L'appuntamento quotidiano (dal lunedì al venerdì) dedicato ai principali temi d’attualità, che vengono analizzati, approfonditi e contestualizzati principalmente attraverso l’apporto ed il confronto di ospiti in diretta.
RSI - Radiotelevisione svizzera

L'estate del 2026 non è stata un'estate qualsiasi. È stata l'estate dei record: la più calda e secca mai registrata in Svizzera. E le immagini di questa estate sono ancora fissate nei nostri ricordi – anzi tante le abbiamo ancora sotto agli occhi: campi riarsi, fiumi ai minimi storici, ghiacciai che si ritirano a vista d'occhio e un'agricoltura in ginocchio. E infine, storia degli ultimi giorni, centinaia di persone scese in piazza per protestare contro l'inazione climatica. E l'allarme bussa infine alle porte di Palazzo Federale, dove proprio oggi il Parlamento sarà chiamato a discutere di clima e siccità con una domanda di fondo: come dobbiamo rispondere a questo allarme? Da un lato, c'è chi vede in questa estate la prova definitiva di una crisi climatica che richiede un'azione immediata, radicale, per tagliare le emissioni alla radice e cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Dall'altro, c'è chi sostiene che, di fronte a un cambiamento ormai in atto, la priorità dev'essere l'adattamento: gestire le conseguenze con pragmatismo, innovazione tecnologica e senza gravare su cittadini e imprese con divieti e nuove tasse. Ne parliamo con Bruno Storni, consigliere nazionale PS Paolo Pamini, consigliere nazionale UDC

Un dossier tra i più complessi e divisivi degli ultimi anni, segnato da una spaccatura che attraversa la Svizzera su più livelli: geografico, politico ed economico. Un dossier fondamentale per il futuro del Paese La portata dell'accordo è imponente: oltre 2.000 pagine di trattati che salgono a 20.000 considerando gli atti di riferimento, tanto che si afferma che «nessuno può coglierne tutte le implicazioni». Sebbene da parte di Bruxelles la regola sia quella del “prendere o lasciare” – cioè le due Camere non possono modificare gli accordi - il Parlamento svizzero ha comunque un margine decisivo: può infatti dire la sua sulle misure di accompagnamento interne e sulla tipologia di referendum, con la popolazione che sarà chiamata ad esprimersi in merito presumibilmente nel 2028. E anche noi a Modem questa mattina vi proponiamo, vista la complessità e viste le dimensioni della tematica, una prima entrata in materia Lo facciamo con tre ospiti, tre consiglieri agli Stati Marco Chiesa, TI/UDCFabio Regazzi, TI/Centro Carlo Sommaruga, GE/PS

Il prezzo di benzina e diesel dall'inizio dell'anno è in costante ascesa, e cittadini e imprese arrancano. In diversi paesi europei si cercano delle soluzioni per aiutare chi fatica a stare a galla a causa del continuo rincaro, conseguenza di una situazione geopolitica funestata da diversi fronti di guerra. La Francia ha pensato, ad esempio, a sgravi per chi viaggia molto per lavoro, a sussidi per l'agricoltura e il presidente Macron ha chiesto alla presidente della Commissione europea von der Leyen misure per incrementare la produzione di diesel e cherosene nell'UE. La Germania col suo “Tankrabatt” da inizio ottobre fino alla fine dell'anno calmiererà i prezzi di benzina e diesel di 17 centesimi al litro. Misure simili saranno introdotte anche in Spagna. In Italia ENI introdurrà un tetto massimo ai prezzi e la speranza è che altri distributori seguano questa via. La Lituania dimezza le tariffe dei treni, la Polonia propone forti prelievi su profitti record di produttori e venditori di carburanti e la Grecia tassa di più il gioco d'azzardo per trovare fondi per gli aiuti. E in Svizzera cosa si fa? Sul piano nazionale stanno arrivando diverse proposte dalla politica, da schieramenti di destra, come di sinistra, per chiedere alla Confederazione di intervenire. Qualcuno sottolinea i maggiori introiti nelle casse pubbliche, poiché i prezzi più alti aumentano l'IVA incassata. Altri chiedono invece di attingere maggiormente alle riserve di carburante e di limitare i margini di guadagno dei distributori. Ne discuteremo con: Antonella Crüzer, Segretaria generale di ACSI, Associazione delle consumatrici e consumatori della Svizzera ItalianaEdoardo Beretta, professore di Macroeconomia monetaria e internazionale all'Università della Svizzera Italiana a LuganoBoris Martinoni, CEO di ECSA Energy SA e portavoce dell'Associazione Ticinese Stazioni di Servizio

Si è svolta in questi giorni la visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping a Washington. Arrivato mercoledì e accolto in pompa magna dallo stesso Donald Trump all'aeroporto, Xi Jinping ripartirà oggi, venerdì. I due potrebbero rivedersi però già a novembre, quando Trump dovrebbe tornare in Cina per il vertice Apec (Cooperazione Economica Asia-Pacifico) di Shenzhen.Quella che si conclude oggi è sì la prima visita di Xi alla Casa Bianca dopo oltre un decennio (l'ultima risaliva al 2015), ma si tratta già del terzo incontro di persona con il presidente statunitense nell'arco di un anno, dopo i vertici di Busan, in Corea, lo scorso ottobre 2025 e la visita di Trump a Pechino a maggio di quest'anno.Un incontro che avviene in un momento in cui il mondo è destabilizzato dalle guerre, dal prezzo dell'energia fuori controllo e dalla scomparsa dell'idea stessa di una comunità internazionale (basti pensare che pur trovandosi negli Stati Uniti, il presidente cinese ha snobbato l'Assemblea generale dell'Onu in corso in questi giorni a New York).Eppure, nonostante i temi di cui i leader delle due superpotenze mondiali discutono siano di importanza e impatto globale, molti analisti già alla vigilia ritenevano che sarebbe stato un incontro più incentrato sull'immagine e sul simbolismo, piuttosto che sulla ricerca di progressi sostanziali su questioni come il commercio e la guerra dei dazi, lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, le guerre in corso oppure il nodo di Taiwan…Che bilancio trarre quindi da questo incontro fra i leader delle due superpotenze globali?A Modem ne parliamo con:Andrea Vosti, corrispondente radiofonico RSI da WashingtonLorenzo Lamperti, collaboratore RSI dall'Asia orientale

Alla camera alta, con 25 voti a favore e 17 contrari, questa settimana si è sbloccata la contesa che da anni frena il finanziamento supplementare a favore dell'esercito. Mezzi con cui, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, si vogliono portare le spese per la difesa all'uno percento del prodotto interno lordo della Svizzera. Questi fondi erano bloccati, da una parte da chi li vuole stanziare senza nuove entrate ma grazie a dei risparmi, mentre dall'altra c'è chi è scettico a veder crescere in maniera massiccia i mezzi a disposizione del Dipartimento della difesa. Il Consiglio degli Stati propone ora aumento dello 0.2 percento dell'Imposta sul valore aggiunto per i prossimi 18 anni, punto su cui verrebbe chiamato a esprimersi il popolo, e in parallelo un fondo per “La sicurezza e la difesa” da al massimo 24 miliardi di franchi. Questo Fondo potrà indebitarsi fino a 12 miliardi di franchi e verrebbe alimentato, oltre che dai proventi dell'aumento dell'IVA, dalla metà delle eccedenze di finanziamento ordinarie della Confederazione. Una soluzione diversa da quella del Consiglio federale, che puntava ad uno 0.5 percento supplementare di IVA, e che deve ancora passare al vaglio del Consiglio nazionale e del popolo. Missione non facile pensando alle polemiche che toccano vari programmi di armamento, a cominciare dalle polemiche legate all'acquisto dei caccia F-35. A Modem intervengono sul tema due consiglieri nazionali:Martin Candinas, grigionese del CentroBruno Storni, ticinese del PS

