Il Commento e il Vangelo del giorno
Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

Gesù è immerso nella preghiera. Ha congedato la folla e ha ordinato ai suoi discepoli di precederlo sull’altra riva del lago. È sera ed egli è ancora solo con il Padre sul monte, mentre la barca con gli Apostoli è sballottata dalle onde. Le tempeste si scatenano e il mare si agita quando il Signore sembra lontano da noi e cerchiamo di guidare la barca soltanto con le nostre povere forze. Sperimentiamo allora i nostri limiti, ci assale la paura di affondare e di essere travolti dalle tempeste della vita. Ma il Signore non tarda ad arrivare e manifesta chiaramente di essere il Signore della creazione. Egli cammina sulle acque, che spaventano i discepoli ma che per lui sono come un solido sentiero. Si comprende così lo stupore degli Apostoli e il significato delle parole rassicuranti di Cristo, che vogliono infondere coraggio e dissipare ogni paura. Si comprende anche lo slancio di Pietro, che desidera imitare il suo Maestro per avere la certezza della sua presenza. Per camminare sulle acque come Cristo occorre una fede salda, capace di vincere la paura; occorre credere alla parola del Signore e accogliere le sue divine sollecitazioni anche quando le leggi della natura e ciò che percepiamo con i sensi sembrano contraddire i disegni di Dio. Il Signore Gesù continua a ripetere a ciascuno di noi, specialmente nei momenti di tempesta: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Lo ripete alla sua Chiesa e a tutti i suoi fedeli: «Coraggio… non abbiate paura. Io sono con voi».

ANNO A (Mt 14,22-36) [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: "È un fantasma!" e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: "Coraggio, sono io, non abbiate paura!". Pietro allora gli rispose: "Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque". Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: "Davvero tu sei Figlio di Dio!". Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti. Parola del Signore Mt 14, 13-21 (B-C) Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare". Ma Gesù disse loro: "Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare". Gli risposero: "Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!". Ed egli disse: "Portatemeli qui". E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Fame e sete esprimono nel linguaggio biblico non solo il bisogno fisico di assumere cibo o bevanda, ma ancor più i desideri più profondi dell’anima e tutto ciò che concorre a saziare lo spirito. Sappiamo perciò che è più facile soddisfare i bisogni del nostro corpo che quelli dell’anima. E ciò anche perché, essendo noi fatti a immagine e somiglianza di Dio, aneliamo verso l’infinito e siamo, in un certo qual senso, insaziabili. Un salmista esprime in modo efficace il significato spirituale della sete facendola diventare intensa preghiera: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua». Lo stesso Gesù, agonizzante sulla croce, dirà: «Ho sete». Alla Samaritana, al pozzo di Giacobbe, dirà che l’acqua che egli è in grado di donare con la sua parola estinguerà per sempre la sua sete e la trasformerà in una fontana zampillante. Parlando poi della fame, arriverà a parlare di un pane vivo, disceso dal cielo, capace di sfamare definitivamente e di garantire la vita eterna. Oggi egli lancia un invito all’uomo: «O voi tutti assetati, venite all’acqua». La piena sazietà, ci dice san Paolo, ci viene garantita dall’amore di Cristo, da una pienezza che solo da Dio può venire. È significativo poi che Gesù dica ai suoi apostoli e discepoli, testimoni oculari della fame di una grande folla: «Date loro voi stessi da mangiare». Non solo provocatoriamente li sprona a provvedere il pane, ma, anticipando il mandato dell’Ultima Cena, li invita a diventare essi stessi pane da mangiare. L’aveva capita pienamente questa sfida sant’Ignazio di Antiochia. Egli scriverà ai primi cristiani di Roma di lasciare che le belve nel circo lo divorino perché, triturato come grano dai loro denti, diventi farina e pane di Cristo. È ancora attuale per i sacerdoti di oggi il grande compito di farsi tutto a tutti fino a lasciarsi divorare dai fratelli per consumare quotidianamente l’eterno sacrificio che salva e che redime.

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare". Ma Gesù disse loro: "Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare". Gli risposero: "Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!". Ed egli disse: "Portatemeli qui". E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Nei Vangeli della diciassettesima settimana del Tempo Ordinario un tema ricorrente è sembrato essere quello del profetismo: non riconosciuto nella pericope di ieri, perché semplice figlio del carpentiere, e perseguitato nel passo propostoci oggi. Ogni testimonianza per Dio ha come sua logica conclusione la persecuzione, che per alcuni avviene nell’oscurità della vita e in una sorta di martirio che si consuma attraverso l’incomprensione e il disprezzo, mentre per altri può compiersi in forma più cruenta, come lo è stato per Giovanni Battista. Il profeta mette in discussione geometrie consolidate, dà fastidio ai potenti, scardina vizi ormai stabiliti. I potenti, coloro contro cui gli ammonimenti del profeta si rivolgono, sono naturalmente infastiditi da una voce che li richiama al dovere, ai princìpi a cui ogni essere umano dovrebbe attenersi, e rivolgono contro questa voce la cui unica colpa è proprio quella di seguire la volontà di Dio. La prepotenza, in qualunque forma si presenti, subdola o manifesta, non può essere un atteggiamento che il cristiano possa sostenere, anche a costo della propria vita.

Quando manca la fede, perché oscurata dal male o soffocata dall’orgoglio, le cose di Dio vengono banalizzate e ridotte a categorie umane. Ciò accade perché anche la migliore intelligenza umana non riuscirà mai a scrutare i segreti divini. Capita così agli avversari del Signore nel Vangelo di oggi. Molti suoi ascoltatori, invece di aprire il cuore e la mente alle parole di Gesù, mettono in moto sentimenti di invidia, di odio e di vendetta. Ne consegue che non vedono e non possano vedere nella persona di Cristo il Figlio di Dio, ma solo il figlio di Giuseppe, il carpentiere del paese, a loro ben conosciuto. Non possono trattenere una certa meraviglia e un grande stupore nel dover constatare che da quell’umile operaio, proveniente da una bottega di falegname, uscissero tanta sapienza e tanta potenza: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». È vero che lo stupore è l’anticamera della fede, ma senza quella divina virtù si viene soltanto sfiorati dalla verità e non pervasi e convinti. Le vittime privilegiate di questi errori sono persone dotate di buona cultura, con una discreta carriera che li pone in posti di prestigio e che non amano confondersi con gli umili, che credono perché illuminati dalla fede. Qualcuno ha scritto che il contenitore della fede è un vaso di terracotta e non di prezioso cristallo. Dobbiamo perciò dedurre che l’incredulità ha sempre in sé una evidente colpevolezza. E spesso si tratta di orgoglio. Il Signore ce ne conservi.

Leggiamo ancora una parabola del Regno e della fine del mondo. Affluiscono pesci buoni e pesci cattivi nella rete gettata dal Signore nel mare del mondo, come cresce la zizzania insieme al grano nel campo del Signore. Noi, specie se ci annoveriamo nell’ambito dei buoni, siamo impazienti di vedere la selezione finale. Procura un enorme fastidio vedere pesci cattivi appesantire inutilmente la rete, con il rischio di farla strappare, come irrita vedere che la zizzania invade il campo o addirittura sembra prevalere sul grano buono, che appare come mortificato da quell’erbaccia. Il Signore sa che il male ci infastidisce; sa del nostro zelo e della nostra impazienza, mentre noi non siamo in grado di comprendere né il suo amore, né la sua giustizia, né la sua pazienza. I tempi di Dio sono molto diversi dai nostri: egli vede in chiave di eternità, noi siamo impauriti dal tempo che ci sfugge per condurci alla fine. Il nostro senso di giustizia è molto approssimativo e sommario. Egli, il Signore, solo Lui sa coniugare perfettamente amore e giustizia, misericordia ed equità, presente e futuro… Dobbiamo saper attendere quell’ultimo giorno e imparare sin da ora che l’argomento dell’esame sarà l’amore, sentito e manifestato concretamente nella carità operosa. Allora vedremo anche la sorte dei pesci cattivi e della zizzania. Vedremo ardere anche i fastelli dei tralci secchi, ma soprattutto comprenderemo che i primi a beneficiare dell’attesa e della pazienza di Dio siamo stati proprio noi. Allora la nostra perplessità o incomprensione di oggi si cambierà in canto di lode e di benedizione in eterno.

