispensabile, ma ancora non basta: il momento proprio del riconoscimento, ci ha detto il Vangelo, è nello spezzare il pane (Lc 24,35). La lettura, lo studio, la meditazione della Bibbia costituiscono il mezzo privilegiato per farci diventare intelligenti ascoltatori del Signore risorto. Ma perché si possa veramente ed esistenzialmente incontrare il Salvatore è decisiva l'esperienza ecclesiale e l'umile partecipazione all'affetto e alla fattiva donazione a Cristo della sua Sposa.E poiché il mistero della Chiesa si risolve nel mistero dell'Eucaristia (che è, per così dire, la Chiesa in boccio) e il mistero dell'Eucaristia è già in sintesi tutto il mistero della Chiesa (che è l'Eucaristia sbocciata), si capisce perché la bella pagina evangelica, che ci è stata proposta, ci insegna che il Signore, protagonista dell'evento pasquale, deve essere conosciuto e riconosciuto primariamente ed essenzialmente «nella frazione del pane».
Isaia 61 è uno dei capitoli più importanti e messianici di tutto il libro del profeta. Contiene l'annuncio del Messia unto dallo Spirito del Signore per annunciare la buona novella ai poveri, guarire i cuori spezzati, proclamare la liberazione ai prigionieri e l'anno di grazia del Signore. Gesù stesso legge proprio questo brano nella sinagoga di Nazareth dichiarando che si è compiuto. In questa puntata Spirito 420 (undicesimo commento su Isaia) analizziamo versetto per versetto il testo, il suo contesto e il profondo significato per la vita cristiana: consolazione, gioia, giustizia, restaurazione e la missione di Gesù che continua oggi nella Chiesa.
Il 20 marzo Benjamin Netanyahu ha scritto su X: «Ancora fake news sul mio atteggiamento verso i cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele». Erano passate ventiquattr'ore dalla conferenza stampa in cui aveva dichiarato, citando lo storico Will Durant, che «la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene». Era il 19 marzo. Oggi è Giovedì Santo. Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza — unica parrocchia cattolica della Striscia di Gaza — ha stimato che dall'ottobre 2023 sono stati uccisi cinquantaquattro cristiani della comunità. La chiesa è stata colpita dal fuoco israeliano in due occasioni distinte: la prima nel dicembre 2023, quando un cecchino ha aperto il fuoco nel cortile uccidendo due donne; la seconda nel luglio 2025, quando un proiettile di un carro armato israeliano ha colpito il compound, causando morti e feriti tra i rifugiati all'interno. Padre Romanelli non si è mai mosso da Gaza. Nel compound vivono oggi circa cinquecento sfollati, in larga maggioranza musulmani. La comunità cristiana di Gaza contava settemila persone nel 2007. Nell'ottobre del 2023, alla vigilia dell'escalation, ne erano rimaste 1.017. Oggi la cifra non è verificabile: parte è morta, parte è fuggita, parte vive nel compound della Sacra Famiglia in attesa della Pasqua. Cinque scuole cristiane esistevano a Gaza prima del 7 ottobre 2023. Ne funziona una sola, quella del compound parrocchiale, con centosessanta bambini. Il Patriarcato latino di Gerusalemme la descrive come l'unica scuola cristiana ancora aperta nella Striscia. Netanyahu, su X, il 20 marzo: «i cristiani sono protetti e prosperano in Israele». #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Il filo dell'Evangelo per uscire dal labirinto della confusioneTesto completo predicazioneIn un tempo segnato da molte voci e interpretazioni contrastanti, questa riflessione conduce al cuore dell'Evangelo apostolico. Attraverso l'immagine del “filo di Arianna”, siamo invitati a riscoprire il principio guida che impedisce di smarrirsi: l'opera salvifica di Gesù Cristo, morto per i nostri peccati e risorto il terzo giorno. A partire da 1 Corinzi 15:1-11, il messaggio mette in guardia contro i “vangeli” spuri e richiama con chiarezza il contenuto essenziale dell'Evangelo che salva, fondato nella Scrittura, attestato nella storia e potente nel trasformare la vita. Una parola adatta al tempo di Pasqua, che invita a rimanere saldi nell'unico Evangelo.
