Il #Buongiorno di Giulio Cavalli

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Dal lunedì' al venerdì, ogni mattina, il buongiorno. E poi le letture. E tutto quello che ci viene in mente.

Giulio Cavalli

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    • Mar 7, 2026 LATEST EPISODE
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    Occhi su Gaza, diario di bordo #163

    Play Episode Listen Later Mar 7, 2026 1:52


    Hala Rharrit si era dimessa dal Dipartimento di Stato nell'aprile del 2024, in protesta. Aveva messo per iscritto che il genocidio a Gaza avrebbe prodotto una guerra regionale con l'Iran se Washington non avesse contenuto Israele. Nessuno l'aveva ascoltata. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran. Khamenei è morto. La regione brucia. Il 5 marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è recato al confine nord con il Libano e ha pubblicato un video. «Dahiyeh sembrerà presto Khan Younis», ha detto, dopo che l'esercito aveva ordinato l'evacuazione immediata dei sobborghi meridionali di Beirut. Khan Younis: città del sud di Gaza dove l'Agenzia Anadolu documenta oltre 72.000 morti, 172.000 feriti, il 90% delle infrastrutture civili distrutte. Smotrich non ha citato Khan Younis come esempio di tragedia. L'ha usata come unità di misura. Come parametro di produzione bellica. Human Rights Watch ha dichiarato il 5 marzo che l'ordine di evacuazione sui sobborghi di Beirut «solleva gravi rischi di violazioni del diritto internazionale umanitario». La stessa formulazione usata per Gaza. Le stesse organizzazioni. Lo stesso protocollo che in due anni non ha fermato niente. A Gaza, intanto, padre Ibrahim Faltas ha detto all'ANSA il 6 marzo: «Gaza è dimenticata». I valichi restano chiusi. L'ONU è riuscita a far entrare 570.000 litri di diesel da Kerem Shalom, ha dichiarato il portavoce Dujarric, ma Rafah rimane sbarrato. Nei mercati di Deir el-Balah, i civili non fanno più scorte. Sono stanchi di sperare in un confine che si apre e si chiude secondo le esigenze militari altrui. Il genocidio a Gaza non era un episodio isolato: era la prima pagina di un manuale. Smotrich lo ha citato in pubblico come modello. Rharrit lo aveva scritto due anni fa. Non la cercò nessuno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #162

    Play Episode Listen Later Mar 6, 2026 1:59


    Centoquarantaquattro. È il numero di giorni consecutivi in cui le forze israeliane hanno violato l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo documentano le organizzazioni umanitarie sul campo: attacchi di artiglieria, raid aerei, colpi di arma da fuoco in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. Il totale dei morti ha raggiunto 72.116. Dall'accordo ne sono stati uccisi altri 631. I valichi restano chiusi dal 28 febbraio. Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah, spiega che i farmaci per il parkinson sono esauriti, finiti gli antidolorifici. Gli ospedali hanno carburante per tre giorni. In Cisgiordania, per il quarto giorno consecutivo, l'esercito ha chiuso posti di blocco e ingressi a città e villaggi. Mentre accade tutto questo, ieri il Senato italiano ha approvato il DDL Romeo. Centocinque voti favorevoli. Il testo adotta la definizione IHRA, secondo cui l'antisemitismo è "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio". La parola su cui fermarsi è percezione. Non un atto, non un crimine: una percezione. La definizione include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo fare paragoni tra la politica israeliana e quella nazista, o criticare lo Stato di Israele come collettività ebraica. Alcune critiche alla condotta di Israele a Gaza diventano, almeno potenzialmente, materia da monitorare. Il PD si è spaccato: Delrio e altri hanno votato sì, il resto si è astenuto. Della Seta ha scritto che è "desolante" che alcuni dem "vi si siano prestati". Da una parte una legge che tutela una percezione. Dall'altra centoquarantaquattro giorni di violazioni, ospedali senza carburante, una minaccia di rioccupazione totale pronunciata da Smotrich con "legittimità internazionale e sostegno americano". Il problema non è aver scelto da che parte stare. È fingere che le due cose non abbiano nulla a che fare l'una con l'altra. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #161

    Play Episode Listen Later Mar 5, 2026 2:04


    A Gaza l'oppressione continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili. Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l'indipendenza delle forze dell'ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno. Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall'altra l'ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico. Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un'altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #160

    Play Episode Listen Later Mar 4, 2026 2:04


    Mentre i titoli scorrono verso Teheran e le mappe si allargano, Gaza viene richiusa dentro il suo perimetro. I valichi serrati, il carburante contato in ore, l'acqua razionata. Israele annuncia una riapertura “graduale” di Kerem Shalom, coordinata con il centro americano per gli aiuti. Graduale significa camion contingentati, liste approvate, attese. Significa trasformare un diritto umanitario in concessione amministrativa. Le agenzie parlano di generatori quasi fermi negli ospedali, di impianti idrici che funzionano a intermittenza, di panifici che sospendono perché la farina resta bloccata oltre la frontiera. Due litri d'acqua al giorno in alcune aree. Il mercato reagisce prima ancora dei comunicati: i prezzi salgono appena circola la voce di una chiusura. La fame anticipa la politica. Gerusalemme offre un'altra scena. Al-Aqsa chiusa per giorni consecutivi in pieno Ramadan, accessi limitati per ragioni di sicurezza. Il luogo sacro svuotato diventa messaggio di sovranità. La gestione dell'ordine pubblico coincide con la gestione del conflitto. Le autorità parlano di emergenza, i fedeli trovano cancelli. In Cisgiordania, intanto, la cronaca resta minuta e costante. Qaryut, due fratelli uccisi, coloni armati, soldati presenti. La violenza si consuma sotto protezione, mentre l'attenzione internazionale guarda altrove. La guerra regionale assorbe lo sguardo e consente un'amministrazione per sottrazione dentro Gaza. Si chiude, si riapre a metà, si pesa ogni sacco di farina come se fosse favore. La popolazione conta i giorni di scorte e le ore di corrente. La diplomazia discute equilibri strategici, a Rafah si discute di acqua potabile. È una differenza di scala che racconta tutto. Anche le parole aiutano: “sicurezza”, “gradualità”, “coordinamento”. Rendono accettabile l'idea che una frontiera decida chi mangia oggi e chi domani. Dentro questa normalità forzata ogni giorno diventa procedura, ogni ferito pratica, ogni bambino cifra da aggiornare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #159

    Play Episode Listen Later Mar 3, 2026 1:42


    La guerra che si allarga verso Teheran stringe di nuovo la Striscia. I valichi restano chiusi, i camion fermi, il carburante razionato. Israele motiva la decisione con esigenze di sicurezza mentre le sirene suonano a Beer Sheva e nel sud. Gaza intanto scivola fuori dall'inquadratura pubblica, come se l'emergenza potesse attendere la fine di un altro fronte. Nei mercati la tensione si misura a chili di farina. Le famiglie comprano quello che trovano, accumulano, calcolano i giorni. Le organizzazioni umanitarie parlano di scorte che coprono poche settimane; alcune cucine comunitarie riducono le porzioni. Il carburante è la soglia decisiva: senza diesel si fermano i generatori degli ospedali, gli impianti di desalinizzazione, le pompe delle fognature. La crisi umanitaria procede per sottrazione, toglie pezzi ogni giorno. Dal lato israeliano la postura è quella di un Paese sotto attacco. Scuole chiuse, mobilitazione, dichiarazioni ufficiali che collegano la chiusura dei varchi alla guerra con l'Iran. È una catena lineare: escalation regionale, priorità militari, blocco dei passaggi. In mezzo restano due milioni di persone già stremate da mesi di bombardamenti e assedio. Pochi giorni fa si parlava di ricostruzione e di fondi promessi. Oggi la misura concreta sono i camion che non entrano e le cisterne che si svuotano. Ogni tregua che dipende da un cancello resta sospesa alla decisione di chi controlla quel cancello. Gaza vive così, appesa a un interruttore esterno. E quando il conflitto cambia scala, la Striscia torna a essere una variabile subordinata, un corridoio logistico dentro una guerra più grande. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #158

    Play Episode Listen Later Feb 28, 2026 1:54


    La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi. Intanto a Ginevra si combatte un'altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente. Sul fondo c'è l'altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l'UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l'UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche. La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un'altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #157

    Play Episode Listen Later Feb 27, 2026 2:04


    A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all'Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l'accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto. In Cisgiordania, intanto, l'occupazione si consolida con un altro timbro. L'ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell'indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l'Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L'annessione avanza per prassi, senza proclami solenni. Poi c'è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L'esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un'attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B'Tselem parla di messa in scena. Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell'annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #156

    Play Episode Listen Later Feb 26, 2026 1:57


    Le ruspe arrivano quando il rumore delle bombe smette di occupare i titoli. A Beit Liqya, a sud-ovest di Ramallah, i bulldozer israeliani entrano tra serre e abitazioni palestinesi e iniziano a demolire case e strutture agricole. Un'operazione registrata come intervento ordinario. La guerra, qui, assume la forma della gestione quotidiana del territorio. Mentre Gaza continua a vivere tra macerie e sfollamenti permanenti, la Cisgiordania cambia lentamente volto. Le demolizioni restringono spazio abitabile, interrompono economie familiari, trasformano villaggi in territori provvisori. Ogni muro abbattuto produce uno spostamento forzato che raramente diventa notizia internazionale. La violenza perde spettacolarità e diventa procedura. Nelle stesse ore emerge un dato che pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Il Committee to Protect Journalists certifica che il 2025 è stato l'anno più letale mai registrato per l'informazione: 129 operatori dei media uccisi nel mondo, ottantasei collegati alla guerra di Gaza. Due terzi delle morti risultano attribuite alle operazioni israeliane. Raccontare questo conflitto resta una delle attività più pericolose esistenti, e ogni voce che scompare riduce ciò che il mondo riesce a vedere. La pressione sul racconto continua anche lontano dal fronte. Il ministero della Difesa israeliano dispone la chiusura di cinque piattaforme mediatiche palestinesi attive a Gerusalemme Est. Meno immagini circolano, meno testimonianze sopravvivono, più semplice diventa trasformare la guerra in narrazione controllata. Intanto, negli Stati Uniti, Donald Trump dichiara pubblicamente conclusa la guerra e sostiene che tutti gli ostaggi sarebbero tornati a casa. La giornata si richiude dove era iniziata: tra polvere e ruspe. Gaza resta sospesa dentro questa distanza crescente tra parole ufficiali e realtà che continua a consumarsi davanti agli occhi di chi riesce ancora a raccontarla. Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l'evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L'emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #155

    Play Episode Listen Later Feb 25, 2026 1:55


    Il Ramadan in Cisgiordania si apre con un ragazzo di diciassette anni ucciso a Beit Furik, a est di Nablus. Mohammad Wahbi Hanani viene colpito alla testa durante un'incursione dell'esercito israeliano e muore all'ospedale di Rafidia. Nelle stesse ore, nel villaggio di Tell, vicino Nablus, viene incendiata la moschea Abu Bakr al Siddiq: secondo il ministero degli Esteri palestinese l'azione è opera di coloni che hanno lasciato scritte razziste sui muri. L'Autorità nazionale palestinese parla di responsabilità politica del governo israeliano. Intanto la Palestinian Prisoner Society riferisce di oltre cento arresti dall'inizio del mese sacro, tra cui donne e minori. La cornice diplomatica prova a inseguire i fatti. Diciannove Paesi, insieme alla Lega araba e all'Organizzazione della cooperazione islamica, firmano una dichiarazione che condanna l'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, cita il progetto E1 e richiama il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024. Parlano di annessione di fatto. Sul terreno, però, ruspe e raid proseguono. A Gaza una nuova indagine indipendente di Forensic Architecture ed Earshot ricostruisce l'attacco del 23 marzo 2025 contro soccorritori palestinesi alla periferia sud. Oltre novecento colpi esplosi in pochi minuti, veicoli identificabili con luci d'emergenza accese, quindici operatori uccisi. I corpi recuperati giorni dopo, alcuni sepolti in una fossa comune insieme ai mezzi distrutti. L'esercito israeliano aveva parlato di “minaccia”. L'inchiesta incrocia audio, video e immagini satellitari. Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l'evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L'emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #154

