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Nella corsa per i piazzamenti europei Juventus e Como proseguono la loro marcia, mentre l'Atalanta rallenta. Oggi gli altri match di Serie A, tra cui il derby al vertice tra Milan e Inter. A Potrero ne parlano Tommaso Murdocca, Giuseppe Broggini, Adele Stigliano ed Enrico Zambruno.Potrero, dove tutto ha inizio. Un podcast sul calcio italiano e internazionale. Su Como TV (https://tv.comofootball.com) nel 2026 potete seguire in diretta le partite della Saudi Pro League, Saudi King's Cup, Supercoppa d'Arabia, Copa Libertadores, Copa Sudamericana, Recopa, Liga Profesional Argentina, Trofeo de Campeones argentino, Eredivisie, Coppa di Francia, Scottish Premiership, Coppa di Scozia, Scottish League Cup, Scottish Championship, Coppa di Portogallo, Supercoppa di Portogallo, HNL croata e tutti i contenuti di calcio italiano e internazionale on demand.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/potrero--5761582/support.
Hala Rharrit si era dimessa dal Dipartimento di Stato nell'aprile del 2024, in protesta. Aveva messo per iscritto che il genocidio a Gaza avrebbe prodotto una guerra regionale con l'Iran se Washington non avesse contenuto Israele. Nessuno l'aveva ascoltata. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran. Khamenei è morto. La regione brucia. Il 5 marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è recato al confine nord con il Libano e ha pubblicato un video. «Dahiyeh sembrerà presto Khan Younis», ha detto, dopo che l'esercito aveva ordinato l'evacuazione immediata dei sobborghi meridionali di Beirut. Khan Younis: città del sud di Gaza dove l'Agenzia Anadolu documenta oltre 72.000 morti, 172.000 feriti, il 90% delle infrastrutture civili distrutte. Smotrich non ha citato Khan Younis come esempio di tragedia. L'ha usata come unità di misura. Come parametro di produzione bellica. Human Rights Watch ha dichiarato il 5 marzo che l'ordine di evacuazione sui sobborghi di Beirut «solleva gravi rischi di violazioni del diritto internazionale umanitario». La stessa formulazione usata per Gaza. Le stesse organizzazioni. Lo stesso protocollo che in due anni non ha fermato niente. A Gaza, intanto, padre Ibrahim Faltas ha detto all'ANSA il 6 marzo: «Gaza è dimenticata». I valichi restano chiusi. L'ONU è riuscita a far entrare 570.000 litri di diesel da Kerem Shalom, ha dichiarato il portavoce Dujarric, ma Rafah rimane sbarrato. Nei mercati di Deir el-Balah, i civili non fanno più scorte. Sono stanchi di sperare in un confine che si apre e si chiude secondo le esigenze militari altrui. Il genocidio a Gaza non era un episodio isolato: era la prima pagina di un manuale. Smotrich lo ha citato in pubblico come modello. Rharrit lo aveva scritto due anni fa. Non la cercò nessuno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Centoquarantaquattro. È il numero di giorni consecutivi in cui le forze israeliane hanno violato l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo documentano le organizzazioni umanitarie sul campo: attacchi di artiglieria, raid aerei, colpi di arma da fuoco in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. Il totale dei morti ha raggiunto 72.116. Dall'accordo ne sono stati uccisi altri 631. I valichi restano chiusi dal 28 febbraio. Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah, spiega che i farmaci per il parkinson sono esauriti, finiti gli antidolorifici. Gli ospedali hanno carburante per tre giorni. In Cisgiordania, per il quarto giorno consecutivo, l'esercito ha chiuso posti di blocco e ingressi a città e villaggi. Mentre accade tutto questo, ieri il Senato italiano ha approvato il DDL Romeo. Centocinque voti favorevoli. Il testo adotta la definizione IHRA, secondo cui l'antisemitismo è "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio". La parola su cui fermarsi è percezione. Non un atto, non un crimine: una percezione. La definizione include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo fare paragoni tra la politica israeliana e quella nazista, o criticare lo Stato di Israele come collettività ebraica. Alcune critiche alla condotta di Israele a Gaza diventano, almeno potenzialmente, materia da monitorare. Il PD si è spaccato: Delrio e altri hanno votato sì, il resto si è astenuto. Della Seta ha scritto che è "desolante" che alcuni dem "vi si siano prestati". Da una parte una legge che tutela una percezione. Dall'altra centoquarantaquattro giorni di violazioni, ospedali senza carburante, una minaccia di rioccupazione totale pronunciata da Smotrich con "legittimità internazionale e sostegno americano". Il problema non è aver scelto da che parte stare. È fingere che le due cose non abbiano nulla a che fare l'una con l'altra. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
A Gaza l'oppressione continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili. Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l'indipendenza delle forze dell'ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno. Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall'altra l'ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico. Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un'altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Mentre i titoli scorrono verso Teheran e le mappe si allargano, Gaza viene richiusa dentro il suo perimetro. I valichi serrati, il carburante contato in ore, l'acqua razionata. Israele annuncia una riapertura “graduale” di Kerem Shalom, coordinata con il centro americano per gli aiuti. Graduale significa camion contingentati, liste approvate, attese. Significa trasformare un diritto umanitario in concessione amministrativa. Le agenzie parlano di generatori quasi fermi negli ospedali, di impianti idrici che funzionano a intermittenza, di panifici che sospendono perché la farina resta bloccata oltre la frontiera. Due litri d'acqua al giorno in alcune aree. Il mercato reagisce prima ancora dei comunicati: i prezzi salgono appena circola la voce di una chiusura. La fame anticipa la politica. Gerusalemme offre un'altra scena. Al-Aqsa chiusa per giorni consecutivi in pieno Ramadan, accessi limitati per ragioni di sicurezza. Il luogo sacro svuotato diventa messaggio di sovranità. La gestione dell'ordine pubblico coincide con la gestione del conflitto. Le autorità parlano di emergenza, i fedeli trovano cancelli. In Cisgiordania, intanto, la cronaca resta minuta e costante. Qaryut, due fratelli uccisi, coloni armati, soldati presenti. La violenza si consuma sotto protezione, mentre l'attenzione internazionale guarda altrove. La guerra regionale assorbe lo sguardo e consente un'amministrazione per sottrazione dentro Gaza. Si chiude, si riapre a metà, si pesa ogni sacco di farina come se fosse favore. La popolazione conta i giorni di scorte e le ore di corrente. La diplomazia discute equilibri strategici, a Rafah si discute di acqua potabile. È una differenza di scala che racconta tutto. Anche le parole aiutano: “sicurezza”, “gradualità”, “coordinamento”. Rendono accettabile l'idea che una frontiera decida chi mangia oggi e chi domani. Dentro questa normalità forzata ogni giorno diventa procedura, ogni ferito pratica, ogni bambino cifra da aggiornare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
La guerra che si allarga verso Teheran stringe di nuovo la Striscia. I valichi restano chiusi, i camion fermi, il carburante razionato. Israele motiva la decisione con esigenze di sicurezza mentre le sirene suonano a Beer Sheva e nel sud. Gaza intanto scivola fuori dall'inquadratura pubblica, come se l'emergenza potesse attendere la fine di un altro fronte. Nei mercati la tensione si misura a chili di farina. Le famiglie comprano quello che trovano, accumulano, calcolano i giorni. Le organizzazioni umanitarie parlano di scorte che coprono poche settimane; alcune cucine comunitarie riducono le porzioni. Il carburante è la soglia decisiva: senza diesel si fermano i generatori degli ospedali, gli impianti di desalinizzazione, le pompe delle fognature. La crisi umanitaria procede per sottrazione, toglie pezzi ogni giorno. Dal lato israeliano la postura è quella di un Paese sotto attacco. Scuole chiuse, mobilitazione, dichiarazioni ufficiali che collegano la chiusura dei varchi alla guerra con l'Iran. È una catena lineare: escalation regionale, priorità militari, blocco dei passaggi. In mezzo restano due milioni di persone già stremate da mesi di bombardamenti e assedio. Pochi giorni fa si parlava di ricostruzione e di fondi promessi. Oggi la misura concreta sono i camion che non entrano e le cisterne che si svuotano. Ogni tregua che dipende da un cancello resta sospesa alla decisione di chi controlla quel cancello. Gaza vive così, appesa a un interruttore esterno. E quando il conflitto cambia scala, la Striscia torna a essere una variabile subordinata, un corridoio logistico dentro una guerra più grande. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi. Intanto a Ginevra si combatte un'altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente. Sul fondo c'è l'altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l'UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l'UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche. La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un'altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Si parla di automazioni che servono quando non ci sono e non servono più quando ci sono, delle Tesla con l'assistente Grok, dei tanto amati backup, della modalità sonno di iOS, dell'ancora imbarazzante Siri, del tanto amato SPID e infine di un...
