Il Commento e il Vangelo del giorno
Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

Il gesto profetico di Maria di Betania ancora oggi parla con potenza alla Chiesa come appello ad aprirsi alla gratuità del Vangelo. Il racconto di Giovanni presenta alcune divergenze che ne precisano il taglio teologico. Seduto accanto a Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti, Gesù viene unto. In mezzo alle tenebre che si addensavano attorno a lui, una donna, con un atto di squisita devozione, gli dimostra la sua riconoscenza e, ungendogli il capo, lo qualifica come re-Messia. Secondo Giovanni, invece, Maria unge i piedi di Gesù, destinandolo alla sepoltura, poiché non si ungevano i piedi di una persona viva, ma quelli di un cadavere, come parte di un rito che preparava il corpo intero alla sepoltura. Bisogna anche dire che questo unguento profumato, offerto da Maria a Gesù prima della sua morte, esprime la certezza di lei, dopo la risurrezione del fratello Lazzaro, presente tra i commensali, che Gesù non poteva morire: “Io sono la risurrezione e la vita”. Il gesto di Maria, naturalmente, non è condiviso da chi non ha fede, come Giuda, che avrebbe preferito un’elargizione altamente caritativa, nascondendo così l’ingordigia di cui era assetato il suo animo. L’evangelista, infatti, chiarisce: “era un ladro e, tenendo la borsa, portava via quello che vi mettevano dentro”. Eppure anche lui era stato scelto per essere tra i suoi discepoli. “Grande folla venne là per vedere Gesù e Lazzaro…, ma i sommi sacerdoti, per questo motivo, deliberarono di uccidere tutti e due”, diventati ormai testimoni scomodi. Gli eventi, nonostante tutto, precipitano dalla parte di Gesù. La spontaneità dei poveri in spirito, invece, adempie senza clamore i disegni di Dio a salvezza di ogni uomo. I grandi, al contrario, di ogni tempo, si agitano, decidono, sopprimono la vita, ma verranno smascherati nella loro falsità. Nel mondo non manchino mai i sostenitori e gli annunciatori della vita, che rinnovino la storia e la speranza.

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Oggi celebriamo l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, momento significativo della missione di Cristo, che proprio in questa città sta compiendo la sua missione terrena. Gesù vi entra osannato tra ali di folla, proclamato come il Figlio di Davide, il Benedetto nel nome del Signore, nel tripudio dei rami frondosi tagliati, percorrendo le vie della città tra le acclamazioni dell'Osanna del popolo in festa, con i mantelli gettati davanti ai suoi piedi come tappeto. È la folla che si aspetta il Messia per la rinascita di un potere esclusivamente terreno, e la stessa folla che ora è così pronta all'Osanna non tarderà a chiedere a gran voce a Pilato la crocifissione di colui che ora sta festeggiando. L'aspettativa umana si è infranta, mostrando la debolezza e la fragilità dei progetti nati solo dal desiderio umano. Gesù, per il suo ingresso messianico, contrappone infatti uno stile diverso: a quella folla così numerosa non fa corrispondere un corteo maestoso e sontuoso, degno dei più alti re terreni, ma entra a cavallo di un'asina con un puledro. Due glorie sono a confronto, quella umana e quella di Dio: Gesù sarà glorificato nella sua donazione totale, e ciò avverrà anche con l'ausilio inconsapevole della folla che incitava i Romani alla sua crocifissione. È la gloria del Padre che si manifesterà con la potenza del suo Amore, mentre la gloria desiderata dagli uomini si realizza negli onori delle potenze terrene. Gesù, nel suo ingresso a Gerusalemme, mette a confronto queste due glorie, gloria di Dio e gloria umana, che non vivono in una contraddittoria avversione ma vengono accolte per comprendere il significato profondo di questo ingresso. Osanniamo allora con gioia Gesù come il vero Re, re di pace e di misericordia, chiedendo che in tutto sia sempre glorificato Dio.

[B]- Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?[/B] In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù. [B]- Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?[/B] Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. [B]- Uno di voi mi tradirà[/B] Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto». [B]- Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue[/B] Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d'ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. [B]- Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge[/B] Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: "Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge". Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. [B]- Cominciò a provare tristezza e angoscia[/B] Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina e il Figlio dell'uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». [B]- Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono[/B] Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. [B]- Vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza[/B] Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l'hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa' il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». [B]- Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte[/B] Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell'uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. [B]- Consegnarono Gesù al governatore Pilato[/B] Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il "Campo del vasaio" per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato "Campo di sangue" fino al giorno d'oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore». [B]- Sei tu il re dei Giudei?[/B] Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. [B]- Salve, re dei Giudei![/B] Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. [B]- Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni[/B] Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. [B]- Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce![/B] Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio"!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. [B]- Elì, Elì, lemà sabactàni?[/B] A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. [i](Qui si genuflette e si fa una breve pausa)[/i] Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c'erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. [B]- Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo[/B] Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all'entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c'erano Maria di Màgdala e l'altra Maria. [B]- Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete[/B] Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: "Dopo tre giorni risorgerò". Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: "È risorto dai morti". Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Quando la fede manca e viene colpevolmente rigettata, anche la ragione si oscura: dopo la risurrezione di Lazzaro i nemici di Cristo tengono consiglio e riuniscono il sinedrio, non per riflettere serenamente sui segni che Egli va operando sotto i loro occhi, ma per lanciare un allarme: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Queste sono le deduzioni che essi sanno trarre da un evento prodigioso: temono che tutti credano in Lui e che questi prodigi e questa fede siano la causa di una totale disfatta nazionale. Ancora ai nostri giorni molti ritengono che il cosiddetto ordine, scandito dalle leggi umane, verrebbe turbato e sconvolto dalla fede e dalla religiosità liberamente espressa. La trama contro Cristo è diventata innumerevoli volte motivo di persecuzione per chi ha creduto in Lui, e sono ancora tanti coloro che, come il sommo sacerdote Càifa, propongono e attuano l'assurda e drastica soluzione: «E' conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Ecco come si tenta di far prevalere il bene presunto degli uomini su quello autentico di Dio, ecco come vengono conculcati e repressi la libertà religiosa e i diritti fondamentali e sacrosanti di ogni uomo. Per nostra fortuna i nemici di Cristo, i nemici della fede e della libertà, non sanno che dopo quella prima assurda condanna, sancita da un iniquo giudizio, ogni morte diventa un sacrificio di espiazione e il sangue versato dai martiri è il seme fecondo che continuamente purifica e vivifica la Chiesa. Dopo ogni persecuzione la Chiesa ne è uscita più splendente che mai, e coloro che pensavano di chiudere in un silenzio di morte prima Cristo e poi i suoi fedeli hanno dovuto ogni volta sperimentare il prodigio della risurrezione e di una vita nuova. Pare che una folla innumerevole sosti ancora presso un sepolcro, immaginando una fine lugubre e un triste venerdì in cui muore Dio e con Lui tutti coloro che credono in Lui; non hanno la pazienza di attendere il terzo giorno e gustare la gioia della risurrezione... Facciamoglielo vedere sui nostri volti, nelle nostre famiglie, nel martirio quotidiano di chi lavora con dedizione per la gloria di Dio.