Nel Vangelo di oggi troviamo due termini familiari: ascoltare e fare la volontà. Se, nell’atteggiamento di ascolto, tutto il nostro essere si apre fiducioso verso l’altro, anche il fare la volontà, sia di Dio sia di un’altra persona, a prima vista non ci sembra così positivo. Anzi, sappiamo, grazie alle scienze psicologiche, quanti meccanismi perversi possono nascondersi dietro questo atteggiamento. Ma l’ascolto è propedeutico al «fare la volontà»; anzi, questa si manifesta in pienezza quanto più si è capaci di tendere l’orecchio del proprio cuore per scrutare i segni della presenza di Dio. In tal modo, il compiere la volontà divina non è un mero sottomettersi a qualcosa o a qualcuno più grande e potente di noi. Sarebbe una sorta di fatalismo che ci ridurrebbe a essere infelici. È, invece, un gesto profetico che ci fa cogliere l’essenza stessa della realtà. Così riconosciamo che ci sono legami che vanno ben al di là della carne e del sangue, che ci sono valori che superano le mode e che la nostra contingenza può essere essere superata volgendo lo sguardo verso l’Assoluto. E poi… «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui».

È la domanda che, apparentemente, sembra legittima, rivolta dai farisei a Gesù. Con essa vogliono un segno che dimostri visibilmente che Gesù sia il Messia, quel Messia che il popolo d’Israele si aspettava per il proprio riscatto politico. Siamo ancora lontani dalla comprensione, da parte degli Ebrei, che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, venuto per redimere il peccato del mondo con la sua morte e risurrezione. Questa richiesta è la stessa che verrà poi rivolta a Gesù morente sulla croce. Forse si può credere a Gesù solo se lo si vede scendere dalla croce per restaurare il regno davidico? In questa richiesta, così come è posta, si nasconde una sfiducia nell’operato stesso del Signore. La condanna di Gesù si riferisce proprio alla chiusura del cuore dei suoi ascoltatori. Il Signore, per essere accolto, dovrebbe dimostrare la sua potenza con eventi spettacolari e incredibili. Noi, invece, siamo capaci di leggere nei segni dei tempi, nei miracoli quotidiani, l’operare di Gesù Messia, anche nelle piccole cose che ci sembrano poco importanti? Proviamoci…

“Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Ci stupisce e suscita in noi mille interrogativi quella strana mescolanza di bene e di male che, in rivoli diversi, scorre sotto i nostri occhi. Vediamo riversata nei nostri cuori la bontà di Dio, che ci muove al bene e alle migliori espressioni di amore, ma non sfugge al nostro sguardo il male che si nasconde, si annida nel nostro spirito per poi emergere prepotente, fino a farci temere il soffocamento di ogni bontà. Non facciamo fatica a riconoscere la fonte primaria e unica del bene che è in noi: l’ha seminato il buon Dio, infondendo in noi un alito di vita e un germe d’immortalità. Ci ha resi simili a lui, ornandoci di una grande dignità. Ha sparso nel campo del mondo, come Creatore, il buon seme, dando la vita a tutto ciò che esiste. Ci colma di stupore e di meraviglia quando contempliamo le sue opere: “Come sono grandi le tue opere, Signore!”, esclamava il salmista. Poi quello stesso splendore appare deturpato nella natura e nella nostra vita. San Paolo affermava domenica scorsa: “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto”. Al gemito della natura che ci circonda si associa, sin dal principio, il dolore dell’uomo: “Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. Ed ecco l’interrogativo che da sempre l’uomo rivolge al suo Creatore e Signore: “Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?”. È chiara la risposta del Signore: “Un nemico ha fatto questo”. Anche il male ha la sua fonte; è scaturito da una ribellione che ha tramutato in odio l’amore. Si è insinuato nella vita dell’uomo e ne ha deturpato la splendida immagine che Dio vi aveva impresso. Da qui scopriamo l’effetto della zizzania sparsa nel campo del mondo. La frenesia del bene ci fa desiderare e sperare un intervento immediato del Signore che ci consenta di estirpare dalle radici il male dal nostro mondo, ma dobbiamo, pur senza rassegnarci a esso, dotarci di pazienza e comprendere, alla luce dello Spirito, che ogni esperienza umana è da redimere perché vissuta nella realtà del peccato e poi affidata alla divina misericordia. Per questo il sacrificio di Cristo è un memoriale che si ripete con tutta la sua efficacia, in continuità, nella vita del mondo e di ogni uomo. Solo alla fine potremo finalmente constatare che tutto è stato restaurato in Cristo e la giustizia ha vissuto in pienezza il suo trionfo.

Si alternano nel Vangelo, nei confronti di Cristo e del suo annunzio, momenti di sdegnoso rifiuto e altri di corale e simpatica accoglienza. Resta per noi misterioso come avvenga che le volontà degli uomini, dinanzi alla stessa verità, dinanzi alla stessa persona, dinanzi al Figlio di Dio incarnato, abbiano comportamenti così diversi e talvolta contrastanti. Molti lo seguono, alcuni cercano addirittura di toglierlo di mezzo. Gesù non si arresta dinanzi alle minacce degli uomini, rimane perseverante nel compiere la sua missione di sanare e guarire. Egli, quell’umile “servo” di cui parla Isaia, deve annunciare il diritto e la giustizia alle genti. Gode delle compiacenze del Padre ed è stato da lui prescelto per essere luce delle nazioni; deve annunciare a tutti la verità incontestabile che sgorga dallo stesso Spirito, ma, come è sempre nello stile di Dio nei nostri confronti, “Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce”. Il parlare divino non è mai violento, ma assomiglia al “mormorìo di un vento leggero”. Sono le sue amorevoli carezze, percettibili soltanto da chi ha il cuore semplice e puro, dove anche i sussurri giungono chiari e trovano accoglienza. Il suo nome diventerà motivo di salvezza per tutti; nel suo nome spereranno le genti. Così canterà san Paolo scrivendo ai Filippesi: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. È l’esplosione della fede e l’affermazione del Regno di Dio sulla terra. Il “servo” patisce la sua passione, subirà la condanna degli uomini che tenteranno di “toglierlo di mezzo” definitivamente, ma in quel gesto insano il Signore troverà la via della vittoria finale e il motivo del nostro definitivo riscatto nel trionfo della risurrezione.

In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni».