A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all'Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l'accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto. In Cisgiordania, intanto, l'occupazione si consolida con un altro timbro. L'ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell'indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l'Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L'annessione avanza per prassi, senza proclami solenni. Poi c'è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L'esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un'attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B'Tselem parla di messa in scena. Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell'annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Queste spaccano tuttoIn sottofondo su Rai Uno la serata cover al Festival di Sanremo 2026, Bambole di pezza con Cristina D'Avena che cantano “Occhi di gatto” (su RaiPlay all rights reserved)
Le ruspe arrivano quando il rumore delle bombe smette di occupare i titoli. A Beit Liqya, a sud-ovest di Ramallah, i bulldozer israeliani entrano tra serre e abitazioni palestinesi e iniziano a demolire case e strutture agricole. Un'operazione registrata come intervento ordinario. La guerra, qui, assume la forma della gestione quotidiana del territorio. Mentre Gaza continua a vivere tra macerie e sfollamenti permanenti, la Cisgiordania cambia lentamente volto. Le demolizioni restringono spazio abitabile, interrompono economie familiari, trasformano villaggi in territori provvisori. Ogni muro abbattuto produce uno spostamento forzato che raramente diventa notizia internazionale. La violenza perde spettacolarità e diventa procedura. Nelle stesse ore emerge un dato che pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Il Committee to Protect Journalists certifica che il 2025 è stato l'anno più letale mai registrato per l'informazione: 129 operatori dei media uccisi nel mondo, ottantasei collegati alla guerra di Gaza. Due terzi delle morti risultano attribuite alle operazioni israeliane. Raccontare questo conflitto resta una delle attività più pericolose esistenti, e ogni voce che scompare riduce ciò che il mondo riesce a vedere. La pressione sul racconto continua anche lontano dal fronte. Il ministero della Difesa israeliano dispone la chiusura di cinque piattaforme mediatiche palestinesi attive a Gerusalemme Est. Meno immagini circolano, meno testimonianze sopravvivono, più semplice diventa trasformare la guerra in narrazione controllata. Intanto, negli Stati Uniti, Donald Trump dichiara pubblicamente conclusa la guerra e sostiene che tutti gli ostaggi sarebbero tornati a casa. La giornata si richiude dove era iniziata: tra polvere e ruspe. Gaza resta sospesa dentro questa distanza crescente tra parole ufficiali e realtà che continua a consumarsi davanti agli occhi di chi riesce ancora a raccontarla. Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l'evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L'emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Il Ramadan in Cisgiordania si apre con un ragazzo di diciassette anni ucciso a Beit Furik, a est di Nablus. Mohammad Wahbi Hanani viene colpito alla testa durante un'incursione dell'esercito israeliano e muore all'ospedale di Rafidia. Nelle stesse ore, nel villaggio di Tell, vicino Nablus, viene incendiata la moschea Abu Bakr al Siddiq: secondo il ministero degli Esteri palestinese l'azione è opera di coloni che hanno lasciato scritte razziste sui muri. L'Autorità nazionale palestinese parla di responsabilità politica del governo israeliano. Intanto la Palestinian Prisoner Society riferisce di oltre cento arresti dall'inizio del mese sacro, tra cui donne e minori. La cornice diplomatica prova a inseguire i fatti. Diciannove Paesi, insieme alla Lega araba e all'Organizzazione della cooperazione islamica, firmano una dichiarazione che condanna l'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, cita il progetto E1 e richiama il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024. Parlano di annessione di fatto. Sul terreno, però, ruspe e raid proseguono. A Gaza una nuova indagine indipendente di Forensic Architecture ed Earshot ricostruisce l'attacco del 23 marzo 2025 contro soccorritori palestinesi alla periferia sud. Oltre novecento colpi esplosi in pochi minuti, veicoli identificabili con luci d'emergenza accese, quindici operatori uccisi. I corpi recuperati giorni dopo, alcuni sepolti in una fossa comune insieme ai mezzi distrutti. L'esercito israeliano aveva parlato di “minaccia”. L'inchiesta incrocia audio, video e immagini satellitari. Poi Londra. Ai BAFTA 2026 la BBC trasmette l'evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L'emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore l'archivio si è riempito di celle. Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte “visite” organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, l'immagine è chiara: la detenzione come messaggio. Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dell'Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico è tecnico, la cornice è quella del tragico Board of Peace. Sul fronte regionale l'Egitto si dice “sconcertato” dalle parole dell'ambasciatore Usa Huckabee sull'espansione israeliana “fino al Nilo” e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in un'analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris. Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finché la realtà non torna a pesare più delle formule. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
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L'iftar tra le macerie circola nelle stesse ore in cui la parola “ricostruzione” viene pronunciata nei palazzi. Una famiglia palestinese stende una tovaglia sopra i detriti della propria casa distrutta, divide pane e zuppa mentre alle spalle restano ferri piegati e cemento frantumato. La scena racconta più di qualunque vertice internazionale. Sul terreno la cosiddetta tregua continua a perdere pezzi. Amnesty International Italia e Greenpeace Italia, davanti a Palazzo Chigi e alla Farnesina, hanno denunciato oltre 600 palestinesi uccisi dall'avvio del cessate il fuoco del 9 ottobre 2025, tra cui più di 100 bambini, e almeno 1.620 violazioni registrate fino al 10 febbraio 2026 tra raid aerei, colpi di artiglieria e sparatorie. I numeri sono contenuti nei loro documenti diffusi il 19 febbraio. Intanto il ministero della Difesa israeliano ribadisce, con dichiarazioni riprese da Anadolu Agency, che le forze resteranno nella “zona di sicurezza” di Gaza senza limiti temporali. Sullo sfondo, lo studio pubblicato su The Lancet Global Health e ripreso da Reuters il 19 febbraio stima 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025. Il 56,2% appartiene a donne, bambini e anziani: circa 42 mila persone. È una fotografia statistica che attraversa governi e conferenze, e che resta sul tavolo mentre si discute di gestione internazionale della Striscia. La Cisgiordania aggiunge un altro capitolo. Reuters riferisce dell'uccisione di un diciannovenne palestinese con cittadinanza statunitense vicino a Ramallah, in un episodio attribuito a coloni israeliani. Versioni divergenti, indagini annunciate, tensione che sale. Tra i comunicati sul futuro di Gaza e le immagini delle tende, la distanza resta misurabile. La famiglia che rompe il digiuno tra i calcinacci continua a vivere dentro quella distanza. Ogni giorno.Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
C'è una parola che oggi arriva con il timbro dell'ONU: “pulizia etnica”. L'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani, nel rapporto diffuso a Ginevra, parla di distruzione sistematica, trasferimenti forzati, blocco degli aiuti, detenzioni arbitrarie, torture, morti in custodia. Il lessico è quello dei crimini gravi. La sede è istituzionale. La data è di oggi. Mentre nei palazzi si discute di ricostruzione, l'OHCHR scrive che a Gaza e in Cisgiordania si consolidano pratiche che svuotano il diritto. A Roma, tra Palazzo Chigi e Farnesina, Amnesty International Italia e Greenpeace Italia hanno acceso un maxi schermo con le immagini dei bombardamenti successivi alla tregua di ottobre. Sotto scorre una cifra: seicento palestinesi uccisi in centotrenta giorni di cessate il fuoco. È una contabilità che entra in conflitto con la retorica della “fase nuova”. Le ONG chiedono lo stop all'invio di armi verso Israele. Le immagini scorrono in silenzio, davanti alle finestre del governo. Intanto il calendario segna Ramadan. A Gaza il mese del digiuno comincia dentro una tregua fragile, con gli aiuti che restano il vero varco da attraversare. I camion sono numeri, le razioni sono numeri, le cliniche sono numeri. Ogni cifra racconta un collo di bottiglia. La ricostruzione evocata nei consessi internazionali si scontra con la sopravvivenza quotidiana di chi aspetta un passaggio, un sacco di farina, una visita. In Cisgiordania, a Hebron, nell'area di Jabal Jalis, le forze israeliane conducono una vasta campagna di arresti. Le immagini che circolano mostrano rastrellamenti notturni. Fuori da Gaza, stesso clima di forza e controllo. La parola “processo” resta sospesa, mentre il rapporto ONU elenca fatti. A Washington si parla di tavoli e partecipazioni. L'Europa rivendica presenza “per Gaza”. Le istituzioni discutono architetture diplomatiche. L'OHCHR pubblica un allarme. A Roma le ONG proiettano i morti della tregua. Il diritto internazionale ha un lessico preciso. Oggi è stato usato. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