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Non si placherà mai la discussione tra Gesù e i farisei. Questi ultimi non riescono o non vogliono accettare Gesù come il vero Messia: certamente riconoscono in Lui qualcuno di diverso, forse un profeta o un grande maestro, ma non riescono a comprendere a fondo quello che Egli stesso dice e non assumono il dato definitivo della fede che lo contempla come Figlio di Dio. Vedono le opere che Egli realizza e in qualche modo capiscono che vi è qualcosa di buono in tutto ciò che compie, eppure non riescono a fare il passo decisivo e non apprezzano tutto il Bene che scaturisce da Gesù. Lo scontro diventa così forte che i Giudei decidono di lapidarlo, e in quel clima, diventato così incandescente, il passo dalla decisione all'attuazione pratica si fa veramente breve. Ci vuole tutta la determinazione di Gesù per stemperare gli animi: Egli si allontana allora da loro e si ritira al di là del Giordano, laddove prima battezzava Giovanni. Proprio in questo luogo la presenza di Giovanni il Battista è ancora sentita in modo profondo, e quella parte dei Giudei che ha seguito Gesù si ricorda delle parole del Battista: "Ecco l'Agnello di Dio", e credettero in Lui. Per comprendere le sue opere non è stata sufficiente la vista fisica né l'intelligenza umana: la fede è scaturita dalla comprensione, alla luce della sapienza delle profezie, dell'operato dello stesso Gesù. Siamo anche noi invitati a contemplare le opere di Gesù nella fede che nasce dalle Sacre Scritture.

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: "Io ho detto: voi siete dèi"? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata •, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: "Tu bestemmi", perché ho detto: "Sono Figlio di Dio"? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che “IO SONO”… Chi non crede in Cristo, in «Colui che è», rimane nei suoi peccati e quindi è destinato alla morte eterna. Gli uomini vivranno se crederanno in lui morente, ossia nel Crocifisso, e se guarderanno a lui. Il morso del peccato dà la morte, ma con la propria morte Gesù vince il serpente e dona la vita. Egli aveva già annunciato quale sarebbe stata la sua fine; ora dice con maggiore chiarezza quali conseguenze avrebbero subìto i giudei a causa di essa. Allora essi lo cercheranno come Salvatore, ma sarà troppo tardi, perciò moriranno nei loro peccati. Il Signore ribadisce la sua dignità unica, di cui i giudei si convinceranno quando lo avranno «elevato». Questa elevazione esprime in Giovanni un doppio significato: senz’altro la crocifissione di Gesù, la morte violenta che i giudei gli infliggeranno, ma anche l’ascensione di Gesù al cielo, nel gesto di stendere le braccia fra il cielo e la terra, in segno di perenne alleanza, l’alleanza che sarà operata da Dio stesso. Allora si rivelerà loro l’indistruttibilità della vita di Gesù e la sua piena comunione con il Padre nell’essere e nell’operare. Un monito per noi, nell’abbraccio di amore, perché il Signore continua a ripeterlo a noi come diceva a loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo». Chiediamo però che, nonostante il nostro attaccamento alle cose di quaggiù, con la sua grazia, possiamo essere elevati laddove Egli regna per i secoli dei secoli. Amen.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: "Dove vado io, voi non potete venire"?». E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.

Nel Vangelo di oggi è presentato uno degli episodi più suggestivi della vita terrena di Gesù. Egli si trova costretto a intervenire riguardo alla condanna di una donna trovata in flagranza di adulterio. Gli scribi e i farisei, sentendosi forti della legge mosaica, non chiedono l’intervento di Gesù per scopo di giustizia; non chiedono il suo intervento per un chiarimento su come applicare tale legge in questa situazione. Non interessa loro il destino della donna e tanto meno riparare agli eventuali torti o errori. La donna, nei loro cuori, è già giudicata e condannata con la peggiore delle sentenze: la lapidazione. Così la storia di questa peccatrice avrà la conclusione che si merita. Gli scribi e i farisei però intravedono in questo frangente un’ulteriore opportunità. Credono di aver trovato la possibilità di mettere in difficoltà Gesù, chiedendo a Lui, con le pietre già in mano, il da farsi. Gesù risponde adeguatamente a questa provocazione. Nella concitazione della scena, Egli è seduto e con calma scrive a terra, con il capo chino; poi guarda i suoi interlocutori. Egli li guarda negli occhi e nei cuori. Guarda proprio quei cuori dove è già scritta la condanna. Si rivolge proprio ai cuori duri di chi non conosce il riscatto, la salvezza e la misericordia. Gesù allora, per smascherare la loro ipocrisia, dona loro la possibilità di salvezza, proprio per loro che non vogliono la salvezza altrui. La misericordia di Gesù si comprende nell’invito a riconoscersi peccatori; invito per tutti, anche per chi non usa misericordia verso gli altri. In questo episodio Gesù non condanna nessuno: non condanna la donna, già riconosciutasi colpevole, e la invita a cambiare vita. Non condanna neanche gli scribi e i farisei; per loro la porta della salvezza non è chiusa, se sapranno riconoscere l’ipocrisia del loro agire. A noi l’invito alla conversione, che passa attraverso il perdono, per accogliere lo stesso invito che Gesù ha rivolto alla donna: cambiare la nostra vita.

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adultèrio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più». Parola del Signore. [b]Gv 8,12-20 (Anno C)[/b] In quel tempo, Gesù parlò [ai farisei] e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». Gli dissero allora: «Dov'è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». Gesù pronunziò queste parole nel luogo del tesoro, mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora.

Nella quinta domenica del tempo di Quaresima ci è donato, come imminente preparazione alla Pasqua, il racconto di uno dei miracoli più sorprendenti di Gesù. Tutti i miracoli, tutti i gesti e tutte le parole del Signore dovrebbero suscitare nei nostri cuori moto di lode e ringraziamento. Gesù si proclama sempre Signore della vita e della morte. Il miracolo narrato oggi è una resurrezione: quella del suo amico Lazzaro. Nei Vangeli e in tutta la Bibbia sono descritti vari miracoli, ma oggi ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. La resurrezione di Lazzaro è narrata dall’evangelista Giovanni con toni particolari, in cui si intrecciano sentimenti e desideri umani, fede e speranza nella resurrezione. Molti personaggi si affacciano e si alternano nel racconto, ciascuno rappresentando una particolare angolazione e sottolineatura dell’episodio stesso. Con i discepoli, la resurrezione di Lazzaro ci aiuta a comprendere la differenza tra la vita e la morte fisica e la vita e la morte spirituale, cioè la vita in Cristo e la morte come lontananza dal Signore. Nei discepoli, che esortano Gesù quasi come a rimproverarlo, si manifesta la parte umana di Gesù: essi riferiscono infatti che Lazzaro, colui che Egli ama, sta male. Gesù risponde invitandoli a scoprire la manifestazione della gloria di Dio anche in questo momento drammatico. Gesù si reca allora a Betània e scopre che Lazzaro era morto da quattro giorni. Lazzaro e le sorelle Marta e Maria sono legati a Gesù da un vincolo d’amore. I Vangeli raccontano vari episodi che li vedono protagonisti, ma ora questo equilibrio è sconvolto dalla morte inaspettata del fratello. In questo episodio, le sorelle Marta e Maria rappresentano la necessità di leggere gli avvenimenti, anche quelli drammatici, alla luce della fede. È questo il senso della domanda di Gesù, che è in realtà un’esortazione: “Credi tu?”. La risposta di Marta dimostra la completa fiducia in Gesù. Di fronte alla tomba di Lazzaro, Gesù mostra il suo lato veramente umano, non nascondendo nemmeno le lacrime di commozione. Ai discepoli Egli spiega il significato profondo del miracolo che sta per compiere; alle sorelle, alle quali chiede fede e fiducia, mostra la sua umanità. La resurrezione di Lazzaro è l’anticipazione (typos) della resurrezione di Gesù e ci suggerisce un atteggiamento di serena fiducia nel Signore di fronte a tutti gli avvenimenti della vita, da leggere sempre alla luce della fede. In questi giorni abbiamo un’occasione unica, che forse mai ci è capitata nella vita.

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Oggi, nell’Ordine dei benedettini, si celebra l’antica festa del Transitus, della morte del Santo Patriarca san Benedetto abate, festa che nel calendario generale per tutta la Chiesa è stata trasferita all’11 luglio, ma nei calendari benedettini, per tradizione, è rimasta ancora. Per comodità inseriamo il commento alle letture del giorno, perché nelle chiese non benedettine si ascolteranno le letture di Quaresima, ma ricordate anche il grande Patriarca San Benedetto, che con il suo operato e grazie al "Ora et labora" dei suoi monaci nell'arco di tanti secoli, senz'altro ha contribuito a rafforzare le radici cristiane non solo in Europa ma nel mondo intero. Il Vangelo del giorno proposto dalla liturgia di oggi ci descrive l’ennesimo scontro tra i giudei riguardo a Gesù. Ognuno di loro guarda a Gesù, scoprendone un aspetto particolare. Per alcuni Gesù è un profeta; infatti, Egli è un profeta, anzi il Profeta per eccellenza, colui che completa tutta la tradizione profetica nel messianismo del Figlio di Dio. Altri dicono che Gesù è il Cristo, l’Unto che realizza in sé la profezia del Regno. Egli è anche il sommo Sacerdote che offrirà se stesso, come ci insegna l’autore della Lettera agli Ebrei, misericordioso e fedele. Tutta la Sacra Scrittura delinea proprio la figura di Gesù nella sua completezza. Il dissenso che nasce tra i concittadini di Gesù deriva probabilmente dall’incapacità di comprendere nella loro interezza tutte le Scritture; ognuno approfondisce un aspetto particolare tralasciando il resto. Vi è un particolare interessante in questa discussione: la presenza delle guardie. Esse rappresentano il mondo pagano, estraneo al popolo eletto e che quindi non ha ricevuto il dono delle Scritture. Nella loro semplicità volgono il loro sguardo e la loro attenzione su Gesù. Da qui possiamo trarre un’esortazione per noi: talvolta pensiamo alla Bibbia come a un toccasana miracoloso per noi, e capita che cerchiamo nelle Scritture solo ciò che più ci piace o che più ci fa comodo, quasi per fabbricarci il “nostro” Gesù. Questo periodo di Quaresima sia invece il tempo per scoprire, attraverso la lettura della Bibbia, Dio come vera luce e guida della nostra esistenza. E questa volta non abbiamo scuse di avere poco tempo.

In quel tempo, all'udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: "Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo"?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

L'evangelista Matteo ci ricorda oggi il nostro impegno o missione cristiana che è quella di seguire le orme o i passi del nostro Grande Maestro Gesù Cristo. Gesù incarna in sé il sacramento del perdono. I nostri limiti umani tante volte rendono difficile l'accoglienza dei fratelli e l'esercizio della carità nei loro confronti. Per superare queste situazioni c'è un rimedio evangelico infallibile: il perdono. Il perdono è il «pane quotidiano» di una comunità o chiesa domestica. Infatti ogni giorno c'è bisogno di perdono, perché ogni giorno ci possono essere contrasti che creano divisioni. Nella logica del Vangelo perdonare significa dimenticare: non si tratta di memoria, ma di cuore; e dimenticare significa amare di più il fratello, accogliendolo pienamente e comportandosi con lui come se nulla fosse accaduto, cioè senza lasciarci condizionare dal male ricevuto. Perdonare significa «ricordarsi per dimenticare», come dice il profeta Isaia: «Io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato». San Giovanni Paolo II, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1997, scriveva: «Offri il perdono, ricevi la pace». Resta vero che non si può rimanere prigionieri del passato: occorre una sorta di purificazione della memoria, affinché i mali non tornino a prodursi. Il perdono richiede fede, carità, rinnegamento di sé, lotta contro l'uomo della carne. Essa deve essere totale, nel cuore e nel comportamento. Dal perdono nascono la condivisione, il servizio, la pace, la partecipazione alle gioie e alle sofferenze altrui. Senza perdono c'è il cancro, il pericolo di rendere incurabile il nostro male. Vivendo solo in atteggiamento di perdono possiamo rivolgerci al Signore pregando: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», e potremo accostarci con verità ai sacramenti della riconciliazione e dell'Eucaristia.

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

L'Autore della Lettera agli Ebrei, nel descrivere l'efficacia e la forza della Parola di Dio, afferma: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi, e a lui noi dobbiamo rendere conto». Quando i doni di Dio ci vengono offerti come strumenti di salvezza, o li accogliamo con gratitudine e li viviamo nella fede, o diventano il nostro interiore tormento. Non si può impunemente opporre resistenza alla Luce. Essa mette a nudo le nostre incoerenze, ci scruta in profondità, svela i segreti dell'anima e tutto il bene che ci adorna, ma anche tutto il male che ci opprime. È per questo che scribi e farisei, e gli stessi compaesani del Cristo, non possono resistere alle sue parole, si riempiono di sdegno e minacciano di gettare Gesù da un precipizio. L'orgoglio ferito si trasforma in minacciosa vendetta. Colui che proclama la verità deve tacere; chi osa toglierci la maschera, accuratamente modellata a protezione di eclatanti falsità, deve scomparire ed essere precipitato nel nulla. La falsità, la grettezza, l'ipocrisia si organizzano a fatica nell'animo umano: è un lavoro diuturno con cui le verità, anche quelle di Dio, si smontano pezzo a pezzo, e accanto si ricostruiscono false verità personali e sostitutive. La voce di Cristo si scontra violentemente con queste realtà umane. Non esistono possibilità di accomodamento o di compromesso. La verità è una e non può essere frammentata. Viene data gratuitamente ed è motivo di beatitudine, di grazia e di salvezza: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Il Signore è ancora vivo in mezzo a noi, la sua Parola palpita nel cuore e nella vita della Chiesa e dei suoi fedeli, ma ancora sono tanti coloro che si sentono interiormente disturbati da Cristo e dai suoi messaggeri. C'è ancora chi vorrebbe farci tacere e farci precipitare in un abisso. Dobbiamo augurarci che il Signore stesso, cogliendoci superficiali e distratti, se non addirittura ostili, non debba ripeterci con la stessa amarezza di allora: «Nessun profeta è ben accolto in patria».

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Il salmista canta e ci fa cantare: «Ti cerco, Signore, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua». È necessario soddisfare la sete dell’anima e del corpo nella vita quotidiana, ancor più nell’aridità e nella fatica del deserto, dove diventa un’urgenza essenziale, vitale. Per il popolo d’Israele il soccorso non si fa attendere: «Tu, Mosè, è un ordine dell’Altissimo, batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». La “roccia” da cui poi sgorga acqua in sovrabbondanza è Cristo, e ce lo testimonia anche San Paolo: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato, e Dio ci dimostra il suo amore nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo Gesù è morto per noi». Al pozzo di Giacobbe, lì dove Gesù si riposa, giunge una donna samaritana, giunge la Chiesa, ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». È incessante e inestinguibile la sete di Gesù; chiede da bere fin sulla croce! Subito precisa alla donna, e a ciascuno di noi: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». È l’acqua che disseta per sempre; se abbeverati di quell’Amore, non si avrà più sete in eterno. Quell’acqua che io gli dò diventa in ciascuno di noi una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna. Con la samaritana diciamo con fede: «Dammi dell’acqua viva perché io non abbia più sete». Quella sete saziata ci rende consapevoli di poter essere veri adoratori in spirito e verità, così come il Padre ci vuole.

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna •, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: "Io non ho marito". Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Oggi quasi anticipando la gioia di Pasqua, il Signore Gesù ci svela con la parabola più bella e più amata del Vangelo il Padre misericordioso e il figlio che ritorna, l’irrefrenabile misericordia e l’amore incessante che nutre per ciascuno di noi, la sua paziente e trepida attesa, il suo sguardo che arriva lontano, fino al pascolo dei porci, e diventa potente attrazione che richiama e converte: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Poi, dopo la recuperata figliolanza, segue la gioiosa celebrazione conviviale, che segna il pieno reinserimento nella casa paterna: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. I momenti oscuri vengono così cancellati, a cominciare dal triste: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Viene redento il peccato antico e sempre attuale, quello di reclamare una libertà piena e incondizionata, di uscire dalla casa paterna, dall’abbraccio del suo amore, nella facile illusione di poter sperimentare l’ebbrezza di una supremazia che annulla ogni dipendenza. Ci ricorda il momento fatale in cui i nostri progenitori hanno teso la mano per prendere e mangiare il frutto dell’albero proibito. Oggi, come allora, il Signore, buon Pastore, si mette alla ricerca della pecora smarrita ovunque e comunque essa si sia persa. La certezza di non restare mai soli, di essere anzi cercati, fa nascere la speranza e il ripensamento come primo moto verso la conversione: «Io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». La consapevolezza di aver sperperato malamente i doni preziosi fa sperare di poter essere accolto soltanto come uno dei salariati. Il Signore però non ci vuole come salariati: in forza dello Spirito non siamo più schiavi, ma figli, e se siamo figli siamo anche eredi. Così vuole Dio. Che meraviglia! Dopo il peccato siamo stati accolti, baciati, rivestiti, nutriti e festeggiati: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove», e ancor più: «Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Abbiamo iniziato la Quaresima con un invito: «Convertitevi e credete al Vangelo», ora sappiamo la via alla conversione, resa più facile se confidiamo nella divina misericordia. Facciamo un proposito: Mi alzerò…

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati". Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Gli rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"».

Ce ne sono, e ce ne sono stati tanti, di uomini ricchi: ricchi di denaro e di ogni bene, ricchi di potere, ma estremamente poveri di amore e di altruismo. Dei ricchi Gesù dice: «È più facile per un cammello passare dalla cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli». E altrove: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?». La ricchezza, con il suo luccichio, spesso abbaglia e inganna, perché non dà ciò che promette e distoglie dai veri valori. «Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile». Al ricco del Vangelo è attribuito il titolo di epulone: vestiva di porpora e di bisso e ogni giorno banchettava lautamente. Verrebbe da dire: è tutta qui la ricchezza? A evidenziare la povertà del ricco e a mostrare la vera ricchezza ci pensa Lazzaro: un mendicante che giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con ciò che cadeva dalla mensa del ricco. Nessuna attenzione per lui; anzi, è da supporre che quella presenza arrecasse persino fastidio. Nell’aldilà la scena cambia totalmente: il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, annoverato nella schiera degli eletti. Anche il ricco morì e precipitò nell’inferno tra i tormenti; alzò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Ed ecco il grido tardivo e disperato: «Padre Abramo, abbi pietà di me!». Solo allora sperimenta la nullità e l’inganno della sua falsa ricchezza e la vera ricchezza di cui gode Lazzaro. Ai lauti banchetti subentra l’arsura di una sete inestinguibile. Vorrebbe che il povero, ignorato in vita, andasse per lui a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnargli la lingua, per attenuare la tortura di quella fiamma inestinguibile. Così è l’inferno: il rimpianto eterno e sconsolato per il bene perduto e il tormento per un amore non donato e rinnegato. Dio ci scampi e ci liberi.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».

Un lebbroso osa accostarsi a Gesù: i lebbrosi erano considerati impuri e contagiosi e, per questo, venivano emarginati e dovevano restare lontani dalla comunità. Egli lo vede, gli si getta dinanzi e prega: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». È una preghiera semplice ed essenziale, che esprime fede, rispetto e fiducia. Gesù mette in atto quanto aveva più volte affermato: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». L’evangelista infatti dice: Gesù ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. È significativo, e merita attenzione, ciò che accade dopo l’implorazione del lebbroso: Gesù si muove a compassione, condivide amorevolmente il suo male, tende la mano e lo tocca - non avrebbe dovuto farlo secondo le prescrizioni della legge - e poi pronuncia la parola potente che sana e purifica. Il divino Redentore vuole dirci che non si ritrae davanti al nostro male, neppure quando incancrenisce e diventa purulento; anzi, si muove a compassione e, se siamo pentiti e supplici, è sempre pronto a farci sentire la sua vicinanza e il suo sollecito soccorso. Egli ci tende la mano, ci tocca e ci assolve dal nostro male: va’, sei purificato. Ti manca soltanto la conferma della Chiesa: mostrarti al sacerdote che ti assolve poi rendi grazie per il dono e per la Grazia che hai ricevuto. Il peccato è stato lavato nel sangue di Cristo.

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

È inevitabile che avvengano scandali, perché il male esiste, si diffonde, si ostenta, si propone e talvolta dilaga; satana poi aggiunge il resto. Le difese sono deboli e poco si lotta per allontanarlo. Gesù vuole farci comprendere tutta la gravità del peccato dello scandalo e i tristi e perniciosi danni che produce. E aggiunge un’aggravante: se lo scandalo va a infangare la purezza degli innocenti, anche di uno solo di questi piccoli che credono e vivono la fede nella bellezza e nel candore di Dio, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare. Non deve sorprenderci questa inusitata severità da parte del Signore: spesso lo scandalo, con il disprezzo delle cose belle e sante di Dio, diventa un vero e proprio sacrilegio. Dobbiamo poi, con consapevolezza e dovuta umiltà, riflettere sugli scandali che intaccano i valori primari e la missione stessa della Chiesa attraverso i comportamenti indegni dei suoi ministri: Gesù infatti si rivolge alla folla, ma anche ai suoi discepoli, quelli del suo tempo e ora a noi. Sulla cattedra di Mosè, ai primi posti a guida della Chiesa, siedono santi e peccatori. Gesù avverte: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma il vostro agire segua solo il loro buon esempio, seguiteli nel bene perché può succedere che dicano e non facciano». Altro motivo di grave scandalo dei falsi pastori potrebbe essere questo: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente»; cercano, ottengono e si compiacciono dei posti d’onore, dei primi seggi, di titoli altisonanti, ma portano se stessi e non Cristo. Tuttavia inveire, accanirsi e condannare i traditori e gli autori di scandali può essere doveroso per la Madre Chiesa, purché non dimentichi che la sua prima missione è soccorrere e aiutare a guarire i suoi figli malati: lo scandalo, come qualsiasi peccato, da chiunque sia commesso, non autorizza nessuno a infliggere condanne definitive. Questo spetta soltanto all’Onnipotente Signore, giusto giudice e Padre di misericordia a noi la carità specie verso chi ha bisogno del medico.

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

L’opera meravigliosa, la più importante e decisiva della nostra storia, è la redenzione: il riscatto gratuito dal nostro peccato, la manifestazione in Cristo della sua infinita misericordia. Ne consegue che noi, così resi liberi dal male, riportati alla nostra primitiva bellezza e resi tutti fratelli in Cristo, dobbiamo amare il nostro prossimo. Gesù ha proclamato: «Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». E, per ricordarci la totalità dell’amore che ci ha donato, afferma: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Oggi ci esorta: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi in cambio». Ci vuole dire che siamo noi, con i nostri comportamenti, a stabilire la misura delle grazie che ci vengono generosamente indirizzate dal Cielo. Un cuore chiuso al perdono, incapace di misericordia e che nega amore al prossimo, diventa, per sua stessa colpa, inabile all’Amore di Dio e pone un ostacolo quasi insuperabile: in quel cuore non c’è spazio per la grazia divina e, ahimè, neppure per quella umana. È una triste autocondanna alla peggiore aridità spirituale. Donaci, Signore, di avere sempre in noi la forza di osservare i comandamenti del tuo amore.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Quando la fede è debole o totalmente oscurata dal male, quando si sperimenta la cecità spirituale, sorge la tentazione di chiedere, di credere e di sperare che un segno, un evento strepitoso, possa far nascere la fede. Gesù è il segno per eccellenza, la rivelazione del Volto di Dio: è sotto gli occhi dei suoi contemporanei, fa udire loro la Parola di verità; egli incarna la Parola, è la Verità. Compie segni e prodigi, ma la risposta dei suoi contemporanei è il livore, la trama di morte contro di lui. Perciò non può tacere la verità su coloro che per primi avrebbero dovuto riconoscerlo e accoglierlo: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione». Il segno di Giona è il preannuncio della morte e risurrezione del Signore, l’essere calato nel ventre della terra; ma è anche il segno che evidenzia la malvagità di coloro che lo hanno rifiutato e condannato, e che decreta un’irreparabile condanna se non sopraggiunge una vera conversione. I cittadini di Ninive credettero a Dio: bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli, e si impegnarono coralmente perché Dio fosse invocato con tutte le forze; ognuno si convertì dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che era nelle sue mani. «Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!». Al pentimento sincero e alla conversione, che Dio stesso suscita, lo sappiamo e lo sperimentiamo, segue sempre il perdono e l’assoluzione, perché il Signore è buono e grande nell’amore. È il segno indelebile della divina misericordia, è l’efficacia del segno della croce.

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

«Con la Parola del Signore furono fatti i cieli, col soffio della sua bocca tutto il loro ordinamento». Egli ha detto e tutto è stato fatto! Dice il Signore: «La mia parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». L’uomo vivrà di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Questa premessa ci serve per comprendere l’importanza e la sacralità della Parola di Dio, ma anche per ben considerare l’ammonimento che Gesù pone prima di suggerirci la sua preghiera: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate». San Benedetto esorta noi monaci dicendoci: «Mens nostra concordet voci nostrae» - la nostra mente sia in accordo con la nostra voce. Rivolgendoci al Padre, fonte di perenne amore, dobbiamo a nostra volta esprimere amore filiale, sentendoci veramente suoi figli e scoprendo il grande valore della nostra fraternità. Scopriamo poi la sapiente gerarchia dei valori: la santità del nome di Dio e l’adorazione, la lode e la gratitudine che gli sono dovute; l’avvento del suo Regno, che è l’adempimento del progetto divino nel tempo, tra noi e in noi, e nella beata eternità, a condizione che si compia in pienezza la santissima volontà divina. Nella seconda parte chiediamo che la potenza e la benevolenza di Dio ci soccorrano in tutte le nostre necessità: chiediamo il pane quotidiano, e non solo quello per le nostre mense; imploriamo dalla divina misericordia il perdono dei nostri debiti, come anche noi ci impegniamo a rimetterli ai nostri debitori, e la grazia per vincere le insidie del male. È la preghiera per eccellenza, ma è anche il migliore programma di vita per ogni cristiano, sicuramente un ottimo strumento per vivere santamente la quaresima.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Nel Vangelo di san Matteo, l’insegnamento di Gesù inizia con la proclamazione delle beatitudini. Nello spirito del Vangelo, le beatitudini non rappresentano il godimento egoistico delle ricchezze terrene, ma il saper condividere i doni con i fratelli nella ricerca della vera giustizia e della vera pace. Subito prima della sua Passione, alla fine della sua missione terrena, Gesù parla del giudizio finale: è la verifica di come abbiamo realmente vissuto sulla terra le beatitudini. Il giudizio finale non deve essere vissuto con il timore di trovarci di fronte a un tribunale severo, ma come la realizzazione, nella pienezza della vita divina, di ciò che abbiamo già voluto e desiderato sulla terra. Dio Padre sa guardare con affetto le debolezze dei suoi figli, se questi avranno dimostrato la capacità di vivere nell’amore e nella misericordia. Vivere le beatitudini significa essere veramente cristiani e saper porre Gesù al centro della nostra esistenza. Non possiamo però cercare Gesù nei nostri cuori, perché vi abiti con tutta la dolcezza del suo amore, se non siamo in grado di riconoscerlo nei nostri fratelli. La misura dell’amore che avremo saputo donare è quella che poi ci ritroveremo quando avremo la possibilità di vivere in Cristo la gloria che ci è predestinata. Leggiamo il brano della liturgia odierna con la vera speranza e la gioia di chi pone la propria esistenza nelle mani del Signore.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: "Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno". Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l'altra riva.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: "Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio". Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: "Non commetterai adulterio". Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio". Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti". Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: "sì, sì", "no, no"; il di più viene dal Maligno".

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: "Effatà", cioè: "Apriti!". E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!".

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: "Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Ma lei gli replicò: "Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli". Allora le disse: "Per questa tua parola, va': il demonio è uscito da tua figlia". Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n'era andato.

Con lo sguardo fisso sui due santi vescovi e dottori che la Liturgia ci fa ricordare oggi, Basilio e Gregorio Nazianzeno, ascoltiamo quanto ci viene proposto dalla prima lettura: per fare comunione con il Padre è necessaria la mediazione del Figlio e la mediazione della comunità. È stata la via che hanno seguito questi due vescovi, capi di comunità e dottori della Chiesa, fedeli maestri della dottrina della fede. Giovanni si preoccupa perché venga mantenuta integra la fede nelle verità annunciate fin dal principio, senza lasciarsi fuorviare da falsi cristi, annunciatori di menzogna: avvertimento molto attuale per i nostri tempi, in cui non pochi, lasciata la sorgente della verità, vanno a dissetarsi in cisterne screpolate e melmose, quali sono le numerose sette che ammaliano, conquistano e poi… lasciano che «veniamo svergognati da lui alla sua venuta». Il brano del Vangelo invece ci presenta Giovanni nella sua testimonianza dinanzi a una delegazione di farisei: «Chi sei?» Sul dubbio che essi hanno della sua vera essenza, Giovanni dìssipa ogni nube di ambiguità: «Non sono il Cristo, non sono un profeta… sono solo una voce che invita a preparare la via del Signore». «Perché allora battezzi?» e Giovanni risponde: «Io battezzo con acqua… ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, al quale “io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo”». Giovanni offre un esempio meraviglioso, valido per tutti, in particolare per quanti sono in cura di anime o ricoprono posti di responsabilità nelle comunità ecclesiali, familiari e anche civili. Si ha la tentazione di voler attirare la gente alla propria persona anziché a Cristo, nel cui nome si è stati inviati e si parla. Si tradisce così la causa del Vangelo, le attese delle anime e se stessi, perché nessuno è in grado di dare quanto viene chiesto, limitati com’è la natura umana. L’umile e veritiero atteggiamento di Giovanni ci liberi dalla tentazione di insano protagonismo.

La festa di oggi ci offre molteplici motivi di riflessione: la chiesa scandisce per tutti noi ripetutamente nel nome del Signore una solenne benedizione sacerdotale. È l'augurio migliore che possiamo ricevere e scambiarci in questo giorno: viene da Dio, ma è per tutti noi. Pur essendo la festa della Madre di Dio, domina la figura del Cristo e ci viene ricordata ancora la sua opera di salvezza per l'intera umanità. Maria è sapientemente incastonata nel mistero del suo Figlio per sottolineare il suo ruolo nella storia della salvezza e in quello sempre attuale di Madre dei credenti. Noi onoriamo Maria sempre vergine, proclamata nel Concilio di Efeso "santissima madre di Dio" perché Cristo sia riconosciuto veramente Figlio di Dio. È nel nome di Maria che dal 1967 si celebra oggi in tutto il mondo cattolico la giornata mondiale della pace. Dono divino, dono messianico è la pace. Non può essere costruita soltanto da noi uomini e soprattutto non potrà mai essere proclamata efficacemente fin quando non si depongono le armi. La pace degli uomini non può essere diversa da quella di Cristo: va quindi costruita sulle solide basi dell'amore fraterno e della grazia divina. Ogni cristiano per vocazione deve essere un costruttore di pace cominciando magari dalle mura domestiche, impartendo una sana educazione ai figli con la forza dell'esempio. Il tutto dobbiamo accompagnarlo con la forza della preghiera come fa la liturgia di questo giorno che ci fa ripetere nella orazione: "Tu, o Dio nella verginità feconda di Maria hai donato agli uomini i beni della salvezza eterna", una salvezza che inizia già durante il nostro pellegrinaggio terreno.

San Giovanni si rivolge in modo appassionato ai fedeli perché consìderino la propria situazione e pènsino alla propria salvezza. Due sono i motivi che spingono alla vigilanza nell’attesa della venuta del Signore: l’ultima ora che è giunta, vale a dire l’approssimarsi della fine della nostra vita, considerando anche l’ultima tappa del piano di salvezza, e l’opera degli anticristi che vogliono approfittare del tempo che rimane per deviare e corrompere. Un primo pensiero: siamo alla fine dell’anno, il tempo cammina, corre, precìpita; prepariamoci all’incontro con il Signore, vivendo questo tempo nella fedeltà ai nostri impegni. L’apostolo, con tanta amarezza, deve constatare che molti hanno deviato; occorre una sincerità di fede che si fondi non su interessi o valorizzazioni umane, ma solo sulla parola di vita. Il prologo del Vangelo di Giovanni ci immette nelle infinite realtà di Dio: è un invito a chiudere gli occhi e a tuffarci nella sua eternità, nella contemplazione del suo Verbo che si fa carne e prende dimora fra la sua gente; capita però che questa sua gente non lo accolga, nonostante la testimonianza di Giovanni. È un testo teologico di straordinaria profondità, che va letto adagio, meditato con umiltà e pregato con viva fede, per immergerci nei segreti della vita divina e nel suo progetto di amore per l’umanità.

Le parole con cui la profetessa Anna loda Dio e parla del Bambino Gesù, portato al Tempio da Maria e Giuseppe, non ci vengono riportate letteralmente dagli evangelisti, come avviene invece per il cantico di Maria, di Zaccaria e di Simeone; si parla di lei, della sua vedovanza, della sua veneranda età, della sua piena fedeltà a Dio, vissuta con digiuni e preghiere, in un’assidua presenza nel tempio. Poi l’incontro con Gesù e la sua esplosione di gioia, la sua testimonianza, la sua fede semplice e schietta che le consente di riconoscere nel Bambino colui che realizzerà tutte le attese d’Israele. Quello di Anna, evidentemente, è un inno non fatto prevalentemente di parole, ma di un’intera vita dèdita completamente a Dio; la sua ascesi spirituale raggiunge il culmine proprio nell’incontro personale con Cristo, in un momento di particolare illuminazione dello Spirito. Questa santa donna assurge così a simbolo e modello di tante e tante donne che, nel corso della storia, hanno offerto e consacrato la propria vita, in modo esclusivo, al Signore. Vediamo in lei in particolare le cosiddette “recluse”, quelle monache cioè che vivono tutta la propria esistenza nel silenzio e nella preghiera, nei loro monasteri o conventi, completamente segregate dal mondo, ma in continua offerta di sé per il mondo. È una categoria di persone non molto numerosa e non sempre adeguatamente apprezzata nel mondo di oggi, ma che la Chiesa guarda con particolare simpatia per l’eroicità della loro donazione a Cristo e ai fratelli: non vivono più per se stesse, ma solo per Cristo, al quale consacrano tutta la propria persona, tutta la vita e tutto il tempo. Imparano a riconoscere il valore sacro del silenzio, cercato e voluto come strumento che consente l’unione con Dio, l’intensità della preghiera e l’affermazione vissuta del primato di Cristo nella loro esistenza; per chi vive abitualmente nel chiasso, quotidianamente immerso nelle frenesie del mondo, è un bell’esempio.

L’insistenza con cui Giovanni invita a osservare i comandamenti del Signore, per dimostrargli un vero amore, ci fa pensare alla nostra durezza di cuore. Non facile ad arrendersi dinanzi alla pretesa di essere a posto con Dio perché compiamo qualche pratica religiosa. Il primo comandamento da osservare è quello dell’amore di Dio e quindi dell’amore del prossimo. Possiamo facilmente illuderci di amare Dio come conviene; per toglierci da questa illusione Giovanni ci propone una verifica: quella dell’amore del prossimo. «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre». Amare come il Signore comanda, come lui ama, non è cosa facile. Amare l’altro significa donarsi completamente a lui, significa morire a noi stessi, e morire è assolutamente arduo. I sentimenti che noi possiamo provare verso l’altro, in genere, sono di simpatia, di indifferenza o di antipatia. La simpatia non è l’amore che Dio comanda, perché consiste nella ricerca del proprio vantaggio: potrebbe essere il trionfo dell’egoismo, velato da un falso altruismo. L’indifferenza uccide ogni sentimento di amore: è come il gelo. L’antipatia è un sentimento naturale che va corretto praticamente, anche se non si riesce sempre a estinguerlo, perché la natura non va distrutta. Il vero amore verso il prossimo si fonda su un motivo di fede: riconoscere e amare nell’altro Gesù stesso. Se si vive con la tensione di voler seguire l’insegnamento di Gesù, allora si può affermare di conoscerlo e di osservare i suoi comandamenti, perché, al dire di Agostino: «Ama e fa’ quello che vuoi». Sarebbe utile, per avere idee piu chiare, leggere il numero 18 della "Deus Caritas est" di Papa Benedetto XVI, dove si afferma: «Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e come egli mi ama». Il brano del Vangelo di Luca ci conferma la piena disponibilità di Maria e di Giuseppe nell’osservanza della legge mosaica: era Figlio di Dio lui, vergine immacolata lei; non c’era bisogno né di riscatto né di purificazione, eppure eccoli in mezzo ad altre donne e bambini. Ma il Padre vuole rivelare almeno al vecchio Simeone la vera essenza di quella santa Famiglia: era in attesa di quel Bambino, ora può lasciare questo mondo, perché i suoi occhi hanno avuto la gioia di vedere il Salvatore; ma intravede anche ore tragiche che preannuncia alla madre: la tua anima sarà trafitta da una spada. Si profila cosi la vita di Gesù come Salvatore e quella della madre, che gli sarà accanto nel momento della prova suprema, sul Calvario.

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: "Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore" - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele". Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: "Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori".

Nella domenica che cade tra il Natale e il primo dell’anno, la riforma liturgica fa celebrare la festa della santa Famiglia di Nàzaret. Forse, sotto l’aspetto pastorale, non è una data più felice: la gente è troppo distratta dalle feste natalizie e quindi poco disposta a fissare l’attenzione sull’icona della santa Famiglia, esempio e modello di ogni famiglia cristiana e umana, anche se proprio quei giorni spesso da varie parti del mondo le parti delle famiglie distanti si ricongiungono. Comunque, la liturgia suggerisce preziosi insegnamenti, validi in ogni stagione. Nella prima lettura vengono raccomandati i doveri dei figli verso i genitori: onorare il padre e la madre, prendersi cura di loro nella vecchiaia e anche quando dovessero perdere il senno. Frutti di questi gesti di pietà sono la preghiera esaudita dal Padre celeste, la lunga vita, la gioia donata dai figli. San Paolo, scrivendo ai Colossesi, consiglia ad ogni famiglia di vivere nel Signore. Il vero legame della famiglia cristiana non sono tanto i sentimenti, che passano, tramontano e cambiano, quanto quella comunione profonda che avviene tra i coniugi nella fede nel Signore Gesù, che insegna a onorare, amare e rispettare nell’altro o nell’altra la sua immagine. Per giungere a questi sentimenti di reciproca attenzione, occorre attingere convinzioni profonde dalla Parola di Dio, che illumina i coniugi circa i propri limiti e li spinge ad accettare con pazienza quelli dell’altro. Il Vangelo situa la santa Famiglia in un momento di angoscia: il Bambino Gesù corre pericolo di vita, perché Erode ha deciso di uccidere tutti i bambini di Betlemme, dai due anni in giù, dopo la partenza dei magi per un’altra strada. Ma il Padre vigila sul suo Figlio e quindi segue l’avventurosa fuga in Egitto, con la trepidazione di essere raggiunti da un momento all’altro. Morto Erode, è ancora l’angelo che ordina a Giuseppe di rientrare in Palestina; egli obbedisce, però la sicurezza del Bambino lo consiglia a stabilirsi a Nàzaret anziché a Betlemme. Le famiglie cristiane apprendono dalla Sacra Famiglia il senso religioso della vita coniugale, il rispetto reciproco, la fiducia illimitata nella divina Provvidenza, la gioia di vivere insieme, la pace che fa superare tutte le immancabili difficoltà. Santificate e fortificate dal sacramento del matrimonio, a loro volta sono chiamate a svolgere la loro missione specifica presso altre coppie di sposi, con la testimonianza della vita e con l’annunzio del Vangelo. Si sa che l’istituto familiare vive un momento di crisi profonda, sia perché è oggetto di ostilità e di incomprensione da parte di lobby sociali e di certa politica, sia per la difficoltà delle giovani coppie a rimanere ferme nelle proprie scelte dinanzi a un mondo in continua e rapida evoluzione. Voglia la santa Famiglia di Nàzaret vegliare su tutte le famiglie e infondere in loro tutto lo slancio per diventare dovunque testimoni dell’amore di Cristo, attraverso la loro comunione di vita, nella piena armonia dei cuori.

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall'Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».