Carenza di appartamenti, prezzi e pigioni in continua ascesa: le difficoltà di inquilini e di chi cerca casa restano all'ordine del giorno in Svizzera (e non solo). L'argomento si è riproposto a Palazzo federale dove il Consiglio nazionale ha approvato, con una rara alleanza tra UDC e sinistra, una mozione in cui l'UDC di Zugo Thomas Aeschi chiede un solido rafforzamento della Lex Koller. La legge che limita l'accesso di persone e capitali stranieri alla proprietà in Svizzera. L'intenzione è di ridurre le tendenze speculative nel mercato immobiliare e con ciò la pressione sui prezzi. Sull'efficacia di una simile misura, alla quale sta peraltro lavorando anche il Consiglio federale, i pareri divergono: PLR e Centro la considerano addirittura controproducente. Chi ha ragione? E in quale modo affrontare il problema dei costi dell'alloggio che tanto incide, insieme a quello dei costi della sanità, sul potere d'acquisto dei cittadini? Ne discutiamo con: · Paolo Pamini, consigliere nazionale UDC· Simone Gianini, consigliere nazionale PLR· Intervista registrata a Cristian Dandrès, consigliere nazionale PS

Yemen, da guerra dimenticata a epicentro di una crisi globale che minaccia le rotte commerciali e tenta di ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente. Nelle ultime settimane l'Arabia Saudita ha registrato attacchi sempre più frequenti da parte dei combattenti filoiraniani Houthi arrivati a controllare lo stretto di Bab Al Mandab sul Mar Rosso – divenuto passaggio marino vitale per il trasporto di merci e petrolio tra l'Asia e L'Europa, specialmente dopo il blocco dello Stretto di Hormuz. Da uno stretto all'altro per un'evoluzione della crisi in Medio Oriente che rischia di paralizzare entrambe le vie di trasporto marittimo lungo la penisola arabica e sottoporle al controllo iraniano. Una leva potentissima da impiegare nella guerra contro gli Stati Uniti e che – e ce ne siamo accorti – fa schizzare alle stelle il prezzo del petrolio. Ne parliamo a Modem con Eleonora Ardemagni, esperta di Yemen e Monarchie del Golfo, ISPI Alessandro Colombo, professore di Relazioni internazionali, Università degli Studi MilanoGiacomo Luciani, esperto di energia e professore di relazioni internazionali al Graduate Institute di Ginevra

In Russia si è votato per tre giorni per rinnovare la Duma, la Camera bassa dell'Assemblea federale. Sono le prime elezioni legislative dall'invasione su larga scala dell'Ucraina, ma con un risultato già scritto in anticipo. L'unico partito contrario alla guerra, Yabloko, è stato escluso dalla corsa. Non ci sono stati osservatori indipendenti e il voto elettronico, esteso a un terzo del Paese, resta una scatola nera. Intanto, la sera prima della chiusura dei seggi il cielo di Mosca era pieno di droni ucraini.Eppure, dietro la vittoria annunciata di Russia Unita, il voto racconta molto di un Paese in affanno. La guerra si è palesata in casa con le code ai distributori, un'economia quasi ferma e la stanchezza di una popolazione che nei sondaggi chiede sempre più spesso la pace. Intanto, fuori dai confini, la pressione cresce. Gli Stati Uniti si preparano a sanzioni e dazi contro chi compra petrolio russo, e Mosca risponde colpendo le aziende occidentali rimaste nel Paese, a partire dalla svizzera Nestlé.Come funziona un sistema elettorale costruito per non avere sorprese? Quanto regge il consenso a Putin? E cosa cambia per la guerra, per l'Europa e per la Svizzera, a pochi giorni dal voto sulla neutralità?Ne parliamo a Modem con:· Alberto Zanconato, giornalista che vive e lavora in Russia · Ulrich Schmid, slavista e storico dell'Università di San Gallo · Nona Mikhelidze, politologa presso l'Istituto Affari internazionali e specialista dell'area post-sovietica

Quella di domenica 27 settembre potrebbe diventare una data storica per il Canton Grigioni. Oltre ai temi federali nel Cantone si vota anche per abbassare il diritto di voto a 16 anni. Se la proposta di revisione parziale della Costituzione dovesse venir accolta il Grigioni diventerebbe il secondo Cantone svizzero - quasi 20 anni dopo Glarona - a concedere ai 16 e 17enni di poter votare ed eleggere, ma NON di essere eletti. A 16 anni si è effettivamente già maturi per esercitare lo strumento fondamentale della cittadinanza svizzera, ovvero il diritto di voto? Ha senso che anche i minorenni votino se poi non hanno gli stessi obblighi e le stesse responsabilità dei maggiorenni? È questa la strada giusta per svecchiare la politica svizzera? Un dibattito che vede a confronto:Luca Fanconi, del comitato direttivo dei Giovani del Centro Mirko Lanfranchi, rappresentante dell'UDC Valposchiavo

Mai più un altro 19 marzo 2023, giorno in cui fu annunciato il crollo di Credit Suisse, l'allora seconda banca svizzera. Il Consiglio federale, per scongiurare il ripetersi di questo incubo, ha elaborato una proposta per fare in modo che le partecipazioni nelle filiali estere delle banche a rischio sistemico siano interamente coperte con capitale proprio di qualità primaria. Tradotto: non deve ricapitare – come fu con Credit Suisse – che guai nelle filiali estere mettano a rischio la casa madre in Svizzera. Questa proposta è stata ribattezzata “Lex UBS” perché, anche se pensata per tutte le banche svizzere di rilevanza sistemica, di fatto riguarda solo UBS, l'unica con partecipazioni significative in filiali estere. Il costo per UBS di questi fondi propri aggiuntivi sarebbe di 20 miliardi di franchi. Un aggravio importante che nessun altro concorrente sul piano internazionale deve sostenere e UBS teme quindi per la sua perdita di competitività. La Commissione Economia e Tributi del Consiglio agli Stati ha raccolto le preoccupazioni della nostra banca più grande e ha elaborato una soluzione di compromesso rispetto alle indicazioni del governo federale: le filiali estere di UBS potrebbero essere dotate per il 50% di capitale primario di classe 1 e per l'altro 50 percento di obbligazioni AT1. Ne discutiamo con:Fabio Regazzi, consigliere agli Stati per il Centro e presidente di USAM Simone Gianini, consigliere nazionale per il PLR Marc Chesney, professore emerito di matematica finanziaria all'Università di Zurigo che ha insegnato in passato anche all'USI a Lugano