L'Eterno aprì gli occhi del servo, che vide a un tratto il monte pieno di cavalli e di carri di fuoco intorno a Eliseo. 2 Re 6:17
Ottomila corpi restano sotto le macerie. Il numero lo ripete la Protezione civile della Striscia: edifici crollati, quartieri polverizzati, squadre senza mezzi sufficienti per scavare in profondità. Si vive sopra ciò che non è stato ancora sepolto. L'UNDP stima che, al ritmo attuale, serviranno anni per rimuovere le macerie. Anni per riportare alla luce case, scuole, persone. Il tempo tecnico della ricostruzione coincide con il tempo morale della sospensione. Intanto la vita quotidiana si misura in permessi sanitari. Dalla riapertura del valico di Rafah sono usciti poco più di duecento pazienti, a fronte di oltre diciottomila che avrebbero bisogno di cure fuori dalla Striscia. Ogni partenza è un'eccezione amministrativa. Gli altri restano in corsia, negli ospedali che funzionano a intermittenza, tra carenze di farmaci, generatori e personale. La selezione diventa criterio di sopravvivenza. Mentre Gaza resta una distesa di detriti, a Gerusalemme si parla di futuro territoriale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l'intenzione di promuovere la “migrazione” dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania e di estendere la sovranità israeliana su parti dei territori occupati. Nelle stesse ore, ottantacinque Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione contro l'espansione degli insediamenti e contro ogni passo verso l'annessione. Due linguaggi si sovrappongono: quello della pianificazione politica e quello della condanna diplomatica. Sul terreno restano i corpi irraggiungibili e i pazienti in attesa. Le macerie non sono solo ciò che è crollato. Sono ciò che impedisce di contare fino in fondo le vittime e di restituire un nome a chi manca. Ogni giorno che passa consolida una normalità fatta di emergenza permanente. Gaza è un luogo in cui il tempo della rimozione è lento e quello delle decisioni è rapido. Nel mezzo, una popolazione che continua a vivere sopra ciò che non riesce ancora a seppellire. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Mohammad Dhabban aveva una malattia rara. Servivano cure fuori dalla Striscia. Serviva un permesso. Non è arrivato. È morto così, dentro un territorio che trattiene anche chi dovrebbe soltanto attraversarlo per farsi curare. La restrizione alla mobilità diventa diagnosi. Il confine diventa cartella clinica. La sua storia scorre nelle stesse ore in cui Gaza continua a contare i vivi per sottrazione. A nord della Striscia, dopo più di quattrocentonovanta giorni, la protezione civile ha recuperato venti corpi dalle macerie della casa della famiglia Nasr. Altri restano sotto il cemento. Il tempo non alleggerisce nulla, cristallizza. Le bare allineate davanti ai parenti raccontano che la guerra sopravvive anche quando si parla di tregua. Il silenzio delle armi non coincide con la fine delle conseguenze. Le agenzie riferiscono dell'uccisione di un palestinese oltre la cosiddetta “linea gialla” e della scoperta di depositi d'armi tra Rafah e i tunnel. L'Idf rivendica operazioni mirate. Fonti locali parlano di un minore colpito a Jabalia e di un ferito. Le versioni divergono, i corpi restano. Ogni comunicato militare genera un contro-bollettino civile. Intanto la Cisgiordania entra nel lessico dell'annessione. Si parla di percentuali, di registrazioni di terre come “statali”. Otto Paesi arabi e islamici richiamano la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e il parere della Corte internazionale di giustizia. La geografia diventa pratica amministrativa. Mentre si scava per restituire un nome ai morti e per tentare di salvare chi chiede cure altrove, altrove si prepara un tavolo che si definisce pace. Qui l'uscita resta chiusa. Per i malati. Per chi attende sotto le macerie. Per una popolazione che aspetta un varco che sia reale. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
La guerra entra in classe. A Gerusalemme Est con le uniformi, a Ramallah con le gomme da cancellare. Il 4 febbraio Israel Hayom ha anticipato un progetto del Home Front Command: riservisti arabofoni, in divisa, dentro una scuola pilota palestinese per lezioni di “emergency awareness”. Avvio a maggio, coordinamento con municipio e comitati dei genitori. The New Arab ha ripreso la notizia. L'esercito spiega che è educazione civile. L'immagine è un soldato davanti a un banco. Nelle stesse settimane, documenti diffusi da Quds parlano di una lettera del 19 gennaio 2026 del ministro dell'Istruzione Amjad Barham al ministro delle Finanze e di un incontro del 27 gennaio con funzionari europei: richieste di modifiche ai manuali, dalla prima alla decima classe. Rimozioni e sostituzioni: l'inno nazionale in prima, riferimenti ai prigionieri, formule su Gerusalemme, mappe, termini storici. Palestine Chronicle e MEMRI rilanciano. Bruxelles, nei testi pubblici sugli aiuti, parla di riforme e condizionalità, senza elenchi di pagine. Intanto Gaza continua a contare. Fonti mediche palestinesi parlano di centinaia di vittime dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco indicata a ottobre; i numeri restano senza verifica indipendente e senza distinzione tra civili e miliziani. L'Unicef segnala 37 bambini uccisi dall'inizio del 2026. Un ospedale diventa campo di contesa. Medici senza frontiere interrompe attività al Nasser di Khan Younis dopo segnalazioni di uomini armati nell'edificio; la direzione respinge e chiede di ritrattare. La neutralità si discute in corsia. Uniformi tra i banchi, parole che spariscono dai libri, corsie che si svuotano. La battaglia per Gaza si gioca anche qui: chi insegna, cosa si può dire, quali mappe restano appese. La pace viene pronunciata nei comunicati. La guerra decide il lessico. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Le Nazioni Unite parlano di dieci missioni autorizzate a ritirare aiuti arrivati a Kerem Shalom e Zikim: cibo, vaccini, carburante, forniture mediche. Il portavoce Stéphane Dujarric chiede la revoca delle restrizioni e libertà operativa per i partner umanitari. È la grammatica della tregua: permessi, finestre, corridoi. Intanto Gaza resta un territorio amministrato per quote di respiro. Nelle stesse ore le autorità sanitarie di Gaza aggiornano i numeri: 591 morti dalla tregua, 1.583 feriti, 724 corpi recuperati dalle macerie. La parola “cessate il fuoco” convive con droni, colpi isolati, ordigni inesplosi che esplodono adesso. La contabilità cresce mentre la diplomazia discute la “seconda fase”. Dentro le prigioni israeliane la cronaca si sposta sulle celle. Testimonianze legali raccolte da Reuters descrivono razioni insufficienti per detenuti palestinesi nonostante una decisione della Corte Suprema che imponeva maggiori quantità di cibo. Sullo sfondo, la linea del ministro Itamar Ben-Gvir sulle condizioni detentive. Un video rilanciato sui social mostra abusi nel carcere di Ofer durante una sua visita: immagini da verificare, che alimentano la percezione di impunità. Sul piano politico, Benjamin Netanyahu annuncia l'intenzione di revocare la cittadinanza a due cittadini palestinesi di Israele accusati di attacchi e di deportarli. Il controllo dei confini si salda al controllo dello status giuridico. Territorio, corpi, documenti. La tregua è un timbro su un foglio. Sul terreno restano crateri, file per il pane, celle sovraffollate. L'ONU chiede di rimuovere ostacoli alle operazioni umanitarie. La richiesta è formale. La fame è concreta. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