San Benedetto, scrivendo ai suoi monaci nella Regola, parla di uno zelo buono che induce all’amore verso Dio e verso il prossimo e di uno zelo “amaro”, che è indice di umana grettezza, separa dal bene e conduce all’inferno. Quest’ultimo è quello che spesso mostrano scribi e farisei nei confronti di Cristo e dei suoi discepoli. Sono essi i predecessori e i maestri di tutti coloro che hanno sempre aperto un codice di comportamento per gli altri e che lo usano costantemente per giudicare e condannare. Sono tra i peggiori nemici della vera fede perché, illudendosi di zelare la giustizia, rinnegano di fatto la carità e l’amore. Spogliano il buon Dio della sua essenziale prerogativa, che è appunto il perdono e la misericordia. Fanno uso della legge come di una lama tagliente, non per curare il male, ma per uccidere i malati. È una brutta razza che trova sempre i suoi adepti anche nella nostra Chiesa. Il Signore Gesù ci raccomanda: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?”. Il pretesto che trovano oggi gli scribi è quello di vedere i discepoli del Signore che, in giorno di sabato, colgono delle spighe di grano per mangiarne i chicchi. Ed ecco pronta la loro sentenza di condanna: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato”. Gesù in poche battute dimostra loro quanto sia malizioso e assurdo il loro giudizio, citando esempi tratti dalla Sacra Scrittura, dalla stessa fonte da cui essi ritengono di poter motivare le loro valutazioni. Poi aggiunge: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio”. Se il tempio, la Chiesa e la religiosità vengono interpretati come puro legalismo, si svuotano di Dio e restano solo pietre e macigni che gravano pesantemente e mortalmente sull’uomo. “Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa”. Solo nel Signore riusciamo a coniugare, con divina sapienza, giustizia e misericordia, peccato e perdono, colpa e assoluzione. La legge senza l’amore è solo vincolo e laccio, serve per gli schiavi e non per i figli, riempie le carceri del mondo e rischia di riempire di dannati gli inferi. Non è questa la missione di Cristo, non è questa la missione della Chiesa e dei suoi ministri. È facile condannare anche gli stessi preti e i vescovi o usare il bastone quando serve… ma dopo ci deve essere l’accoglienza misericordiosa del Padre, prodigo sì, ma d’amore e non della gogna umana…

Gesù oggi ci ammonisce: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati». Per ergerci a giudici del nostro prossimo dovremmo avere almeno due condizioni che raramente si realizzano in noi: dovremmo essere sgombri da difetti e da peccati, avere cioè uno sguardo limpido e poi essere certi di essere mossi e guidati dalla vera carità. A quel punto, però, non si tratterebbe più di giudizio, ma di correzione fraterna. Ci torna alla mente la famosa favola di Fedro e delle due bisacce, una posta dietro le nostre spalle, carica dei nostri difetti, e l’altra sul davanti, con i difetti degli altri. Vuol dire che siamo umanamente propensi a vedere facilmente le manchevolezze degli altri e restii a vedere le nostre. Pare inoltre che ci piaccia scrutare il male degli altri anche per scusare il nostro. Questi potremmo definirli i moti spontanei dell’anima, ma sicuramente non danno spazio alle virtù cristiane. Gesù dice chiaramente: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui». Se avessimo subìto il giudizio di Dio secondo la più perfetta equità, saremmo tutti incappati inevitabilmente in una severa e irrevocabile condanna. È prevalsa invece la misericordia, il perdono, la redenzione, a prezzo del sangue di Cristo. Per questo il Signore non solo ci sollecita a non giudicare alcuno, ma aggiunge: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». Non possiamo mai dimenticare che Colui che ha predicato e praticato l’amore fino al dono della vita, come suprema testimonianza, è stato vittima di un giudizio iniquo e di una condanna assurda. E dopo Cristo i giudizi e le condanne inique si sono moltiplicati nel mondo, creando una vera schiera di vittime e di condannati innocenti. Così si agisce quando la misura dell’agire umano è la fredda norma scandita dalla ragione e spoglia di misericordia. Càpita ancora che proprio coloro che hanno la trave negli occhi vogliano togliere la pagliuzza dall’occhio altrui, cadendo nella peggiore ipocrisia. Chiediamo al Signore la grazia della santità.

Le persecuzioni più subdole e pericolose che la Chiesa ha subìto e subisce ancora non sono quelle che manifestamente e con palese violenza l’avversano. Anzi, sin dall’inizio, illuminata dallo Spirito, la Chiesa ha compreso che il sangue dei martiri è il seme fecondo che fa germogliare i frutti migliori nel suo campo. Le trame nascoste, le insidie interne, i tradimenti compiuti nel segreto, l’infedeltà dei ministri e dei fedeli, le apostasie, gli abusi: sono queste le persecuzioni più pericolose perché, pur non causando spargimento di sangue e non mietendo vittime, creano disorientamento nel gregge di Cristo e causano la morte spirituale di tanti e tante. Gesù ha messo in guardia i suoi, prima ancora di inviarli a compiere la sua missione: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Oggi il Signore vuole fugare ogni paura e spegnere ogni timore nei suoi: “Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato”. Gesù vuole dirci che, momentaneamente, gli uomini, nella loro malvagità, potranno tentare anche di oscurare o stravolgere la verità, ma questa, di sua natura, perché sgorgata da Dio stesso, è destinata a trionfare, ad essere svelata: è un trionfo preannunciato. Occorre solo il coraggio, la fermezza di non desistere dinanzi alle umane opposizioni: la verità va gridata con tutta la nostra voce e con tutta la nostra vita: “Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti”. Già un salmista, cantando la gloria di Dio, con accenti profetici, asseriva: “Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola”. San Paolo, parlando del suo ministero, scrive: “Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita”. Risuonano nelle parole dell’Apostolo quelle già proclamate da Cristo: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l’anima e il corpo nella Geènna”. Ciò implica una sapiente valutazione dei valori che lo stesso Dio ci ha donato: siamo corpo e spirito; il corpo fisico è destinato a finire, l’anima è stata dotata di immortalità. Non siamo in grado di fare questa valutazione solo con la nostra ragione: occorrono la fede, la luce dello Spirito e l’esperienza quotidiana. Ci conforta la risurrezione di Cristo: egli è passato attraverso la passione e la croce, ma per quella via ha conseguito la vittoria. Noi non possiamo pretendere di percorrere una strada diversa dalla sua.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: "Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli".

Oggi è sabato, giorno della memoria della Beata Vergine Maria. L’esempio di Maria, Madre di Dio, che dedica tutta la sua vita al servizio del Signore, è in pieno contrasto con la prima lettura, dove il popolo ebreo viene ripreso dal profeta Zaccaria (circa otto secoli prima di Cristo), perché trascura il culto del vero Dio per prostrarsi dinanzi a divinità create dalla fantasia dell’uomo. Il profeta viene fatto morire, ma non si fa attendere la punizione del Signore, che mette Gerusalemme e i suoi abitanti nelle mani degli Aramei e, in una congiura, anche il re Ioas, che ne aveva decretato la morte, viene ucciso. Infatti, anche il Vangelo ci ricorda che il nostro spirito non può essere diviso: non possiamo servire sia Dio sia gli idoli. I santi ci sono d’esempio. Spesso leggiamo nelle loro vite la preferenza della forza spirituale alle ricchezze del mondo e alle mollezze dell’anima. Quanti di loro hanno preferito la povertà e il pieno abbandono alla divina Provvidenza, tanto oggi dimenticata. Tanti, attratti dall’amore del Signore Gesù, si sono preoccupati di vivere nel distacco dai beni di questa terra, in attesa di quelli eterni. Voglia il Signore suscitare nell’animo dei giovani il desiderio di coltivare nel proprio cuore i veri valori dello spirito e invogliare anche alla vita di consacrazione quanti avvertono nel loro cuore il soffio della chiamata del Signore. Il richiamo alla realtà della nostra precarietà, della nostra insicurezza e instabilità, ci doni un abbandono filiale alla divina Provvidenza, che ci assicura la sua amorevole assistenza, adducendo come esempio i gigli, l’erba del campo, che da Lui ricevono bellezza e splendore. L’esortazione a cercare il regno di Dio e la sua giustizia ci trovi più disponibili, spronati nel servizio a Dio e ai fratelli.