Isaia 60 è uno dei capitoli più belli e luminosi di tutto il libro del profeta: Dio invita Sion ad alzarsi e risplendere perché la Sua luce è arrivata, le tenebre coprono la terra ma su di lei sorge la gloria del Signore. Le nazioni camminano alla sua luce, i re portano i loro tesori, e Gerusalemme diventa centro di pace, giustizia e benedizione. In questa puntata Spirito 419 (undicesimo commento su Isaia) analizziamo versetto per versetto il testo, il contesto escatologico e il suo straordinario compimento in Gesù Cristo, vera Luce del mondo.
Avendoci predestinati a essere adottati, per mezzo di Gesù Cristo, come suoi figli.Efesini 1:5
Che farò dunque di Gesù detto il Cristo?Testo completo della predicazione“Me ne lavo le mani”: è un'espressione comune che usiamo quando vogliamo prendere le distanze da una questione scomoda e non assumerci responsabilità. Ma cosa succede quando questo atteggiamento riguarda la persona e l'opera di Gesù Cristo? Nel racconto del processo davanti al governatore romano Ponzio Pilato, nel Vangelo secondo Matteo (27:15-26), proprio questo gesto diventa il simbolo di chi cerca di evitare una decisione. Eppure il Vangelo mostra che davanti a Gesù la neutralità non esiste. Questa riflessione parte da quella scena drammatica per porre una domanda che attraversa i secoli: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. Una domanda che, ancora oggi, riguarda ciascuno di noi. In che modo?
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore.
A Piccoli Sorsi - Commento alla Parola del giorno delle Apostole della Vita Interiore
Vorresti ricevere notizie, saluti, auguri dalle Apostole della Vita Interiore?Lasciaci i tuoi contatti cliccando il link qui sotto e con la nostra nuova rubrica digitale potremo raggiungerti.https://www.it.apostlesofil.com/database/- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dal Vangelo secondo Matteo +Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore.Parola del Signore.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8478SAN FRANCESCO DI SALES E DON BOSCO, MAESTRI DELLA BUONA STAMPAdi Roberto de Mattei Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. SAN FRANCESCO DI SALESUno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l'enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina». «Ad essi - afferma Pio XI - è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l'offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l'ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».DON BOSCOSullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della "buona stampa cattolica" contro i nefasti effetti di quella "cattiva", veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina». I "buoni libri" sono «tanto più necessari in quanto che l'empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest'arma, per fare strage nell'ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s'inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla» (Epistolario di San Giovanni Bosco, vol. IV, LAS, Roma 1996, pp. 357-360).LA BUONA STAMPALa "buona stampa" non è un'attività secondaria dei Salesiani ma, scrive don Bosco, è «una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza; e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L'odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l'errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un'impresa benedetta da Dio. Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l'assistenza speciale di Dio. In meno di trent'anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi pubblicati. Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L'articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: "Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando" tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all'empietà ed all'eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri».Ai nostri giorni la "buona stampa" ha assunto un'importanza molto maggiore di quanto ne avesse ai tempi di san Francesco di Sales e di san Giovanni Bosco, a causa dello sviluppo degli strumenti di comunicazione, che spesso sono anche mezzi di disinformazione: giornali digitali, siti web, video, social media. Anche oggi, dunque, la Chiesa è chiamata a "opporre arma ad arma", annunciando la verità senza attenuazioni, e combattendo inflessibilmente gli errori, ma con carità, senza quei sentimenti di rabbia, di amarezza e di sarcasmo, che sono estranei allo spirito cristiano. Ma l'insegnamento di don Bosco e di san Francesco di Sales ci deve soprattutto ricordare che ogni nostra battaglia deve avere come fine e come fondamento la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8468OMELIA III DOM. DI QUARESIMA - ANNO A (Gv 4,5-42)di Don Stefano Bimbi La liturgia di oggi ci fa contemplare due scene che si illuminano a vicenda: da una parte il popolo d'Israele nel deserto, nella prima lettura; dall'altra Gesù Cristo al pozzo di Sicar con la samaritana.Nel libro dell'Esodo il popolo ha sete. Si trova nel deserto e mormora contro Mosè arrivando a dire: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È una sete fisica, ma dietro c'è una sete più profonda: la paura di essere abbandonati. Dio allora ordina a Mosè di percuotere la roccia e da quella roccia scaturisce acqua. Il luogo viene chiamato Massa e Merìba, cioè "prova e contestazione", perché lì Israele ha messo alla prova il Signore.Nel Vangelo ritroviamo la stessa sete, ma in forma personale. Non più un popolo intero, ma una donna sola. Non più un deserto geografico, ma un deserto interiore. Anche qui c'è una domanda implicita: Dio è davvero con me? Si interessa della mia vita concreta?La roccia percossa nel deserto e Cristo seduto al pozzo di Sicar sono due immagini collegate. San Paolo dirà che quella roccia era figura di Cristo. Come dalla roccia colpita sgorgò l'acqua, così dal costato di Cristo trafitto sulla croce sgorgheranno sangue e acqua, segni dei sacramenti. Nel deserto l'acqua salva dalla morte fisica; nel Vangelo l'acqua viva salva dalla morte spirituale.C'è però una differenza decisiva. Nel deserto il popolo mormora e pretende un segno. Al pozzo, invece, Gesù prende l'iniziativa: «Dammi da bere». Non attende la protesta, ma offre la grazia. Tuttavia anche noi, spesso, assomigliamo a Israele. Quando arrivano le difficoltà, le prove, le malattie, le incomprensioni, quante volte nel cuore riaffiora la domanda: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».L'ACQUA CHE DISSETA DAVVERO«Dammi da bere» è una frase sorprendente: Dio chiede da bere a una creatura. Colui che ha creato l'acqua, chiede acqua. Ma in realtà è Lui che sta offrendo qualcosa di infinitamente più grande. Come spesso accade nel Vangelo, Gesù parte da un bisogno materiale per condurre a una verità spirituale più profonda.La samaritana pensa all'acqua del pozzo. Gesù parla di un'acqua viva, capace di diventare sorgente che zampilla per la vita eterna. Quest'acqua è la grazia, è dono dello Spirito Santo, è la vita divina che ci viene comunicata nei sacramenti. Non è un sentimento passeggero, non è un'emozione religiosa: è una realtà oggettiva che trasforma l'anima.Il cristianesimo infatti non è in primo luogo uno sforzo morale, ma un dono da accogliere. San Paolo lo dice chiaramente: l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo. Prima ancora che noi cerchiamo Dio, è Dio che cerca noi. Prima ancora che noi abbiamo sete di Lui, è Lui che ha sete della nostra salvezza. Eppure, quante volte anche noi, come la samaritana, non capiamo subito. Restiamo alla superficie. Cerchiamo l'acqua che non disseta davvero.Il dialogo diventa più personale quando Gesù tocca la ferita morale della donna: «Hai avuto cinque mariti...». Il Signore porta alla luce la verità per guarire, non per umiliare. Il suo scopo è salvare.Quei "cinque mariti" possono rappresentare anche le nostre false sorgenti. Ognuno di noi sa dove ha cercato acqua e non l'ha trovata: nel successo, nel denaro, in relazioni sbagliate, nell'orgoglio, nelle abitudini di peccato. Il cuore resta inquieto quando si allontana dalla sorgente vera. Sant'Agostino