La mano scava tra i calcinacci di Gaza City. Cerca ossa, brandelli di vestiti, tracce minime di una famiglia rimasta sotto il cemento dal 2023. La scena attraversa le agenzie e resta lì, sospesa. È il fotogramma delle ultime ventiquattro ore: un padre piegato a terra mentre sopra di lui passano dichiarazioni, vertici, comunicati. La tregua regge sulla carta. Sul terreno arrivano spari, raid mirati, accuse di violazioni reciproche. L'esercito israeliano parla di risposta a movimenti sospetti; da Gaza si contano altri corpi. La parola cessate il fuoco resta scritta nei briefing, intanto le ambulanze fanno la spola tra macerie e ospedali esausti. La Striscia vive dentro una pausa armata, fragile come il vetro. A Washington Benjamin Netanyahu incontra Donald Trump. Sul tavolo c'è l'Iran, con i colloqui indiretti in Oman e il nodo del programma nucleare. Gaza entra come capitolo collegato, pedina dentro un disegno più ampio. Le priorità si leggono nei tempi e nei sorrisi delle foto ufficiali: sicurezza regionale, deterrenza, equilibri strategici. La Striscia resta scenario. Da Bruxelles arriva una frase che pesa. L'Alta rappresentante Kaja Kallas definisce “controproducenti” e “incompatibili con il diritto internazionale” le ultime decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano sulla Cisgiordania. È un richiamo formale, registrato nei verbali dell'Unione. Le parole europee fotografano l'espansione degli insediamenti e l'aumento delle operazioni nei campi profughi. Intanto a Torino tre bambini feriti di Gaza entrano al Regina Margherita. Vengono accolti nei reparti pediatrici, lontani dalle sirene. La guerra attraversa il Mediterraneo e prende posto in un corridoio d'ospedale. Restano la mano che scava e i letti bianchi. Tutto il resto gira intorno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Il cessate il fuoco continua a produrre bollettini. Dall'11 ottobre, a Gaza, i morti contati dopo la firma dell'accordo sono 586, i feriti 1.558. I numeri arrivano mentre i raid proseguono a intermittenza nel centro della Striscia e a Rafah, sempre spiegati come “risposte a violazioni”. La tregua resta una formula, la realtà un referto. Intanto Israele sposta il baricentro. Mentre Gaza brucia a bassa intensità, la Cisgiordania viene riscritta per decreto. Il governo rafforza i poteri civili sui territori occupati, accelera procedure e acquisti, rende strutturale ciò che doveva restare provvisorio. Washington protesta a parole, Berlino registra “preoccupazione”, sul terreno cambia il perimetro del controllo. L'annessione smette di essere una minaccia e diventa prassi amministrativa. La guerra, però, entra anche in un'altra stanza. Quella del diritto penale. In Israele avanzano disegni di legge che reintroducono la pena di morte su base etnica, riservata ai palestinesi. Le Nazioni Unite e Amnesty parlano di violazione del diritto alla vita e di discriminazione istituzionalizzata. È il linguaggio della legge che normalizza la selezione. A Gaza, nello stesso tempo, emergono storie che non lasciano corpi. Un'inchiesta giornalistica ricostruisce migliaia di persone “evaporate”, senza resti identificabili, compatibili con l'uso di armi ad altissima temperatura. Famiglie che cercano nomi in registri vuoti. Anche questo è un effetto di guerra: l'impossibilità del lutto. E l'Italia. Gli aiuti umanitari restano bloccati oltre confine, in Giordania. Le opposizioni chiedono un'informativa urgente al ministro degli Esteri. Il governo prende tempo. Gaza continua a insegnare una lezione semplice e brutale: quando la politica rinvia, la violenza compila i moduli al posto suo. E li timbra ogni giorno. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Rafah funziona a intermittenza. Due giorni di stop, poi un varco contingentato, poi di nuovo l'attesa. Le evacuazioni sanitarie passano “a tranche”, poche decine alla volta, mentre migliaia restano in lista. La tregua si misura così: con un cancello che decide chi respira e chi aspetta. È il quadro degli ultimi tre giorni, raccontato dalle agenzie e confermato sul terreno, dove l'uscita dalla Striscia resta un'eccezione amministrativa, non un diritto. Dentro questa cornice tornano i colpi “di contorno”. Fuoco su tende di sfollati a est di Gaza City. Un ventenne ucciso a Deir al-Balah. Segnalazioni di spari nel nord per il superamento di una linea “gialla” che cambia di giorno in giorno. Episodi presentati come incidenti, poi sommati in bollettino. La parola tregua resta in alto, la pratica resta bassa. E intanto l'imbuto sanitario si stringe: feriti cronici, dialisi, oncologici che dipendono da una finestra di poche ore. Sullo sfondo, la pace entra in calendario. A Washington prende forma un Board of Peace, investimenti annunciati, fase due, tavolo arabo. La diplomazia come evento, con date e foto. In Europa si discutono compatibilità statutarie, mentre sul terreno la normalità viene rinviata. La distanza tra i comunicati e i varchi è tutta qui. Il controcampo è la Cisgiordania. Raid notturni nei villaggi, case perquisite, giovani presi di mira. L'Unione europea annuncia fondi a UNRWA per Gaza e Cisgiordania insieme, riconoscendo che la linea è una sola anche quando si finge di spezzarla. Le famiglie dormono in abitazioni danneggiate, nella paura, mentre le operazioni “di sicurezza” producono paura come effetto collaterale. Rafah che apre e chiude, tende colpite, villaggi rastrellati, tavoli di pace apparecchiati. Negli ultimi tre giorni il conflitto ha mostrato la sua grammatica: la tregua come parola, la violenza come procedura, l'uscita come concessione. Finché questa resta la sintassi, ogni annuncio suona come un titolo senza testo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Voci che raccontano un'Olimpiade, per essere così gli occhi di chi quei Giochi non li può vedere, ma vuole viverli, comunque da spettatore protagonista. Quelle voci appartengono agli audiodescrittori e audiodescrittrici selezionati per Milano Cortina 2026; quegli occhi ai ciechi e ipovedenti appassionati di sport. Un incontro vincente: le voci raccontano, e permettono così a quegli occhi, e soprattutto a quei cuori, di "vedere" i Giochi e i loro campioni, le loro emozioni. Un progetto che è sempre più diffuso nel mondo dello sport, come dimostra anche l'analoga iniziativa messa in campo dalla Federugby già da un anno, in occasione del Sei Nazioni che è appena iniziato. Ne parliamo a Olympia con Francesco Cusati (responsabile del progetto degli audiodescrittori per l'Istituto dei Ciechi di Milano), Armando De Salvatore, Head of Accessibility di Fondazione MilanoCortina2026 e Simona Gherardo, referente della Federugby per l'accoglienza delle persone con disabilità.olympia@radio24.itLa regia della puntata è a cura di Carlo Salvatore
La tregua continua a esistere come parola, mentre a Gaza resta un gesto amministrativo. Un permesso, una linea, un varco che apre e richiude. «Where is the ceasefire? Where are the mediators?», chiede Mohamed Abu Selmiya dall'ospedale al-Shifa. La domanda arriva mentre i reparti continuano a riempirsi. Da ottobre, dall'entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, il ministero della Sanità di Gaza conta oltre cinquecento morti palestinesi. In alcuni giorni se ne sommano venti, trenta. L'esercito israeliano risponde con il proprio bilancio e con la formula rituale delle “violazioni oltre la linea”. La linea, intanto, taglia i corpi. Rafah è il simbolo di questa tregua per sottrazione. Riapertura annunciata, passaggi concessi a contagocce. Lunedì meno di cinquanta persone autorizzate a uscire, mentre migliaia restano bloccate. Ogni spiraglio diventa selezione. Anche l'aria passa con il contagocce. Sul tavolo internazionale, Gaza viene ridotta a schema: ricostruzione condizionata, sicurezza, “demilitarizzazione” come parola chiave. Fuori dal tavolo, la realtà resta fatta di ospedali che funzionano a metà e di fotografi costretti a trasformare l'orrore in archivio. Huda Skaik ha chiesto a otto fotografi di Gaza un'immagine “di significato”. Ne è uscito un catalogo di lutti quotidiani, madri, bambini, macerie che resistono allo sguardo. È un contro-racconto che non chiede permessi. Intanto, altrove, Israele discute di sé. Alla Knesset una commissione parlamentare ha reso pubblico un dato: quasi novecento segnalazioni di abusi sessuali nei reparti di salute mentale in tre anni. È un numero che apre un fronte interno, rimosso dal dibattito globale, e che mostra come anche dentro lo Stato la violenza emerga solo quando qualcuno la conta. Gaza resta sospesa tra questi piani. La tregua detta nei comunicati, la violenza amministrata sul terreno, le immagini che provano a salvare tracce. Tutto il resto è mediazione che arriva tardi. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Fino a una manciata di anni fa non pensavamo sarebbe mai stato possibile vedere il colore degli occhi di un uomo di Neanderthal o il tipo di capelli di un antico egizio. A partire dagli anni '90 si è invece scoperto che sì. Che nonostante il passaggio di secoli o addirittura di centinaia di migliaia di anni, è possibile rintracciare i resti di DNA dalle ossa umane. Oggi non è raro vedere in archeologia quello che capiterebbe sulla scena di un delitto, con equipes di ricerca sulle tracce di DNA all'intero di aree di scavo, e la possibilità di capire molto di più su migrazioni, abitudini alimentari, malattie, eventi catastrofici. Grazie alle ricerche sul DNA antico è stato possibile nel 2010 ricostruire il genoma dell'uomo di Neanderthal, e, sempre nello stesso anno, scoprire l'esistenza di un ominide che non conoscevamo: l'uomo di Denisova. Il risultato è stata l'evidenza che siamo molto più strettamente imparentati con altre specie umane, rispetto a quanto sospettassimo. Ma la frontiera più recente è la possibilità di estrarre DNA anche là dove non sembrano esserci resti: è il cosiddetto DNA ambientale grazie al quale la comunità scientifica è oggi in grado di ricostruire interi ecosistemi e il passaggio delle specie che li hanno attraversati.