Con orrore ascoltiamo quanto ci narra la prima lettura. Atalia, madre del re deceduto Azaria, per assicurarsi il regno, fa uccidere tutti i possibili pretendenti, tutta la famiglia regale. A sua insaputa, viene salvato però un figlio del re di due anni, che viene tenuto nascosto. Quando egli raggiunge il settimo anno, per opera del sommo sacerdote Ioiada, viene fatta giustizia. Ioas viene acclamato re e Atalia, uccisa fuori del tempio. Sono vicende umane che si ripetono nella storia delle nazioni, in cui l’ambizione del comando e del potere, della ricchezza, con la sete di felicità e di successo, perverte l’animo umano, spingendolo a esecrandi misfatti. Gli ammonimenti che ci vengono dal brano del Vangelo potremmo vederli sulla stessa linea. Anche Gesù mette in guardia dal pericolo delle ricchezze. Sono beni effimeri che ci possono essere rubati da un momento all’altro. Non costituiscono la vera felicità dell’uomo, che è altrove, nell’umile obbedienza alla volontà del Signore. Non le porteremo con noi. Ci invita a procurarci quei tesori di grazia che nessuno potrà mai rubarci, se nel nostro cuore ci sono sincerità e rettitudine. È dal cuore che escono tutti i cattivi pensieri e le indegne intenzioni. La limpidezza dello sguardo denota anche la rettitudine delle intenzioni. Quando entra dentro di noi il peccato, lo sguardo si fa oscuro, torbido. Suona dentro di noi come un campanello d’allarme che ci mette in guardia contro deviazioni e ingiustizie. Allora dovremmo seguire il consiglio che san Benedetto, seduto a cena, suggeriva al monaco che gli reggeva il lume, agitato da pensieri di superbia: “Segna il tuo cuore, fratello, segna il tuo cuore! Non è retto quello che tu pensi!”. Quante volte i nostri pensieri, le nostre intenzioni, le nostre azioni sono contro la verità, benché avvolti da un manto di perbenismo. Ci liberi il Signore da tante doppiezze; ci doni la forza della sincerità del “sì, sì” e del “no, no”!

Oggi la Parola di Dio richiama la nostra attenzione sull’esistenza della violenza nella società. La prepotenza messa in atto da Acab, coadiuvato dall’animo crudele della moglie Gezabele, miete anche oggi vittime inermi e indifese come Nabot. Non sono solo episodi di bullismo, commessi nel mondo dei giovani. L’innata bramosia di ricchezza, di potere, di prestigio continua ad armare la mano di tanti Caino contro i fratelli Abele. Fatti di violenza e di ingiustizia, notizie raccapriccianti dei telegiornali quasi d’ogni giorno, turbano la vita di quanti vorrebbero vivere nella serenità: figli che si levano contro i genitori e i nonni per carpire quattro soldi; ladri che derubano e, a volte, incrudeliscono contro poveri anziani indifesi; i prepotenti che avanzano nei pubblici impieghi, nei posti di comando e meglio rimunerati mediante sotterfugi e inganni, mortificando chi ha più talento e capacità. Che dire poi delle mafie in genere? Una catena di violenza e di delitti che incute terrore. Dinanzi a queste ingiustizie viene naturale la reazione, la spinta alla vendetta. La Parola di Dio frena il nostro sdegno e ci invita a ragionare. La legge ebraica aveva messo un limite alle rivendicazioni con la norma: “Occhio per occhio, dente per dente”. Non vuol essere un invito, ma stabilire la misura: non puoi fare al tuo nemico un danno maggiore di quello che tu hai ricevuto. La legge evangelica ci chiede ancora di più. Non opporsi al malvagio, ma cedere: “Anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Quanto cammino dobbiamo ancora fare per raggiungere quel controllo di noi stessi e quella mansuetudine che ci permettano di imitare il nostro Maestro e Salvatore! Se la Parola del Signore ci sorprende in lite con qualcuno, con la coscienza che ci ammonisce di torti e ingiustizie che magari stiamo perpetrando, prestiamo ascolto alla voce di richiamo. Ricordiamo: “Ascoltate oggi la sua voce, non indurite il vostro cuore!”.

La compassione è segno evidente di amore; si soffre per chi e con chi si ama. Gesù oggi posa il suo sguardo sulla folla che lo segue e il suo spirito di Uomo-Dio si muove a compassione per loro perché egli vede quella gente come pecore senza pastore. Il suo sguardo va oltre il tempo e oltre i confini dello spazio. È urgente per loro, per tutti, che abbiano guide sicure, pastori sapienti e santi. Egli ha detto di se stesso: “Io sono la via”, “Io sono il buon pastore”; si è detto disposto a dare la vita per le sue pecorelle, si è messo alla ricerca della pecora smarrita e tutte le ha difese dagli assalti dei lupi. La sua presenza nel mondo è però limitata nel tempo; vuole perciò assicurare un prolungamento senza fine del suo annuncio di salvezza e ha quindi urgente bisogno di ottimi pastori da inviare in sua vece e nel suo nome per quella folla e per tutte le genti di tutti i tempi. Gesù convoca a sé i dodici e dà loro poteri speciali, gli stessi che egli esercita durante il suo peregrinare nel mondo: scacciare i demoni e guarire ogni genere di infermità. Quindi l’evangelista Matteo elenca i nomi dei dodici; sono i primi di una serie interminabile e meritano questa citazione speciale. Loro si muovono sulle orme di Cristo e tutti gli altri che seguiranno percorreranno le stesse orme, compiranno gli stessi prodigi, annunceranno lo stesso Vangelo. Ha così origine la schiera dei missionari e così nasce la Chiesa missionaria. Cristo continua, nei suoi ministri, a essere presente e vivo nelle strade del mondo. L’annuncio del Regno ha ormai la sua continuità. La loro missione gradualmente si aprirà al mondo intero finché, in ogni angolo del mondo, non sarà udito il messaggio della redenzione. Strada facendo devono dare un annuncio essenziale di salvezza: “Il Regno di Dio è vicino”. Le pecore smarrite e senza pastori troveranno così le loro guide, i dispersi potranno tornare all’ovile, i malati potranno recuperare la salute e i peccatori potranno sperimentare il dono della misericordia, gli affamati potranno saziarsi del pane di vita. Cristo si affida alla fragilità degli uomini; potrà quindi accadere che talvolta gli stessi pastori rischieranno momentaneamente di smarrirsi e di cedere alla tentazione di avventurarsi in pascoli non buoni, ma il Signore si è fatto garante per tutti loro: egli è disposto a cercare non solo la pecora smarrita, ma anche i pastori, anche quelli che si renderanno indegni del loro mandato. Lo ha dichiarato esplicitamente: “Io sarò con voi sempre, sino alla fine dei tempi”.

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!". Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".

La Chiesa ricorda oggi, dopo il Cuore Sacratissimo di Gesù, il Cuore Immacolato di Maria. È una memoria facoltativa e la liturgia ci fa scegliere tra le letture del giorno o quelle della memoria, con sempre la preferenza della “lectio continua”. Pertanto scegliamo le letture del giorno, che possono essere utilizzate anche nella celebrazione della Madonna Santissima. L’esempio di Maria, Madre di Dio, che dedica tutta la sua vita al servizio del Signore, sembra in pieno contrasto con le letture di oggi. Il raggiro, la doppiezza, il sotterfugio, l’inganno, la menzogna… sgorgano sempre da un animo interiormente inquinato, da chi ha bisogno di nascondere la verità, di prevaricare sull’altro, di difendersi o di difendere qualcun altro in modo maldestro e mendace per le proprie o altrui malefatte. Si può arrivare fino a stravolgere totalmente la verità, minando alla radice la giustizia. Conosciamo le bugie dei bambini, che spesso hanno tutte le caratteristiche di una legittima difesa dalle indebite imposizioni degli adulti, ma conosciamo anche le bugie dei grandi, quelle che causano gravi danni alle persone. Il ricorso al giuramento è proprio di chi dubita della verità o vuole farla riconoscere come tale anche quando è palese menzogna. Si vuole chiamare Dio a testimone di quanto asseriamo e non è difficile comprendere come si incorra nello spergiuro quando non si proclama la verità. È un grave peccato che trova le sue reali dimensioni nell’offesa arrecata a Dio, convocato e nominato invano e inopportunamente, e nel danno che si procura con la falsità proclamata. Talvolta siamo chiamati a giurare anche nei tribunali del mondo, che hanno il compito di definire la giustizia in fatti contenziosi; anche lì il nostro dire deve essere assolutamente conforme alla verità che conosciamo, anche se, nella stragrande maggioranza dei casi, in quelle circostanze non si giura più su Dio o sul Vangelo. Il cristiano, comunque, come ci dice lo stesso Signore, non deve giurare affatto: “Né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello”. “Sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. Gesù fa riferimento alle diverse forme di giuramento che venivano proclamate ai suoi tempi; la conclusione, però, non dà adito a dubbi: chi vive in Dio, chi conforma tutta la sua vita a Cristo, non ha bisogno di ricorrere ad alcuna formula di giuramento perché possiede in sé la verità assoluta, che deve essere continuamente testimoniata in tutti i suoi comportamenti e in ogni circostanza. L’unico giuramento è l’incondizionata fedeltà al Dio vero, da testimoniare sempre, fin dal nostro battesimo, con le parole e con le azioni. Il resto viene dal maligno, definito menzognero fin dal suo apparire nella nostra storia.