Tutto è iniziato nel 2017 con le prime trattative e ora, a quasi dieci anni di distanza, l'accordo di libero scambio con i Paesi del Mercosur si ritrova a fare i conti con l'esame del Parlamento. E molto lascia intendere che le Camere federali daranno il loro via libera a questa intesa con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un nullaosta tutt'altro che scontato, visto che in un primo momento, nel giugno scorso, il Consiglio nazionale si era opposto a questo accordo. Un rifiuto dovuto ad un'alleanza tra la lobby contadina e la sinistra. Una doppia opposizione che ora, alla vigilia del secondo dibattito al Nazionale su questo argomento, non dovrebbe ripresentarsi. Il mondo agricolo svizzero si è detto pronto a sostenere questo accordo, visto che dal Parlamento ha ottenuto poco più di un mezzo miliardo di franchi, suddiviso su sei anni, per far fronte alla concorrenza dei prodotti agricoli, in particolare carne e vino, in arrivo a prezzi ridotti dall'America Latina. Gli unici contrari rimangono socialisti e verdi, che si sono già detti pronti a lanciare un referendum. A loro dire questo accordo non garantisce a sufficienza il rispetto dei diritti dei lavoratori e la protezione dell'ambiente nei Paesi del Mercosur.Ne discuteremo con:- Alex Farinelli, consigliere nazionale PLR/TI- Jon Pult, consigliere nazionale PS/GR- Sem Genini, segretario agricolo dell'Unione contadini ticinesiBuon ascolto

L'intelligenza artificiale, l'IA, rischia di portare all'estinzione del genere umano affermano da tempo gli allarmisti. Una posizione forse marginale, almeno fino a qualche giorno fa quando Dario Amodei, il numero uno di Anthropic, ha dichiarato che lo sviluppo dell'IA va frenato.Per Amodei vanno introdotti dei controlli esterni sullo sviluppo dei nuovi modelli di intelligenza artificiale con degli standard validi per tutto il settore anche grazie ad un intervento regolatore dello Stato, infine va trovato un accordo a livello internazionale per gestire la situazione.Sull'utilità di simili interventi e su quali potrebbero essere le loro conseguenze si interrogano a Modem:Stefano Quintarelli, già membro del gruppo di esperti di alto livello per l'IA della Commissione europea e oggi gestore di un fondo di capitale a rischio nel settore delle nuove tecnologieMarco Zaffalon, professore e direttore scientifico dell'Istituto Dalle Molle di studi sull'Intelligenza artificiale USI/SUPSI

A tre anni dal messaggio del Governo il Piano energetico e climatico cantonale va finalmente in aula, nella seduta di Gran Consiglio che si apre domani 14 settembre. 3 anni di discussioni in commissione, alla ricerca di compromessi per un'adesione la più ampia possibile alla strategia su energia e clima del Canton Ticino. Siamo a metà dell'opera – verrebbe da dire – ma in mezzo c'è ancora tutta la discussione in parlamento e non è detto che quanto sostenuto nel rapporto di maggioranza della Commissione Ambiente territorio e energia venga accolto in toto dalla maggioranza dei deputati. Già perché dalla commissione è uscito anche un rapporto di minoranza che chiede di respingerlo e in aula saranno presentati svariati emendamenti volti a rafforzare oppure a indebolire la struttura del Piano. E il tutto infine potrebbe anche essere rimandato in commissione. Insomma attorno al PECC la politica si divide tra chi vi legge una svolta ecologica ed economica necessaria e imprescindibile, chi ne condivide i principi ma chiede una certa flessibilità e chi infine chiede di bocciarlo perché manca di trasparenza sui costi e parte da premesse ormai obsolete. Ne discutiamo con Massimo Mobiglia, deputato dei Verdi liberali e relatore di maggioranzaGianluca Padlina, il Centro, favorevole con riservaAlain Bühler, capogruppo UDC , contrario

L'11 settembre di 25 anni fa, gli attacchi contro New York e Washington. Quattro aerei dirottati da terroristi di Al Qaida, due colpiscono le torri gemelle del World Trade Center a new York, uno il Pentagono, il quarto aereo, anche lui diretto Washington, si schianta per la resistenza dei passeggeri. Quel giorno si contano quasi 3'000 vittime, molte di più negli anni seguenti, le morti dovute alle intossicazioni causate da crolli e incendi. Gli Stati Uniti dell'allora presidente George W. Bush rispondono con la “guerra al terrore”, che nei decenni a livello globale causerà quasi un milione di morti in combattimento e costi per 8'000 miliardi di dollari. E, ancora oggi, quanto successo allora si fa sentire, non solo all'interno degli Stati Uniti e in Medio OrienteA Modem ne discutono:Andrea Vosti, corrispondente RSI da Washington Mario Del Pero professore di storia internazionale e storia degli Stati Uniti a Science Po a ParigiGilles Kepel, politologo specialista del mondo arabo e di islam, ha insegnato anche all'USI dove è stato direttore scientifico del “Forum sul Medio Oriente e il Mediterraneo”

Con l'invasione russa in Ucraina del 2022, la Svizzera è stata confrontata con una domanda a lungo sottovalutata: cosa vuol dire, veramente, essere neutrali?Il dilemma riguarda in particolare le sanzioni economiche. L'ONU non ne ha approvate, perché la Russia può mettere il veto in quanto membra del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E così il Consiglio federale, dopo una prima titubanza, ha adottato le sanzioni decise dall'Unione europea contro persone e aziende legate al regime di Mosca. Una decisione sbagliata, per una parte della politica, in particolare per l'UDC.La discussione ora viene estesa a tutti i cittadini svizzeri, con l'iniziativa sulla neutralità in votazione il 27 di settembre. I promotori chiedono un'interpretazione rigida della neutralità, senza sanzioni europee e senza collaborazioni con gli eserciti dei Paesi Nato. I contrari, compresi governo e Parlamento, ritengono invece che sia indispensabile mantenere una certa flessibilità nell'applicazione concreta della neutralità. A Modem domani ci chiederemo quale approccio sia migliore per favorire gli interessi svizzeri: diplomatici, economici, militari. Ne discuteremo conMarco Chiesa, UDC, Consigliere agli Stati, per il SÌ all'iniziativa Greta Gysin, Verdi, Consigliera Nazionale, per il NO all'iniziativa

Una grave rissa al parco Ciani fra tossicodipendenti, un'altra a Lugano Marittima, con il ferimento di un giovane colpito da una bottiglia di vetro, una lite in Piazza Cioccaro con un giovane ferito, una spedizione punitiva contro un ragazzo in un bar di Breganzona, due gravi accoltellamenti, un'aggressione contro tre 17enni che rientravano da una festa di compleanno, altri disordini di vario genere…. Quella di Lugano è stata un'estate decisamente movimentata, con la popolazione, le autorità e le forze dell'ordine che si sono ritrovate ad interrogarsi sulla reale situazione, sul fronte della sicurezza, della città. Ma Lugano è davvero diventata più pericolosa, oppure è una percezione legata a una casuale concomitanza di fatti che hanno in comune sì la violenza, ma che hanno anche dinamiche e ragioni molto diverse fra loro? E quanto sono responsabili le dipendenze, da alcool e droga, crack in primis? E come devono reagire le autorità cittadine? Cosa possono davvero fare? A Modem ne parliamo con tre ospiti:Karin Valenzano Rossi, responsabile del Dicastero sicurezzaEdoardo Cappelletti, consigliere comunale del gruppo La SinistraMarco Coppola, direttore Radix Svizzera italiana