diceva: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te».UNA BROCCA DA LASCIARELa Quaresima è il tempo in cui il Signore ci invita a fare verità. Non una verità generica, ma concreta. Dove sto cercando la mia felicità? Qual è il mio "pozzo" che non disseta? C'è qualche peccato che continuo a giustificare? C'è una situazione che rimando di affrontare?La risposta non è scoraggiarsi, ma fare come la samaritana: lasciarsi guardare da Cristo. Quando la donna comprende di essere davanti al Messia, cambia tutto. Lascia la brocca e corre in città ad annunciare: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto». La brocca abbandonata è il segno di un passato lasciato alle spalle. Ha trovato una sorgente più grande. Anche per noi c'è una brocca da lasciare. Forse è un'abitudine sbagliata o un vizio radicato in noi. Forse è la freddezza nella preghiera. Forse è la trascuratezza dei sacramenti. L'acqua viva richiama il Battesimo, ma anche la Confessione che rinnova la grazia battesimale e l'Eucaristia che alimenta la vita divina.Concretamente, questa settimana possiamo fare tre cose semplici ma decisive.Primo: dedicare alla preghiera ogni giorno qualche minuto in più del solito, magari rileggendo questo Vangelo e dicendo: «Signore, dammi sempre di quest'acqua».Secondo: fare ogni sera un serio esame di coscienza, chiedendoci dove abbiamo cercato la nostra sicurezza.Terzo: accostarci con umiltà al sacramento della Confessione, senza paura. Il peccato nascosto è come una sorgente inquinata; la grazia lo purifica. Chiediamo un appuntamento con il padre spirituale per verificare se il cammino della Quaresima procede bene.Infine, non dimentichiamo l'ultimo passaggio: la samaritana diventa missionaria. L'incontro vero con Cristo non si tiene per sé. Anche noi possiamo testimoniare con semplicità: una parola di fede in famiglia, un invito alla Messa, un gesto di carità fatto con amore.Oggi leggendo il vangelo anche noi siamo davanti al pozzo. Gesù ci guarda e dice: «Dammi da bere». Gli daremo la nostra fede? Gli consegneremo la nostra vita perché la trasformi? Gli permetteremo di entrare nelle nostre ferite più nascoste sicuri che Dio può far scaturire acqua anche dalla roccia più dura della nostra vita?Se non induriamo il cuore, questa Quaresima diventerà un tempo di vera conversione e di affidamento totale. Solo così potremo dire con sincerità: «Signore, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete».
Partiamo da presupposto importante: noi non abbiamo capito niente. È il partito di Maria ed è da lì che osserviamo il mondo. E quello che stiamo osservando è strano, bellissimo, e non ce lo aspettavamo. C’è un cantante che piace a nostro figlio. Ha una busta di carta in testa. Nessuno conosce il suo volto. Scrive canzoni sull’avidità, sulla solitudine, sul fatto che la città in cui vivi ti fa schifo. Chiede ai suoi ascoltatori: su cosa scriviamo il prossimo pezzo? Non ha una casa discografica. Non fa concerti. È la radiografia perfetta della Generazione Z. Questa generazione ha smesso di correre verso fuori — il macchinone, la posizione sociale, l’appartamento al centro che costa duemila euro al mese ed è grande quanto un armadio. Ha cominciato a fare domande profonde. Chi sono? Cosa voglio davvero? Come mi proteggo da quello che mi ferisce? E da queste domande, succede qualcosa di inaspettato. In Francia — che è la nazione che ha più asfaltato il cristianesimo, conventi distrutti, cultura cristiana azzerata — ci sono migliaia di richieste di battesimo per la notte di Pasqua. In Croazia le adorazioni per i giovani hanno le chiese così piene che non si entra. In Scandinavia i ragazzi entrano nelle rare chiese rimaste aperte e chiedono: voglio fare un percorso per ricevere il battesimo. La fede è tornata di moda? È che nel cuore dell’uomo c’è una fiamma che non si spegne. Puoi farla vacillare con le ideologie, con il consumismo, con le pratiche esoteriche, con qualsiasi altra cosa. Ma quella fiamma non muore. E quando le proposte non rispondono davvero, le abbandoni