La Festa del Sacro Cuore ci porta al centro della nostra salvezza, al grande motivo che ha spinto il Padre celeste a donarci il suo Figlio per la salvezza dell’uomo. Tutta l’opera della salvezza ha inizio dal Cuore immenso del Padre che vuole riempire il vuoto del cuore umano. Le letture proposte alla nostra considerazione ci invitano a riconoscere e lodare Dio per la scelta preferenziale a nostro favore, chiamandoci alla fede, ad amarlo e ad estendere questo amore ai fratelli sull’esempio di Gesù, a ringraziare il Padre con lui perché ha voluto rivelare a noi, povere e misere creature, la ricchezza della sua sapienza. Forte è nel nostro cuore l’anelito alla felicità, ma questa suppone l’appagamento di tutti i nostri desideri, mortificati dall’instabilità delle cose. Il più profondo desiderio è quello di amare ed essere amati. Per questo ci tuffiamo su tutto ciò che sembra colmare questo nostro vuoto, ma ne rimaniamo scottati perché l’amore umano, così limitato e volubile, non ci appaga se non per un istante. Viene Gesù che ci presenta il suo Cuore come sede del vero amore, di un amore perenne; ci rivela che solo in questo amore noi possiamo trovare la felicità di cui siamo tanto assetati, purché ci poniamo nell’obbedienza al Padre. Sarebbe per sé scontato lasciarsi conquistare da questo amore, almeno come sentimento di gratitudine a lui che ci invita a entrare nel segreto del suo cuore attraverso il costato aperto. Invece, chini come siamo verso la terra, siamo sordi a questi richiami, lasciamo inascoltati i gemiti di quel Cuore che ripete il lamento, come a santa Maria Margherita: “Ecco quel cuore che tanto ha amato gli uomini… dai quali è così poco amato!”. Un lamento che dovrebbe ferire la nostra sensibilità. Non è il Signore che ha bisogno di noi, ma siamo noi che, senza il suo amore e la redenzione che ci ha regalato, resteremmo chiusi nella nostra angoscia. Amiamo, cerchiamo di ricambiare quell’amore, per quanto poco ci sarà possibile; ogni sforzo vale “oro”, che è la vita eterna.

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: questo comando del Signore fa parte integrante della missione degli apostoli nella memoria liturgica di san Barnaba. Chiamati da Cristo a essere i suoi prediletti solo per una sua libera scelta di amore, quindi nell’assoluta gratuità, alla stessa maniera essi devono intraprendere e svolgere la loro testimonianza dinanzi al mondo. Devono annunciare a tutti ciò che essi stessi per primi hanno visto, udito e sperimentato. Il Regno dei cieli è vicino, ma molti devono essere sanati, risuscitati, liberati dal male affinché possano entrarvi ed esserne partecipi. Devono ripetere a loro volta quello che ha fatto Gesù durante la sua vita. Egli ora vuole trasferire a loro l’energia della sua parola, la sua forza di compiere prodigi, la capacità di essere testimoni veraci e credibili. Li vuole liberi da ogni terrena preoccupazione, li spoglia di ogni umana sicurezza, dando loro soltanto la garanzia che l’operaio ha diritto al suo nutrimento. Non indica loro neanche un indirizzo preciso a cui rivolgersi o dove andare; Gesù dice: “Strada facendo”; apre loro tutte le vie del mondo, tutte le strade dove vivono gli uomini affinché tutti trovino la Via del Regno. Deve essere ancora tale la strada del Vangelo, così devono comportarsi gli annunciatori delle verità di Cristo. Li accompagna una certezza: che egli è con loro sulla stessa strada, sugli stessi percorsi, talvolta impervi e spesso inospitali: “Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene! Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo”. Non ci scoraggiamo per questo, anche perché lo stesso Signore ci avverte che “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Spesso la morte del chicco di grano comporta la morte anche del seminatore: “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. Questo è il vissuto di Barnaba, questo è ancora il vissuto della Chiesa, ma resta sempre vero che il sangue del martire è il seme fecondo da spargere nel campo del Signore.

“Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”. San Paolo, in una delle sue lettere, aggiunge: “Compimento della legge è l’amore”. Poi, per farci meglio comprendere come sia avvenuto il compimento, lo stesso apostolo afferma: “La legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito”. È evidente l’alternativa: o camminare secondo la carne o lasciarsi guidare dallo Spirito. È la via nuova tracciata da Cristo, che, incarnandosi in Maria per opera dello Spirito Santo, ha assunto ed elevato la nostra natura umana, imprimendo in essa il sigillo della divinità. La legge, calata nella carnalità dell’uomo, era solo causa di peccato e ne definiva l’entità. Ora, santificati in Cristo, irrorati dallo Spirito, siamo capaci di comprendere la legge non più come un capestro che schiavizza, ma come luce e lampada ai nostri passi. Solo nell’amore siamo capaci di convincerci che quanto il buon Dio ci comanda è la cosa migliore che si possa pensare per noi. Ecco perché Gesù, pur rinnovando la legge, facendola diventare il comandamento nuovo, afferma: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto”. Egli stesso, nella sua persona, nella sua missione, nella sua morte e risurrezione, sarà il compimento della legge. Lo dichiarerà esplicitamente dall’alto della croce, prima di esalare l’ultimo respiro: “Tutto è compiuto”. In quel “compiuto” egli ha poi inserito tutti noi, la sua Chiesa, sparsa nel mondo, dandoci il mandato di amare Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente e con tutte le nostre forze e il nostro prossimo come noi stessi. Così la legge, che all’inizio era solo causa di morte spirituale, non viene abolita, ma completata nell’amore a Dio e al prossimo e diventa così strumento di santificazione e via di salvezza.