A Gaza, nelle ultime ventiquattro ore, conta altro. Contano i corpi che tornano, le corsie che si riempiono, i cieli che restano attivi. Al complesso medico di Al-Shifa arrivano 54 corpi e 66 casse con resti umani e organi. Il trasferimento avviene tramite il Comitato internazionale della Croce Rossa, lo conferma il ministero della Salute di Gaza. È una consegna amministrativa, dicono. In realtà è una scena: camion, bare numerate, personale sanitario che ricomincia a contare. Al-Shifa resta insieme obitorio e pronto soccorso, simbolo di una tregua che non si deposita mai del tutto sul terreno. A ovest di Gaza City, nel campo profughi di Al-Shati, un bombardamento colpisce un gruppo di civili. Un morto, diversi feriti. Le immagini circolano prima dei dettagli, come sempre. Le agenzie parlano di raid mirati, di operazioni “in risposta” al ferimento di un soldato israeliano lungo la Linea Gialla. La geografia è quella già vista, la dinamica pure: un episodio militare, una rappresaglia, vittime civili che entrano nel bilancio quotidiano. Rafah resta il punto cieco. La Mezzaluna Rossa palestinese segnala evacuazioni mediche sospese, Israele replica che il valico è operativo e che mancano i dettagli di coordinamento richiesti all'Oms. La burocrazia diventa confine. Pazienti in attesa, accompagnatori bloccati, responsabilità che si rincorrono mentre il tempo clinico scorre in una sola direzione. Sul fronte israeliano il gabinetto politico-di sicurezza anticipa una riunione straordinaria. Sul tavolo c'è l'Iran, i colloqui annunciati in Oman, il timore che l'intesa salti. Gaza resta dentro questo perimetro più largo, compressa tra dossier regionali che ne oscurano il peso umano. Alla fine della giornata il conto è semplice e crudele. Al-Shifa riceve corpi e feriti nello stesso giro di ore. La tregua continua a vivere nei comunicati. A Gaza, ancora una volta, resta una parola senza riparo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Visitors and new residents to Japan are often surprised to see so many wonderfully cute and bizarre characters in Japan and the characterization of everything from safety announcements to tourism promotion. Dr.Debra Occhi has been studying the Japan world of characters for many years and shares some of her insights on the historical connections as well as how these characters function in business as well as for the benefit of society.
A Rafah anche oggi si entra e si esce a ore, Le evacuazioni mediche previste sono state annullate all'ultimo momento, con i pazienti già pronti e le ambulanze in attesa. Il collasso funziona così: la sopravvivenza diventa un permesso revocabile. L'Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 18.500 persone nella Striscia che necessitano di cure specialistiche indisponibili sul territorio. Il numero resta fermo mentre i giorni scorrono e le finestre di uscita si chiudono. Nelle stesse ore, lungo la Linea Gialla nel nord della Striscia, colpi d'arma da fuoco feriscono gravemente un riservista israeliano. La risposta è immediata: carri armati, raid aerei, bombardamenti. Il ministero della Salute di Gaza aggiorna il bilancio: almeno ventuno morti. Le agenzie annotano che la fonte non distingue tra civili e combattenti. Da Gaza arriva anche la voce del parroco della Sacra Famiglia, Gabriel Romanelli. Parla di una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti e avverte che l'idea di un conflitto in esaurimento è una rappresentazione lontana dalla realtà quotidiana. Intanto, in Cisgiordania, il governo israeliano accelera su un altro fronte. Il ministro della Difesa Israel Katz annuncia l'avanzamento della legalizzazione di 140 avamposti agricoli, con il sostegno di Netanyahu e Smotrich. Terra occupata che diventa autorizzata, violenza coloniale trasformata in atto amministrativo. E mentre sul terreno si decide chi può curarsi e chi perde casa, in Italia il dibattito scivola sulla punizione simbolica. Il senatore Maurizio Gasparri annuncia un'interrogazione contro Francesca Albanese per la sua iniziativa su Gaza alla Camera. Qui il confine si stringe sulle parole, là sui corpi. Il meccanismo resta riconoscibile. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Gli occhi ci parlano della nostra stanchezza quotidiana: pesanti, affaticati, un po' appannati già al risveglio, raccontano più di tante parole come stiamo davvero. In questa puntata, insieme al professor Leonardo Mastropasqua, della Clinica Oculistica dell'Università G. D'Annunzio di Chieti, scopriamo perché gli occhi si affaticano, quali segnali non trascurare e come prenderci cura della nostra vista anche nelle giornate più intense.
L'Assessore alla Cultura di Milano, Tommaso Sacchi, è stato ospite in Degiornalist - Gli Spaccanotizie nella mattinata di mercoledì 4 febbraio per presentare il suo libro intitolato Negli occhi la bellezza, un'opera che propone sedici itinerari culturali attraverso l'Italia pensati specificamente per le nuove generazioni. L'autore sottolinea l'importanza di comunicare con i giovani evitando toni paternalistici, invitandoli piuttosto a scoprire il patrimonio nazionale: «Avevo il grande desiderio di provare a dialogare in maniera costruttiva e interessante con le nuove generazioni. Questo libro è un viaggio sentimentale nei luoghi UNESCO d'Italia con l'aspettativa, se non altro, di interessarli attraverso la bellezza del viaggio. Io ho avuto la grande fortuna di avere avuto una madre geografa e scrittrice, che ha portato molto in giro me e i miei fratelli; di avere un padre fotografo e reporter, che ci ha spesso infilati nella suo zaino, nella sua valigia. Quindi viaggiare è quell'atto sentimentale di conoscenza poetico che ti permette di conoscere il nostro meraviglioso Paese», ci racconta l'Assessore Sacchi.
Rafah riapre. Così dicono le agenzie. Poi si leggono le righe sotto il titolo e il quadro si restringe. Il valico funziona a intermittenza, con numeri ridotti e criteri selettivi. Rientrano donne, bambini, anziani. I malati gravi, quelli con i nomi già trasmessi all'OMS per evacuazioni urgenti, passano da un altro varco, Kerem Shalom. La “riapertura” esiste, ma resta controllata, fragile, facilmente reversibile. Più utile alla narrazione che alla sopravvivenza quotidiana. Nello stesso giorno, un'altra porta si chiude del tutto. Medici Senza Frontiere viene costretta a lasciare Gaza. Israele parla di requisiti amministrativi e di elenchi del personale locale non consegnati. MSF risponde definendo la misura un pretesto e denunciando l'assenza di garanzie di sicurezza per il proprio staff. L'effetto pratico è immediato: meno medici, meno cure, meno presenza internazionale nei luoghi dove si muore di più. La contraddizione è evidente. Si annuncia un corridoio umanitario e si stringe il rubinetto dell'assistenza. Si invoca la sicurezza e si colpiscono le organizzazioni che tengono in piedi ospedali di fortuna e cliniche improvvisate. I valichi diventano strumenti politici: liste, autorizzazioni, attese che decidono chi passa e chi resta. Fuori dal linguaggio ovattato delle diplomazie, le parole sono più nette. Francesca Albanese ricorda che Israele non ha alcuna autorità legale per bloccare l'ingresso nel territorio che occupa e richiama il rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia. Qualcuno osserva che è forse la prima volta che MSF viene espulsa con l'accusa di essere una “infrastruttura militare”, lo stesso schema usato per colpire l'intero sistema sanitario di Gaza. Intanto gli inviati americani incontrano Netanyahu e parlano di tregua. Sul terreno resta una costante: una porta socchiusa, molte sprangate. E un'assistenza umanitaria trattata come concessione, non come obbligo. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Episodio 599 con Luca e Julien casualmente monotematici. Si parla di squali in tutte le salse, Luca ci parla di uno studio recente uscito su Nature Communication sullo squalo della Groenlandia, il vertrebrato più longevo in assoluto, con esemplari che raggiungono la veneranda età di 400 anni. In particolare, lo studio si focalizza sui meccanismi di invecchiamento estremamente rallentati dello squalo, specialmente del suo comparto visivo, che si credeva deperisse anche a causa di alcuni parassiti.Nel nostro intervento esterno Francesca intervista il Dr. Gabriele Micali, leader del gruppo di Microbial Ecology all'Università Humanitas di Rozzano. Il Dr. Micali ci spiega come modelli matematici e simulazioni stocastiche possono essere utilizzati per predire crescita e divisione batterica. Questo è importante sia per capire come il comportamento del singolo batterio influenza la sua comunità batterica, ma anche per capire come questi meccanismi possano intervenire in alcune malattie.Per info sulla conferenza Microfluidics Horizon 2026, che si terrà a Padova 18 al 22 maggio 2026, potete visitare il sito: https://www.microfluidics2026.it/ Dopo una barza brutta e saggiamente polemica, il vero biologo marino del duo parla indovinate un po' di cosa? Esatto, squali martello. Nello specifico, Julien ci rende edotti sulla fondamentale natura della "testa a martello" di questi squali nell'aumentare estremamente l'angolo di visione e la percezione della profondità. Una macchina evolutiva perfettamente selezionata per incrementare le capacità predatorie da fondale e stanare razze e affini. Supportate Scientifcast iscrivendovi al Supporters club di Spreaker per contenuti esclusivi e puntate speciali! Vi segnaliamo inoltre due prossimi premi per la divulgazione scentifica https://www.donnefralestelle.com/premio/https://www.giovediscienza.it/it/premioE infine questo profilo instagram per chi è curioso di mare e biologia marinahttps://www.instagram.com/colmare_/Diventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/scientificast-la-scienza-come-non-l-hai-mai-sentita--1762253/support.
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I numeri sono diventati ingestibili e quindi la propaganda è caduta. L'IDF “accetta” il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Sanità di Gaza perché non ha più margine per negarlo. Non perché sia improvvisamente affidabile. Perché è già vecchio. Chi racconta questo genocidio sa bene che i numeri ufficiali arrivano sempre in ritardo rispetto alla realtà. Arrivano quando i corpi sono stati recuperati, identificati, registrati. Arrivano quando esistono ancora ospedali funzionanti, registri consultabili, personale vivo. A Gaza tutto questo è saltato da mesi. Le cifre pubblicate raccontano ciò che è stato contato, non ciò che è accaduto. L'IDF sa che il totale reale supera quello che oggi viene discusso nei comunicati. Sa che sotto le macerie ci sono morti senza nome. Sa che i decessi indiretti, per fame, infezioni, mancata assistenza, stanno crescendo fuori da qualsiasi statistica. Accettare il bilancio ufficiale serve a chiudere il fronte del dibattito pubblico, non serve a dire la verità. Non cascateci. Per mesi il lavoro dei giornalisti palestinesi è stato liquidato come propaganda. Hanno mostrato corpi, elenchi, nomi. Hanno raccontato la distruzione mentre venivano accusati di gonfiare i numeri. Oggi quelle cifre diventano improvvisamente “utilizzabili”. Perché? perché sono inferiori alla realtà che incombe. Il negazionismo ha avuto una funzione politica precisa: guadagnare tempo. Ogni giorno passato a discutere se i morti fossero davvero così tanti è stato un giorno sottratto alla responsabilità. Ogni dubbio seminato sui numeri ha protetto le decisioni che li producevano. Quando anche l'esercito che bombarda accetta il conteggio delle vittime, significa che quel numero non fa più paura. È già stato superato. E chi lo ha raccontato dall'inizio aveva ragione. Non per ideologia. Perché era lì. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Rafah oggi è un atto politico concreto. È il punto in cui il potere si esercita senza bisogno di proclami. Il valico resta formalmente aperto al transito delle persone, mentre sulle merci si consuma una trattativa che riguarda quantità, tempi, autorizzazioni. Nelle ultime 24 ore fonti israeliane hanno fatto filtrare l'ipotesi di ridurre i camion degli aiuti dagli attuali circa 600 al giorno a 200, con l'obiettivo dichiarato di arrivare a 120. Ogni cifra è una decisione sulla sopravvivenza. Nello stesso tempo Hamas afferma di essere pronto a trasferire la gestione della Striscia a un comitato palestinese di tecnici, subordinando la mossa alla riapertura “completa” di Rafah, in entrata e in uscita, senza controllo israeliano. Il lessico è quello della transizione amministrativa. La sostanza resta il confine come strumento di comando. Rafah governa Gaza più di qualsiasi organigramma. Il rientro in Israele del corpo dell'ultimo ostaggio chiude una fase simbolica del conflitto. Con quella chiusura, la pressione si sposta tutta sul dopo. Si parla di “fase due”ma il passaggio decisivo resta logistico: chi decide cosa passa dal valico decide la forma della pace. I dati sui bambini rendono visibile il costo di questo controllo. Secondo UNICEF, oltre 336.000 minori sono coinvolti in programmi educativi di emergenza, mentre circa il 60% dei bambini in età scolare resta escluso da qualsiasi forma di scuola in presenza. Più del 90% degli edifici scolastici risulta danneggiato o distrutto. L'istruzione dipende anche da Rafah: materiali didattici, evacuazioni mediche, ricongiungimenti familiari passano da lì. Ogni giorno di chiusura parziale allunga una frattura che diventa strutturale. Cento camion in più o in meno. Dentro quei numeri c'è la differenza tra assistenza e carestia, tra scuola e sospensione infinita. Gaza oggi viene amministrata così: a colpi di valico. Rafah è il luogo dove la politica smette di essere discorso e diventa immediatamente destino. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Rafah “riapre”, dicono. Ma la cronaca resta fuori. Israele ha ribadito davanti alla Corte Suprema che, anche con il valico operativo, i giornalisti stranieri non entreranno a Gaza. La motivazione è sempre la stessa: sicurezza. È una parola che funziona come un interruttore. Si accende per chiudere gli accessi, si spegne quando serve giustificare quello che accade sul terreno. Così la guerra continua a essere raccontata per delega. Comunicati militari, immagini filtrate, numeri che arrivano senza possibilità di verifica indipendente. Sedici mesi dopo l'inizio dell'offensiva, la richiesta della stampa internazionale resta sospesa, rinviata, congelata. Si discute di “fase due”, di corridoi umanitari, di governance futura, mentre l'unica decisione costante è impedire lo sguardo. Intanto, fuori da Gaza ma dentro lo stesso metodo, la violenza avanza in Cisgiordania. Il 27 gennaio, a Masafer Yatta, decine di coloni hanno attaccato i villaggi palestinesi di Al-Fukhait e Khirbet al-Halalawa: pietre, spray urticante, incendi, bestiame rubato. Le ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese sono state prese di mira e bloccate. I soccorsi fermati. Le ferite lasciate a terra. Masafer Yatta è il luogo raccontato da No Other Land, premiato agli Oscar. È già un simbolo globale. Eppure continua a essere trattato come una zona franca della responsabilità, dove l'assenza di testimoni diventa parte integrante dell'operazione. Nella stessa giornata, a sud di Hebron, un ragazzo di vent'anni, Mohammad Rajeh Nasrallah, è morto dopo essere stato colpito durante un'operazione militare israeliana. Un altro nome che scivola nella statistica. A Gaza si chiudono i varchi della cronaca, in Cisgiordania si spezzano quelli del soccorso. È lo stesso disegno: controllo totale del visibile. Rafah come promessa, il silenzio come metodo. E mentre si discute di accessi “tecnici”, la realtà resta sequestrata. Non per mancanza di fatti, ma per eccesso di paura di chi li potrebbe raccontare. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Hanno paura di una parola. Non di un gesto, non di una protesta, non di un disordine. Di una parola detta su un palco. La vicenda Ghali racconta l'Italia meglio di qualunque dichiarazione ufficiale: la censura preventiva elevata a valore civile, il silenzio imposto presentato come buona educazione. Il ministro Abodi parla di “rispetto”. Dice che la cerimonia d'apertura dei Giochi è costruita in modo da “azzerare i rischi di libera interpretazione”. Azzerare. Come se la libertà fosse un errore di sistema. Come se l'etica coincidesse con l'assenza di parole scomode. L'arte ammessa solo se decorativa, la cultura valida solo se muta. Poi arriva il paternalismo esplicito. L'idea che Ghali debba ricevere “indicazioni”, “linee guida”, capire “cosa deve fare” in quel momento. È il potere che si concede il diritto di decidere il perimetro del pensiero altrui. Un artista trattato come un funzionario da addestrare. Un microfono visto come una minaccia. Intanto Gaza continua a esistere. Mentre qui si discute di galateo istituzionale, l'artiglieria israeliana colpisce l'est di Gaza City. Mentre qui si invoca il rispetto, ministri del governo Netanyahu parlano di regime militare sulla Striscia. Mentre qui si sorvegliano le parole, in Cisgiordania le case vengono demolite. I fatti non hanno bisogno di interpretazione. Il cortocircuito è totale. La parola “Gaza” fa più paura dei bombardamenti. Una frase detta da un cantante spaventa più delle macerie. Per questo bisogna neutralizzarla prima che accada. Per questo si costruisce il silenzio come valore morale. Ma il rispetto e l'etica obbligano a parlare. L'arte e il pensiero sono liberi. E Gaza non è un'opinione: è un genocidio che si vorrebbe consumare senza disturbo, lontano dai palchi, lontano dalle cerimonie, lontano dalle coscienze. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