e cerchi ancora. Sant’Agostino diceva: La verità è un leone. Non ha bisogno di essere difesa. Si difende da sola. Anni di new age, di spiritualità senza radici — non è che erano sbagliate nel desiderio. Il desiderio era giusto: cercare qualcosa di profondo, di vero, di non comprabile. Il problema è che alla fine la libertà proclamata non nutriva. Non portava al dono di sé. Non dava frutto fino in fondo. E allora le persone sono arrivate al Vangelo non cercando esplicitamente Gesù Cristo. Ma cercando la Verità. Anche per me è stato così. Essere cristiani vuol dire essere strani. Difficilmente manipolabili. Né dal potere, né dai soldi, né dalla posizione sociale. La stranezza non è nelle cose che fai. È nelle domande profonde che ti poni. E nelle risposte che ti dai. Obbedienza, castità — parole che sembrano brutte, frustranti. Ma quando vai a scoprire cosa significano davvero, scopri che l’obbedienza è qualcuno che si prende cura di te. Che ti custodisce nella libertà. E che la castità è imparare il valore del tuo corpo, il dono di te stesso — non è una prigione, è esattamente il contrario. La ricetta per la felicità non esiste. La ricetta è camminare. Quindi se sei in giro per il mondo e qualcuno ti parla male della fede, del Papa, della Chiesa, del Vangelo — ascolta. Ma il fondamento ce l’hai dentro. E quella relazione concreta, viva, reale con il Signore è quello che fa la differenza. Tutto il resto è rumore. La verità vi farà liberi. È il Vangelo. Ed è storia di vita. Buon ascolto!
Il capitolo 53 di Isaia è considerato la profezia più chiara e impressionante del Messia sofferente, che prefigura la Passione, Morte e Redenzione di Gesù Cristo. In questo dodicesimo appuntamento di Spirito 411 analizziamo versetto per versetto il testo, scoprendo il significato profondo, il contesto storico e l'attualità per la nostra fede oggi.
La preghiera sacerdotale di Gesù CristoTrascrizione (non corretta dall'autore)
Daniel Milazzo, responsabile gruppo Giovani coppie della chiesa Gesù Cristo è il Signore Catania e collaboratore del pastore
Predicazione espositiva del Pastore Daniel Ransom di Filippesi capitolo 2 versetti da 9 a 11. Registrata presso il Centro Evangelico Battista di Perugia il 28 Dicembre 2025.Titolo del messaggio: "Non sarà sempre così"FILIPPESI 2 V9-119 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
A Piccoli Sorsi - Commento alla Parola del giorno delle Apostole della Vita Interiore
- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dal Vangelo secondo Giovanni +In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta.Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.Parola del Signore.
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Vorresti ricevere notizie, saluti, auguri dalle Apostole della Vita Interiore?Lasciaci i tuoi contatti cliccando il link qui sotto e con la nostra nuova rubrica digitale potremo raggiungerti.https://www.it.apostlesofil.com/database/- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dal Vangelo secondo Luca +Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:a lui sarà dato il nome di Emmanuele»,che significa «Dio con noi».Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.Parola del Signore.
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Vorresti ricevere notizie, saluti, auguri dalle Apostole della Vita Interiore?Lasciaci i tuoi contatti cliccando il link qui sotto e con la nostra nuova rubrica digitale potremo raggiungerti.https://www.it.apostlesofil.com/database/- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dal Vangelo secondo Luca +Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Àcaz, Àcaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.Parola del Signore.
Hopera esiste per aiutare persone ordinarie a diventare straordinari discepoli di Gesù Cristo e contribuire ad un'espressione matura e contestualizzata del Cristianesimo per i nostri giorni.
Hopera esiste per aiutare persone ordinarie a diventare straordinari discepoli di Gesù Cristo. È un sogno che compiamo con le nostre vite!