Altro Vangelo provocante, quello odierno, per il celebre paragone di Gesù che disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra…, voi siete la luce del mondo”. Notiamo la dimensione universalistica espressa in “la terra” e “il mondo”: sono l’intera umanità. Grandissima missione, essere uomini e donne che danno sapore e senso alla vita, che danno luce e convinzioni agli altri. Con altrettanta evidenza, tuttavia, c’è il rischio di essere insipidi, di perdere quella novità a cui tutti dovrebbero poter guardare per imparare a sperare in Dio. Se i discepoli venissero meno al loro compito rispetto al mondo, non servirebbero più a nulla; anzi, rischierebbero di essere “gettati via e calpestati dagli uomini”. “Voi siete”: grande fiducia da parte del Signore per i suoi discepoli! Grande responsabilità per i discepoli nei confronti di coloro ai quali sono mandati! “Voi siete” costituisce già un’identità, data certo come dono, in unione con Gesù, vera “luce degli uomini”. La luce, che non può essere nascosta come una città posta sopra un monte e che sarebbe assurdo mettere sotto il letto come la lucerna in casa, sono le “buone opere” dei discepoli. Si tratta di quelle opere che rendono visibili la giustizia, la misericordia, la pace e l’impegno sociale dei discepoli, per mezzo delle quali essi si rivelano autentici figli di Dio. Infatti questo dovere coerente e pratico dei discepoli è un irraggiamento di quella luce che deve condurre gli uomini a riconoscere la fonte luminosa e sapienziale: il Padre che è nei cieli.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Dopo aver pregato per i suoi discepoli, Gesù prega ora per tutte le generazioni dei credenti. I discepoli - come spesso ricorda il Papa - non devono isolarsi nella loro fede come in una torre d’avorio: sono la cellula che si svilupperà in una comunità sempre più vasta di credenti, mediante la fede attinta al Vangelo, predicato dai primi discepoli d’ora in poi, sotto la guida dello Spirito Santo. È attraverso la loro predicazione che i credenti di ogni tempo, anche quelli di oggi, vengono misteriosamente a contatto con il Verbo, che si è fatto carne per la salvezza di tutti, e formano con lui e con il Padre un’unità perfetta. Questa unità tra i discepoli non è solo una forte aggregazione basata su affinità cultuali e culturali, ma deve avere una precisa connotazione teologale: deve essere un’unità come quella che esiste fra il Padre e il Figlio, una comunione di tutti con il Padre e il Figlio. Tale unità, realizzata nei discepoli, è condizione “perché il mondo creda che il Padre ha inviato Gesù” come suo Figlio e salvatore degli uomini. “Io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità, e il mondo conosca che tu mi hai mandato, e li hai amati come hai amato me.” Questa comunione è possibile solo nell’amore: solo con l’amore una persona può essere nell’altra. L’incarnazione di Dio in Cristo e nei credenti deve essere un motivo di credibilità per il mondo; il mondo crederà in Dio solo quando lo vedrà in coloro che lo attestano. Si tratta comunque di una comunione di vita da cercare e da realizzare progressivamente fino al compimento. Gesù ha pregato per l’unità dei discepoli ai quali ha trasmesso le parole udite dal Padre, ai quali invia lo Spirito Santo per guidarli alla verità tutta intera, e che sono conservati in questa fede dall’amore del Padre e dalla preghiera del Figlio. Non troviamo in ciò una risposta immediata ai nostri attuali problemi ecumenici, ma siamo collocati nel clima nel quale sperare e operare per l’unità intesa da Gesù.

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

La preghiera di Gesù per i discepoli prende ora in considerazione la loro situazione nel mondo dopo la sua definitiva partenza. «Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi». Gesù avverte il bisogno di raccomandarli al Padre in modo tutto speciale, affinché siano custoditi in quella sfera divina che egli stesso ha loro dischiuso. Questa implorazione è rivolta al «Padre santo», espressione che manifesta insieme intimità, venerazione e rassicurante protezione per i discepoli. Gesù ha fatto tutto il possibile per mantenerli in questo clima di amore, eccetto «il figlio della perdizione». Ad essi ha trasmesso la parola del Padre, ma ora li vede minacciati dal mondo, che li odia perché non gli appartengono. Per questo la sua premura giunge sino a invocare la potenza del Padre, affinché «li custodisca dal maligno». Questa elezione dei discepoli, che comporta anche una separazione dal mondo, è orientata alla loro «consacrazione nella verità». Subito viene precisato che tale verità è la parola del Padre, che Gesù ha fatto conoscere ai suoi. Anche Gesù ha «consacrato se stesso», rendendosi obbediente al Padre fino all’offerta della propria vita in sacrificio. Questa testimonianza sacrificale diventa ormai norma e modello della santificazione dei discepoli. Essi - e tra loro ci siamo anche noi - ricevono dal Padre l’iniziativa della santificazione, ma sono chiamati a tendere continuamente ad essa, guardando a Gesù come all’esempio perfetto di obbedienza totale e di piena donazione. «Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo; e per loro consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità».

Siamo nel vangelo di oggi nel cosiddetto discorso sacerdotale, nel quale Gesù ci lascia intravedere la profondità del suo cuore e ci svela le ansie e i sentimenti che lo abitano. Ecco ciò che possiamo apprendere: anzitutto, il cuore di Cristo è come consumato dal desiderio del Padre suo. «Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è giunta l’ora: glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio tuo glorifichi te”». Sappiamo dall’evangelista Giovanni quale significato assuma il verbo “glorificare”. E' la croce la glorificazione del Padre: è il mistero dell’amore obbediente di Cristo Signore e, insieme, dell’amore fraterno riversato su tutti noi. Ecco dunque l’ansia di glorificare il Padre, un’ansia che non si arresta dinanzi alla croce e che ci rivela quale debba essere anche il nostro desiderio di glorificare il Padre, che chiamiamo con questo nome e che veramente tale è nei nostri confronti. Se gli occhi di Gesù sono “alzati al cielo”, nell’atteggiamento di chi implora il Padre, lo sguardo del suo cuore è però rivolto agli «uomini che il Padre gli ha dato dal mondo», affidandoli a lui. A loro Gesù ha fatto conoscere la realtà profonda e misteriosa del Padre e ha trasmesso le parole ricevute da lui. Se il Padre deve glorificare Gesù, lo faccia anche custodendo questi credenti sotto la sua protezione. Proprio la partenza di Gesù verso il Padre rende necessaria e urgente questa fervida intercessione. Anche noi, che ora abbiamo ascoltato queste parole, ci sentiamo posti da questa supplica nelle mani del Padre e viviamo la nostra appartenenza terrena nella fiducia del Signore. È bello e consolante sapere che Gesù ha pregato e continua a pregare così per noi, mentre siamo ancora in cammino per le vie del mondo.

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».

Le parole dei discepoli sono ora piene di buone intenzioni, perché ritengono di aver capito che Gesù stia parlando chiaramente, senza ricorrere a immagini. Essi giungono a riconoscere che Gesù sa tutto, cioè che legge nell’intimo di ciascuno, e su questo fondano la loro fede: «Per questo crediamo che sei venuto da Dio». Con garbata ironia, Gesù commenta questa loro espressione di fede, quasi ponendola in dubbio: «Adesso credete?». Quando la nostra fede è umanamente baldanzosa e non sufficientemente fondata su Dio, essa è più vicina a venir meno, come accadde ai discepoli. La vicinanza di un uomo straordinario, che sa tutto e sa rispondere a tutto, non è ancora fede, ma illusione. La fede, invece, è altra cosa: finché siamo pellegrini su questa terra, viviamo nell’oscurità e crediamo anche senza la sicurezza di vedere qualcosa di certo. «Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete, ciascuno per conto proprio, e mi lascerete solo». Gli apostoli non erano ancora preparati a questo e, perciò, Cristo predice il loro smarrimento, perché nel loro entusiasmo vi era ancora qualcosa di infantile. Quando infatti il Maestro sarà catturato, processato e condannato a morte, tutto sembrerà crollare. «Ma io non sono solo, perché il Padre è con me». L’evangelista non accenna ad alcun abbandono da parte del Padre, che rimane sempre con il Figlio, anche nell’ora più oscura. Proprio in questo consiste la serena sicurezza con cui Gesù va incontro alla prova e si rivolge ai suoi dicendo: «Abbiate fiducia: io ho vinto il mondo». Si tratta dunque di accogliere le realtà del mondo così come sono e di viverle animandole con la speranza. Con queste ultime parole rivolte ai discepoli, Gesù manifesta la sua suprema padronanza nell’ora fosca che si avvicina, infondendo nei suoi fiducia in lui: non nel vincitore terreno che essi avevano immaginato, ma nel Signore che, pur passando attraverso la croce, non è sconfitto. E «chi è che vince il mondo se non colui che crede che Gesù, il Crocifisso, è il Figlio di Dio?».