Un funerale con tutti gli onori – anche se qualcuno si è prodigato a non volerlo chiamare funerale di stato. Stiamo parlando delle esequie di Ratko Mladic, ex generale serbo-bosniaco, una delle figure chiave della guerra in Bosnia Erzegovina durante gli anni 90. Stava scontando l'ergastolo all'Aja per genocidio e crimini di guerra e contro l'umanità. Sotto il suo comando era stato perpetrato l'assedio di Sarajevo e la campagna di pulizia etnica culminata con il genocidio di Srebrenica. Eppure oggi la morte di Radko Mladic non ha chiuso uno dei capitoli più bui della storia bensì sembra aver riaperto ferite profonde. Com'è stato possibile che la Serbia tributasse a Mladic un tale onore, con tanto di volo di stato e migliaia di persone alle esequie? È davvero impensabile ad oggi immaginare un vero processo di riconciliazione e verità? E come si posiziona sul piano interno e internazionale – oggi con questa mossa - la Serbia di Vucic, scossa da quasi due anni di proteste degli studenti e prossima a nuove elezioni? Ne parliamo a Modem con:Milovan Pisarri, storico ed esperto di nazionalismi dei Balcani, Università di Belgrado Nenad Stojanovic, professore di Scienze politiche all'Università di Ginevra Marija Milanovic, giornalista Swissinfo

Alternative für Deutschland oltre il più ottimista dei sondaggi al 43,8%, cristiano democratici della CDU più che dimezzati al 17%. Gli altri partiti che galleggiano al di sotto del 10%. E alle urne è andato quasi l'ottanta per cento degli elettori: in Sassonia-Anhalt non era mai successo dalla riunificazione. Ed è anche il miglior risultato mai ottenuto dall'estrema destra in un'elezione regionale nella storia della Repubblica federale tedesca. Le elezioni in questa regione orientale fino agli anni ‘90 parte della DDR, segnano un punto di svolta, con il partito di estrema destra che sfiora di un niente la maggioranza assoluta e mette in crisi il brandmauer, il cordone sanitario declinato alla tedesca. Eppure il candidato Ulrich Siegmund i numeri per governare da solo non li ha: trentanove seggi su ottantatré, tre in meno dei quarantadue che servono. «Abbiamo scritto la storia», ha detto lui ieri sera. Tutti gli altri partiti ripetono invece che con lui non governeranno mai. Così da stamattina la Germania ha due problemi. Uno aritmetico: in quel parlamento nessuno ha una maggioranza. E uno politico, molto più grande, che non riguarda soltanto Magdeburgo. Fra due settimane si vota a Berlino e in Meclemburgo, mentre il cancelliere Merz esce indebolito dopo il voto di ieri. E da Budapest a Parigi a Roma, ieri sera, l'estrema destra europea festeggiava. Che cosa succede adesso in Sassonia-Anhalt? E che cosa dice questo voto alla Germania, e all'Europa? A Modem ne discutiamo con: Walter Rahue, corrispondente RSI dalla GermaniaLutz Klinkhammer, storico e vicedirettore dell'Istituto storico germanico di RomaAndrea Ostinelli, corrispondente RSI da Bruxelles

Da un lato, i caccia del Pentagono che hanno colpito nello Stretto di Hormuz per sventare – secondo il Comando Centrale americano – un tentativo di Teheran di disseminare nuove mine navali. Dall'altro, la risposta della Repubblica Islamica, che ha bersagliato con missili e droni gli Emirati Arabi, il Kuwait, la Giordania, il Bahrein e l'Iraq, tutti Paesi che ospitano basi militari americane. Sullo sfondo, l'ondeggiante e imprevedibile strategia della Casa Bianca. Il presidente Donald Trump da un lato annuncia di voler soffocare lentamente Teheran sul piano finanziario con la cosiddetta ‘Operation Economic Outcast', dall'altro minaccia di bombardare il Paese fino alla resa immediata. Qual è il vero obiettivo di Washington? Il presidente americano, che fra due mesi dovrà affrontare il banco di prova delle elezioni di Midterm, vuole un accordo o la situazione in fondo, come ha detto lui stesso in questi giorni, gli va bene così? E fino a che punto l'Iran è disposto a spingersi, anche tenuto conto delle minacce di Trump che ha promesso di “colpire molto più duramente” l'Iran in caso di rappresaglia? Quanto può resistere, poi, con le nuove sanzioni annunciate da Washington? E quale ruolo giocano – in questo conflitto - gli alleati regionali, a partire da Israele? Ne discutiamo con tre ospiti:ANDREA VOSTI - corrispondente RSI da WashingtonNIMA BAHELI - giornalista e analista geopolitico, esperto di intelligence e relazioni internazionali.FRANCESCA CAFERRI – inviata in Medio Oriente per la Repubblica, esperta della zona

Un consigliere di Stato senza dipartimento, con un ufficio, un posto al tavolo del Governo e il diritto di partecipare alle sedute, ma nessun accesso ai dossier. È questa l'immagine che il Ticino si è portato a casa ieri pomeriggio.Claudio Zali aveva annunciato a luglio le sue dimissioni per fine settembre. Martedì, dopo la notizia di un secondo procedimento penale a suo carico, questa volta per reati contro l'integrità sessuale, i colleghi di Governo – così come gran parte dell'arco politico - gli hanno chiesto di andarsene subito. Nel pomeriggio, quaranta minuti prima della conferenza stampa dell'Esecutivo, Zali ha risposto con una nota: le accuse sono false, il procedimento verrà abbandonato e resterà al suo posto — sono parole sue — fino alla data da lui stabilita. A suo dire le dimissioni immediate sarebbero state interpretate come un'ammissione di colpa, in barba al principio della presunzione d'innocenza. Il Consiglio di Stato ha allora fatto l'unica cosa che poteva fare: gli ha tolto il Dipartimento del territorio, affidandolo a Raffaele De Rosa, supplente designato, almeno fino all'entrata in carica del subentrante di Zali, il democentrista Piero Marchesi. Un caos istituzionale quindi non ancora totalmente risolto, che lascia sul tavolo diversi interrogativi, posti anche in alcuni atti parlamentari, che toccano pure l'operato della magistratura e di chi la sorveglia. A Modem ne discutono tre granconsiglieri ticinesi: · Maura Mossi Nembrini, Più Donne· Evaristo Roncelli, Avanti con Ticino e Lavoro· Pino Sergi, Movimento per il Socialismo