Nel buio a est di Gaza City tornano le esplosioni. Le immagini che circolano nelle ultime ore mostrano demolizioni di abitazioni civili già svuotate, quartieri cancellati mentre la parola “tregua” continua a essere spesa come copertura. La tregua resta nei comunicati, la distruzione resta sul terreno. Dentro questo scenario si muore anche senza bombe. Mohammad e Suleiman Al Zawaraa avevano 14 e 13 anni. Sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre raccoglievano legna per scaldarsi. Legna, non armi. Avevano freddo, non combattevano. Le IDF li definiscono “terroristi”, collocandoli dentro una generica “zona di sicurezza”. La famiglia racconta altro: i ragazzi erano lontani dalla Linea Gialla, una linea peraltro segnata in modo irregolare, spesso invisibile. In questa guerra anche il gesto minimo della sopravvivenza viene riscritto come minaccia. A pochi chilometri di distanza, a Rafah, il confine continua a essere trattato come leva politica. La riapertura del valico viene annunciata e immediatamente subordinata al recupero del corpo dell'ultimo ostaggio israeliano. Passaggi pedonali contingentati, ispezioni totali, condizioni mobili. Il diritto di uscire diventa una concessione temporanea, revocabile, negoziata sopra le teste di due milioni di persone. Intanto il freddo completa il quadro. Zainab Mohammad Musbeh, 63 anni, muore in una tenda ad al Mawasi. Nessun attacco diretto. Basta l'assenza di muri, di elettricità, di riparo. La precarietà trasformata in normalità uccide quanto le armi. Infine il silenzio. Israele proroga il blocco di al Jazeera e amplia l'oscuramento ad altri media. Meno immagini, meno testimoni, meno possibilità di smentire versioni ufficiali che chiamano terrorismo la fame e sicurezza la demolizione. A Gaza oggi si muore raccogliendo legna. E qualcuno pretende ancora che lo si chiami tregua. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
La chiamano “linea gialla”. Avrebbe dovuto essere una convenzione tecnica ma alla fine è la sindone della ferocia israeliana. È diventata un confine mobile che avanza. Le immagini satellitari raccontano blocchi di cemento piazzati decine e poi centinaia di metri dentro Gaza City, nuove fortificazioni che riscrivono la mappa senza dichiararlo. La linea resta “gialla” solo nel linguaggio; nella pratica sposta accessi, quartieri, vite. Mentre le IDF parlano di operazioni “oltre la linea concordata”, la linea stessa cambia posizione. È urbanistica militare: si costruisce mentre si annuncia una pausa. La tregua diventa così un dispositivo spaziale, utile a riorganizzare il controllo. Sullo sfondo, il “Board of Peace” prende forma come catena decisionale: riunioni, emissari, piani a punti. La pace promessa è un'altalena di apri e chiudi i varchi. Rafah torna al centro per la stessa ragione. Ogni discussione sulla riapertura passa da tavoli diplomatici e da un nome che resta appeso, l'ultimo ostaggio. Il varco è semplicemente una leva politica, il passaggio è solo concessione. Intanto la linea avanza altrove, silenziosa, e la parola “fase” sostituisce la parola “confine”. Poi c'è UNRWA. Sedi demolite e incendiate a Gerusalemme Est, cliniche colpite nel nord di Gaza, ambulanze che corrono sotto il tiro. Colpire i presìdi umanitari significa svuotare la tregua di contenuto materiale. Senza ambulatori, senza scuole, senza magazzini, la pausa resta un comunicato. La vita quotidiana è un campo minato. La cronaca internazionale si accorcia mentre quella locale si fa rischiosa. Per questo pesa il riconoscimento assegnato a chi racconta da dentro, a chi resta quando l'accesso si chiude. La “linea gialla” vale per i corpi, per i camion, per le ambulanze, per le parole. E ogni giorno che passa, quel colore serve solo a nascondere il movimento. #LaSveglia per La NotiziaDiventa un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/la-sveglia-di-giulio-cavalli--3269492/support.
In questo capitolo entriamo in uno di quei territori chetutti attraversiamo ogni giorno, ma quasi sempre senza rendercene conto. Lo sguardo. Gli occhi. Quel canale silenzioso e potentissimo attraverso cui comunichiamo desiderio, sfida, presenza, distanza, rispetto, dominio, connessione. Siamo convinti di parlare soprattutto con le parole, e invece spesso è uno sguardo a dire tutto prima ancora che la bocca si apra. Uno sguardo che si dilata, che si restringe, che si abbassa o che regge. Uno sguardo che accoglie o che esclude. Uno sguardo che registra l'altro o che lo ignora, e che per questo può creare armonia oppure attrito, intimità oppure guerra fredda. In questo, che è uno degli ultimi capitoli del libro, ti accompagno dentro i codici oculari più profondi e meno consapevoli: quelli che parlano di attrazione e di conflitto, di coppia e di territorio, di educazione sociale e di potere relazionale. Perché capire cosa diciamo con gli occhi significa diventare molto più responsabili di ciò che comunichiamo, anche quando pensiamo di non stare comunicando affatto.Buon ascolto!
Nell'estate del 1970, in un elegante attico nel cuore di Roma, si consuma una vicenda che scuote l'aristocrazia italiana. I protagonisti sono figure di spicco della nobiltà, immersi in un mondo di bellezza, privilegio e desideri che sfuggono al controllo.Quella sera, dietro le tende chiuse di via Puccini, qualcosa si incrina. Un equilibrio fatto di rituali privati, di passione e potere, si spezza in modo irreversibile. La stampa ne parlerà a lungo, ma ciò che resta è un silenzio sconcertante e un diario aperto su una pagina che non si potrà più chiudere.Accesso esclusivo Patreonhttps://bit.ly/3C1LnZ7Seguici su Instagram https://bit.ly/3C4megwIscriviti al canale WhatsApphttps://bit.ly/4h8B6JtQuesta è un'opera di fantasia ispirata da una storia vera. Ogni riferimento a luoghi reali, eventi o personaggi realmente esistiti è rielaborato dall'immaginazione. Gli eventi narrati sono il frutto della creatività dell'autore e qualsiasi somiglianza o discordanza con persone reali, luoghi e eventi accaduti è puramente casuale.
LA BIBLIOTECA SEGRETA DI LEOPOLDO Certa gente è strana,gli piace passare le serate a leggere libri. Altri sono ancora più strani —credono alla magia che si trova tra le pagine,alle avventure fantastiche,alle storie di amori impossibili,ai fantasmi che girano fra i vivie pensano che tutto ciò che non esiste —forse invece sì. In breve, questa storia è per quelli un po' stranicome me e te —insomma, per quelli che. Allora… ascolta bene. Se dal centro del paese prendi la via per il monte,trovi una villa vecchia e nobile,che è lì da tanto tempo.Saranno sì e no 350 anniche sta lì in silenzio,osservando e respirando pianosotto il cielo toscano. Stanze enormi piene di storia,corridoi senza finee finestre grandi come sogni,ma adesso, invece di piatti e statuine di porcellana,sforna storie su carta per chi le vuole leggere. Sì, ora è la biblioteca del paese —un po' fuori mano ma tanto bella.Beh, non si può avere tutto. Insomma, fatto sta che,in una notte d'estate,avvolta da un manto di stellee la luce soffusa di lanterne delicate,la villa si era riempita di voci, musica, sorrisie tante storie raccontate e ascoltate,a voce alta o sussurrate,che si intrecciavano nell'abbraccio della festa. Indubbiamente una serata già speciale,ma fate attenzioneperché qualcosa di ancora più insolito stava per avvenire. Sì, perché anche Elisa era lì.Occhi grandi come il cielo,capelli scuri come la nottee un libro in mano — come sempre. Nonostante tutto quello che le accadeva intorno,Elisa preferiva leggere. Era lì, nel corridoio principale:fra il giardino e la corte interna,a mezza strada fra il sicuro e il forse,seduta su una poltrona un po' troppo grande per lei,immersa in una storia misteriosa e avvincente —in un mondo tutto suo. Gira una pagina, poi un'altra,si accomoda gli occhiali giallie gira un'altra pagina… Quando lentamentel'eco di una musica di pianoforteraggiunse le sue orecchie. Non ci fece tanto attenzione.Credendo che provenisse dal cortilevoltò un'altra pagina — e poi un'altra. Ma in breve tempo si rese contoche le note che sentivanon venivano dal cortile della villama da uno dei suoi corridoi —portate da un vento leggero,da luoghi lontani e senza tempo. Senza pensarci troppo,Elisa si alzò silenziosamente,si mise il libro sotto il braccioe inseguì la musica. Attraversò antichi corridoie stanze con scaffali pieni di volumidi ogni dimensione e colori immaginabili —arcobaleni di pensieri e parole in fila per unoche sembravano non finire mai. Mentre la musica diventava più marcatala luce diminuiva,le stanze che attraversavacominciarono ad apparire dimenticate,le scale di pietra che saliva e scendevaconsumate dal tempo,i corridoi laterali erano ora passaggi scuriilluminati solamente da torce alle pareti,che apparivano e scomparivano nel buiocome respiri. Una scala,una porta di legno socchiusa,un altro passaggio,un'altra scalae ancora stanze e scaffali e libri a non finire. Poi, all'improvviso,una foschia coprì il pavimentocome una marea gentilee davanti a lei una grande tenda pesante —socchiusa. Si intravedeva un po' di lucee poche scalette di legno. Le salì, quelle piccole scale,e la musica la avvolse come un abbraccio. Sul palco, candele fluttuavano nell'ariacome lucciole in una notte senza tempo.E lì, al centro,seduto davanti a un pianoforte piccolo piccolo,c'era un topo. Ma non un topo qualunque. Leopoldo indossava una giacca di tweed verde scuro,pantaloni marroni stirati con cura,e sul musetto, occhiali doratiche brillavano di una saggezza antica e gentile. Le sue dita danzavano sui tasticome se stessero raccontando un segreto. «Benvenuta, Elisa» disse, senza smettere di suonare.