In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

Non siamo soli: il Signore lo ripete in molti modi. Il ricordo delle sue parole ci conforta, come anche l’esperienza viva della fede, che non abbandona chi scruta con attenzione le Scritture né chi vive la propria quotidianità con cuore generoso e accogliente. Se misuriamo le nostre forze, ci troviamo deboli e bisognosi; ma se riconosciamo serenamente di cosa siamo plasmati, quella Parola entra in noi come Spirito vivificante, promesso per colmare le nostre lacune, dilatare i nostri orizzonti e abbattere le pareti dei nostri cuori rimpiccioliti dalla paura… Se ospitiamo lo Spirito, con lui coltiviamo la speranza, della quale possiamo rendere ragione con la gioia e la sicurezza dei figli di Dio. «Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Pietro, chiamato a confermare i fratelli e a guidare la Chiesa di ieri e di oggi, invita tutti noi alla dolcezza, al rispetto, alla rettitudine che fa discernere la volontà di Dio. È un cammino verso la nostra più vera e profonda identità, che non teme minacce esterne e si fortifica nelle avversità. È allora che possiamo verificare la forza dello Spirito che agisce in noi: solo con questa disponibilità si può evitare ciò che agita le acque e toglie stabilità alla nostra imbarcazione. Cambiare rotta è pericoloso; rischiamo di non incontrare Colui che non ha mai smesso di darci indicazioni chiare e inequivocabili per giungere alla mèta, di indicarci la via più semplice e diretta, quella che forse, per natura, non avremmo mai scelto. Tenere le mani salde sul timone è la nostra garanzia di salvezza; quel timone è lo stesso Pietro che si fa voce dello Spirito che attraversa i secoli. «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Possibile che ci intimorisca tanto l’invito ad amare e ad essere amati? «Venite e vedete le opere di Dio, mirabile nel suo agire sugli uomini… venite, ascoltate voi tutti che temete Dio e narrerò quanto per me ha fatto». Questo sia il nostro impegno di cristiani: specchi che riflettono piccoli raggi di luce in un mondo, purtroppo, avvolto ancora da tante tenebre.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Nella luce della vita nuova, dell’intimo rapporto con Lui e dell’operosa fecondità prospettata nel discorso di addio, i discepoli assaporano la dolcezza della loro condizione di figli, fratelli e amici, ma rischiano di illudersi. Diventa allora necessario un altro richiamo del Maestro: quello della condizione di servi nei riguardi del loro Signore. «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me». Il capo di accusa nel processo contro i discepoli sarà ancora una volta la parola di Gesù, che, annunciata e testimoniata con la vita, susciterà l’odio e la persecuzione del mondo. La luce di Cristo, attraverso i discepoli, continuerà però a brillare nelle tenebre, e queste, per odio, faranno di tutto per soffocarla. «Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo». Sant’Agostino, commentando questo passo evangelico, dice: «Anche i discepoli erano nel mondo e ne furono scelti perché non ne facessero più parte; furono scelti non per i loro meriti, perché non avevano precedentemente compiuto alcuna buona opera, ma per una gratuita concessione: non trovò già buoni quelli che scelse, ma li fece buoni scegliendoli». Queste sono le meraviglie di Dio: il suo mistero ci avvolge e insieme ci responsabilizza, per essere a nostra volta suoi strumenti per i fratelli. È chiaro che quando un cristiano rinuncia ai propri principi e scende a compromessi, non dà più fastidio a nessuno con la sua fede e non sarà odiato dal mondo, anzi sarà considerato un amico. Il vero cristiano invece passa attraverso la prova: egli, come dice Gesù, non può essere più grande del suo Maestro. «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi». Questo significa che non ci sarà per lui una vita facile, senza contrasti a causa della fede. Il cristiano ha il compito di testimoniare che il futuro e la felicità dell’uomo si raggiungono solo nell’amore che fa dimenticare se stessi e giunge fino al sacrificio, ad imitazione di Cristo, suo Signore.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: "Un servo non è più grande del suo padrone". Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Gesù, durante l’Ultima Cena, apre completamente il suo cuore ai suoi apostoli. È una comunione intensa e profonda. Vi leggiamo esortazioni che riguardano tutta l’esistenza. Non sono comandi dettati da una volontà di dimostrare in modo arrogante la propria superiorità, ma la volontà di farci partecipi dei misteri della vita di Dio. Il comandamento di Gesù è il comandamento dell’amore: è l’attuazione di una promessa ed è la possibilità di cambiare completamente la nostra esistenza. Gesù non ci vuole servi, ma amici. Inaugura con noi relazioni nuove; il compimento della sua missione è proprio la realizzazione di questa nuova vita nell’amore di Dio. Le esperienze delle prime comunità cristiane sono la realizzazione di questo comandamento dell’amore: lo leggiamo negli Atti degli Apostoli. Vi sono importanti testimonianze storiche che riguardano soprattutto la vita della comunità di Gerusalemme; anche scrittori non cristiani, appartenenti al mondo pagano di Roma, concordano su questa testimonianza. È storia vera l’amore che animava le comunità cristiane dei primi secoli. E questa storia può diventare ancora cronaca dei nostri giorni: non può essere soltanto la lettura di un passato che non ci appartiene più. Anzi, proprio qui affondano le nostre vere radici. Gesù ci insegna come realizzare tutto questo: se faremo ciò che Egli ci chiede. Le debolezze umane, presenti nella storia, non possono essere vincoli che impediscono il diffondersi di questo amore. I nostri atti saranno allora vera testimonianza se riconosciuti con umiltà come possibilità di conversione, in un atteggiamento di sincero perdono.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Amare e sentirsi amati è una delle aspirazioni più profonde, importanti ed urgenti nella vita di ogni essere umano, sia nelle nostre mutue relazioni, sia soprattutto nei confronti del Signore. Il contrario è sempre motivo di un profondo ed insanabile malessere, che spesso degenera in depressione, solitudine e abbandono. L’amore che Cristo ci ha donato è il massimo che si potesse desiderare e sperare, e ciò per due fondamentali ragioni: egli, come Figlio di Dio, identificandosi con lui nella stessa natura, è la fonte inesauribile dell’amore; inoltre la sua testimonianza, offertaci con l’incarnazione e con la sua passione e morte, non poteva essere più grande e più evidente. Egli stesso ci offre la misura dell’amore quando afferma solennemente: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Egli ha dato la vita, prima umiliandosi nella carne e poi soffrendo volontariamente l’immolazione sul patibolo della croce. Così egli ci ha immersi nuovamente nel cuore stesso di Dio, pagando con la sua vita il prezzo del nostro riscatto. Comprendiamo allora l’accorato appello che oggi egli rivolge a tutti noi: «Rimanete nel mio amore», e comprendiamo anche l’immensità e la perfezione di quell’amore: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi». Questo incalcolabile dono è la condizione indispensabile per vivere in comunione con lui, ma è anche la forza interiore che ci consente di osservare i suoi comandamenti, non più per paura o timore, ma solo perché convinti che quanto egli ci propone è la cosa migliore per noi. Come l’amore che ci viene donato è della stessa natura e della stessa intensità con cui Padre e Figlio vivono l’intimità divina, così anche la nostra obbedienza a Cristo deve avere le stesse caratteristiche di quella praticata da Gesù nei confronti del Padre suo. Dalla consapevolezza di essere amati e dalla certezza di essere capaci di amare sgorga la vera gioia nel cuore dell’uomo: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Quanto rammarico nel constatare invece le nostre angosce, le nostre infelicità, i nostri persistenti e interiori tormenti! Abbiamo dissertato l’amore e abbiamo spento la gioia. Riaccendiamola da Cristo.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Il diacono Stefano è pieno di grazia e compie grandi prodigi e miracoli. Il popolo è colmo di ammirazione per lui e molti aderiscono alla fede in Cristo. I nemici, gli irriducibili nemici di Cristo e dei suoi seguaci, non resistono alla sua sapienza ispirata. Allora scatta in essi la malefica molla della gelosia, dell’orgoglio e della vendetta. Possiamo ben dire, invece, che la luce del Cristo risorto splende intensamente su questo santo discepolo, splende sulla Chiesa nascente che è sgorgata dal Redentore come sacramento universale di salvezza. Ancora una volta, per accusare il fedele diacono e poterlo condannare alla lapidazione, come hanno fatto con il Signore Gesù, devono ricorrere alla menzogna. Non sanno però, nella loro cecità, che sin dal martirio di Cristo in poi tutti coloro che, come Lui, offrono la vita per difendere la fede e la verità danno ulteriore forza e nuova vitalità alla comunità dei credenti e più vigore a tutta la Chiesa. I persecutori ignorano la fecondità del martirio. “Il sangue dei martiri - diceva Tertulliano - è seme di nuovi cristiani”. Nella pericope evangelica invece ci è dato di vederne con evidenza gli effetti: una folla è alla ricerca di Gesù e quasi lo insegue, inizialmente anche per la meraviglia del grande miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma poi perché sempre più affascinata da una dottrina nuova annunciata con autorità. Il Signore, infatti, indica un modo più intimo e radicale per sfamarsi non soltanto nel corpo: “Procuratevi - egli afferma - non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Il cibo che sazia l’anima e non perisce è la Parola di Dio incarnata nel Pane di vita, il nutrimento divino che consente, guidati e sorretti dalla fede, di compiere con tutte le forze e con tutta la vita le opere di Dio. È la via della nostra personale santificazione. È l’interiore illuminazione dello Spirito che ci garantisce la fedeltà alla nostra vocazione fino alla fine, fino al martirio, come ha saputo fare santo Stefano e, dopo di lui, la schiera innumerevole dei martiri di tutti i tempi e di tutti coloro che hanno vissuto in modo eroico le virtù cristiane.

Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, vide che c'era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Il brano si apre con una nota apparentemente cronologica: “In quello stesso giorno, il primo della settimana”. L’appunto è invece strettamente liturgico: era il giorno della convocazione eucaristica della comunità, che faceva memoria della risurrezione del Signore, già fissata al tempo degli apostoli. Gesù, dopo aver rimproverato i due discepoli delusi e disorientati dagli ultimi avvenimenti, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. È questo il modo di leggere le sacre pagine, metodo seguito nell’Antico Testamento dai rabbini e poi dai Padri della Chiesa: cogliere il senso profondo delle Scritture e applicarlo agli avvenimenti del proprio presente. La comprensione delle Scritture introduce nel mistero del Signore, ma non per questo lo dona, perché la partecipazione ad esso non è solo un fatto di conoscenza. Tuttavia ci si rende conto che “il Cristo doveva sopportare queste sofferenze per entrare nella sua gloria” e, solo così, si supera lo scandalo della croce, il suo e il nostro. La comprensione, non la semplice lettura, porta comunque alla contemplazione e genera gioia e serenità nell’animo: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi, quando ci spiegava le Scritture?”. Senza la luce della Parola il mondo è buio e la notte, come fu notte quando Giuda lasciò il Cenacolo, scende nel cuore dei credenti. Ma l’esperienza dell’incontro con il Risorto tocca il suo apice nel sacramento, nella “frazione del pane”: è qui che “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero”. Le Scritture illuminano il cammino dei credenti, il sacramento - realtà di grazia - mette i discepoli in comunione di vita con il Risorto. Si direbbe che quei due viandanti abbiano celebrato insieme la Messa: prima con la liturgia della Parola, poi, “quando furono a tavola, Gesù spezzò il pane e lo diede loro”, come nell’ultima Cena, come in ogni Eucaristia. “Ma lui sparì dalla loro vista”. Nel tempo presente l’esperienza cristiana è vera e autentica, ma siamo ancora nel cammino, nell’attesa della beata speranza.

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Cogliamo i particolari di una scena che l’evangelista Giovanni ci descrive: i discepoli di Gesù sono su una barca e stanno facendo la traversata del lago di Tiberìade, diretti a Cafàrnao. “Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento”. Il dato più importante è che Gesù non era con loro. Avventurarsi nella difficile traversata della vita senza di Lui è rischioso e temerario, tanto più se si è privi di luce interiore e il buio si è calato nello spirito. Soli, al buio e senza il conforto della presenza di Cristo, la situazione diventa davvero difficile, soprattutto quando soffia il vento delle passioni, quando premono le preoccupazioni della vita e sopraggiungono prove difficili da superare. Senza di Lui, al buio, mentre soffia un forte vento contrario, accade spesso: il risultato più evidente è la paura di non farcela, di restare sommersi dalle onde, di doversi dichiarare sconfitti dagli eventi. Di gente che affoga, di vite sommerse dalle onde, di uomini spauriti si sente parlare ogni giorno. L’abbandono, l’emarginazione e la solitudine sono i mali del nostro tempo: troppo spesso dobbiamo constatare che non solo non c’è Gesù tra loro, ma sono assenti anche coloro che dovrebbero far sentire, con la loro presenza amorosa, quella del Signore. È sempre confortante, però, constatare che allora come oggi egli viene e cammina sulle acque, per poi farsi accogliere nella nostra barca traballante. Allora, una volta presente e accolto, può davvero dirci parole di consolazione e far sì che la nostra barca, la nostra vita, raggiunga felicemente la meta. Il Signore lo voglia.

Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l'altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

La pagina del Vangelo di oggi è indubbiamente gioiosa: siamo vicini alla Pasqua, è primavera in Palestina, e la scena degli uomini saziati è festiva e piena di allegrezza. “Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì fra quelli che si erano seduti”. Ma dobbiamo ricordare che la venuta di Gesù non si ferma qui. Giovanni, infatti, non si premura di evidenziare il ruolo attivo dei discepoli nell’attirare l’attenzione sulla condizione precaria della folla affamata, nel collaborare a cercare una soluzione (“c’è qui un ragazzo con cinque pani e due pesci”), e nel distribuire il pane alla gente. L’attenzione dell’evangelista è invece tutta rivolta a ciò che fa e dice Gesù, spingendoci oltre il segno prodigioso. Tuttavia la folla e gli stessi discepoli non capiscono, e l’incredulità attraversa l’intero capitolo. D’altra parte, vi sono molti indizi che faciliterebbero una diversa intuizione: Gesù è sulla montagna come Mosè, vi è la vicinanza della Pasqua, il mettersi seduti per mangiare, il rendere grazie, gesti conviviali, e la raccolta degli avanzi. Il fatto suscita solo stupore tra la gente, che di fronte al segno giunge a un’unica convinzione: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo”. Giusta affermazione; ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. C’è in questo comportamento di Gesù una sapienza sulla quale non dovremmo mai smettere di riflettere. Come in tutti i segni miracolosi, tutto nasce dal profondo desiderio che Gesù ha di beneficare e, nello stesso tempo, di annunciare beni ancora maggiori. Nel caso particolare, vuole preparare il cuore dei suoi ascoltatori ad accogliere lui stesso come pane di vita. Più avanti dirà, a conferma di ciò, che la manna nel deserto non è stata il vero pane del cielo, ma che egli stesso è la vera manna che il Padre manda dal cielo. Ecco perché Gesù non voleva creare equivoci nelle sue azioni prodigiose. È questa la situazione di fede in cui noi tutti ci troviamo: Gesù è venuto per donare se stesso alla nostra fame.