    Play Episode Listen Later Feb 24, 2026 1:58


    Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore l'archivio si è riempito di celle. Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte “visite” organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, l'immagine è chiara: la detenzione come messaggio. Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dell'Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico è tecnico, la cornice è quella del tragico Board of Peace. Sul fronte regionale l'Egitto si dice “sconcertato” dalle parole dell'ambasciatore Usa Huckabee sull'espansione israeliana “fino al Nilo” e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in un'analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris. Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finché la realtà non torna a pesare più delle formule. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #153

    Play Episode Listen Later Feb 21, 2026 1:56


    L'iftar tra le macerie circola nelle stesse ore in cui la parola “ricostruzione” viene pronunciata nei palazzi. Una famiglia palestinese stende una tovaglia sopra i detriti della propria casa distrutta, divide pane e zuppa mentre alle spalle restano ferri piegati e cemento frantumato. La scena racconta più di qualunque vertice internazionale. Sul terreno la cosiddetta tregua continua a perdere pezzi. Amnesty International Italia e Greenpeace Italia, davanti a Palazzo Chigi e alla Farnesina, hanno denunciato oltre 600 palestinesi uccisi dall'avvio del cessate il fuoco del 9 ottobre 2025, tra cui più di 100 bambini, e almeno 1.620 violazioni registrate fino al 10 febbraio 2026 tra raid aerei, colpi di artiglieria e sparatorie. I numeri sono contenuti nei loro documenti diffusi il 19 febbraio. Intanto il ministero della Difesa israeliano ribadisce, con dichiarazioni riprese da Anadolu Agency, che le forze resteranno nella “zona di sicurezza” di Gaza senza limiti temporali. Sullo sfondo, lo studio pubblicato su The Lancet Global Health e ripreso da Reuters il 19 febbraio stima 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025. Il 56,2% appartiene a donne, bambini e anziani: circa 42 mila persone. È una fotografia statistica che attraversa governi e conferenze, e che resta sul tavolo mentre si discute di gestione internazionale della Striscia. La Cisgiordania aggiunge un altro capitolo. Reuters riferisce dell'uccisione di un diciannovenne palestinese con cittadinanza statunitense vicino a Ramallah, in un episodio attribuito a coloni israeliani. Versioni divergenti, indagini annunciate, tensione che sale. Tra i comunicati sul futuro di Gaza e le immagini delle tende, la distanza resta misurabile. La famiglia che rompe il digiuno tra i calcinacci continua a vivere dentro quella distanza. Ogni giorno.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #152

    Play Episode Listen Later Feb 20, 2026 2:06


    C'è una parola che oggi arriva con il timbro dell'ONU: “pulizia etnica”. L'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani, nel rapporto diffuso a Ginevra, parla di distruzione sistematica, trasferimenti forzati, blocco degli aiuti, detenzioni arbitrarie, torture, morti in custodia. Il lessico è quello dei crimini gravi. La sede è istituzionale. La data è di oggi. Mentre nei palazzi si discute di ricostruzione, l'OHCHR scrive che a Gaza e in Cisgiordania si consolidano pratiche che svuotano il diritto. A Roma, tra Palazzo Chigi e Farnesina, Amnesty International Italia e Greenpeace Italia hanno acceso un maxi schermo con le immagini dei bombardamenti successivi alla tregua di ottobre. Sotto scorre una cifra: seicento palestinesi uccisi in centotrenta giorni di cessate il fuoco. È una contabilità che entra in conflitto con la retorica della “fase nuova”. Le ONG chiedono lo stop all'invio di armi verso Israele. Le immagini scorrono in silenzio, davanti alle finestre del governo. Intanto il calendario segna Ramadan. A Gaza il mese del digiuno comincia dentro una tregua fragile, con gli aiuti che restano il vero varco da attraversare. I camion sono numeri, le razioni sono numeri, le cliniche sono numeri. Ogni cifra racconta un collo di bottiglia. La ricostruzione evocata nei consessi internazionali si scontra con la sopravvivenza quotidiana di chi aspetta un passaggio, un sacco di farina, una visita. In Cisgiordania, a Hebron, nell'area di Jabal Jalis, le forze israeliane conducono una vasta campagna di arresti. Le immagini che circolano mostrano rastrellamenti notturni. Fuori da Gaza, stesso clima di forza e controllo. La parola “processo” resta sospesa, mentre il rapporto ONU elenca fatti. A Washington si parla di tavoli e partecipazioni. L'Europa rivendica presenza “per Gaza”. Le istituzioni discutono architetture diplomatiche. L'OHCHR pubblica un allarme. A Roma le ONG proiettano i morti della tregua. Il diritto internazionale ha un lessico preciso. Oggi è stato usato. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #151

    Play Episode Listen Later Feb 19, 2026 2:02


    Ottomila corpi restano sotto le macerie. Il numero lo ripete la Protezione civile della Striscia: edifici crollati, quartieri polverizzati, squadre senza mezzi sufficienti per scavare in profondità. Si vive sopra ciò che non è stato ancora sepolto. L'UNDP stima che, al ritmo attuale, serviranno anni per rimuovere le macerie. Anni per riportare alla luce case, scuole, persone. Il tempo tecnico della ricostruzione coincide con il tempo morale della sospensione. Intanto la vita quotidiana si misura in permessi sanitari. Dalla riapertura del valico di Rafah sono usciti poco più di duecento pazienti, a fronte di oltre diciottomila che avrebbero bisogno di cure fuori dalla Striscia. Ogni partenza è un'eccezione amministrativa. Gli altri restano in corsia, negli ospedali che funzionano a intermittenza, tra carenze di farmaci, generatori e personale. La selezione diventa criterio di sopravvivenza. Mentre Gaza resta una distesa di detriti, a Gerusalemme si parla di futuro territoriale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l'intenzione di promuovere la “migrazione” dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania e di estendere la sovranità israeliana su parti dei territori occupati. Nelle stesse ore, ottantacinque Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione contro l'espansione degli insediamenti e contro ogni passo verso l'annessione. Due linguaggi si sovrappongono: quello della pianificazione politica e quello della condanna diplomatica. Sul terreno restano i corpi irraggiungibili e i pazienti in attesa. Le macerie non sono solo ciò che è crollato. Sono ciò che impedisce di contare fino in fondo le vittime e di restituire un nome a chi manca. Ogni giorno che passa consolida una normalità fatta di emergenza permanente. Gaza è un luogo in cui il tempo della rimozione è lento e quello delle decisioni è rapido. Nel mezzo, una popolazione che continua a vivere sopra ciò che non riesce ancora a seppellire. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #150

    Play Episode Listen Later Feb 18, 2026 1:55


    Mohammad Dhabban aveva una malattia rara. Servivano cure fuori dalla Striscia. Serviva un permesso. Non è arrivato. È morto così, dentro un territorio che trattiene anche chi dovrebbe soltanto attraversarlo per farsi curare. La restrizione alla mobilità diventa diagnosi. Il confine diventa cartella clinica. La sua storia scorre nelle stesse ore in cui Gaza continua a contare i vivi per sottrazione. A nord della Striscia, dopo più di quattrocentonovanta giorni, la protezione civile ha recuperato venti corpi dalle macerie della casa della famiglia Nasr. Altri restano sotto il cemento. Il tempo non alleggerisce nulla, cristallizza. Le bare allineate davanti ai parenti raccontano che la guerra sopravvive anche quando si parla di tregua. Il silenzio delle armi non coincide con la fine delle conseguenze. Le agenzie riferiscono dell'uccisione di un palestinese oltre la cosiddetta “linea gialla” e della scoperta di depositi d'armi tra Rafah e i tunnel. L'Idf rivendica operazioni mirate. Fonti locali parlano di un minore colpito a Jabalia e di un ferito. Le versioni divergono, i corpi restano. Ogni comunicato militare genera un contro-bollettino civile. Intanto la Cisgiordania entra nel lessico dell'annessione. Si parla di percentuali, di registrazioni di terre come “statali”. Otto Paesi arabi e islamici richiamano la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e il parere della Corte internazionale di giustizia. La geografia diventa pratica amministrativa. Mentre si scava per restituire un nome ai morti e per tentare di salvare chi chiede cure altrove, altrove si prepara un tavolo che si definisce pace. Qui l'uscita resta chiusa. Per i malati. Per chi attende sotto le macerie. Per una popolazione che aspetta un varco che sia reale. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #149

    Play Episode Listen Later Feb 17, 2026 1:59


    La guerra entra in classe. A Gerusalemme Est con le uniformi, a Ramallah con le gomme da cancellare. Il 4 febbraio Israel Hayom ha anticipato un progetto del Home Front Command: riservisti arabofoni, in divisa, dentro una scuola pilota palestinese per lezioni di “emergency awareness”. Avvio a maggio, coordinamento con municipio e comitati dei genitori. The New Arab ha ripreso la notizia. L'esercito spiega che è educazione civile. L'immagine è un soldato davanti a un banco. Nelle stesse settimane, documenti diffusi da Quds parlano di una lettera del 19 gennaio 2026 del ministro dell'Istruzione Amjad Barham al ministro delle Finanze e di un incontro del 27 gennaio con funzionari europei: richieste di modifiche ai manuali, dalla prima alla decima classe. Rimozioni e sostituzioni: l'inno nazionale in prima, riferimenti ai prigionieri, formule su Gerusalemme, mappe, termini storici. Palestine Chronicle e MEMRI rilanciano. Bruxelles, nei testi pubblici sugli aiuti, parla di riforme e condizionalità, senza elenchi di pagine. Intanto Gaza continua a contare. Fonti mediche palestinesi parlano di centinaia di vittime dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco indicata a ottobre; i numeri restano senza verifica indipendente e senza distinzione tra civili e miliziani. L'Unicef segnala 37 bambini uccisi dall'inizio del 2026. Un ospedale diventa campo di contesa. Medici senza frontiere interrompe attività al Nasser di Khan Younis dopo segnalazioni di uomini armati nell'edificio; la direzione respinge e chiede di ritrattare. La neutralità si discute in corsia. Uniformi tra i banchi, parole che spariscono dai libri, corsie che si svuotano. La battaglia per Gaza si gioca anche qui: chi insegna, cosa si può dire, quali mappe restano appese. La pace viene pronunciata nei comunicati. La guerra decide il lessico. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #148