«Ti stavo aspettando.» Elisa sbatté gli occhi, incantata.«Come sai il mio nome?» «Ah,» sorrise Leopoldo, lasciando che l'ultima notasi spegnesse dolcemente nell'aria,«chi ama le storie riconosce sempre chi le cerca.» Si alzò, si aggiustò la giacca con un gesto elegante,e la guardò con occhi pieni di stelle. «Sai dove sei?» «Nella biblioteca del paese,» rispose Elisa,ma la sua voce tremava un po',come se sapesse che la risposta era un'altra. «Quella la conoscono tutti,» disse Leopoldo,scendendo piano dal palco.«Ogni paese ne ha una che tutti conoscono.Ma ogni paese ne ha anche un'altra —una che quasi nessuno trova.» Fece una pausa, gli occhi che brillavano. «Tu hai trovato la seconda.» --- Leopoldo la guidò verso una grande porta di legnoche Elisa avrebbe giurato non esserci un attimo prima.Si aprì lentamente, senza rumore,come un sospiro trattenuto troppo a lungo. E quello che vide le tolse il fiato. Scaffali infiniti si arrampicavano verso l'alto,scendevano verso il basso,si estendevano in ogni direzionecome spirali di galassie fatte di carta e sogni.Candele galleggiavano ovunque,illuminando libri che sembravano respirare,pulsare piano,come cuori addormentati. «Che posto è questo?» sussurrò Elisa. «Questa,» disse Leopoldo camminando tra gli scaffali,«è la biblioteca dei libri mai scritti.» Elisa lo seguì, confusa.«Libri mai scritti? Ma come possono esistere?» Leopoldo si fermò, si voltò,e la guardò con dolcezza infinita. «Ogni storia sognata esiste, Elisa.Ogni avventura immaginata prima di dormire.Ogni racconto pensato ma mai messo su carta.Vivono tutti qui,al confine tra il mondo e il sogno,aspettando.» --- Si fermarono davanti a uno scaffale. Leopoldo indicò un libro piccolo,rilegato in blu come un cielo d'estate. «Toccalo,» disse piano. Elisa allungò la mano, esitante,e sfiorò la copertina. Un calore gentile le attraversò le dita.E per un istante — solo un istante —sentì una risata di bambino,vide un drago fatto di nuvole,e un castello costruito con cuscini e coperte. «Questo,» disse Leopoldo,«era il sogno di un bambino di sei anni.Una storia che raccontava ogni sera al suo orsacchiotto.Non l'ha mai scritta.Ma esiste. Vedi? Esiste.» Elisa sorrise, il cuore leggero. --- Camminarono ancora,tra corridoi di storie silenziose,finché Leopoldo si fermò davanti a un altro libro. Questo era diverso.Più grande, rilegato in pelle scura,con lettere dorate che sembravano tremare. «E questo?» chiese Elisa, piano. «Questo,» disse Leopoldo,e la sua voce si fece morbida come una carezza,«apparteneva a una nonna.» Elisa lo toccò. E sentì qualcosa di diverso. Non una risata, questa volta.Ma una voce calda, lontana,che raccontava di una bambina coraggiosache attraversava un bosco incantatoper portare la luce a un villaggio dimenticato. «Era la storia che voleva lasciare ai suoi nipoti,»spiegò Leopoldo.«Ma il tempo... il tempo a volte corre più veloce dei sogni.Non ha fatto in tempo a scriverla.» Elisa sentì gli occhi pizzicare. «Ma è qui,» sussurrò. «È qui,» confermò Leopoldo.«Per sempre.» --- Continuarono a camminare, in silenzio,finché arrivarono a uno scaffale diverso dagli altri. Era quasi vuoto.Solo pochi libri, distanziati,e tanti spazi aperti, in attesa. Al centro, un libro senza titolo. La copertina era bianca, pulita,come neve appena caduta,come una pagina che aspetta il primo segno. «Posso?» chiese Elisa. Leopoldo annuì. Lo toccò. Niente.Nessun calore. Nessuna voce.Solo silenzio.Ma un silenzio pieno,come un respiro trattenuto. «Questo libro è vuoto,» disse Elisa, sorpresa. «Non ancora scritto,» corresse Leopoldo.«Nemmeno sognato. Non ancora.Aspetta qualcuno che trovi il coraggiodi immaginarlo.» Si voltò verso di lei,e i suoi occhi brillaronocome le candele che fluttuavano intorno. «Forse aspetta te.Forse aspetta qualcun altro.Ma aspetta.» --- Elisa rimase ferma,a guardare quel libro bianco. E capì. Capì che ogni storia che aveva immaginato,ogni avventura inventata prima di dormire,ogni sogno che credeva perso al risveglio,esisteva da qualche parte. E capì qualcos'altro. Che non bisogna avere paura di scrivere. Perché le storie esistono già —nel cuore, nella mente, nei sogni.Metterle su cartanon è crearle dal nulla.È solo aprire una portae lasciarle uscire. --- «Devo andare, vero?» disse Elisa, piano. Leopoldo sorrise.«Il tuo mondo ti aspetta.Ma ora sai che questo posto esiste.E sai che ogni storia che sogneraiavrà sempre un posto qui,che tu la scriva o no.» Fece una pausa. «Ma se la scrivi,» aggiunse con un sorriso furbo,«potrà vivere anche là fuori.E quella, mia cara, è un'altra magia ancora.» --- Elisa si ritrovò nel corridoio della villa,seduta sulla poltrona un po' troppo grande per lei,il libro ancora sotto il braccio. La festa continuava,voci e musica e risate,come se il tempo non fosse mai passato. Ma qualcosa era cambiato. Lei era cambiata. Aprì il libro che stava leggendo,guardò le pagine,e sorrise. Poi lo chiuse. Perché adesso sapevache le storie più bellenon sono solo quelle che leggiamo. Sono quelle che portiamo dentro,quelle che sogniamo ad occhi aperti,e quelle che un giorno,con un po' di coraggio,osiamo raccontare. --- *— Scritta da Marco Ciappelli* Each story is currently written and narrated in both Italian and English.The translation from Italian (the original language) to English and the reading of the stories are performed using Generative Artificial Intelligence — which perhaps has a touch of magic... We hope it has done a good job!If you like it, make sure to tell your friends, family, and teachers, and subscribe to this podcast to stay updated. You'll be able to read or listen to new stories as soon as they become available. Visit us On The Official Website https://www.storiesottolestelle.com/ Hosted by Simplecast, an AdsWizz company. See pcm.adswizz.com for information about our collection and use of personal data for advertising.
Cominciamo l'anno in grande stile, con un grande campione del calcio italiano. Campione d'Europa con la Nazionale, protagonista tra Serie A, Champions League e grandi palcoscenici internazionali. Ebbene sì, Alessandro Florenzi è passato dal BSMT. Dagli inizi a Vitinia alla crescita nella Roma, passando per le esperienze al Valencia, al PSG e al Milan, fino ai trionfi con la Nazionale culminati nella vittoria dell'Europeo 2021, Florenzi ha costruito una carriera fatta di sacrificio, lavoro e una determinazione fuori dal comune. Un percorso segnato anche da momenti difficili, infortuni pesanti e continue ripartenze, affrontati sempre con carattere,determinazione e una grande forza mentale. Al BSMT abbiamo parlato di tutto questo e molto altro: calcio, vita, famiglia e valori. Dal cammino di Santiago che ha scelto di intraprendere alla notte più incredibile della sua vita, dall'abbraccio alla nonna che ha fatto sciogliere il cuore di tutta Italia ai motivi dietro l'addio alla Roma e al ritiro dal calcio. Ne è venuta fuori una chiacchierata intensa e autentica, che ripercorre la storia di uno dei simboli del calcio italiano recente e ne svela aspetti inediti e sorprendenti. Un Florenzi come non lo avete mai visto né sentito in nessuna conferenza stampa o intervista e uno Spizzi tutto da scoprire. Buona visione! Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices
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Grandi scambi di cortesie, accordi su dazi, terre rare e investimenti sono i punti salienti dell'incontro a Tokyo tra Donald Trump e la neopremier giapponese Sanae Takaichi. Ne parliamo con Antonio Fiori, docente di Storia e Istituzioni dell'Asia all'Università di Bologna. Il viaggio di Trump proseguirà in Corea del Sud, dove il presidente statunitense incontrerà il suo omologo cinese Xi Jinping. Commentiamo il peso della questione Taiwan sui rapporti tra di due paesi con Lorenzo Lamperti, giornalista da Taipei.Infine, facciamo il punto sul viaggio a Roma del primo ministro ungherese Viktor Orban con il giornalista di Centrum Report Alessandro Grimaldi.