Reati contro l'integrità sessuale: anche di questo è accusato Claudio Zali, in un secondo procedimento penale a suo carico, dopo quello per abuso d'autorità e tentata coazione aperto nel corso del mese di luglio. Un secondo capo d'accusa che ha spinto il governo ticinese a chiedere le immediate dimissioni del ministro leghista, in carica dal 2013. Zali però ha rifiutato di compiere questo passo, vuole rimanere in carica fino al prossimo 30 settembre. Ora i suoi colleghi in Consiglio di Stato sono pronti a togliergli la direzione del Dipartimento del territorio. Un vero e proprio ultimatum, a cui si sono aggiunte altre richieste simili giunte dai partiti politici, in primis a reagire sono stati i Verdi. Sollecitazioni che vanno tutte nella stessa direzione: Zali deve lasciare il governo, e farlo immediatamente.La tensione è dunque alle stelle, in un contesto che mette sotto pressione anche la Magistratura ticinese, chiamata a far luce su questi casi e a garantire al Paese la massima trasparenza possibile, anche quella relativa al proprio operato.Ne parleremo con:Luca Berti, giornalista RSIDaniel Ritzer, direttore La RegioneGianni Righinetti, vice-direttore Corriere del Ticino

Il record nazionale di 41.5 gradi registrato a Grono nel 2003, non è stato superato (39.7 gradi a Basilea il record 2026), ma nel suo insieme l'estate che volge al termine è stata la più calda mai vissuta in Svizzera: 17.2 gradi di temperatura media tra giungo e agosto, +3.4 rispetto alla media di riferimento dell'ultimo trentennio. È stato un susseguirsi interminabile di periodi di canicola, di giornate e notti tropicali tradottesi in una siccità estrema. E poi le conseguenze: livelli estremamente bassi di laghi e corsi d'acqua, morie di pesci, boschi e agricoltura di montagna in grande sofferenza, rischio di incendi, salute degli anziani, ghiacciai che se ne vanno, gestione sempre più delicata delle risorse idriche e altro ancora. Che cosa ci ha insegnato questa estate? Come l'abbiamo superata? Diventerà la norma? Con quali mezzi affrontare o scongiurare situazioni come questa?A Modem ne discuteremo con:Giovanni Bernasconi, direttore della Divisione dell'ambiente all'interno del Dipartimento del Territorio TIMarco Gaia, meteorologo, responsabile Previsioni e Consulenze MeteoSvizzeraGiorgio Tognola, responsabile Commercio energia Azienda elettrica ticinese

In Ticino l'estate del 2026 passerà alla storia per la canicola, e a livello politico, per le dimissioni dal Consiglio di Stato di Claudio Zali, presidente del governo fino allo scorso 29 luglio. Un caso che ha senza dubbio fortemente intaccato la credibilità delle istituzioni, in particolare del Consiglio di Stato. Governo che si era riunito per ben tre volte alle fine di luglio. E che si era presentato in conferenza stampa davanti al Paese, assente Zali, al momento delle sue dimissioni. Da allora su questo fronte è rimasto sostanzialmente silente. Le dimissioni sono maturate dopo la pubblicazione di alcuni audio in cui si sente Zali incitare alla violenza contro una donna, audio registrati senza il consenso del Consigliere di stato leghista. Dal punto di vista politico l'uscita di scena di Claudio Zali ha portato a un nuovo dinamismo in vista delle elezioni cantonali ticinesi del prossimo anno. E questo in attesa che il Consiglio di Stato risponda davanti al Gran Consiglio a diversi atti parlamentari che ruotano attorno alle dimissioni del ministro leghista. Con un quesito che spicca su tutti gli altri: chi sapeva dei rapporti problematici di Zali con alcune donne, emersi anche in un processo in cui l'ex giudice figurava come vittima? Una vicenda che interpella anche la giustizia ticinese, coinvolta anche dal recente annegamento a Melide della donna che aveva pubblicato quegli audio, e che nei giorni precedenti la sua scomparsa aveva sporto denuncia contro ignoti dopo aver subito un'aggressione. Nel suo annegamento gli inquirenti escludono l'intervento di terzi, ma resta da capire, in particolare, chi l'aveva aggredita.Temi e interrogativi che discuteremo con tre giornalisti che seguono da vicino la politica ticinese:· Sacha Dalcol, direttore di Teleticino· Jacopo Scarinci, giornalista de La Regione· Sharon Bernardi, giornalista RSI al Quotidiano

Dopo 13 anni di governo Claudio Zali ha deciso di gettare la spugna, ormai completamente isolato dal punto di vista politico. Troppe le vicende da chiarire, una anche dal punto di vista penale, che lo hanno ormai messo con le spalle al muro. Su tutte spiccano gli audio, registrati senza il suo consenso ma di forte interesse pubblico, in cui incitava alla violenza. Con poche righe lo stesso Zali ha fatto sapere al Consiglio di Stato la sua decisione di lasciare il governo alla fine del mese di settembre 2026. Con un comunicato stampa più corposo ha invece voluto parlare al Paese, un testo in cui ha respinto le accuse a suo carico e in cui se l'é presa con quello che ha chiamato “un linciaggio politico e mediatico” contro la sua persona. Il suo posto verrà assunto da Piero Marchesi, primo subentrante sulla lista Lega/UDC alle elezioni cantonali del 2023.Un terremoto politico, tra i più gravi nella storia politica ticinese, di cui parleremo con:Marina Carobbio, presidente del Consiglio di StatoDaniela Piccaluga, coordinatore della Lega dei TicinesiAlain Bühler, capogruppo in Gran Consiglio dell'UDC

“Picchiala, l'ho fatto anche io”. Grondanti di violenza, le parole di Claudio Zali hanno tramortito il mondo politico ticinese. Audio registrati senza il consenso del Consigliere di Stato ma che lo stesso Zali finora non ha smentito. Propositi a cui vanno aggiunti altri due casi scottanti a carico del ministro legista: l'inchiesta aperta nei suoi confronti per abuso d'ufficio e tentata coazione, per la questione del 14enne detenuto alla Farera, e l'email in cui lo stesso Zali esortava l'EOC, con parole tutt'altro che edificanti, ad assumere una sua conoscente. Tre casi e un terremoto politico, che ha travolto in primo luogo il ministro e ex giudice, ma che ha investito di fatto tutto il mondo politico ticinese, a cominciare dal Consiglio di Stato. C'è chi chiede le dimissioni immediate del ministro, chi la rinuncia ad una sua candidatura in vista delle elezioni cantonali della primavera 2027, e chi chiama in causa anche altri nomi di spicco, coinvolti, con modalità e imbarazzi diversi, in quello che ormai viene chiamato il “caso Zali”. Con la Lega che deve in qualche modo trovare una via d'uscita, mentre il Mattino ha già scaricato il ministro, diventato ormai una zavorra troppo ingombrante.Il caso Zali, gli interrogativi che solleva e una politica ticinese alle prese con quella che è a tutti gli effetti una delle crisi istituzionali più gravi della sua storia. Ne parleremo con:Alessandro Speziali, presidente del PLRFabrizio Sirica, co-presidente del PSGiorgio Fonio, vice-presidente del Centro e consigliere nazionale