    Play Episode Listen Later Feb 14, 2026 1:46


    Le Nazioni Unite parlano di dieci missioni autorizzate a ritirare aiuti arrivati a Kerem Shalom e Zikim: cibo, vaccini, carburante, forniture mediche. Il portavoce Stéphane Dujarric chiede la revoca delle restrizioni e libertà operativa per i partner umanitari. È la grammatica della tregua: permessi, finestre, corridoi. Intanto Gaza resta un territorio amministrato per quote di respiro. Nelle stesse ore le autorità sanitarie di Gaza aggiornano i numeri: 591 morti dalla tregua, 1.583 feriti, 724 corpi recuperati dalle macerie. La parola “cessate il fuoco” convive con droni, colpi isolati, ordigni inesplosi che esplodono adesso. La contabilità cresce mentre la diplomazia discute la “seconda fase”. Dentro le prigioni israeliane la cronaca si sposta sulle celle. Testimonianze legali raccolte da Reuters descrivono razioni insufficienti per detenuti palestinesi nonostante una decisione della Corte Suprema che imponeva maggiori quantità di cibo. Sullo sfondo, la linea del ministro Itamar Ben-Gvir sulle condizioni detentive. Un video rilanciato sui social mostra abusi nel carcere di Ofer durante una sua visita: immagini da verificare, che alimentano la percezione di impunità. Sul piano politico, Benjamin Netanyahu annuncia l'intenzione di revocare la cittadinanza a due cittadini palestinesi di Israele accusati di attacchi e di deportarli. Il controllo dei confini si salda al controllo dello status giuridico. Territorio, corpi, documenti. La tregua è un timbro su un foglio. Sul terreno restano crateri, file per il pane, celle sovraffollate. L'ONU chiede di rimuovere ostacoli alle operazioni umanitarie. La richiesta è formale. La fame è concreta. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #146

    Play Episode Listen Later Feb 12, 2026 1:51


    La mano scava tra i calcinacci di Gaza City. Cerca ossa, brandelli di vestiti, tracce minime di una famiglia rimasta sotto il cemento dal 2023. La scena attraversa le agenzie e resta lì, sospesa. È il fotogramma delle ultime ventiquattro ore: un padre piegato a terra mentre sopra di lui passano dichiarazioni, vertici, comunicati. La tregua regge sulla carta. Sul terreno arrivano spari, raid mirati, accuse di violazioni reciproche. L'esercito israeliano parla di risposta a movimenti sospetti; da Gaza si contano altri corpi. La parola cessate il fuoco resta scritta nei briefing, intanto le ambulanze fanno la spola tra macerie e ospedali esausti. La Striscia vive dentro una pausa armata, fragile come il vetro. A Washington Benjamin Netanyahu incontra Donald Trump. Sul tavolo c'è l'Iran, con i colloqui indiretti in Oman e il nodo del programma nucleare. Gaza entra come capitolo collegato, pedina dentro un disegno più ampio. Le priorità si leggono nei tempi e nei sorrisi delle foto ufficiali: sicurezza regionale, deterrenza, equilibri strategici. La Striscia resta scenario. Da Bruxelles arriva una frase che pesa. L'Alta rappresentante Kaja Kallas definisce “controproducenti” e “incompatibili con il diritto internazionale” le ultime decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano sulla Cisgiordania. È un richiamo formale, registrato nei verbali dell'Unione. Le parole europee fotografano l'espansione degli insediamenti e l'aumento delle operazioni nei campi profughi. Intanto a Torino tre bambini feriti di Gaza entrano al Regina Margherita. Vengono accolti nei reparti pediatrici, lontani dalle sirene. La guerra attraversa il Mediterraneo e prende posto in un corridoio d'ospedale. Restano la mano che scava e i letti bianchi. Tutto il resto gira intorno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #145

    Play Episode Listen Later Feb 11, 2026 1:52


    Il cessate il fuoco continua a produrre bollettini. Dall'11 ottobre, a Gaza, i morti contati dopo la firma dell'accordo sono 586, i feriti 1.558. I numeri arrivano mentre i raid proseguono a intermittenza nel centro della Striscia e a Rafah, sempre spiegati come “risposte a violazioni”. La tregua resta una formula, la realtà un referto. Intanto Israele sposta il baricentro. Mentre Gaza brucia a bassa intensità, la Cisgiordania viene riscritta per decreto. Il governo rafforza i poteri civili sui territori occupati, accelera procedure e acquisti, rende strutturale ciò che doveva restare provvisorio. Washington protesta a parole, Berlino registra “preoccupazione”, sul terreno cambia il perimetro del controllo. L'annessione smette di essere una minaccia e diventa prassi amministrativa. La guerra, però, entra anche in un'altra stanza. Quella del diritto penale. In Israele avanzano disegni di legge che reintroducono la pena di morte su base etnica, riservata ai palestinesi. Le Nazioni Unite e Amnesty parlano di violazione del diritto alla vita e di discriminazione istituzionalizzata. È il linguaggio della legge che normalizza la selezione. A Gaza, nello stesso tempo, emergono storie che non lasciano corpi. Un'inchiesta giornalistica ricostruisce migliaia di persone “evaporate”, senza resti identificabili, compatibili con l'uso di armi ad altissima temperatura. Famiglie che cercano nomi in registri vuoti. Anche questo è un effetto di guerra: l'impossibilità del lutto. E l'Italia. Gli aiuti umanitari restano bloccati oltre confine, in Giordania. Le opposizioni chiedono un'informativa urgente al ministro degli Esteri. Il governo prende tempo. Gaza continua a insegnare una lezione semplice e brutale: quando la politica rinvia, la violenza compila i moduli al posto suo. E li timbra ogni giorno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #144

    Play Episode Listen Later Feb 10, 2026 2:09


    Rafah funziona a intermittenza. Due giorni di stop, poi un varco contingentato, poi di nuovo l'attesa. Le evacuazioni sanitarie passano “a tranche”, poche decine alla volta, mentre migliaia restano in lista. La tregua si misura così: con un cancello che decide chi respira e chi aspetta. È il quadro degli ultimi tre giorni, raccontato dalle agenzie e confermato sul terreno, dove l'uscita dalla Striscia resta un'eccezione amministrativa, non un diritto. Dentro questa cornice tornano i colpi “di contorno”. Fuoco su tende di sfollati a est di Gaza City. Un ventenne ucciso a Deir al-Balah. Segnalazioni di spari nel nord per il superamento di una linea “gialla” che cambia di giorno in giorno. Episodi presentati come incidenti, poi sommati in bollettino. La parola tregua resta in alto, la pratica resta bassa. E intanto l'imbuto sanitario si stringe: feriti cronici, dialisi, oncologici che dipendono da una finestra di poche ore. Sullo sfondo, la pace entra in calendario. A Washington prende forma un Board of Peace, investimenti annunciati, fase due, tavolo arabo. La diplomazia come evento, con date e foto. In Europa si discutono compatibilità statutarie, mentre sul terreno la normalità viene rinviata. La distanza tra i comunicati e i varchi è tutta qui. Il controcampo è la Cisgiordania. Raid notturni nei villaggi, case perquisite, giovani presi di mira. L'Unione europea annuncia fondi a UNRWA per Gaza e Cisgiordania insieme, riconoscendo che la linea è una sola anche quando si finge di spezzarla. Le famiglie dormono in abitazioni danneggiate, nella paura, mentre le operazioni “di sicurezza” producono paura come effetto collaterale. Rafah che apre e chiude, tende colpite, villaggi rastrellati, tavoli di pace apparecchiati. Negli ultimi tre giorni il conflitto ha mostrato la sua grammatica: la tregua come parola, la violenza come procedura, l'uscita come concessione. Finché questa resta la sintassi, ogni annuncio suona come un titolo senza testo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #143

    Play Episode Listen Later Feb 7, 2026 2:07


    La tregua continua a esistere come parola, mentre a Gaza resta un gesto amministrativo. Un permesso, una linea, un varco che apre e richiude. «Where is the ceasefire? Where are the mediators?», chiede Mohamed Abu Selmiya dall'ospedale al-Shifa. La domanda arriva mentre i reparti continuano a riempirsi. Da ottobre, dall'entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, il ministero della Sanità di Gaza conta oltre cinquecento morti palestinesi. In alcuni giorni se ne sommano venti, trenta. L'esercito israeliano risponde con il proprio bilancio e con la formula rituale delle “violazioni oltre la linea”. La linea, intanto, taglia i corpi. Rafah è il simbolo di questa tregua per sottrazione. Riapertura annunciata, passaggi concessi a contagocce. Lunedì meno di cinquanta persone autorizzate a uscire, mentre migliaia restano bloccate. Ogni spiraglio diventa selezione. Anche l'aria passa con il contagocce. Sul tavolo internazionale, Gaza viene ridotta a schema: ricostruzione condizionata, sicurezza, “demilitarizzazione” come parola chiave. Fuori dal tavolo, la realtà resta fatta di ospedali che funzionano a metà e di fotografi costretti a trasformare l'orrore in archivio. Huda Skaik ha chiesto a otto fotografi di Gaza un'immagine “di significato”. Ne è uscito un catalogo di lutti quotidiani, madri, bambini, macerie che resistono allo sguardo. È un contro-racconto che non chiede permessi. Intanto, altrove, Israele discute di sé. Alla Knesset una commissione parlamentare ha reso pubblico un dato: quasi novecento segnalazioni di abusi sessuali nei reparti di salute mentale in tre anni. È un numero che apre un fronte interno, rimosso dal dibattito globale, e che mostra come anche dentro lo Stato la violenza emerga solo quando qualcuno la conta. Gaza resta sospesa tra questi piani. La tregua detta nei comunicati, la violenza amministrata sul terreno, le immagini che provano a salvare tracce. Tutto il resto è mediazione che arriva tardi. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #142

    Play Episode Listen Later Feb 6, 2026 2:01


    A Gaza, nelle ultime ventiquattro ore, conta altro. Contano i corpi che tornano, le corsie che si riempiono, i cieli che restano attivi. Al complesso medico di Al-Shifa arrivano 54 corpi e 66 casse con resti umani e organi. Il trasferimento avviene tramite il Comitato internazionale della Croce Rossa, lo conferma il ministero della Salute di Gaza. È una consegna amministrativa, dicono. In realtà è una scena: camion, bare numerate, personale sanitario che ricomincia a contare. Al-Shifa resta insieme obitorio e pronto soccorso, simbolo di una tregua che non si deposita mai del tutto sul terreno. A ovest di Gaza City, nel campo profughi di Al-Shati, un bombardamento colpisce un gruppo di civili. Un morto, diversi feriti. Le immagini circolano prima dei dettagli, come sempre. Le agenzie parlano di raid mirati, di operazioni “in risposta” al ferimento di un soldato israeliano lungo la Linea Gialla. La geografia è quella già vista, la dinamica pure: un episodio militare, una rappresaglia, vittime civili che entrano nel bilancio quotidiano. Rafah resta il punto cieco. La Mezzaluna Rossa palestinese segnala evacuazioni mediche sospese, Israele replica che il valico è operativo e che mancano i dettagli di coordinamento richiesti all'Oms. La burocrazia diventa confine. Pazienti in attesa, accompagnatori bloccati, responsabilità che si rincorrono mentre il tempo clinico scorre in una sola direzione. Sul fronte israeliano il gabinetto politico-di sicurezza anticipa una riunione straordinaria. Sul tavolo c'è l'Iran, i colloqui annunciati in Oman, il timore che l'intesa salti. Gaza resta dentro questo perimetro più largo, compressa tra dossier regionali che ne oscurano il peso umano. Alla fine della giornata il conto è semplice e crudele. Al-Shifa riceve corpi e feriti nello stesso giro di ore. La tregua continua a vivere nei comunicati. A Gaza, ancora una volta, resta una parola senza riparo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #141