Omelia del 23 novembre 2025 https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20251123 https:/www.uprubiera.org/spiritualpod/anno2025/20251123signoregesucristoredell'universo2025.m4a Sun 23 Nov 2025 10:30 +0200 Spirituality no
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- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési +Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C'è pace e sicurezza!», allora d'improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.Parola del Signore.
Predicazione espositiva del Pastore Jonathan Whitman di Matteo capitolo 7 versetti da 21 a 23. Registrata presso il Centro Evangelico Battista di Perugia il 27 Luglio 2025.Titolo del messaggio: "Il peggior incubo di tutti i tempi: Tre avvertimenti ai falsi seguaci di Gesù Cristo"MATTEO 7 V21-2321 «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?" 23 Allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!"
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- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi +Fratelli, Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria.È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.Parola del Signore.
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- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi +Fratelli, Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria.È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.Parola del Signore.
Maria Maddalena fu fra coloro che maggiormente condivisero i tre anni di vita pubblica di Gesù Cristo. Fu sotto la croce, senza fuggire come fecero i discepoli, non lo rinnegò per paura come fece Pietro, ma rimase presente ogni ora, dal momento della sua conversione, fino al Sepolcro. Ma chi era in realtà Maria di Magdala? In maniera assolutamente erronea per i più fu la prostituta redenta da Cristo. La tradizione, infatti, non è andata oltre la pagina evangelica in cui si si narra la storia della conversione di un'anonima peccatrice, colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Si era così, senza nessun reale collegamento, identificata Maria di Magdala con quella prostituta senza nome. Ora, questo stesso gesto di venerazione verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un'altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione. E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala: da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea.Ma dalla profonda spiritualità monastica altomedievale e, in particolare, dagli ambienti cluniacensi, prese il via la venerazione quale Santa e, pertanto, in suo onore sono state scritte pagine di musica. Come quella che porta la firma del compositore rinascimentale Nicolas Champion recentemente eseguita dalla prestigiosa Cappella Pratensis nella cattedrale di Lugano per la rassegna de i Vesperali 2025 sotto la direzione di Stratton Bull. Giovanni Conti ne parla con il produttore artistico dell'ensemble Peter De Laurentiis.
Maria Maddalena fu fra coloro che maggiormente condivisero i tre anni di vita pubblica di Gesù Cristo. Fu sotto la croce, senza fuggire come fecero i discepoli, non lo rinnegò per paura come fece Pietro, ma rimase presente ogni ora, dal momento della sua conversione, fino al Sepolcro. Ma chi era in realtà Maria di Magdala? In maniera assolutamente erronea per i più fu la prostituta redenta da Cristo. La tradizione, infatti, non è andata oltre la pagina evangelica in cui si si narra la storia della conversione di un'anonima peccatrice, colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Si era così, senza nessun reale collegamento, identificata Maria di Magdala con quella prostituta senza nome. Ora, questo stesso gesto di venerazione verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un'altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione. E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala: da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea.Ma dalla profonda spiritualità monastica altomedievale e, in particolare, dagli ambienti cluniacensi, prese il via la venerazione quale Santa e, pertanto, in suo onore sono state scritte pagine di musica. Come quella che porta la firma del compositore rinascimentale Nicolas Champion recentemente eseguita dalla prestigiosa Cappella Pratensis nella cattedrale di Lugano per la rassegna de i Vesperali 2025 sotto la direzione di Stratton Bull. Giovanni Conti ne parla con il produttore artistico dell'ensemble Peter De Laurentiis.
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- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dalla lettera agli Ebrei +Fratelli, è impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,un corpo invece mi hai preparato.Non hai graditoné olocausti né sacrifici per il peccato.Allora ho detto: "Ecco, io vengopoiché di me sta scritto nel rotolo del libroper fare, o Dio, la tua volontà"».Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.Parola del Signore.
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- Premi il tasto PLAY per ascoltare la catechesi del giorno e condividi con altri se vuoi -+ Dalla lettera agli Ebrei +Fratelli, per mezzo di Gesù offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi.Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un'alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.Parola del Signore.