Miglior accordo di tutti i tempi raggiunto dagli Stati Uniti con l'Iran o una sconfitta strategica per Washington? Le valutazioni cambiano a seconda degli osservatori, ma è comunque chiaro che i punti di domanda non mancano. Da una parte l'Iran sembra aver ottenuto importanti concessioni sia a livello di sanzioni alleggerite sia per quanto riguarda il suo programma nucleare, dall'altra ha preso pochi impegni a parte la riapertura al traffico lo stretto di Hormuz. Invece, per gli Stati Uniti gli obiettivi annunciati all'inizio degli scontri militari non sono stati raggiunti, per esempio il porre fine ai programmi missilistici dell'Iran, eppure i negoziati previsti potrebbero aprire le porte a migliori relazioni con la nuova dirigenza iraniana. C'è poi l'incognita degli effetti di questo accordo su Israele, sia per la politica interna che quella estera. A Modem ne discutono:Riccardo Alcaro, direttore delle ricerche dell'Istituto affari internazionali di Roma Nima Baheli, giornalista e analista geopolitico italo-iraniano Daniel Bettini, responsabile della redazione esteri del quotidiano israeliano Yediot Ahronot

È notizia degli ultimi giorni la crisi della Cremo in Romandia, l'equivalente della ormai ex LATI ticinese, ma in questo caso parliamo di un gigante della produzione lattiera-casearia. In realtà è però stato tutto l'inverno ad essere difficile per i produttori di latte svizzeri, e il Ticino non fa eccezione, anzi. Per i produttori ticinesi si aggiunge infatti il problema della chiusura della LATI: il latte ritirato dalla federazione ticinese dei produttori ora prende la via del nord delle Alpi, provocando ulteriori costi che pesano sul prezzo finale. Oltre alla “guerra dei caseifici” in salsa ticinese, sul tavolo per il settore restano anche tutta una serie di altri problemi: l'aumento dei prezzi di carburante, mangimi e fertilizzanti a causa delle tensioni internazionali, la presenza del lupo – in particolare per gli alpeggi –, il cambiamento climatico e infine – ma non per ordine di importanza – la concorrenza dei prodotti esteri. A Modem, dopo la trasmissione di un reportage dal territorio, ne discuteremo con: Omar Pedrini, allevatore e presidente dell'Unione contadini ticinesi Daniele Fumagalli, capo Sezione agricoltura Canton Ticino

In futuro i migranti cui è stata respinta la domanda di asilo in un Paese dell'Ue potranno finire – se non possono essere rimpatriati – in un centro chiuso in un cosiddetto “Paese terzo”: fuori dall'Unione e diverso da quello d'origineStiamo parlando dei “Return hub”. Il più noto è quello voluto dal governo italiano di Giorgia Meloni in Albania, per gestire le procedure di asilo, ma che per decisione di vari tribunali italiani viene utilizzato principalmente come centro di espulsione. E proprio questi centri di espulsione sono previsti nel nuovo regolamento europeo sui rimpatri, il cui iter procedurale per l'approvazione definitiva è in fase conclusiva: dovrebbe concludersi a luglioE se Austria e Germania, per citare due Paesi membri dell'Ue e vicini di casa della Svizzera – stanno già pensando di istituire i propri “Return Hub” - anche la Svizzera potrebbe partecipare. O almeno questo è quello che propone una mozione promossa dal Partito liberale radicale e sottoscritta da deputati di vari partiti, in discussione domani agli Stati. Va detto che il nuovo regolamento UE sui rimpatri coinvolgerà anche la Svizzera - che ha due anni di tempo per recepirlo nel diritto nazionale – ma la partecipazione a un centro di rimpatrio non è obbligatoria per gli Stati aderenti agli accordi di Schengen/Dublino.Quali vantaggi – quindi - potrebbero esserci a partecipare alla creazione di questi “Return Hub”? E, anche in presenza di una base giuridica europea, questi centri sono compatibili con gli standard elvetici in materia di Stato di diritto e Diritti umani? E sono efficaci?Ne parliamo con due ospiti:CARLO SOMMARUGA, consigliere agli Stati socialista, di GinevraSIMONE GIANINI, consigliere nazionale ticinese del PLR

Siamo di fronte a una delle sfide più complesse del nostro tempo, che ci pone a un bivio: da un lato, la promessa di un'economia di condivisione che porta ricchezza; dall'altro, il rischio di comunità che perdono la loro anima, con i residenti costretti a lasciare il posto a un viavai di turisti e il settore alberghiero che denuncia una concorrenza sleale. Dal Centro Media di Palazzo federale ci interroghiamo a proposito di turismo e affitti di breve durata... Un tema sempre più d'attualità e che suscita intense proteste anche in Svizzera. Comuni e Cantoni sono in prima fila per ragionare e se caso arginare il fenomeno AirBnb con diverse leggi o ordinanze ad hoc – è il caso del Ticino, dei cantoni Vaud e Ginevra e delle Città di Lucerna, Berna e Interlaken... E a Palazzo federale ci si chiede se non sia il caso di agire a livello della Confederazione. Un primo passo in questo senso lo ha compiuto il Consiglio nazionale la scorsa settimana approvando una mozione di Jacqueline De Quattro che chiede una raccolta dati sistematica per iniziare a monitorare il fenomeno e la sua portata. Partiremo da qui con il nostro dibattito e ne discuteremo con Jacqueline De Quattro, consigliera nazionale PLR/VDPaolo Pamini, consigliere nazionale UDC/TIBruno Storni, consigliere nazionale PS/TI

È stata di certo una delle votazioni popolari più contese e importanti di questa legislatura. In gioco c'era una lunga lista di cantieri aperti: la gestione dell'immigrazione dall'Unione europea, la politica d'asilo, lo sviluppo delle infrastrutture, la salvaguardia dell'ambiente, il mercato del lavoro e quello immobiliare. E, non da ultime, le nostre relazioni con l'UE. Popolo e cantoni hanno espresso un verdetto chiaro: tutti questi problemi non si risolvono con un limite massimo all'immigrazione. Il rifiuto dell'iniziativa UDC che chiedeva di fissare questo soglia a 10 milioni di abitanti a partire dal 2050 rappresenta di certo un sospiro di sollievo per governo, parlamento e per l'arco politico che va dalla destra moderata all'estrema sinistra. Un risultato che però ci dice anche che per il 45% della popolazione l'attuale gestione dell'immigrazione e dello sviluppo demografico del nostro Paese necessita perlomeno di alcune correzioni. Il tema rimane pertanto al centro del dibattito politico in un Paese che esce diviso soprattutto a livello geografico, con un netto fossato tra le città – contrarie all'iniziativa – e le campagne, che l'hanno invece sostenuta. Ne discuteremo con:- Priscilla Imboden, corrispondente a Palazzo federale per il sito Republik.ch - Romain Clivaz, giornalista e commentatore politico di Le Temps- Andrea Pilotti, politologo all'università di Losanna

WE ARE 26 è lo slogan ufficiale dei Mondiali di calcio di Stati Uniti – Canada e Messico inauguratisi ieri sera allo stadio Azteca di Città del Messico... Quel WE ARE (noi siamo) che racchiude unità, visione, passione per lo sport più praticato al mondo. Quello che le storie romantiche ci raccontano giocato con il pallone di stracci nelle banlieue, per le strade, sugli sterrati di ogni angolo del mondo. Quello che fa sognare migliaia di bambini e bambine poco importa l'estrazione sociale. Un pallone rotondo e infinite possibilità! Questo è quello che ci raccontiamo e che fa brillare gli occhi anche a noi adulti, più o meno appassionati di sport o innamorati delle epiche storie sportive... Ma non ci impedisce di guardare anche alle crepe che questo mondiale e anche quelli più recenti hanno spalancato in questa visione romantica del calcio. Ospiti a Modem:Laura Daverio, collaboratrice RSI dal MessicoCristiano Valli, collaboratore RSI dalla West CoastMoris Gasparri, saggista ed esperto di geopolitica e sport, autore de “La partita del potere – come lo sport è diventato un'arma nelle mani dei leader autoritari”