    Play Episode Listen Later Feb 5, 2026 1:48


    A Rafah anche oggi si entra e si esce a ore, Le evacuazioni mediche previste sono state annullate all'ultimo momento, con i pazienti già pronti e le ambulanze in attesa. Il collasso funziona così: la sopravvivenza diventa un permesso revocabile. L'Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 18.500 persone nella Striscia che necessitano di cure specialistiche indisponibili sul territorio. Il numero resta fermo mentre i giorni scorrono e le finestre di uscita si chiudono. Nelle stesse ore, lungo la Linea Gialla nel nord della Striscia, colpi d'arma da fuoco feriscono gravemente un riservista israeliano. La risposta è immediata: carri armati, raid aerei, bombardamenti. Il ministero della Salute di Gaza aggiorna il bilancio: almeno ventuno morti. Le agenzie annotano che la fonte non distingue tra civili e combattenti. Da Gaza arriva anche la voce del parroco della Sacra Famiglia, Gabriel Romanelli. Parla di una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti e avverte che l'idea di un conflitto in esaurimento è una rappresentazione lontana dalla realtà quotidiana. Intanto, in Cisgiordania, il governo israeliano accelera su un altro fronte. Il ministro della Difesa Israel Katz annuncia l'avanzamento della legalizzazione di 140 avamposti agricoli, con il sostegno di Netanyahu e Smotrich. Terra occupata che diventa autorizzata, violenza coloniale trasformata in atto amministrativo. E mentre sul terreno si decide chi può curarsi e chi perde casa, in Italia il dibattito scivola sulla punizione simbolica. Il senatore Maurizio Gasparri annuncia un'interrogazione contro Francesca Albanese per la sua iniziativa su Gaza alla Camera. Qui il confine si stringe sulle parole, là sui corpi. Il meccanismo resta riconoscibile. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #139

    Play Episode Listen Later Feb 3, 2026 2:02


    Rafah riapre. Così dicono le agenzie. Poi si leggono le righe sotto il titolo e il quadro si restringe. Il valico funziona a intermittenza, con numeri ridotti e criteri selettivi. Rientrano donne, bambini, anziani. I malati gravi, quelli con i nomi già trasmessi all'OMS per evacuazioni urgenti, passano da un altro varco, Kerem Shalom. La “riapertura” esiste, ma resta controllata, fragile, facilmente reversibile. Più utile alla narrazione che alla sopravvivenza quotidiana. Nello stesso giorno, un'altra porta si chiude del tutto. Medici Senza Frontiere viene costretta a lasciare Gaza. Israele parla di requisiti amministrativi e di elenchi del personale locale non consegnati. MSF risponde definendo la misura un pretesto e denunciando l'assenza di garanzie di sicurezza per il proprio staff. L'effetto pratico è immediato: meno medici, meno cure, meno presenza internazionale nei luoghi dove si muore di più. La contraddizione è evidente. Si annuncia un corridoio umanitario e si stringe il rubinetto dell'assistenza. Si invoca la sicurezza e si colpiscono le organizzazioni che tengono in piedi ospedali di fortuna e cliniche improvvisate. I valichi diventano strumenti politici: liste, autorizzazioni, attese che decidono chi passa e chi resta. Fuori dal linguaggio ovattato delle diplomazie, le parole sono più nette. Francesca Albanese ricorda che Israele non ha alcuna autorità legale per bloccare l'ingresso nel territorio che occupa e richiama il rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia. Qualcuno osserva che è forse la prima volta che MSF viene espulsa con l'accusa di essere una “infrastruttura militare”, lo stesso schema usato per colpire l'intero sistema sanitario di Gaza. Intanto gli inviati americani incontrano Netanyahu e parlano di tregua. Sul terreno resta una costante: una porta socchiusa, molte sprangate. E un'assistenza umanitaria trattata come concessione, non come obbligo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #138

    Play Episode Listen Later Jan 31, 2026 1:53


    I numeri sono diventati ingestibili e quindi la propaganda è caduta. L'IDF “accetta” il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Sanità di Gaza perché non ha più margine per negarlo. Non perché sia improvvisamente affidabile. Perché è già vecchio. Chi racconta questo genocidio sa bene che i numeri ufficiali arrivano sempre in ritardo rispetto alla realtà. Arrivano quando i corpi sono stati recuperati, identificati, registrati. Arrivano quando esistono ancora ospedali funzionanti, registri consultabili, personale vivo. A Gaza tutto questo è saltato da mesi. Le cifre pubblicate raccontano ciò che è stato contato, non ciò che è accaduto. L'IDF sa che il totale reale supera quello che oggi viene discusso nei comunicati. Sa che sotto le macerie ci sono morti senza nome. Sa che i decessi indiretti, per fame, infezioni, mancata assistenza, stanno crescendo fuori da qualsiasi statistica. Accettare il bilancio ufficiale serve a chiudere il fronte del dibattito pubblico, non serve a dire la verità. Non cascateci. Per mesi il lavoro dei giornalisti palestinesi è stato liquidato come propaganda. Hanno mostrato corpi, elenchi, nomi. Hanno raccontato la distruzione mentre venivano accusati di gonfiare i numeri. Oggi quelle cifre diventano improvvisamente “utilizzabili”. Perché? perché sono inferiori alla realtà che incombe. Il negazionismo ha avuto una funzione politica precisa: guadagnare tempo. Ogni giorno passato a discutere se i morti fossero davvero così tanti è stato un giorno sottratto alla responsabilità. Ogni dubbio seminato sui numeri ha protetto le decisioni che li producevano. Quando anche l'esercito che bombarda accetta il conteggio delle vittime, significa che quel numero non fa più paura. È già stato superato. E chi lo ha raccontato dall'inizio aveva ragione. Non per ideologia. Perché era lì. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #137

    Play Episode Listen Later Jan 30, 2026 2:08


    Rafah oggi è un atto politico concreto. È il punto in cui il potere si esercita senza bisogno di proclami. Il valico resta formalmente aperto al transito delle persone, mentre sulle merci si consuma una trattativa che riguarda quantità, tempi, autorizzazioni. Nelle ultime 24 ore fonti israeliane hanno fatto filtrare l'ipotesi di ridurre i camion degli aiuti dagli attuali circa 600 al giorno a 200, con l'obiettivo dichiarato di arrivare a 120. Ogni cifra è una decisione sulla sopravvivenza. Nello stesso tempo Hamas afferma di essere pronto a trasferire la gestione della Striscia a un comitato palestinese di tecnici, subordinando la mossa alla riapertura “completa” di Rafah, in entrata e in uscita, senza controllo israeliano. Il lessico è quello della transizione amministrativa. La sostanza resta il confine come strumento di comando. Rafah governa Gaza più di qualsiasi organigramma. Il rientro in Israele del corpo dell'ultimo ostaggio chiude una fase simbolica del conflitto. Con quella chiusura, la pressione si sposta tutta sul dopo. Si parla di “fase due”ma il passaggio decisivo resta logistico: chi decide cosa passa dal valico decide la forma della pace. I dati sui bambini rendono visibile il costo di questo controllo. Secondo UNICEF, oltre 336.000 minori sono coinvolti in programmi educativi di emergenza, mentre circa il 60% dei bambini in età scolare resta escluso da qualsiasi forma di scuola in presenza. Più del 90% degli edifici scolastici risulta danneggiato o distrutto. L'istruzione dipende anche da Rafah: materiali didattici, evacuazioni mediche, ricongiungimenti familiari passano da lì. Ogni giorno di chiusura parziale allunga una frattura che diventa strutturale. Cento camion in più o in meno. Dentro quei numeri c'è la differenza tra assistenza e carestia, tra scuola e sospensione infinita. Gaza oggi viene amministrata così: a colpi di valico. Rafah è il luogo dove la politica smette di essere discorso e diventa immediatamente destino. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #136

    Play Episode Listen Later Jan 29, 2026 2:04


    Rafah “riapre”, dicono. Ma la cronaca resta fuori. Israele ha ribadito davanti alla Corte Suprema che, anche con il valico operativo, i giornalisti stranieri non entreranno a Gaza. La motivazione è sempre la stessa: sicurezza. È una parola che funziona come un interruttore. Si accende per chiudere gli accessi, si spegne quando serve giustificare quello che accade sul terreno. Così la guerra continua a essere raccontata per delega. Comunicati militari, immagini filtrate, numeri che arrivano senza possibilità di verifica indipendente. Sedici mesi dopo l'inizio dell'offensiva, la richiesta della stampa internazionale resta sospesa, rinviata, congelata. Si discute di “fase due”, di corridoi umanitari, di governance futura, mentre l'unica decisione costante è impedire lo sguardo. Intanto, fuori da Gaza ma dentro lo stesso metodo, la violenza avanza in Cisgiordania. Il 27 gennaio, a Masafer Yatta, decine di coloni hanno attaccato i villaggi palestinesi di Al-Fukhait e Khirbet al-Halalawa: pietre, spray urticante, incendi, bestiame rubato. Le ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese sono state prese di mira e bloccate. I soccorsi fermati. Le ferite lasciate a terra. Masafer Yatta è il luogo raccontato da No Other Land, premiato agli Oscar. È già un simbolo globale. Eppure continua a essere trattato come una zona franca della responsabilità, dove l'assenza di testimoni diventa parte integrante dell'operazione. Nella stessa giornata, a sud di Hebron, un ragazzo di vent'anni, Mohammad Rajeh Nasrallah, è morto dopo essere stato colpito durante un'operazione militare israeliana. Un altro nome che scivola nella statistica. A Gaza si chiudono i varchi della cronaca, in Cisgiordania si spezzano quelli del soccorso. È lo stesso disegno: controllo totale del visibile. Rafah come promessa, il silenzio come metodo. E mentre si discute di accessi “tecnici”, la realtà resta sequestrata. Non per mancanza di fatti, ma per eccesso di paura di chi li potrebbe raccontare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #135

    Play Episode Listen Later Jan 28, 2026 1:55


    Hanno paura di una parola. Non di un gesto, non di una protesta, non di un disordine. Di una parola detta su un palco. La vicenda Ghali racconta l'Italia meglio di qualunque dichiarazione ufficiale: la censura preventiva elevata a valore civile, il silenzio imposto presentato come buona educazione. Il ministro Abodi parla di “rispetto”. Dice che la cerimonia d'apertura dei Giochi è costruita in modo da “azzerare i rischi di libera interpretazione”. Azzerare. Come se la libertà fosse un errore di sistema. Come se l'etica coincidesse con l'assenza di parole scomode. L'arte ammessa solo se decorativa, la cultura valida solo se muta. Poi arriva il paternalismo esplicito. L'idea che Ghali debba ricevere “indicazioni”, “linee guida”, capire “cosa deve fare” in quel momento. È il potere che si concede il diritto di decidere il perimetro del pensiero altrui. Un artista trattato come un funzionario da addestrare. Un microfono visto come una minaccia. Intanto Gaza continua a esistere. Mentre qui si discute di galateo istituzionale, l'artiglieria israeliana colpisce l'est di Gaza City. Mentre qui si invoca il rispetto, ministri del governo Netanyahu parlano di regime militare sulla Striscia. Mentre qui si sorvegliano le parole, in Cisgiordania le case vengono demolite. I fatti non hanno bisogno di interpretazione. Il cortocircuito è totale. La parola “Gaza” fa più paura dei bombardamenti. Una frase detta da un cantante spaventa più delle macerie. Per questo bisogna neutralizzarla prima che accada. Per questo si costruisce il silenzio come valore morale. Ma il rispetto e l'etica obbligano a parlare. L'arte e il pensiero sono liberi. E Gaza non è un'opinione: è un genocidio che si vorrebbe consumare senza disturbo, lontano dai palchi, lontano dalle cerimonie, lontano dalle coscienze. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #134

    Play Episode Listen Later Jan 27, 2026 1:55


    Nel buio a est di Gaza City tornano le esplosioni. Le immagini che circolano nelle ultime ore mostrano demolizioni di abitazioni civili già svuotate, quartieri cancellati mentre la parola “tregua” continua a essere spesa come copertura. La tregua resta nei comunicati, la distruzione resta sul terreno. Dentro questo scenario si muore anche senza bombe. Mohammad e Suleiman Al Zawaraa avevano 14 e 13 anni. Sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre raccoglievano legna per scaldarsi. Legna, non armi. Avevano freddo, non combattevano. Le IDF li definiscono “terroristi”, collocandoli dentro una generica “zona di sicurezza”. La famiglia racconta altro: i ragazzi erano lontani dalla Linea Gialla, una linea peraltro segnata in modo irregolare, spesso invisibile. In questa guerra anche il gesto minimo della sopravvivenza viene riscritto come minaccia. A pochi chilometri di distanza, a Rafah, il confine continua a essere trattato come leva politica. La riapertura del valico viene annunciata e immediatamente subordinata al recupero del corpo dell'ultimo ostaggio israeliano. Passaggi pedonali contingentati, ispezioni totali, condizioni mobili. Il diritto di uscire diventa una concessione temporanea, revocabile, negoziata sopra le teste di due milioni di persone. Intanto il freddo completa il quadro. Zainab Mohammad Musbeh, 63 anni, muore in una tenda ad al Mawasi. Nessun attacco diretto. Basta l'assenza di muri, di elettricità, di riparo. La precarietà trasformata in normalità uccide quanto le armi. Infine il silenzio. Israele proroga il blocco di al Jazeera e amplia l'oscuramento ad altri media. Meno immagini, meno testimoni, meno possibilità di smentire versioni ufficiali che chiamano terrorismo la fame e sicurezza la demolizione. A Gaza oggi si muore raccogliendo legna. E qualcuno pretende ancora che lo si chiami tregua. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #133

    Play Episode Listen Later Jan 26, 2026 1:56


    La chiamano “linea gialla”. Avrebbe dovuto essere una convenzione tecnica ma alla fine è la sindone della ferocia israeliana. È diventata un confine mobile che avanza. Le immagini satellitari raccontano blocchi di cemento piazzati decine e poi centinaia di metri dentro Gaza City, nuove fortificazioni che riscrivono la mappa senza dichiararlo. La linea resta “gialla” solo nel linguaggio; nella pratica sposta accessi, quartieri, vite. Mentre le IDF parlano di operazioni “oltre la linea concordata”, la linea stessa cambia posizione. È urbanistica militare: si costruisce mentre si annuncia una pausa. La tregua diventa così un dispositivo spaziale, utile a riorganizzare il controllo. Sullo sfondo, il “Board of Peace” prende forma come catena decisionale: riunioni, emissari, piani a punti. La pace promessa è un'altalena di apri e chiudi i varchi. Rafah torna al centro per la stessa ragione. Ogni discussione sulla riapertura passa da tavoli diplomatici e da un nome che resta appeso, l'ultimo ostaggio. Il varco è semplicemente una leva politica, il passaggio è solo concessione. Intanto la linea avanza altrove, silenziosa, e la parola “fase” sostituisce la parola “confine”. Poi c'è UNRWA. Sedi demolite e incendiate a Gerusalemme Est, cliniche colpite nel nord di Gaza, ambulanze che corrono sotto il tiro. Colpire i presìdi umanitari significa svuotare la tregua di contenuto materiale. Senza ambulatori, senza scuole, senza magazzini, la pausa resta un comunicato. La vita quotidiana è un campo minato. La cronaca internazionale si accorcia mentre quella locale si fa rischiosa. Per questo pesa il riconoscimento assegnato a chi racconta da dentro, a chi resta quando l'accesso si chiude. La “linea gialla” vale per i corpi, per i camion, per le ambulanze, per le parole. E ogni giorno che passa, quel colore serve solo a nascondere il movimento. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #132

    Play Episode Listen Later Jan 24, 2026 2:05


    A Davos si costruisce il plastico. A Gaza si brucia plastica per scaldarsi. È il contrasto che regge tutta la giornata e rende superfluo ogni commento aggiuntivo. Mentre il Board of Peace si presenta come laboratorio del “dopo”, a Khan Younis le famiglie rovistano tra i rifiuti per accendere un fuoco che tolga il gelo dalle ossa. Lo raccontano le agenzie senza aggettivi, come se fosse un dato di contesto. È invece il centro della scena: la pace promessa in Svizzera e la sopravvivenza improvvisata nella Striscia stanno su due pianeti diversi. Il primo test concreto arriva da Rafah. Ali Shaath annuncia la riapertura del valico “in entrambe le direzioni” per la prossima settimana. Israele risponde con una formula sospesa, “valuteremo”. Il lato palestinese resta sotto controllo militare israeliano. In mezzo, la cronaca che smonta il palco. Tre giornalisti uccisi mentre viaggiavano in auto, tra loro un collaboratore dell'AFP. L'agenzia chiede un'indagine completa. Israele continua a impedire l'ingresso alla stampa internazionale, salvo visite accompagnate. Gaza viene raccontata da chi ci vive e ci muore, mentre la “pace” viene spiegata altrove. Sul piano politico europeo, la frattura è ormai esplicita. António Costa parla di “seri dubbi”. Pedro Sánchez si sfila. Ungheria e Bulgaria entrano. L'Italia resta in una terra di mezzo: Trump dice che Meloni “vuole unirsi”, Meloni evita di dirlo per iscritto. In Parlamento l'opposizione chiede conto, la Costituzione diventa improvvisamente un oggetto citato a corrente alternata. Intanto, lontano dai riflettori di Davos, la Cisgiordania continua a bruciare piano. A Hebron, operazione congiunta di esercito, Shin Bet e polizia: perquisizioni di massa, arresti, armi sequestrate. La “fase dopo” convive con la repressione quotidiana. Il filo che tiene insieme tutto è semplice e spietato. Si parla di pace senza guardare chi, oggi, deve bruciare immondizia per non morire di freddo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #131

    Play Episode Listen Later Jan 23, 2026 2:09


    Davos accende i riflettori e spegne i corpi. Il Board of Peace nasce così: firma solenne, fotografie di gruppo, rendering patinati di una “Nuova Gaza” affacciata sul mare. Sullo schermo scorrono mappe e promesse, nella Striscia restano tende sfondate dal vento e macerie che cedono sotto il peso dell'inverno. La pace come evento, la guerra come contesto permanente. I nomi siedono al tavolo e fanno già notizia da soli. Donald Trump convoca e benedice. Benjamin Netanyahu accetta l'invito mentre l'offensiva prosegue. Vladimir Putin dice sì e normalizza la propria presenza. La pace diventa un board, l'adesione un atto politico, la biografia un dettaglio da rimuovere dal protocollo. Si firma, si applaude, si passa oltre. Nelle stesse ore, a Gaza, la tregua resta un titolo. Un raid colpisce l'area delle tendopoli. Tre giornalisti vengono uccisi mentre documentano. Le richieste di indagine si accumulano come sempre, insieme ai nomi, insieme alle immagini. Il Board promette governance, i droni consegnano silenzio. Il lessico della ricostruzione corre più veloce dei soccorsi. L'idea che prende forma a Davos è chiara: ricostruire come progetto immobiliare, governare come dossier, pacificare come cornice. Le slide parlano di occupazione totale e turismo costiero. I comunicati parlano di sicurezza. I corridoi umanitari restano intermittenti. La distanza fra palcoscenico e terreno diventa metodo. L'Italia osserva dal bordo. Giorgia Meloni resta sospesa fra la foto e la Carta, fra l'invito e la cautela costituzionale. Le opposizioni chiedono di restare fuori. È una scena di imbarazzo istituzionale che dice più di mille dichiarazioni: la pace come club chiede una firma, la Repubblica chiede una responsabilità. Poi c'è Rafah. Un annuncio di riapertura del valico circola mentre il Board brinda. Un varco reale contro una pace di cartone. La differenza sta tutta lì: ciò che muove i camion e ciò che muove i titoli. Gaza continua a esistere fuori dal rendering. E lo ricorda ogni volta che la pace viene messa a verbale mentre la violenza resta a verbale. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #130

    Play Episode Listen Later Jan 22, 2026 1:54


    Nel “Board of peace” promosso da Donald Trump per Gaza siede Benjamin Netanyahu. Un premier ricercato dalla Corte penale internazionale viene accolto come interlocutore legittimo di un tavolo che si autodefinisce di pace. È un fatto politico, prima ancora che simbolico. Ed è il punto da cui partire. Giorgia Meloni resta fuori. Non per un'improvvisa cautela morale, non per una svolta sul genocidio. Resta fuori perché entrare significherebbe esporsi a un cortocircuito ingestibile. L'Italia è Stato parte dello Statuto di Roma. Partecipare a un organismo che normalizza la presenza di un ricercato CPI apre una faglia istituzionale evidente: davanti al Parlamento, al Quirinale, ai partner europei. Una faglia che non si chiude con una nota diplomatica. C'è poi il livello europeo. Il board nasce fuori da qualsiasi mandato Onu, come struttura parallela e personalistica. Nelle stesse ore l'Unione europea protesta per la demolizione di un compound delle Nazioni Unite a Gerusalemme Est, richiamando la Convenzione sulle immunità Onu. Da una parte si colpisce fisicamente il perimetro delle Nazioni Unite, dall'altra si costruisce una “pace” che delle Nazioni Unite fa a meno. Entrarci avrebbe significato rompere il fragile equilibrio europeo. Infine l'immagine. Sedersi a un tavolo con Netanyahu e con Trump regista avrebbe prodotto una fotografia impossibile da spiegare a Bruxelles e ingestibile in casa. Meloni sceglie l'unica opzione che riduce i danni: non firmare, non esporsi, rinviare. Intanto Gaza resta sullo sfondo come spazio amministrato. I convogli umanitari continuano, numerati, ordinati. La sopravvivenza viene gestita come logistica. La politica si svolge altrove, dove la parola “pace” viene pronunciata accanto a un mandato di arresto internazionale senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la contraddizione. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #129

    Play Episode Listen Later Jan 21, 2026 2:11


    La ruspa entra nel compound ONU a Gerusalemme Est con la stessa calma di un atto d'ufficio. L'operazione viene presentata come sequestro legale, privo di immunità, inserito nelle prerogative dello Stato. L'UNRWA parla di violazione del diritto internazionale e di attacco diretto alla propria missione. Il risultato resta visibile: la presenza delle Nazioni Unite nei Territori occupati viene ridotta in macerie, alla luce del giorno, davanti alle telecamere. A Gaza, nello stesso tempo, muore una bambina di sette mesi. Si chiamava Shatha Abu Jarad. La causa è il freddo. Le tende offrono isolamento insufficiente, i generatori arrivano a intermittenza, il carburante resta razionato, gli aiuti si accumulano ai varchi. Dall'inizio dell'inverno i bambini morti per ipotermia risultano almeno nove, secondo le autorità sanitarie locali. Oggi nessun bombardamento, nessun jet, nessuna esplosione. Il clima svolge il suo lavoro dentro un sistema bloccato. Il freddo diventa una funzione della gestione. Poi c'è Rafah. Mentre a Washington e Tel Aviv prende forma il “Board of Peace”, tra governance futura e ricostruzione, il confine resta chiuso. Secondo la stampa israeliana, la decisione ha anche un valore politico: segnale contro la presenza di Turchia e Qatar nel nuovo organismo, leva sugli ostaggi, messaggio agli alleati. La pace come tavolo, il passaggio come rubinetto. Chi decide siede lontano. Chi aspetta resta dentro. In sottofondo scorrono numeri che raramente aprono i notiziari. Oltre 9.350 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Cinquantatré donne, circa 350 minori. Più di 3.300 in detenzione amministrativa, senza accuse formali e senza processo. Una contabilità in crescita mentre il discorso pubblico parla di futuro. Le ruspe sull'ONU, i bambini uccisi dal freddo, i cancelli serrati durante i vertici sulla pace. Una linea coerente attraversa tutto: la gestione quotidiana di una popolazione trattata come pratica amministrativa, mentre il lessico internazionale continua a chiamarla transizione. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #128

    Play Episode Listen Later Jan 20, 2026 2:00


    La chiamano pace, la presentano come governance. In realtà è un consiglio di amministrazione. Il Board of Peace per Gaza nasce senza palestinesi e con un requisito chiaro: l'ingresso passa da un contributo miliardario. La pace diventa una quota. La ricostruzione un investimento. La rappresentanza un dettaglio sacrificabile. Nello statuto circolato nelle ultime ore, il Board assegna seggi permanenti in cambio di capitali e prevede mandati lunghi, rinnovabili, sottratti a qualsiasi voto. Alla guida, Donald Trump “a titolo personale”, con un ruolo destinato a sopravvivere al mandato presidenziale. La pace trasformata in incarico privato, sganciata da elezioni e responsabilità pubbliche. Un precedente enorme. Attorno al tavolo siedono sviluppatori immobiliari, miliardari, manager, figure politiche che hanno coperto la guerra o l'hanno resa possibile. Al tavolo manca chi Gaza la vive, la subisce, la seppellisce. Un organismo che decide il futuro di un territorio senza chi lo abita sta amministrando una sconfitta già data per acquisita. Mentre a Washington si impagina la “fase due”, sul terreno il linguaggio resta quello delle armi. Due palestinesi uccisi lungo la Linea gialla, attraversamenti segnalati e risposta armata. In Cisgiordania operazioni militari annunciate per giorni, incursioni notturne, minori portati via dalle case. La tregua esiste nei comunicati, sul terreno resta un confine operativo dove l'ingaggio continua. Il Board parla di ordine, stabilità, governance. Gaza diventa un asset da rendere amministrabile dopo la distruzione. La ricostruzione promette ritorni, la pace garantisce cornici. Il diritto internazionale resta fuori dalla stanza, insieme ai palestinesi. Quando la pace ha un prezzo d'ingresso, quando viene disegnata da chi ha sostenuto la guerra, quando si affida a cariche senza scadenza democratica, il risultato è già scritto. La violenza cambia nome e forma. Il conflitto prosegue, con un lessico più pulito e gli stessi corpi sotto. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Le ragioni del no. Alessandro Barbero.

    Play Episode Listen Later Jan 19, 2026 4:17


    Spiegato semplice. Da spiegare a tutti. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #127

    Play Episode Listen Later Jan 17, 2026 1:50


    Da Washington arriva l'appello che piace ai titoli: «continuate a protestare», «prendete le istituzioni», «l'aiuto è in arrivo». Lo firma Donald Trump, rivolto all'Iran, con il linguaggio dell'insurrezione legittima e il vocabolario dei diritti. È una voce che promette protezione morale prima ancora che politica. Nelle stesse ore, a Gaza, la cronaca resta muta. I medici parlano di bambini feriti, di famiglie colpite dai raid, di corpi estratti dalle case bombardate a Nuseirat e in altre aree della Striscia. Le cifre scorrono come un bollettino che nessuno rilancia con enfasi: undici morti in una mattina, altri feriti, altre stanze svuotate. Qui nessuno invita a occupare le istituzioni. Qui si conta. La selezione non è casuale. Mentre la protesta iraniana viene incorniciata come dovere civile, Gaza resta un teatro senza diritto di parola. La gerarchia è chiara: alcune vite meritano un appello, altre solo una didascalia. Alcune violenze attivano sanzioni e indignazione, altre si depositano come rumore di fondo. C'è poi il dettaglio che spiega il meccanismo. A Gerusalemme Est un centro sanitario dell'UNRWA viene forzato, poi chiuso per trenta giorni. È un atto amministrativo che pesa più di molte dichiarazioni: ridurre la presenza internazionale significa restringere lo spazio del racconto. Senza testimoni, la contabilità del sangue diventa più facile da ignorare. Così il doppio standard smette di essere un'accusa astratta e diventa prassi. Incitare alla rivolta da un lato, comprimere l'umanitario dall'altro. Chiamare “protesta” ciò che conviene, chiamare “danno collaterale” ciò che disturba. Il diario registra questa asimmetria perché è qui che si decide chi ha diritto a essere visto. E chi resta, ancora una volta, fuori campo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #126

    Play Episode Listen Later Jan 16, 2026 2:09


    La chiamano “fase due”. La pronunciano da Washington con il tono neutro dei comunicati, come se fosse una pratica amministrativa. Smilitarizzazione, governance tecnocratica, ricostruzione. Una commissione tecnica, mediatori regionali, una nuova architettura di sicurezza. Gaza trasformata in un dossier. Nelle stesse ore, a Gaza crollano case già ferite. Piove su muri che non reggono più, il vento strappa le tende, le macerie cedono. A Khan Younis e nel nord della Striscia gli edifici collassano sotto il peso combinato delle bombe passate e dell'inverno presente. Le organizzazioni umanitarie parlano di morti per freddo, di famiglie senza riparo, di un'emergenza che la tregua non ha mai davvero interrotto. La guerra si è fermata nei comunicati, non nei corpi. Il lessico della forza intanto continua altrove. In Cisgiordania proseguono le demolizioni punitive, le incursioni, gli arresti. A Shuafat, durante un raid, vengono distrutte migliaia di uova. Un gesto piccolo, inutile sul piano militare, chiarissimo sul piano simbolico. È la grammatica dell'occupazione: togliere il cibo, mostrare il controllo, esercitare la punizione quotidiana. La guerra però non resta confinata. In Europa colpisce in silenzio. Decine di palestinesi legalmente residenti si sono visti bloccare all'improvviso i conti correnti. Stipendi congelati, risparmi inaccessibili, nessuna spiegazione verificabile. Una notifica sul telefono è sufficiente a sospendere una vita normale. Gaza diventa un filtro che passa dalle macerie alle infrastrutture finanziarie, dalla distruzione fisica all'esclusione amministrativa. Poi c'è la frase che circola come un avvertimento: Gaza “diventerà un modello”. Non una tragedia da chiudere, ma un laboratorio da esportare. Mentre si promette una fase due ordinata, la fase uno resta ovunque: nelle case che crollano, nel freddo che uccide, nelle uova schiacciate sull'asfalto, nei conti correnti bloccati a migliaia di chilometri di distanza. Se questa è la “fase due”, il diario continua a chiamarla per nome: sopravvivenza sotto amministrazione.e. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #125

    Play Episode Listen Later Jan 15, 2026 1:59


    A Gaza la tregua si misura con il vento. Nelle ultime ventiquattr'ore le raffiche hanno strappato tende, fatto crollare muri già lesionati, sepolto famiglie che vivevano sotto ripari di fortuna. Un bambino di un anno è morto per ipotermia. Almeno quattro persone sono state uccise dal cedimento di pareti improvvisate. Le agenzie parlano di “maltempo”, l'Onu di centinaia di tende distrutte. È il vocabolario della normalizzazione: quando la guerra rallenta, il rischio diventa clima. Dentro questa calma apparente continuano però i colpi. A Rafah le forze israeliane hanno riferito di uno scontro a fuoco con sei uomini armati nella zona occidentale, definendolo una “grave violazione” del cessate il fuoco. La formula è sempre la stessa: la tregua come cornice, l'eccezione armata come regola quotidiana. UNICEF intanto conta oltre cento minori uccisi da mezzi militari dal 10 ottobre, data ufficiale dell'accordo. Numeri che faticano a entrare nei comunicati, ma restano nei corpi. Mentre a Gaza si muore di freddo e di schegge, altrove si pianifica. Da Washington filtra l'imminente annuncio della cosiddetta “fase due”: amministrazione temporanea affidata a tecnocrati palestinesi, un percorso verso una governance futura, la ricostruzione come promessa, il disarmo di Hamas come condizione. Si discute di nomi, di organigrammi, di supervisori internazionali. La distanza è tutta lì: tra chi conta le tende e chi distribuisce incarichi. Intanto cambia il lessico. Negli Stati Uniti la parola “genocidio” entra nel dibattito politico senza più restare ai margini. Un senatore democratico, ebreo, in corsa per il seggio di Nancy Pelosi, ha scelto di usarla pubblicamente per Gaza dopo settimane di ambiguità. È un fatto politico prima ancora che semantico. A Gaza la tregua resta una statistica fragile. Altrove si discute finalmente di come chiamare ciò che accade. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #123

    Play Episode Listen Later Jan 13, 2026 2:00


    A Davos si prepara un tavolo. Nome solenne: Consiglio per la Pace. Presidenza annunciata, delegazioni, un direttore già indicato, una prima riunione con badge e foto ufficiali. Si parla di amministrazione transitoria, di comitati tecnocratici, di stabilizzazione. Parole che pesano poco quando scendono a terra. Nelle stesse ore, a Gaza, il terreno restituisce un'altra grammatica. Colpi all'alba, feriti tra Jabaliya e Beit Lahia, case che cedono sotto le demolizioni. Le agenzie annotano “quattro morti” come se fosse una cifra neutra, una variabile di contesto mentre altrove si discute di governance. La distanza tra i due piani resta intatta. Da Bruxelles arrivano formule altrettanto pulite: addestrare la polizia palestinese, riattivare Rafah, garantire l'ordine pubblico. Sicurezza come procedura, disarmo come capitolo. È il lessico della stabilità. Poi le immagini: un minareto colpito da un drone a Bureij, un boato che interrompe la preghiera, la polvere che sale dove prima c'era un punto di riferimento. Anche questo entra nei verbali, ma come nota a margine. La Cisgiordania continua a fare da anticamera. A Hebron un bambino viene fermato dai militari, a Masafer Yatta un anziano prova a difendere la propria terra dall'avanzata dei coloni. Scene quotidiane, non eccezioni. Arresti annunciati come operazioni di sicurezza, aggressioni archiviate come incidenti locali. È qui che la promessa di pace perde consistenza. In Israele si aprono rifugi per timore di un'escalation regionale, mentre la politica lavora su se stessa, riscrivendo le regole che la riguardano. Paura sotto terra, protezioni in superficie. Due movimenti che procedono insieme. Il Consiglio per la Pace nascerà con un comunicato. Gaza, intanto, continua a produrre fatti. E la cronaca, ancora una volta, si incarica di misurare la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #122

    Play Episode Listen Later Jan 10, 2026 2:18


    A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare solo nei comunicati. Sul terreno, nelle ultime ventiquattro ore, restano almeno tredici morti sotto i raid israeliani, cinque bambini. Una tenda per sfollati colpita nel sud, una casa distrutta nella parte orientale di Gaza City, bombardamenti tra Jabalia e Khan Younis. I luoghi sono sempre gli stessi, cambia soltanto il conteggio dei corpi. Intanto il vento e la pioggia sferzano le tendopoli: l'assedio aggiunge anche il freddo. L'esercito israeliano parla di “obiettivi terroristici” e di risposta a un proiettile partito da Gaza e caduto prima di raggiungere Israele. È la formula standard, ripetuta, che cancella il contesto: colpire aree dove vivono sfollati significa colpire civili, anche quando il bersaglio dichiarato ha un altro nome. Hamas risponde accusando Israele di violare gli impegni della tregua e, nello stesso tempo, prova a mostrare disponibilità sul dopo, evocando la consegna del governo di Gaza a un'entità palestinese. Parole contro macerie. Fuori da Gaza, il boomerang è politico. Rula Jebreal scrive che l'“ordine mondiale basato sulle regole” è morto a Gaza. Nelle stesse ore il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier accusa gli Stati Uniti di distruggere quell'ordine, legittimando il diritto del più forte. Gaza smette di essere un'eccezione umanitaria e diventa un precedente: ciò che passa lì diventa norma altrove. L'Italia si muove su un altro registro. Giorgia Meloni ribadisce che Gaza “resta nei radar”, annuncia fondi per la cooperazione, offre l'addestramento dei Carabinieri alle future forze di sicurezza palestinesi e apre, con molte cautele, a una forza multinazionale sotto egida Onu. Mentre sul terreno si colpiscono tende, a Roma si discute di addestramento e mandati parlamentari. Il linguaggio della gestione prende il posto di quello della protezione. La chiusura arriva da un atto istituzionale che pesa più di mille analisi. Papa Leone XIV parla di “grave crisi umanitaria” in Terra Santa, richiama la prospettiva dei due Stati e segnala l'aumento delle violenze in Cisgiordania contro i civili palestinesi. Gaza e West Bank nello stesso respiro. La tregua resta una parola tecnica. L'assedio, una realtà quotidiana. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #121

    Play Episode Listen Later Jan 9, 2026 2:06


    La chiamano tregua. A Jabalia, ieri, la tregua ha il corpo di una bambina di undici anni colpita da un proiettile mentre stava fuori casa. È successo a ovest del campo, area Al-Faluja. Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, dicono le cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali e riprese dalle agenzie internazionali, i morti palestinesi sono centinaia. La parola resta la stessa, il conto cresce. A est di Gaza City, quartiere Al-Zaytoun, arrivano segnalazioni di fuoco pesante verso civili. A poche ore di distanza, un bombardamento colpisce una casa della famiglia Alwan in via Yafa, ad Al-Tuffah: due morti, diversi feriti. Le immagini circolano, le versioni si accavallano, la scena è sempre quella. Una tregua che sul terreno assomiglia a una linea gialla invisibile: la oltrepassi e sparano, resti fermo e il cielo decide. Israele parla di un razzo partito da Gaza City e caduto all'interno della Striscia, vicino a un ospedale. La risposta, dicono, è “mirata” contro il punto di lancio. La formula è collaudata, il risultato no. Ogni colpo aggiunge detriti alla narrazione del cessate il fuoco, la svuota di senso pratico e la riempie di note a piè di pagina. Fuori dalla Striscia, la Turchia accusa violazioni e chiede che gli aiuti entrino senza interruzioni. Dentro Israele, la cronaca si piega su sé stessa: proteste degli ultra-ortodossi contro la leva, un ragazzo di quattordici anni investito e ucciso da un autobus, l'appello del primo ministro alla calma. Anche qui la parola è sempre la stessa, tregua, declinata come ordine pubblico. Intanto i convogli umanitari entrano a singhiozzo. I numeri vengono elencati, i camion contati. A Gaza la parrocchia della Sacra Famiglia perde il suo parroco: il visto non viene rinnovato, deve partire. Restano le persone, le stanze vuote, le promesse scritte nei comunicati. La tregua esiste nei testi. Sul terreno, continua a sparare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #120

    Play Episode Listen Later Jan 8, 2026 2:00


    Rafah resta chiuso. Un valico trasformato in leva politica: se una salma non viene restituita, il confine non si apre. Il messaggio passa dai canali ufficiali israeliani e diventa subito pressione negoziale. Nel frattempo, sul terreno, la vita continua a cedere per dettagli che dettagli non sono. A ovest di Gaza City una tenda crolla, un muro improvvisato cede, una donna muore tre giorni dopo il matrimonio. Un incidente, dicono. In realtà è la misura di cosa significhi vivere appesi a ripari che riparo non sono. Anche l'ONU lo scrive senza retorica: le tende offrono protezione temporanea. Qui il tempo è finito da mesi. La tregua raccontata come tregua convive con l'incendio come normalità. Un quadcopter colpisce un generatore su un tetto, un edificio residenziale prende fuoco nel quartiere di Al-Tuffah. Un generatore: elettricità, acqua, sopravvivenza minima. Il bersaglio è tecnico, l'effetto resta civile. La stessa logica attraversa i luoghi del sapere. A Birzeit, in Cisgiordania, le forze israeliane entrano nel campus universitario durante le lezioni. Gas, proiettili, arresti. A Gaza le università sono macerie, in Cisgiordania diventano obiettivi. L'istruzione trattata come una minaccia da contenere. Poi c'è il fronte dei testimoni. A Medici Senza Frontiere viene imposto di fermare le attività a Gaza. La motivazione ufficiale parla di “neutralità”, di un report che accusa l'organizzazione di usare parole considerate politiche: genocidio, apartheid, fame come arma. Il linguaggio diventa prova d'accusa. Lo stesso schema vale per i giornalisti. La stampa internazionale resta fuori da Gaza per “ragioni di sicurezza”, mentre i reporter palestinesi continuano a morire uno dopo l'altro. Valichi chiusi, tende che crollano, università invase, ONG fermate, giornalisti respinti. L'assedio funziona anche così: restringendo lo spazio, il tempo e le parole. Finché raccontare diventa un atto da autorizzare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #119

    Play Episode Listen Later Jan 7, 2026 2:08


    Bir Zeit, mattina. Dentro l'università. Le lezioni in corso. I blindati entrano nel campus, i lacrimogeni riempiono i viali, i colpi partono. La Mezzaluna Rossa conta undici feriti: cinque colpiti da proiettili veri, quattro intossicati dal gas, due caduti durante la fuga. È la Cisgiordania, oggi. Un'università trattata come un obiettivo. Il luogo in cui si forma il futuro trasformato in teatro operativo. Nello stesso giorno, a Gerusalemme, lo Stato di Israele difende davanti alla Corte Suprema il divieto di accesso dei media internazionali a Gaza. La motivazione resta la stessa: sicurezza. Vale anche durante la tregua. Vale anche mentre si dice che il cessate il fuoco è in corso. Così il quadro si compone: colpire chi studia e impedire a chi racconta di entrare. Territorio e narrazione tenuti insieme, sotto controllo. A Gaza, intanto, la tregua ha un bilancio che non assomiglia a una tregua. Dall'11 ottobre, secondo fonti mediche locali, i morti sono 424 e i feriti 1.199. I soccorritori parlano di corpi ancora sotto le macerie, ambulanze bloccate, protezione civile che arriva tardi perché spesso non arriva affatto. Un bambino di otto anni muore con il padre nel crollo di un edificio già colpito. La tregua lascia intatti i danni, li fa solo cedere con più lentezza. L'Unione europea prova a rientrare in scena con una dichiarazione: chiede a Israele di consentire l'accesso alle Ong, di garantire aiuti “salvavita”, di tenere conto dell'inverno, delle scuole chiuse, degli ospedali al minimo. Parole scritte mentre, sul terreno, l'accesso resta selettivo e l'informazione resta fuori. E poi c'è la mappa che si muove. I blocchi di cemento della cosiddetta “yellow line” lungo la costa di Gaza che, secondo reporter palestinesi, vengono spostati in avanti. Centimetri alla volta. Senza annunci. Senza conferenze stampa. Il genocidio che continua anche quando si chiama tregua, fatto di campus occupati, telecamere spente e confini che avanzano in silenzio. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #117

    Play Episode Listen Later Jan 6, 2026 2:01


    A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile. Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa. Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l'assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio. Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo. È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l'Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #116

    Play Episode Listen Later Jan 3, 2026 2:17


    Stanotte a Gaza si muore di freddo. Una madre e suo figlio sono morti a Gaza City nell'incendio di una tenda, acceso da una candela usata per scaldarsi durante un blackout. A Nuseirat una neonata è morta per ipotermia. La tregua promette quiete, produce combustione domestica. È la morte minuta che accompagna ogni cessate il fuoco raccontato come normalità ritrovata. Nello stesso tempo Israele ha notificato la revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative operative nella Striscia. Dal primo gennaio le autorizzazioni decadono, dal primo marzo le attività dovranno cessare. Medici Senza Frontiere parla di criteri opachi e assenza di garanzie. Oxfam valuta ricorsi. Caritas richiama gli accordi internazionali che tutelano la presenza umanitaria. L'ONU avverte che l'impatto sarà immediato su acqua, elettricità, assistenza sanitaria di base. La macchina dell'aiuto viene ridotta per atto amministrativo, mentre le tende bruciano. Dieci Paesi occidentali hanno firmato un appello congiunto per chiedere a Israele di garantire l'operatività delle ONG a Gaza. L'Italia non ha aderito. L'assenza pesa perché arriva mentre il governo rivendica centralità diplomatica e rispetto del diritto internazionale. Qui il diritto resta evocato, mai praticato. Poi c'è il cielo. Mentre a terra si chiudono le ONG e si muore per il freddo, l'aereo di Benjamin Netanyahu ha attraversato lo spazio aereo italiano senza ostacoli, con l'assenso del nostro governo. Non è un dettaglio logistico. È una scelta politica. La stessa Italia che resta fuori dall'appello umanitario apre i propri cieli al primo ministro accusato di crimini internazionali. Netanyahu non passa: viene lasciato passare. Intanto la cronaca continua. A Jabalia al Nazla un minore è stato ucciso dalle forze israeliane. Dall'11 ottobre, secondo fonti palestinesi, i morti “durante la tregua” sono 417, i feriti 1.153. È un bilancio che racconta attrito, non pace. La tregua assume così una forma precisa: meno bombe, più burocrazia; meno rumore, più freddo. Le candele restano accese. Le ONG vengono spente. I cieli restano aperti.  #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #115

    Play Episode Listen Later Jan 1, 2026 2:00


    Dal 1° gennaio 2026 Israele ha deciso che a Gaza si entra solo previa registrazione ideologica. Trentasette organizzazioni umanitarie internazionali vedranno scadere le licenze. Medici, infermieri, logisti, magazzini di farmaci e sacchi di farina finiscono sotto la stessa voce amministrativa: conformità. In mezzo a un disastro umanitario certificato da mesi, l'accesso agli aiuti viene trattato come una pratica sospetta. I nuovi requisiti chiariscono il punto. Alle ONG viene chiesto di consegnare elenchi dettagliati del personale, di dichiarare fedeltà politica, di prendere le distanze da boicottaggi, di accettare senza attrito le narrazioni ufficiali israeliane sul 7 ottobre. Chi cura deve prima dimostrare di non disturbare. Chi testimonia deve imparare a tacere. La neutralità umanitaria viene riscritta come atto di obbedienza. Dentro questa cornice finiscono anche Medici senza Frontiere, Oxfam, Azione contro la Fame. Le stesse organizzazioni che hanno denunciato la distruzione degli ospedali, la mancanza d'acqua, l'impossibilità di garantire cure basilari. Prima le accuse di faziosità, poi la risposta amministrativa. È una sequenza ordinata: delegittimazione, schedatura, espulsione. Nessun carro armato serve quando basta un modulo respinto. Le reazioni internazionali oscillano tra l'indignazione verbale e la cautela diplomatica. Amnesty parla di un ulteriore passo verso l'annientamento della popolazione civile. Alcuni governi esprimono “preoccupazione”. Altri cercano scappatoie giuridiche per restare. Intanto, a Gaza, la realtà resta identica: ospedali mutilati, acqua razionata, bambini senza anestesia. Da Tel Aviv il messaggio è lineare: tutto passa dalla sicurezza. Anche il cibo. Anche le flebo. Anche le ambulanze. La sicurezza diventa la parola che giustifica ogni vuoto. Alla fine resta una domanda sporca, senza diplomazia: quando chi porta aiuto viene trattato come un nemico, quanto manca a dichiarare illegittima anche la vita che quell'aiuto prova a salvare? #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #114

    Play Episode Listen Later Dec 31, 2025 1:45


    Mar-a-Lago promette soluzioni rapide. Gaza misura soltanto procedure e macerie. Nelle ultime ventiquattro ore il racconto ufficiale è salito di tono: ultimatum, fasi, disarmo evocato come scorciatoia. Sul terreno, invece, il tempo resta amministrativo e decide chi vive e chi aspetta. Trump minaccia “l'inferno” se Hamas non consegna le armi, Netanyahu costruisce la cornice politica della fase due. A Gaza ogni fase coincide con la precedente. A Shuja'iyya, a est di Gaza City, continuano le demolizioni di edifici residenziali. Quartieri ridotti a planimetrie, case sbriciolate come pratica ordinaria. La morsa passa dagli uffici. Israele avvia revoche e mancati rinnovi di licenze per organizzazioni internazionali attive fra Cisgiordania e Striscia, motivando con registri e presunti legami. Il lessico è quello delle carte, l'effetto è quello dell'assedio: aiuti più fragili, corridoi più stretti, civili più esposti al ricatto del timbro. Intanto l'inverno entra nelle tende. Pioggia e freddo aggravano la vita degli sfollati, ammassati in campi improvvisati dove la protezione è una plastica tesa. Le immagini raccontano un'emergenza che scorre parallela ai comunicati, senza mai incrociarli. Fuori dalla Striscia, l'assedio cambia forma e resta sostanza. In Cisgiordania e a Gerusalemme gli arresti continuano a crescere, diventano statistica, includono giornalisti. Stessa logica di saturazione: controllo e normalizzazione della forza. Altrove, in Europa, si prova a incidere sulla normalità quotidiana, persino sul turismo legato agli insediamenti. Qui si discute di fasi. Gaza resta un luogo senza fasi, dove ogni giorno ricomincia dall'inizio, fra macerie, carte e freddo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #113

    Play Episode Listen Later Dec 30, 2025 2:07


    Eccoci di nuovo sotto la pioggia. A Gaza piove davvero: acqua fredda che entra nelle tende, scende sui muri rimasti in piedi per inerzia, trasforma la sopravvivenza in una lotta contro l'umidità. Nelle ultime ore il ministero della Salute dell'enclave ha comunicato la morte di Arkan Firas Musleh, due mesi. Ipotermia. Terzo neonato ucciso dal freddo dall'inizio dell'inverno. Non da una bomba, dal freddo. In una Striscia dove vivere all'aperto è diventata una condizione strutturale, la pioggia è una sentenza. Mentre Gaza gela, la diplomazia posa. A Mar-a-Lago Netanyahu incontra Trump e le agenzie parlano di “seconda fase”, piani futuri, governance da definire. Parole sospese. Le stesse fonti americane ammettono il rischio di una ripresa delle operazioni militari e lo stallo sull'attuazione degli impegni. Il tempo dei vertici scorre in una dimensione parallela rispetto a quello dei civili che cercano una coperta asciutta. Sul terreno l'occupazione continua con il suo linguaggio quotidiano. In Cisgiordania, a Masafer Yatta, un video mostra un soldato israeliano che immobilizza e trascina un anziano palestinese amputato. Non è un'eccezione, è una pratica. Il controllo passa dai documenti ai corpi. In questo quadro circola anche una voce che va maneggiata con cautela: durante una discussione pubblica online, un analista vicino a importanti ambienti israeliani ha parlato di un'ipotesi di ricollocazione di massa dei palestinesi fuori da Gaza, citando presunte disponibilità di territori lontani, come il Somaliland. Affermazione priva, allo stato, di riscontri ufficiali. Ma il solo fatto che venga pronunciata dice molto sull'orizzonte immaginato da una parte del dibattito. Resta il dato più semplice. Secondo le Nazioni Unite, i fragili miglioramenti sul piano alimentare rischiano di saltare e decine di migliaia di bambini potrebbero trovarsi in malnutrizione acuta nei prossimi mesi. Pioggia, freddo, fame. Gaza continua a morire anche quando smette di fare notizia. E il silenzio, come l'acqua che entra nelle tende, fa il suo lavoro. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #112

    Play Episode Listen Later Dec 29, 2025 1:43


    Oggi a Gaza è successo poco.
È successo come ieri. Come l'altro ieri. Come domani. Le tende hanno continuato a riempirsi d'acqua, le coperte a perdere peso sotto la pioggia, i bambini a dormire con il freddo che entra dal basso. Le strade restano fango, le ambulanze rallentano, i corpi si spostano a mano. Nessun evento, nessuna svolta, nessuna notizia capace di interrompere il flusso. Gaza procede. Nel frattempo, fuori, il mondo funziona. I voli decollano, le mappe scorrono sugli schermi, i negoziati avanzano per fasi, con parole pulite: sicurezza, governance, stabilizzazione. Si discute di linee, di confini, di responsabilità future. Sul terreno, quelle stesse linee si muovono di pochi metri alla volta, abbastanza per cambiare una strada, una casa, una via di fuga. Succede senza rumore. Anche la verità ha trovato il suo posto. I giornalisti continuano a raccontare, quando possono. Le loro famiglie continuano a morire, quando serve. I numeri crescono, le cifre si assestano, la notizia si deposita. Diventa statistica. Non ferma nulla. Questa è la fase più avanzata dell'assedio: quando smette di apparire straordinario. Quando la violenza entra in regime ordinario, compatibile con tutto il resto. Con il calendario, con le festività, con l'agenda internazionale. Gaza diventa uno sfondo operativo, una condizione data, un luogo dove accade ciò che accade sempre. Oggi a Gaza è successo poco.
Ed è proprio questo che dovrebbe spaventare. Perché quando ogni giorno è uguale, la catastrofe ha già vinto: ha trovato il modo di esistere senza disturbare più nessuno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #111

    Play Episode Listen Later Dec 25, 2025 2:18


    A Gaza si continua a morire anche per sottrazione. Di sguardi, di parole, di accessi. La Knesset ha deciso di prorogare fino al 2027 la legge che consente la chiusura delle redazioni straniere, a partire da Al Jazeera. Ufficialmente è una misura di sicurezza. Nei fatti è una dichiarazione: questa guerra deve restare senza testimoni. Mustafa Barghouti lo ha detto senza giri di parole: paura del racconto, paura che la narrazione dei crimini e della sofferenza palestinese circoli fuori dal perimetro controllato. La stretta sull'informazione ha una geografia precisa. A Gerusalemme Est giornalisti sono stati colpiti con i lacrimogeni mentre documentavano le operazioni delle forze israeliane. A Qalandiya e Kafr Aqab, a nord della città, sono proseguite demolizioni, arresti, confische di veicoli. Scene note, ripetute, sempre meno raccontate. Anche qui, prima ancora delle ruspe, passa la censura. Dentro la Striscia la cronaca delle ultime ore è fatta di colpi che arrivano mentre il mondo discute di “fasi”. Bombardamenti a est di Gaza City e nel governatorato di Rafah. A Tuffah, un attacco ha colpito una scuola usata come rifugio durante un matrimonio: sei morti, secondo le autorità locali, molti dei quali bambini. Un edificio pensato per proteggere, trasformato in bersaglio. Una festa diventata funerale. Numeri che restano tali solo se nessuno li guarda troppo a lungo. Hamas accusa Israele di impedire il passaggio alla seconda fase dell'intesa, Ankara parla di attacchi che rendono impraticabile qualsiasi avanzamento e di aiuti ancora insufficienti. La tregua continua a esistere come parola, non come condizione. Intanto il ministro della Difesa israeliano rivendica una presenza militare prolungata a Gaza, mentre sul fronte giuridico il Belgio deposita il suo intervento alla Corte internazionale di giustizia nel procedimento avviato dal Sudafrica. È tutto qui il punto della giornata: mentre i tribunali iniziano a scrivere e i governi votano per chiudere microfoni, sul terreno la guerra prosegue identica a se stessa. A Gaza non manca solo il cessate il fuoco. Manca l'aria, e manca chi possa raccontare che manca. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

    Occhi su Gaza, diario di bordo #110

    Play Episode Listen Later Dec 24, 2025 2:01


    A Qabatiya, in Cisgiordania, un ragazzo di sedici anni viene ucciso durante un raid. L'esercito israeliano parla di un gesto minaccioso. Un video di sorveglianza racconta altro: Rayyan Mohammad Abu Mualla cammina, poi cade. Le immagini smentiscono la versione ufficiale. Succede spesso che la verità emerga per incidente, quando una telecamera resta accesa. Succede meno spesso a Gaza, dove lo sguardo viene sistematicamente respinto. Mentre un filmato incrina una dichiarazione, Gaza continua a vivere senza immagini sufficienti. La parola “tregua” circola nelle capitali, ma sul terreno resta una formula astratta. I negoziati promettono una seconda fase a inizio 2026, dicono i mediatori. È un calendario diplomatico. Intanto il tempo reale è quello dei raid che proseguono, dei corpi che non tornano, delle famiglie che aspettano. La tregua raccontata fuori è una pausa amministrativa. Dentro, Gaza è un luogo dove la scuola è sparita per centinaia di migliaia di bambini, al terzo anno senza istruzione formale. Dove le chiese diventano rifugi e il Natale si celebra sotto protezione armata, con la consapevolezza che basta poco perché la protezione svanisca. La normalità ridotta a eccezione. Ogni volta che un video smonta una versione ufficiale, il problema si sposta altrove: quante storie restano invisibili perché non c'è una telecamera, perché l'accesso è negato, perché il racconto arriva filtrato? L'assedio funziona anche così: comprimendo lo sguardo, rallentando la verifica, rendendo ogni morte una cifra. La politica internazionale continua a parlare di fasi, di tavoli, di date future. Gaza resta inchiodata al presente. Un presente fatto di fame, macerie e silenzio. Quando la tregua diventa una parola che non ferma i fatti, resta solo la cronaca dei dettagli che sfuggono. E ogni dettaglio, quando emerge, pesa come un atto d'accusa. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.

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