Il Gran Consiglio ticinese martedì ha detto la sua sulle due iniziative popolari (una leghista, l'altra socialista) approvate alle urne lo scorso settembre che vogliono ridurre il peso dei premi delle casse malati sui budget dei cittadini, ma che peseranno di conseguenza e non poco sulle casse pubbliche. Le date di attuazione delle due iniziative sono ora fissate, il carico sulle finanze pubbliche di quella socialista è stato dimezzato (a un massimo di 150 milioni), ma il grosso del lavoro resta da concretizzare nei due prossimi anni: decidere come e dove trovare i soldi, con quali misure di risparmio ed eventualmente con quali nuove entrate. Allora che dire: esercizio riuscito o neanche poi tanto? Ne discutiamo con:

Siamo ai tempi supplementari, nella ricerca di un modello che possa permettere di finanziare la 13esima rendita AVS, approvata in votazione popolare due anni. Dopo ben sei dibattiti, tre in ogni aula, il Consiglio Nazionale e quello degli Stati non sono riusciti a trovare un compromesso su questo finanziamento. Un muro contro muro che ora chiama in causa la cosiddetta Conferenza di conciliazione, l'ultimo tentativo possibile per trovare una soluzione condivisa dai due rami del Parlamento. In ogni caso una cosa è certa: dal prossimo dicembre la 13esima AVS verrà versata ai pensionati del nostro Paese, una fattura da 4 miliardi di franchi che verrà saldata dal fondo di compensazione dell'AVS. Occorre però un modello di finanziamento permanente. Due le varianti in gioco per disporre dei fondi necessari: quella che prevede il solo aumento dell'IVA; sostenuta dal Consiglio nazionale, e quella mista, con un incremento dell'IVA affiancato a un aumento dei contributi salariali in favore del primo pilastro. Proposta difesa dalla Camera dei Cantoni. Con sullo sfondo, nel prossimo futuro, una revisione totale di questa assicurazione sociale e un ulteriore dibattito su un possibile aumento dell'età di pensionamento, misura comunque bocciata dal popolo nel 2024.Argomenti che discuteremo con:

Quando parliamo della sovranità di un paese la prima cosa che viene in mente è la sicurezza delle frontiere e l'indipendenza di una nazione rispetto alle ingerenze estere. Con la digitalizzazione la certezza dei confini è però venuta meno. Infatti tanti nostri dati, anche informazioni sensibili, sono stoccati in banche dati di aziende estere, pensiamo in particolare al Cloud di Microsoft. Paghiamo molto per questo servizio e resta il timore che queste big tech potrebbero usare l'accesso privilegiato alle informazioni altrui a loro vantaggio. Al Consiglio degli Stati è in discussione una mozione, presentata da Heidi Z'graggen dell'Alleanza del Centro, per chiedere al Consiglio federale di ideare e promuovere un programma per incentivare e rafforzare la sovranità digitale in Svizzera. Concretamente occorrerà un finanziamento iniziale mirato per sviluppare dei progetti congiunti tra Stato, mondo economico e quello scientifico per aumentare le performance della Svizzera e la sua competitività nelle infrastrutture digitali, nella cybersicurezza e nel campo dell'intelligenza artificiale. Ne abbiamo discusso con: Mauro Poggia, Consigliere agli Stati del Mouvement des Citoyens Genevois e membro del Gruppo dell'Unione democratica di Centro Bruno Storni, Consigliere nazionale ticinese per il Partito SocialistaVi proponiamo anche un'intervista registrata a Franz Grüter, consigliere nazionale UDC

Oggi come ci informiamo? Di chi ci fidiamo? Siamo ancora disposti a pagare per accedere a notizie verificate? Con gli allievi della 3F del Liceo Lugano 1, che hanno scelto questo tema, parleremo di informazione e delle sue antagoniste naturali, le bufale, che pascolano a frotte nelle vaste praterie del web, alle volte anche scavalcando lo steccato del web. Ma come distinguere il vero dal falso tra la miriade di notizie a cui abbiamo accesso? È diventato ancora più difficile ai tempi dell'intelligenza artificiale? Di quali fonti possiamo fidarci? Si fanno ancora inchieste giornalistiche indipendenti per cercare notizie di prima mano? Ne discutiamo con Paolo Attivissimo, giornalista informaticoColin Porlezza, professore di giornalismo digitale all'Università della svizzera italiana e direttore dell'Osservatorio europeo di giornalismo Ludovico Camposampiero, coresponsabile dell'informazione digitale alla RSI

Tappa zurighese per il primogenito del presidente Trump. Ieri, giovedì 4 giugno, Donald junior è stato ospite nella centralissima “Zunfthaus zum Saffran”, la lussuosa sede della “Corporazione dello zafferano” per un incontro a porte chiuse tra uomini d'affari, voluto dalla “Davos Lodge”, una piattaforma che ruota attorno al WEF di Davos e che organizza eventi per i maggiori leader mondiali, come si può leggere sul suo sito. A due passi dalla Limmat, Donald junior terrà un discorso, a quanto pare incentrato sulle tante sfide geopolitiche del momento. Ma darà anche uno sguardo all'andamento dell'economia mondiale. Un'occasione per Modem di parlare dell'impero finanziario della famiglia Trump, che ruota attorno ad oltre 500 società attive negli ambiti più disparati. I due figli maggiori del presidente gestiscono la “Trump organization”, la società che sta alla testa di tutto questa estesa ramificazione societaria, con un'attenzione particolare all'intelligenza artificiale e alle criptomonete. Secondo Forbes e Bloomberg la ricchezza di Trump è passata da 2 a 6 miliardi da quando The Donald è tornato alla Casa Bianca, ormai 18 mesi fa. Una ricchezza che coinvolge anche la famiglia, basti dire che sua figlia Ivanka e il marito Jared Kushner hanno messo gli occhi su un'isola albanese, per costruirvi un'imponente struttura alberghiera d'alto rango. Un progetto che in questi giorni ha spinto alcune migliaia di persone a manifestare nelle strade della capitale Tirana, per protestare contro questa privatizzazione del suolo nazionale albanese.Del regno e dei dollari dei Trump discuteremo con:

I telefonini sempre più intelligenti, o smart che dir si voglia, quando sono fra le mani dei giovani attirano sempre più l'attenzione della politica. A livello federale si accumulano petizioni, mozioni e postulati in materia, tanto che il Consiglio federale è stato chiamato a preparare un rapporto sulla proposta di proibire l'uso delle piattaforme social ai minori di 16 anni. Una proibizione introdotta in vari paesi a cominciare dall'Australia, mentre Germania e Austria discutono di uno stop ai social per i minori di 14 anni. Una fra le misure in discussione, si discute infatti anche di imporre alle piattaforme social di rinunciare ai trucchetti che creano dipendenza o ancora di limitare durata e orari dell'utilizzo di certe applicazioni. Dal Centro media di palazzo federale, a Modem discutono sul tema due Consiglieri nazionali ticinesi:

È inizio maggio quando viene segnalato alle Ong presenti in Repubblica democratica del Congo un aumento di decessi dovuti a una sospetta febbre emorragica virale nella zona di Mongwalu, nella provincia nord-orientale dell'Ituri. A metà maggio le analisi di laboratorio confermano la presenza del virus Bundibugyo. Da allora ad oggi diventano chiare due cose: è in corso un'epidemia di Ebola – una malattia che il Paese conosce purtroppo bene – causata però da un tipo di virus meno comune, per il quale non esistono farmaci e vaccini. La risposta sanitaria parte, ma è lenta, difficile e l'epidemia si estende, toccando altre due province della RDC e l'Uganda. Un migliaio finora i casi confermati, 250 i morti, ma – come sottolinea l'Organizzazione mondiale della sanità - esistono grandi incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione della malattia, che si teme stia avanzando in modo estremamente rapido. Questo perché quella colpita è una regione estremamente instabile, con conflitti armati in corso e oltre due milioni di sfollati interni, che vivono in condizioni socio-sanitarie estremamente precarie. L'epidemia è stata dichiarata dall'OMS un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, lanciando un appello per un'azione a livello mondiale. In Svizzera la Catena della Solidarietà ha già stanziato 1,2 milioni di franchi.Ne parliamo a Modem con:Valeria Greppi, capo progetto MSF a GomaIsabella Soi, Professore Associato in Storia e Istituzioni dell'Africa presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università degli Studi di Cagliari Pietro Antonini, Specialista in medicina tropicale. Esperto di malattie infettive del gruppo ospedaliero Moncucco

A Bulle la demografia ha vissuto un vero e proprio boom negli ultimi 15 anni. Nella cittadina del Canton Friborgo - capoluogo della regione della Gruyère e incoronata nel 2021 dalla rivista Bilan come la città più dinamica della Svizzera romanda – si è passati dai circa 10mila abitanti dei primi anni '80 ai 27'500 attuali. E la crescita non si arresta: solo negli ultimi 15 anni l'aumento è stato del 41%, con circa 700 nuovi abitanti ogni anno. Il 44% dei residenti è straniero e sono presenti 127 nazionalità. Un mosaico cosmopolita che però porta con sé però anche aspetti negativi: classi da trenta allievi, prefabbricati, sfitto vicino allo zero, vendite immobiliari a 10'000 franchi al metro quadro e aumento dell'insicurezza. Per questo l'esempio di Bulle, anche se è uno dei più estremi nella Confederazione, è un punto di partenza utile per un confronto sull'iniziativa dell'UDC “No a una Svizzera da 10 milioni”, che chiede di limitare la popolazione residente in Svizzera sotto questa soglia, introducendo misure automatiche al raggiungimento di determinati limiti, fino ad arrivare alla possibile denuncia dell'Accordo di libera circolazione con l'UE. Un confronto che faremo a Modem, in diffusione da Berna per la prima settimana della Sessione estiva della Camere; dopo aver ascoltato un reportage radiofonico curato da Roberto Porta proprio dalla cittadina friborghese, discuteremo poi dell'iniziativa con:

Sono migliaia le persone che in questo finesettimana hanno potuto visitare il nuovo stadio di Lugano, la AIL Arena. Un weekend di festa che FC Lugano ha voluto regalare ai cittadini che nel 2021 sostennero il Polo Sportivo e degli eventi in votazione popolare e che attraverso le tasse continueranno a sostenere questo investimento strategico che ha attraversato numerose fasi. Da oggi dunque si concretizza un primo importante capitolo per il Football Club Lugano, l'inizio di una nuova era con uno stadio all'avanguardia, omologato anche per l'Europa e per le partite della Nazionale, e che solo a qualche nostalgico farà rimpiangere il vecchio stadio di Cornaredo... Tuttavia, aldilà dello Stadio, il PSE proietta anche alcune ombre, alcune criticità di oggi e di domani e non solo per quanto riguarda il calcio. Parliamo di mobilità, ulteriori spese e conseguente freno ad altri investimenti della Città, aggravi sulle finanze cittadine, aspettative disattese, a cui – crediamo – valga la pena guardare anche attraverso un bilancio critico. In questo senso la trasmissione di questa mattina è strutturata in due parti, dapprima discuteremo con il CEO dell'FC Lugano Martin Blaser sugli aspetti sportivi di questa nuova era... e a seguire con il sindaco di Lugano Michele Foletti e Matteo Poretti, coordinatore dell'Movimento per il socialismo del luganese e in prima fila per quello che fu il Referendum contro il PSE, dibatteremo di quali sono ancora i nodi critici attorno a questo progetto.

Il tema della sicurezza si è imposto nell'agenda politica grigionese, a partire dallo scorso 23 febbraio, quando le manette sono scattate ai polsi di 4 membri della camorra domiciliati a Roveredo, e in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Una vicenda che ha messo sotto pressione il governo di Coira, e in particolare il Dipartimento giustizia, sicurezza e sanità guidato da Peter Peyer, accusato da diverse autorità mesolcinesi di aver sottovalutato il rischio della presenza mafiosa in terra retica. Il ministro socialista ha parlato di “una fatica di Ercole”, quella del contrasto alla mafia, affrontata a suo dire con un organico sottodimensionato. Coira ha comunque cambiato prassi nelle verifiche di rilascio di un permesso di soggiorno, ma anche qui non sono mancate le critiche. I fatti di Roveredo, la presenza della mafia e la risposta del governo: sarà questo l'argomento principale del nostro secondo dibattito elettorale, completato da una discussione sul settore della sanità.Negli studi di Coira ospiteremo:Peter Peyer, Consigliere di Stato GR, socialistaMaurizio Michael, granconsigliere della Val Bregaglia, PLRRomano Losa, candidato UDC nel Circolo di Roveredo

Israele ha ucciso martedì a Gaza il nuovo presunto capo militare di Hamas con un raid aereo che ha provocato almeno 3 altri morti e oltre 20 feriti. Il suo predecessore era stato ucciso a metà mese. Notizie che ricordano non solo “l'imperfezione” della tregua nella Striscia di Gaza (oltre 900 uccisioni dallo scorso ottobre), ma l'altrettanto “imperfetta” possibilità di sradicare Hamas militarmente. Intanto, nella Striscia, dopo le devastazioni della guerra, nulla è cambiato: la popolazione resta allo stremo, l'emergenza sanitaria e umanitaria prosegue, l'azione internazionale per la ricostruzione è inesistente. E fra poco arriva l'estate. Torniamo lì per farci rispiegare in quali condizioni vivono i gazawi sfollati, che cosa è oggi Hamas e che cosa significano in un'Israele avviata verso nuove elezioni le guerre in corso e le “tregue imperfette”. Con: Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency nella Striscia di GazaMichele Giorgio, collaboratore RSI da GerusalemmeArturo Marzano, docente di Storia contemporanea all'Università Roma 3, autore del libro “Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti”