L'appuntamento quotidiano (dal lunedì al venerdì) dedicato ai principali temi d’attualità, che vengono analizzati, approfonditi e contestualizzati principalmente attraverso l’apporto ed il confronto di ospiti in diretta.
RSI - Radiotelevisione svizzera

Si apre oggi al pubblico, al Landesmuseum di Zurigo, l'esposizione “Noi e la guerra”. Un tema di strettissima attualità per riflettere della relazione fra la Svizzera e la guerra - ieri e oggi - e del concetto di neutralità. Neutralità concepita non come un dogma statico, ma come uno strumento di politica estera in continua tensione tra basi giuridiche centenarie, necessità economiche e nuove realtà geopolitiche.Attraverso l'esposizione il visitatore comprende come la guerra sia un tratto distintivo della storia svizzera. Storia che ci racconta anche di come il principio della neutralità elvetica sia stato messo alla prova dai fatti contingenti, in passato esattamente come oggi. E questo anche se si tiene conto dei grandi profitti in Svizzera legati alla guerra: dal commercio di armi al mercenariato, fino al tema dell'adesione del Paese alle sanzioni internazionali contro alcuni Paesi in guerra.A Modem partiamo quindi da questa mostra, aperta fino a metà gennaio 2027, per discutere di queste tematiche. Lo facciamo con noi tre ospiti:Denise Tonella, direttrice del LandesmuseumSacha Zala, direttore del centro di ricerca Documenti diplomatici svizzeri e professore di storia svizzera e storia moderna all'Università di BernaKatja Gentinetta, Filosofa politica, insegna alle Università di Lucerna e Zurigo

Il Consiglio di Stato ha presentato il messaggio sull'applicazione delle due iniziative popolari sulle casse malati. Un'applicazione che avviene per tappe e che ha cercato un compromesso tra volontà popolare e un quadro finanziario che lascia pochi margini.La proposta presentata di sicuro scontenta i promotori delle due iniziative, ossia quella per fissare un tetto massimo del 10% del reddito disponibile per i premi di cassa malati (PS) e quella per la deducibilità fiscale integrale dei costi sostenuti per i premi di cassa malati (Lega). A Modem ne discuteremo con:

La Cina, a seguito delle azioni di Donald Trump, si trova sempre più in una posizione diplomatica che mette l'accento sul rispetto delle regole internazionali e sulla stabilità. Una situazione che influenza la sua politica estera e cambia lo sguardo che molti paesi hanno su Pekino. Ma a ben guardare, i valori che guidano la seconda potenza mondiale variano in funzione degli interessi in gioco e determinano, per esempio, posizionamenti non necessariamente uniformi o coerenti nei confronti dei due principali conflitti internazionali di questo momento: quello fra Russia ed Ucraina e quello nel Golfo Persico. La Cina, allora: attore internazionale affidabile? O forse neanche poi tanto? Ne discutiamo con: Francesca Caferri, giornalista di Repubblica che segue da vicino i paesi del Golfo PersicoJean-Philippe Béja, politologo e sinologoAurelio Insisa, responsabile di ricerca per l'Asia gramma “Attori globali” dell'Istituto Affari Internazionali

Il 15 aprile il Sudan entrerà nel 4° anno di una sanguinosa guerra di cui quasi nessuno parla. E a poco o nulla sono valsi gli appelli delle Nazioni Unite per scongiurare quella che ad oggi è considerata la più grave Crisi umanitaria del pianeta. Tre anni fa le strade di Khartoum si sono trasformate in un campo di battaglia. La lotta di potere tra due generali, Abdel Fattah al-Burhan, a capo dell'esercito regolare, e il suo vice Mohamed “Hemetti” Dagalo, al comando delle milizie RSF, è degenerata in una guerra totale che ha fatto precipitare il Sudan nell'abisso, più della metà della popolazione è alla fame, e il sistema sanitario non esiste più, gli ospedali vengono bombardati. Una catastrofe alimentata da interessi esterni e dall'indifferenza globale. Quasi 200mila morti, 14 milioni di persone tra rifugiati e sfollati interni; ma la mancanza di prospettive e l'incertezza sulla fine di una guerra che dura da 3 anni non promette nulla di buono nemmeno per chi dal Sudan riesce a fuggire, anche perché le ripercussioni si fanno sentire su buona parte degli Stati circostanti – Ciad, Sud Sudan, Etiopia, Kenya – in un clima di instabilità crescente. A Modem ne parliamo con:

L'era Orban è finita. O almeno questo è quello che hanno chiesto gli ungheresi che domenica si sono recati in massa (con percentuali da record, vicine all'80 per cento degli aventi diritto) al voto, consegnando la vittoria, una grande vittoria, alle elezioni parlamentari, al leader dell'opposizione Peter Magyar. Ma per passare dai risultati alle urne, ai fatti, in Ungheria, ci vorrà tempo. Non sarà facile superare l'eredità di 16 anni di potere incontrastato del fondatore e leader di FideszI sondaggi alla vigilia del voto lo davano in vantaggio, nella realtà il nuovo leader ungherese, Peter Magyar con il suo partito Rispetto e Libertà Tisza ha conquistato anche la cosiddetta “supermaggioranza”, vale a dire i due terzi dei seggi in Parlamento che gli consentiranno di modificare la Costituzione senza l'appoggio di altre formazioni. Da qui comincerà quindi il suo lavoro per cambiare il Paese che Orban, al potere dal 2010, ha trasformato in una democrazia illiberale, ispirandosi a Russia, Cina e Turchia.Ma chi è Peter Magyar, come ha fatto a vincere e cosa aspettarsi – davvero – dal nuovo governo ungherese? Ne parliamo con tre ospiti:Stefano Bottoni, prof. Università di Firenze, ex ricercatore presso l'istituto di storia dell'Accademia ungherese delle scienzeDaniel Bochsler, politologo presso l'Università dell'Europa Centrale e all'Università di Belgrado, è ricercatore Associato presso il Centro per la democrazia di Aarau Andrea Ostinelli, corrispondente RSI da Bruxelles

Prima dell'inizio della guerra vi transitavano circa 130 grandi navi al giorno, che trasportavano soprattutto greggio, gas e fertilizzanti per il mercato di tutto il mondo. Anche dopo l'annuncio della tregua tra Stati Uniti e Iran il numero dei transiti non è aumentato, oggi si contano sulle dita di una mano. Nello stretto transita comunque quella che viene chiamata anche una “flotta ombra” che si sposta con i geo-localizzatori spenti. Bastimenti che molto spesso trasportano petrolio iraniano destinato alla Cina. L'Iran continua ad affermare di voler mantenere il controllo dei passaggi anche in futuro, e di voler imporre anche dei pedaggi. Da numerose cancellerie è però giunta una replica di segno opposto, la navigazione del mare è un bene pubblico, il diritto internazionale garantisce un passaggio libero e senza imposizione di dazi o pedaggi. Donald Trump invece fiuta l'affare ed è pronto a gestire il canale in “joint venture” con gli Iraniani. Cosa succede nello stretto? quanto peserà questo nodo nei colloqui di pace che dovrebbero scattare sabato a Islamabad, con la mediazione del Pakistan. E cosa significa gestire oggi il commercio di questi prodotti? in un contesto economico sempre più in affanno a causa della guerra – e della fragile tregua - nel Golfo?Argomenti che affronteremo con:- Vicenzo Romeo, amministratore delegato di Nova Marine Holding di Lugano- Alberto Salsiccia, Ceo di Petraco Oil Company, con sede a Lugano- Edoardo Beretta, docente di macroeconomia internazionale all'USI di Lugano

Per oltre due anni, in risposta al massacro del 7 ottobre ad opera di Hamas, Israele ha bombardato la Striscia di Gaza, uccidendo – così riferiscono l'ONU e le Ong sul posto –almeno 72 mila persone, per la stragrande maggioranza civili. Insieme agli Stati Uniti, cinque settimane fa ha attaccato l'Iran e il Libano meridionale E l'altro ieri notte – appena annunciata dal presidente americano Donald Trump la tregua di due settimane con l'Iran – il primo ministro israeliano Netanyahu si è affrettato a precisare che questo non significava la fine dell'offensiva in Libano. Come a dire: Israele va avanti per la sua strada, tracciata dall'idea che dopo il 7 ottobre la migliore e forse l'unica valida difesa contro i suoi nemici sia l'attacco, e possibilmente l'annientamento. Con quali prospettive? Ne parliamo a Modem con:GIANLUCA PASTORI professore associato di Storia delle relazioni internazionali, Università Cattolica di MilanoMARIA CHIARA RIOLI, professoressa associata in Storia contemporanea all'Università di Modena e Reggio Emilia DANIEL BETTINI responsabile redazione esteri di Yediot Ahronot, Tel Aviv

Dopo i propositi verbali infuocati degli ultimi giorni, e un ultimatum che scadeva alle 2 di questa notte, Donald Trump ha accettato poco dopo la mezzanotte un cessate il fuoco bilaterale della durata di due settimane. Gli Stati Uniti sospendono i bombardamenti e gli attacchi contro l'Iran, sulla base di un accordo in 10 punti presentato ieri dalla Repubblica islamica. Per il presidente Trump vale una condizione su tutte: l'apertura - citiamo – completa, immediata e sicura dello stretto di Hormuz, il canale da cui normalmente transita il 20% del petrolio a livello mondiale. Gli Stati Uniti parlano di vittoria, l'Iran invece di umiliante ritirata di Trump dalla retorica anti-iraniana. Anche per Teheran dunque è un successo. Da venerdì scatteranno delle trattative per consolidare questo cessate il fuoco, tra i temi centrali - da chiarire - la questione del nucleare iraniano. Questi negoziati si svolgeranno a Islamabad, capitale del Pakistan, Paese che ha avuto un ruolo centrale nella mediazione tra i due Paesi. Di questo ultimatum, degli eventuali risvolti militari e di quali carte rimangono ancora da giocare sul tavolo della diplomazia discuteremo a Modem con:

In Ungheria, ultima settimana di campagna elettorale, poi domenica elezioni legislative che non pochi osservatori considerano determinanti per i destini dell'Europa. In gioco c'è il quinto mandato consecutivo per il premier Viktor Orban, spina nel fianco “illiberale” nell'Unione europea, simbolo e modello delle realtà sovraniste ed euroscettiche, in questo momento forse soprattutto tenace avversario del sostegno all'Ucraina di fronte all'aggressione russa. I sondaggi danno Orban in svantaggio nei confronti dell'avversario Peter Magyar, che denuncia il sistema di clientelismo e corruzione messo in piedi in Ungheria e promette di riaprire il dialogo con l'Unione europea senza per questo stravolgere lo sguardo di Budapest sulle dinamiche europee o sulla guerra in Ucraina. Tra i due, i giochi restano più che aperti. Con quali prospettive? E cosa dire di questa campagna elettorale? Ne discutiamo con: Andrea Ostinelli, corrispondente RSI a Bruxelles Stefano Bottoni, professore di storia dell'Europa orientale, Università Firenze Bela Szomraky, giornalista e traduttore, già responsabile del radiogiornale presso la Radio pubblica ungherese

Oggi a Modem focus su quanto accade in Libano - paese in cui la situazione umanitaria, già al limite prima dell'attuale offensiva militare israeliana - si fa sempre più drammatica, e sulla cui parte Sud, dov'è più radicata la milizia sciita Hezbollah, Israele non intende mollare la presa.Solo una settimana fa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di voler estendere la zona di sicurezza nel sud del Libano fino al fiume Litani e anche oltre.Centinaia di migliaia di sfollati hanno lasciato le loro case ma sono tanti quelli che rimangono al sud o al sud ci vogliono tornare, per recuperare i propri beni, per cercare di salvare le proprie case con il rischio di rimanere intrappolati e con pochissime possibilità di ricevere assistenza umanitaria. Sullo sfondo la minaccia di far diventare quell'area delLibano “una nuova Gaza”.Ne parliamo con Naima Chicherio, collega della redazione esteri, più volte inviata in Libano Paolo Pezzati, portavoce dell'Organizzazione non governativa Oxfam Italia Andrea Tenenti, analista e già portavoce della missione ONU in Libano UNIFIL

Nei prossimi 15 anni metà delle persone che gestiscono aziende agricole in Svizzera andrà in pensione. Quanto basta per farci capire che anche in questo settore, forse più che in altri, si pone la sfida del ricambio generazionale. In particolare, per quelle aziende che all'orizzonte non conosceranno una successione familiare. A Tenero ieri è stata presentata una piattaforma internet per favorire i contatti tra aziende in cerca di acquirenti e giovani agricoltori desiderosi di avviare una propria attività. Occasione, per noi, per affrontare questo argomento. Con: · Sophie Hodler, associazione piccoli contadini· Sem Genini, segretario Unione Contadini TicinesiE la testimonianza dei diretti interessati

Dal primo aprile, in Ticino, chi riceve cure a domicilio paga. Cinquanta centesimi ogni cinque minuti di assistenza infermieristica, fino a un massimo di quindici franchi al giorno. Una misura approvata dal Gran Consiglio lo scorso dicembre, nell'ambito del Preventivo, per contenere una spesa che negli ultimi anni è cresciuta in modo significativo. Il Governo dice che è necessaria, che la media effettiva sarà di cinque franchi al giorno, e che chi ha diritto alle prestazioni complementari potrà essere rimborsato. Nel frattempo però proprio oggi la Commissione della Gestione del Gran Consiglio ha espresso, in modo unanime, forti critiche nei confronti dell'applicazione di queste misure, chiedendo un incontro con il Governo la prossima settimana per chiarimenti.Una decisione probabilmente figlia anche della reazione dal territorio, che è stata immediata e forte. Una petizione ha raccolto oltre dodicimila firme in poche ore ed è stata consegnata ieri con le sottoscrizioni che hanno superato quota 20mila. Sindacati, associazioni di anziani e partiti di sinistra hanno infatti chiesto a gran voce la sospensione. Lo Spitex pubblico del Locarnese aveva persino deciso di non applicare la misura per sei mesi, pagando di tasca propria il mancato incasso. Il nodo vero non è solo quanto si paga. È chi paga, chi è esonerato, e soprattutto chi controlla un settore che in Ticino è cresciuto in modo disordinato. A Modem ne parliamo con: • Ivo Durisch, granconsigliere e capogruppo PS • Alessandro Mazzoleni, granconsigliere della Lega membro della Commissione sanità e sicurezza sociale• Stefano Gilardi, presidente spitex pubblico di Locarnese e Vallemaggia • Alain Melchionda, giornalista RSI Intervista registrata a Paola Lavagetti, Associazione svizzera degli spitex privati

“Paura di essere debole”, “sfiducia nel mondo adulto”, “il futuro non è più una promessa”. Sono alcune delle affermazioni da cui Sabina Zanini partirà per questa discussione con gli studenti della 3EB del Centro Professionale Commerciale di Chiasso, sul tema scelto proprio da loro: il disagio psichico e la salute mentale. Secondo uno studio del 2024, promosso in tutta la Svizzera dall'assicuratore malattia CSS, quasi la metà degli intervistati fra i 18 e i 35 anni dichiara di “non sentirsi un granché bene o addirittura male a livello psichico” perché si sente sotto pressione. E oltre il 75% del campione soffre di ansia da prestazione, per la sensazione di dover essere sempre sano, efficiente e performante. Sono alcune delle tante cifre che potremmo citare e che raccontano del problema più sentito di questa generazione e di questa epoca. Affronteremo la tematica in questa puntata speciale di Modem con: Maura Gancitano, filosofa e saggista, co-autrice de “La Società della Performace” Nicolas Pons Vignon, professore al Centro competenze Lavoro, Welfare e Società della SUPSI Giacomo Jelmini, psicologo e psicoterapeuta al Laboratorio di psicopatologia del lavoro La seconda parte di Modem Evento Giovani, sempre con gli studenti della 3EB della CPC di Chiasso si concentrerà invece sul ruolo delle famiglie con: Martina Flury, pedagoga e collaboratrice dell'Associazione Progetto GenitoriPierre Kahn, psicologo e psicoterapeuta

Dopo i giorni di gloria delle missioni Apollo l'agenzia spaziale statunitense NASA mette ora in campo Artemide, la sorella gemella di Apollo. A oltre 50 anni dall'ultima missione lunare Artemis è destinata non solo a riportare degli astronauti sulla luna, ma pure a preparare il terreno per una base permanente sul nostro satellite. Anche se per intanto Artemis II si limiterà a sorvolare la luna, ben due sbarchi sono previsti entro il 2028. E fra Apollo e Artemis il divario temporale e tecnologico è enorme, pensiamo poi anche all'entrata in forze di attori privati. Per parlare di Artemis, degli obiettivi delle nuove missioni sulla luna e magari oltre e di quello che è oggi il settore spaziale sono ospiti di Modem:

Nel lungo, annoso e sicuramente tortuoso cammino verso l'abolizione dei livelli A e B a tedesco e matematica nelle scuole medie, si apre da oggi un nuovo capitolo: quello che porterà la politica – la competenza è del Gran Consiglio – a decidere se la Scuola media ticinese abbandonerà questo sistema, introdotto con la sua creazione a metà anni '70, e non prevederà più, in nessuna materia, una differenziazione curriculare tra allievi, in base al rendimento scolasticoOggi sono infatti stati presentati i risultati della sperimentazione in sei sedi di scuola media di alcune varianti di insegnamento delle due materie, senza il sistema dei livelliRisultati ritenuti dal Dipartimento dell'educazione, dal DECS, positivi ma che – appunto - costituiscono non un punto di arrivo, bensì una tappa. Bisognerà ora decidere se implementare questo sistema a livello generale, in tutte le scuole medie del Cantone – come propone il Dipartimento dell'educazione - e se così, come e con quali modalità.A Modem ne parliamo con:

L'automobile, a 18 come a 80 anni, simbolo di indipendenza, scoperta e libertà! E se i giovani forse al giorno d'oggi prendono la patente un po' più tardi, sono gli anziani talvolta a non volervi rinunciare. Ma fino a quando è davvero opportuno mettersi alla guida? Quali requisiti deve avere e mantenere un buon conducente? Dopo una certa età è opportuno verificare nuovamente le proprie doti al volante magari non solo attraverso una visita medica ma anche con un vero e proprio esame di guida? Domande che inevitabilmente toccano le corde dell'autonomia personale ma anche della sicurezza collettiva sulle nostre strade, richiamataci anche dal recente tragico incidente di Sedrun nel Canton Grigioni dove un 87enne automobilista ha travolto una scolaresca, ferito gravemente due giovani e ucciso una donna. Ne discutiamo domani a modem con: Elia Arrigoni, Capo della Sezione della circolazione del Canton Ticino e presidente della commissione Strade SicureSimone Gianini presidente dell'Automobil Club SvizzeroPaola De Marchi Viri responsabile del centro diurno Associazione Generazione PiùWilliam Pertoldi, medico geriatra

In Italia il No ha vinto il referendum costituzionale sulla Riforma della giustizia. Gli italiani hanno infatti bocciato la riforma che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due consigli distinti e l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare autonoma. Si tratta di una sconfitta per il governo Meloni, che aveva fortemente voluto la revisione costituzionale approvata dal Parlamento. I risultati definitivi fotografano la vittoria del No con il 53,74% contro il 46,26% dei voti per il Sì, mentre l'affluenza sfiora il 59% - un dato che supera nettamente le aspettative. I numeri sembrano insomma raccontare qualcosa di più di una semplice battaglia legale sulla magistratura: Cosa cambia davvero ora? Le grandi riforme - premierato e autonomia regionale su tutte - restano in piedi? Le opposizioni trarranno davvero vantaggio dalla sconfitta? E cosa dice questo voto sullo stato della democrazia italiana?A Modem ne parliamo con: · Marco Tarchi, professore di scienze politiche all'Università di Firenze · Marco Valbruzzi, professore di scienze politiche all'Università di Napoli Federico II · Francesca Torrani, corrispondente radio RSI da Roma

Botta e risposta in Gran consiglio a Bellinzona sulla questione delle nomine alla guida della scuola media superiore in Ticino. Due nomine bocciate due volte dal Tribunale amministrativo cantonale. Un doppio rifiuto che ha spinto diversi parlamentari a presentare interrogazioni e interpellanze. Domande di chiarimento a cui la responsabile del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport Marina Carobbio ha dato una risposta in aula. Una replica molto amministrativa e procedurale in cui è stata ripercorsa l'intera vicenda ma in cui la Consigliera di Stato ha voluto anche portare delle rassicurazioni sulla gestione dei futuri concorsi all'interno del suo Dipartimento, non escludendo neppure l'intervento di una commissione esterna di esperti. Per la direzione della sezione dell'insegnamento medio superiore andrà ora aperto un nuovo concorso e occorrerà anche recuperare il tempo perso in questi ultimi due anni, anche perché c'è da impostare la riforma dell'insegnamento nei licei ticinesi. Un grande cantiere a cui manca al momento una vera e propria guida. Un argomento che Modem affronta con quattro granconsiglieri:- Maruska Ortelli, Lega dei Ticinesi, presidente della Commissione Formazione e Cultura- Evaristo Roncelli, Avanti con Ticino&Lavoro - Pino Sergi, Movimento per il Socialismo - Maurizio Canetta, Partito socialista, membro della Commissione Formazione e Cultura

In Francia oggi il secondo turno delle elezioni municipali, ultima consultazione “test” prima delle presidenziali del prossimo anno. Si vota in oltre 1500 comuni, tra i quali la capitale Parigi e le principali altre grandi città. Il primo turno aveva segnato una progressione degli estremi: France insoumise a sinistra, Rassemblement national a destra. Le trattative per il secondo turno hanno poi visto incrinarsi quel “fronte repubblicano” che fino a ieri aveva favorito il ritiro dei candidati più deboli per consentire alleanze in grado di sbarrare la strada all'estrema destra. Con quali prospettive? Ne discuteremo con: Annalisa Cappellini, collaboratrice RSI da ParigiPaolo Modugno, politologoYves Mény, politologo

In Italia domenica e lunedì si va alle urne per un referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che gli schieramenti politici interpretano in modo radicalmente diverso. Per la coalizione al governo, si tratta di ridare credito alla giustizia e ridurre i condizionamenti politici nelle carriere dei magistrati. Per le opposizioni invece l'obiettivo è un controllo del governo sui magistrati e un attacco alla loro autonomia e indipendenza.Il punto centrale della riforma è la distinzione formale tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti che seguirebbero percorsi professionali separati. Nascerebbero poi due Consigli Superiori della magistratura. Fa molto discutere inoltre il ricorso al sorteggio per la scelta dei componenti degli organi di autogoverno. Al posto del voto, la selezione casuale dovrebbe ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura. I sostenitori parlano di uno strumento per spezzare assetti consolidati. I critici temono invece una riduzione della rappresentanza e della responsabilità democratica.Ne discutiamo domani con due deputati italiani eletti nella circoscrizione Estero - Europa: Simone Billi, deputato della Lega e presidente del Comitato per gli Italiani all'Estero Toni Ricciardi, deputato del Partito Democratico e segretario nazionale del PD per la Svizzera Intervento introduttivo di Claudio Bustaffa, corrispondente RSI a Roma

Per evitare che nei prossimi anni i deficit della Confederazione superino i limiti imposti dal freno all'indebitamento la consigliera federale Karin Keller-Sutter, responsabile delle finanze, ha presentato al Parlamento un programma di sgravi. Risparmi che le camere hanno ridotto di circa il 40 percento per i prossimi tre anni. Ad esempio, per il 2029 gli sgravi arrivano a quasi due miliardi di franchi invece degli oltre tre miliardi proposti. Tanto che già per il preventivo 2027 occorrerà identificare risparmi supplementari per 600 milioni di franchi. I trasporti regionali e il sostegno all'agricoltura in fatto di tagli ne sono usciti meglio del settore dell'asilo o della cooperazione allo sviluppo, ma il problema di base rimane. Senza nuove entrate per il Parlamento diventa sempre più difficile e doloroso intervenire sulle spese non vincolate, questo mentre vanno finanziati la tredicesima AVS e il rafforzamento dell'esercito. Compiti che secondo il Consiglio federale dovrebbero venir sostenuti con un aumento dell'IVA. Aumento dell'Imposta sul valore aggiunto che richiede però un sì popolare.Le sfide finanziarie della Confederazione in un dibattito con:Alex Farinelli, consigliere nazionale ticinese PLR e membro della Commissione finanzeBruno Storni, consigliere nazionale ticinese PS

Se in molti si chiedono quali siano le reali ragioni, gli obiettivi e le tempistiche dell'attacco israelo-americano all'Iran, la risposta – per alcuni – è quella data alle truppe americane da vari ufficiali, e cioè: “Questa guerra fa parte del piano di Dio, il presidente Donald Trump è stato unto da Gesù per accendere il fuoco di segnalazione in Iran, scatenare l'Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra”. L'immagine di qualche settimana fa di Donald Trump in preghiera, nello studio ovale, circondato da pastori evangelicali è rimbalzata sui media di tutto il mondo. In realtà il presidente americano in preghiera non è qualcosa di inedito per gli Stati Uniti, anzi. Quello che invece è forse meno noto, ma per alcuni ben più preoccupante, è che al momento dell'attacco all'Iran vari comandanti militari statunitensi, così come membri del governo USA – in cima alla lista il Segretario alla Difesa Pete Hegseth - abbiano fatto ricorso a una retorica cristiana estremista sulla “fine dei Tempi” biblica, per giustificare alle truppe il loro coinvolgimento nel conflittoConflitto che sarebbe insomma in qualche modo una guerra religiosa legata al Libro dell'Apocalisse, alla seconda venuta di Gesù e alla fine del mondo.A Modem cerchiamo allora di capire l'origine, la reale forza e influenza all'interno delle istituzioni americane e gli effetti, di questa visione messianica. Lo facciamo con due ospiti: Paolo Naso, politologo, già docente alla Sapienza università di Roma, il suo ultimo libro “Dio benedica l'America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump”Luca Ozzano, professore associato di scienza politica all'Università di Torino, tiene un corso su religioni e Geopolitica presso l'Ispi, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di MilanoAvremo anche un'intervista registrata a Mikey Weinstein, fondatore e presidente della Military Religious Freedom Foundation che nelle ultime settimane ha raccolto centinaia di segnalazioni da parte di soldati americani che denunciano i discorsi e le pressioni messianico-apocalittiche dei propri superiori per giustificare l'attacco all'Iran.

È un dibattito fiume quello che in questi giorni è ruotato attorno all'iniziativa per la “Salvaguardia della neutralità”, lanciata dall'UDC e dall'associazione Pro Svizzera nelle settimane successive all'invasione russa dell'Ucraina. Ore e ore di discussione in Parlamento a Berna, con il tema a rimbalzare più volte tra Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati. L'iniziativa mira a iscrivere in modo esplicito il concetto di neutralità nella Costituzione del nostro Paese, definendola “permanente e armata”. Ma a far discutere sono soprattutto due altri aspetti: la collaborazione militare con organizzazioni internazionali come la Nato o l'Unione europea e, ancor più, quello delle sanzioni economiche da applicare contro Stati che violano il diritto internazionale. Misure coercitive che l'iniziativa mira a permettere solo se adottate anche dalle Nazioni Unite. In parlamento è emerso anche un controprogetto diretto a questa iniziativa, che riprende il concetto di neutralità “permanente e armata” lasciando però mani libere al Consiglio federale per quanto riguarda l'adozione di sanzioni economiche e la collaborazione in materia di sicurezza.Quale l'eredità storica del concetto di neutralità e quale futuro dare a questo pilastro dell'identità del nostro Paese? Interrogatavi e argomenti che discuteremo con:· Piero Marchesi, consigliere nazionale UDC/TI e membro di Comitato di Pro Svizzera· Jon Pult, consigliere nazionale PS/GRE con un'intervista registrata a Benedikt Würth, consigliere agli Stati Centro/SG

Cuba al bivio, sospesa tra il buio quasi totale dei suoi blackout, stretta tra la morsa di una crisi interna senza precedenti e la pressione storica dell'embargo statunitense attivo dagli anni 60. Da un lato la cronaca ci riporta di un paese al collasso quasi totale: economia in caduta libera, “apagones” (blackout) che paralizzano il paese anche per 20 ore al giorno, blocco delle forniture di petrolio e una sempre più crescente disperazione e protesta popolare. Dall'altro la riapertura di un canale di dialogo con Washington, forse l'unica leva per ottenere l'ossigeno economico necessario a sopravvivere... Ma a quale prezzo? Ne parleremo a modem con: Roberto Livi, giornalista di lungo corso, basato a L'AvanaAntonella Mori, docente all'università Bocconi di Milano e responsabile del Programma America Latina dell'Istituto di scienze politiche ISPI Intervista registrata a Stefano Vescovi, ambasciatore svizzero a Cubaundefined

Sette arresti tra Francia, Italia e Svizzera in un'operazione antidroga coordinata per debellare un nucleo malavitoso coordinato dalla ‘ndrangheta e dalla camorra. È quanto è avvenuto a fine febbraio, in manette sono finite anche quattro persone che risiedevano a Roveredo, grazie a un regolare permesso di soggiorno rilasciato dalle autorità grigionesi. Un caso che continua a far discutere e a sollevare interrogativi. Perché questo nucleo criminale aveva scelto la località grigionese per coordinare importanti traffici di droga su scala internazionale, per poi riciclare i proventi finanziari di queste operazioni? Perché ad uno di loro, un 52enne italiano, è stato possibile ottenere un permesso di soggiorno anche se in precedenza il canton Ticino aveva respinto questa sua richiesta a causa dei suoi precedenti penali? Cosa dire delle norme ticinesi in materia che prevedono la sistematica richiesta dell'estratto del casellario giudiziale per chiunque richieda un permesso di soggiorno, malgrado siano in linea di principio vietati dagli accordi bilaterali? E più in generale cosa dire della Svizzera e della presenza delle mafie sul nostro territorio.Argomenti e domande che affronteremo con:Norman Gobbi, Consigliere di Stato TI Samuele Censi, granconsigliere GR e presidente della Deputazione del Grigioni italiano Francesco Lepori, giornalista RSI e responsabile operativo dell'Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata

Penuria di alloggi, affitti alle stelle, ostacoli alla costruzione, il mercato dell'alloggio è malato, non solo a Zurigo o Ginevra, e la politica fatica ad offrire i rimedi che gli consentirebbero di rispondere ai bisogni e ai diritti di una popolazione in continua crescita: come trovare un tetto senza svuotare le tasche? La crisi dell'alloggio è approdata questa settimana alle Camere federali dove il Consiglio nazionale ha discusso di promozione delle abitazioni di utilità pubblica. Occasione per noi per parlare di quello che sta diventando uno dei maggiori problemi economici e sociali in Svizzera e altrove: come trovare un tetto senza svuotare le tasche?A Modem ne parliamo con: Carlo Sommaruga, Consigliere agli Stati PS, presidente dell'Associazione svizzera Paolo Pamini, consigliere nazionale UDCDonato Scognamiglio, gran consigliere a ZH (partito evangelico) ed ex direttore del centro di consulenza immobiliare IAZI attivo a Zurigo e Losanna

A meno di 10 anni dalla decisione di uscire dal nucleare, con il relativo divieto di nuove centrali introdotto dopo il referendum del 2017, la Svizzera potrebbe fare una giravolta e tornare sui propri passi. È quanto chiede l'iniziativa popolare “Energia elettrica in ogni tempo per tutti”, conosciuta anche come iniziativa “Stop al blackout”, che domani approda perla prima volta in Parlamento, sui banchi del Consiglio degli Stati. Promossa dal Club Energia Svizzera, un'alleanza borghese con esponenti UDC, PLR e UDF, ha raccolto centoventicinquemila firme. Il Consiglio federale – e in particolare Albert Rösti – ha preparato un controprogetto indiretto che, senza passare da una modifica costituzionale, punta allo stesso obbiettivo: abrogare il divieto di costruzione di nuove centrali nucleari. Martedì la Fondazione svizzera per l'Energia ha consegnato oltre 22'000 firme all'attenzione del Consiglio degli Stati per chiedere di mantenere il divieto di nuove centrali nucleari. Anche la sinistra e gli ecologisti insorgono. Il dibattito sull'atomo in Svizzera è tutt'altro che chiuso. Ne discutiamo con: Marco Chiesa, consigliere agli Stati UDC Bruno Storni, consigliere nazionale PS

Dieci giorni fa all'inizio degli scontri facevano notizia i bombardamenti israeliani sull'Iran e l'arrivo di missili iraniani su Israele. Oggi l'attualità sembra concentrarsi più sui i bombardamenti statunitensi e sui missili che colpiscono i paesi del Golfo piuttosto che guardare al posizionamento di Israele sullo scacchiere mediorientale. Modem vuole fare il punto sulla situazione in Israele, sia in relazione alla guerra e ai possibili scenari futuri, ma anche per quel che riguarda la politica interna. Intervengono nel dibattito: Francesca Caferri, inviata di Repubblica, da Gerusalemme Daniel Bettini, responsabile redazione esteri del quotidiano israeliano Yediot Ahronot Lorenzo Trombetta, giornalista e saggista, esperto di Medio Oriente

La partita è tutt'altro che chiusa: dopo la decisione popolare, ora tocca al Consiglio federale e al Parlamento definire forma, contenuti e confini del servizio pubblico del futuro. Tenendo conto anche dell'esito del voto di ieri…Dopo il no all'iniziativa ci sono infatti due aspetti da considerare: la SSR dovrà fare a meno del 17% del suo budget entro il 2029, poiché – secondo le promesse del consigliere federale Albert Rösti - entrerà in vigore l'ordinanza governativa che prevede l'abbassamento graduale del canone per le economie domestiche a 300 franchi e l'esenzione per l'80 per cento delle aziende elvetiche.Secondo aspetto: urge ridiscutere la Concessione per la SSR, il mandato che la politica vuole attribuirle. Quella attualmente in vigore scadeva a fine 2024, ma vista l'iniziativa “200 franchi bastano”, è stata prolungata fino a fine 2028. Il Consiglio federale farà la sua proposta, che toccherà poi al parlamento discutere… A Modem guardiamo allora ai prossimi mesi, al futuro, lo facciamo con tre ospiti:MARIO TIMBAL, direttore RSI ALESSANDRO COLOMBI, Ceo del gruppo Corriere del Ticino, che in Ticino possiede Radio 3i e ha una partecipazione in Radio Ticino STEFANO GUERRA, giornalista La Regione, settore politica svizzeraundefined

Domenica 8 marzo, “festa della donna”, anniversario quest'anno in Ticino purtroppo segnato da due femminicidi avvenuti a Bellinzona a poca distanza uno dall'altro, uno il 28 gennaio, l'altro il 13 febbraio. Ne è seguito un presidio, il 24 febbraio, sempre a Bellinzona, convocato dal collettivo “Io l'8 ogni giorno” per denunciare la violenza di genere e chiedere maggiori misure per contrastarla. In Svizzera e nei vari Cantoni da alcuni anni sono stati avviati dei piani d'azione contro la violenza di genere e la violenza domestica con misure di prevenzione, protezione e perseguimento, ma i numeri di questi inquietanti fenomeni, nei quali le vittime sono quasi sempre donne e le persone violente quasi sempre uomini, si ripetono di anno in anno senza variazioni significative: un femminicidio ogni due settimane in Svizzera, 3 interventi della polizia ogni giorno per situazioni di violenza domestica in Ticino. Come e con quali strumenti cambiare le cose? Ne discutiamo con: Myriam Proce, coordinatrice istituzionale per la Violenza domestica, Canton TicinoAngelica Lepori, del collettivo “Io l'8 ogni giorno”Mia Wojcik, avvocata, del comitato “Consultorio e Casa delle donne”

Domenica 8 marzo, “festa della donna”, anniversario quest'anno in Ticino purtroppo segnato da due femminicidi avvenuti a Bellinzona a poca distanza uno dall'altro, uno il 28 gennaio, l'altro il 13 febbraio. Ne è seguito un presidio, il 24 febbraio, sempre a Bellinzona, convocato dal collettivo “Io l'8 ogni giorno” per denunciare la violenza di genere e chiedere maggiori misure per contrastarla. In Svizzera e nei vari Cantoni da alcuni anni sono stati avviati dei piani d'azione contro la violenza di genere e la violenza domestica con misure di prevenzione, protezione e perseguimento, ma i numeri di questi inquietanti fenomeni, nei quali le vittime sono quasi sempre donne e le persone violente quasi sempre uomini, si ripetono di anno in anno senza variazioni significative: un femminicidio ogni due settimane in Svizzera, 3 interventi della polizia ogni giorno per situazioni di violenza domestica in Ticino. Come e con quali strumenti cambiare le cose? Ne discutiamo con: Myriam Proce, coordinatrice istituzionale per la Violenza domestica, Canton TicinoAngelica Lepori, del collettivo “Io l'8 ogni giorno”Mia Wojcik, avvocata, del comitato “Consultorio e Casa delle donne”

Il Consiglio degli Stati ha approvato ieri parzialmente la cosiddetta “Lex Crans Montana”, la legge urgente voluta dal Consiglio federale come gesto di solidarietà e compassione nazionale. Una legge che prevede di versare 50 mila franchi per ogni persona morta o ospedalizzata a causa del rogo, l'istituzione di una tavola rotonda per facilitare accordi extra-giudiziali fra le parti e la messa a disposizione di un contributo federale massimo 20 milioni per cofinanziarli (contributo per ora congelato alla Camera dei Cantoni, in attesa di valutazioni più approfondite), oltre che il versamento di 8 milioni e mezzo a favore dei Cantoni che devono - e dovranno - sostenere spese elevate per l'aiuto alle vittime Lo abbiamo detto, ieri il “Sì” – seppur dopo una dettagliata e per certi versi sofferta discussione – degli Stati, che hanno anche deciso per un diritto di regresso per la Confederazione nei confronti dei responsabili del danno e di terzi civilmente responsabili, così da permetterle all'occorrenza di rifarsi su di loro. Varie questioni sono comunque rimaste aperte e rimandate al Consiglio nazionale, che ne discuterà lunedì. Se ne parla a Modem con Simone Gianini, consigliere nazionale PLR/TIPiero Marchesi, consigliere nazionale UDC/TI intervista registrata a Samuele Donnini, presidente della sezione ticinese dell'Associazione Svizzera degli assicuratori (ASA)

Gli attacchi all'Iran e i contro-bombardamenti iraniani sulla regione stanno destabilizzando l'intero Medioriente ma anche infiammando il mercato energetico mondiale. La quotazione del petrolio e del gas ne sta risentendo, con balzi verso l'alto fino al 40% per il gas. Sul fronte energetico al centro delle attenzioni e delle preoccupazioni c'è in particolare lo stretto di Hormuz da dove transita ogni giorno circa il 20% del consumo globale di petrolio e gas. La circolazione in questo tratto di mare - un passaggio molto stretto tra le coste iraniane e la penisola arabica – non è interrotta ma per motivi di sicurezza la maggior parte delle navi-cargo è ferma da una parte o dall'altra di questo canale. Uno stallo che mette a repentaglio non solo il commercio del greggio ma anche di diversi altri prodotti, e questo su scale internazionale. Particolarmente colpito il mercato asiatico e in esso la Cina, che acquista l'80% del petrolio iraniano. Ma anche diversi altri Paesi stanno valutando le conseguenze di quanto sta capitando, in un contesto in cui il fattore tempo gioca un ruolo centrale. Più a lungo durerà questa crisi e maggiori sono i rischi anche dal punto di vista energetico. Con la necessità di andare a rifornirsi anche su altri mercati, a cominciare da quello russoUna crisi energetica dentro una guerra, dalle conseguenze ancora tutte da definire, di cui parleremo con:· Lorenzo Lamperti, collaboratore RSI dall'Asia· Alberto Zanconato, corrispondente ANSA da Mosca· Massimo Nicolazzi, imprenditore e docente di economie e management delle fonti di energia, Uni Torino

Dall'economia alla geopolitica, passando per le questioni interne – e da un voto del parlamento e subordinatamente dal popolo su un potenziale accordo doganale – le politiche di Trump e l'atteggiamento della Svizzera sono da tempo al centro del dibattito. Alla luce della recente decisione della Corte Suprema americana di annullare i Dazi imposti a livello globale dal presidente americano Donald Trump e dopo l'entrata in vigore, il 24 febbraio, di nuovi dazi del 10% per tutti i paesi (poi risaliti al 15%) per 150 giorni, la Svizzera si trova in una posizione negoziale più forte? In un contesto globale così instabile è più importante rafforzare il pragmatismo economico con gli Stati Uniti andrebbe presa una posizione più marcata? La Svizzera sta sacrificando i propri valori, la neutralità, il rispetto del diritto internazionale ma anche la fiducia nella cooperazione multilaterale, per non inimicarsi il Presidente Statunitense e rischiare il boomerang a colpi di dazi?Ne parliamo, dal Centro Media di Palazzo federale, con Fabio Regazzi, Consigliere agli Stati TI/Centro e presidente dell'Unione Svizzera delle Arti e dei MestieriGreta Gysin, Consigliera nazionale TI/Verdi

Israele e Stati Uniti tornano a bombardare l'Iran, paese le cui forze di sicurezza avevano appena represso una sollevazione popolare provocando decine di migliaia di vittime. Stavolta i vertici di Teheran sono stati duramente colpiti, a cominciare dall'uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Mentre la risposta militare iraniana è più debole rispetto alle ultime ostilità anche se colpisce più paesi. Restano tuttavia incognite sulla durata delle azioni di guerra e su quanto sia fragile il regime. Il presidente americano Donald Trump si è appellato direttamente al popolo iraniano invitandolo a rovesciare l'attuale governo. A Modem ne discutiamo con:Francesca Caferri, analista e giornalista esperta di Paesi del Golfo Nima Baheli, giornalista e analista politico italo-iraniano Alessandro Colombo, professore di relazioni internazionali all'Università Statale di Milano

I bassi stipendi degli apprendisti. Un tema che ricorre ciclicamente nel dibattito pubblico e soprattutto fra i corridoi dei Centri professionali della Svizzera italiana. E proprio la “Crisi del portafoglio” è il tema scelto dalla classe di apprendisti idraulici del Centro Professionale Tecnico (CPT) di Locarno in questa puntata di Modem nel suo formato “Modem Evento Giovani”. Quando li abbiamo incontrati per decidere di cosa dibattere oggi avevano scelto come titolo di lavoro proprio “La crisi del portafoglio”. Segno che la questione dei soldi la associano a un problema, a una crisi. I soldi per definizione non bastano mai. Bisogna guadagnarli e poi amministrarli. Nella prima parte della discussione ci concentreremo su questioni, diciamo, più sindacali. I salari degli apprendisti sono troppo bassi? Perché cambiano da settore a settore? E ci sono la formazione che sembra non finire mai e le aspettative per il proprio futuro. Nella seconda parte invece affronteremo cosa comporta per un ragazzo la gestione di un budget, come si impara a controllare le spese e quali sono i meccanismi psicologici che influenzano le nostre decisioni di acquisto, spesso meno razionali di quel che immaginiamo. In studio: La classe 4a del Centro Professionale Tecnico di Locarno Andrea Gehri, presidente della Camera di Commercio, dell'industria, dell'artigianato e dei servizi del Canton TicinoLeonardo Schmid, sindacalista di UNIAJenny Assi, docente senior SUPSI, Co-responsabile del Bachelor in sostenibilità e transizione sistemicaRoberta Wullschleger, responsabile progetti Pro Juventute

Parleremo di ristorni dei frontalieri e della minaccia in Ticino di bloccarli nuovamente, come chiede al governo cantonale una mozione inoltrata da Plr, Centro, Lega e Udc. Il malcontento a Palazzo delle Orsoline è doppio: da una parte non piacciono alcune misure introdotte in Italia o a cui si lavora per disincentivare o penalizzare il frontalierato (“tassa sulla salute, zone economiche speciali); dall'altra indispone l'immobilismo di Berna nel difendere gli interessi del Canton Ticino pur di salvaguardare i “buoni rapporti” con Roma. “Quando si parla di rapporti tra Svizzera e Italia a Berna e Roma dicono che è tutto ok, ma quando si passa al Ticino le prospettive cambiano e non poco”, ha sottolineato oggi il presidente del governo Ticinese Norman Gobbi al termine di un incontro con la deputazione a Berna. Come risolvere allora le vertenze con l'Italia e la Lombardia sui frontalieri e su altri aspetti che penalizzerebbero il Canton Ticino? E come fare sentire la propria voce a Berna?A Modem ne discutiamo con:Christian Vitta, consigliere di Stato, direttore del Dipartimento Finanze ed EconomiaMassimo Sertori, assessore regionale agli Enti locali Regione LombardiaBruno Storni, consigliere nazionale PS e presidente deputazione ticinese

Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, fondatore e “líder máximo” del Cartello Jalisco Nueva Generación, l'uomo più ricercato del Messico e di tutto il Nord America, è stato ucciso domenica in uno scontro con le forze di sicurezza messicane. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, con i media che si sono affrettati a raccontare origini e percorso di quest'uomo che sembrava impossibile scovare, del quale si avevano pochissime e datate immagini, che viveva avvolto in un'aura di mistero.Sappiamo poi che il blitz voluto dal Governo della presidente Claudia Sheinbaum ha provocato violenti scontri in diverse località del Paese, con strade bloccate e incendi, aeroporti e scuole chiuse, e un bilancio di decine di morti fra le forze di polizia e i narcos. Una situazione che non è del tutto inedita. Il Paese, che fra meno di 4 mesi si troverà ad ospitare – insieme a Stati Uniti e Canada – i Mondiali di calcio, da decenni è confrontato con una violenta guerra interna, fra forze militari e di polizia, centinaia di organizzazioni criminali, gruppi armati, milizie. In mezzo, la popolazione, con decine di migliaia di persone scomparse, centinaia di migliaia di morti negli ultimi 20 anni…Ma come leggere questa azione dello Stato messicano contro El Mencho e il Cartello Jalisco Nueva Generación? Perché ora? E quali saranno le conseguenze per il Paese? E, ancora, quanto c'entrano gli Stati Uniti con quanto accaduto? Ne parliamo con tre ospiti:Laura Daverio, collaboratrice RSI dal Centroamerica Vicenzo Musacchio, giurista e criminologo, esperto di lotta alla criminalità internazionale Tiziano Breda, analista senior per l'America Latina e i Caraibi ad ACLED (Armed Conflict Location & Event Data)

Bastano 200 franchi, o ce ne vogliono almeno 300... per il servizio pubblico della SSR? La risposta la daranno gli svizzeri l'8 marzo. L'iniziativa SSR chiede che il canone venga ridotto a 200 franchi all'anno per le economie domestiche e azzerato per le aziende. Attualmente è di 335 franchi e le imprese pagano una tassa a seconda del giro d'affari, ma – sotto la pressione del testo in votazione – il Consiglio federale ha già deciso una diminuzione del canone, che in due tappe scenderà fino a 300 franchi nel 2029, e circa l'80% delle aziende verranno esonerate. Oltre al testo dell'iniziativa, è aperto anche il dibattito su quale debba essere nei prossimi anni il sistema mediatico più opportuno per la Svizzera. A Modem ne discutiamo con: Lorenzo Quadri, consigliere nazionale della Lega dei Ticinesi Greta Gysin, consigliera nazionale dei Verdiundefined

È un diritto costituzionale fondamentale, quello di manifestare nello spazio pubblico, ma non è un diritto assoluto. Un tema che a Lugano continua a tener banco, anche dopo la manifestazione che si è svolta sabato 21 febbraio in Piazza Manzoni. Un raduno non autorizzato e indetto dalla sinistra e da diversi movimenti vicini all'autogestione. Una protesta di piazza voluta per contrastare un'altra manifestazione, di estrema destra, pure quella non autorizzata dal municipio e che non si è svolta. Un raduno in nome della Patria e della remigrazione a cui gli organizzatori hanno rinunciato, anche se sempre sabato 21 una quindicina di militanti incappucciati si è comunque riunita in zona Cornaredo per ricordare Quentin Deranque, il militante di estrema destra ucciso a Lione una decina di giorni fa a margine di una conferenza della sinistra radicale. Il municipio di Lugano ha giustificato il suo rifiuto di accordare un'autorizzazione alle due manifestazioni con ragioni legate alla sicurezza pubblica e alla “regolare vita cittadina”. Ma non mancano le critiche. C'è chi non trova corretto che una manifestazione non autorizzata, quella antifascista, abbia comunque potuto svolgersi, e chi ritiene di poter scendere in piazza anche senza il via libera delle autorità, accusate tra le altre cose di aver fatto un uso sproporzionato della forza, visto che la polizia sabato in Piazza Manzoni ha minacciato di far uso anche di proiettili di gomma .Un dibattito sull'uso (o abuso) delle piazze cittadine a cui abbiamo invitato:- Marco Chiesa, Municipale di Lugano- Costantino Castelli, avvocato vicino all'autogestione luganese- Daniel Ritzer, direttore La Regione- Gianni Righinetti, vice-direttore Corriere del Ticino

Si apre questo pomeriggio con la prima seduta ufficiale il Board of Peace – o Consiglio per la Pace voluto da Donald Trump e da quest'ultimo presieduto a vita. Si tratta di una sorta di organizzazione internazionale di tipo privato, la cui adesione è stata sottoscritta da una ventina di paesi lo scorso gennaio a margine del Wef di Davos. Una ventina di paesi tra i quali NON vi sono gli storici alleati occidentali di Washington – Australia, Francia, Germania e Regno Unito che hanno rifiutato l'invito – così come la gran parte degli altri stati europei (fatte salve Ungheria e Bulgaria). Nonostante questo la Commissione europea e varie cancellerie – Svizzera compresa – hanno inviato i loro emissari in veste di osservatori.Domani a Modem torniamo dunque sul Board of Peace e ci interrogheremo sull'opportunità o meno di sedere a questo tavolo, e guarderemo anche a quel che accade e continua ad accadere in Israele, a Gaza e in Cisgiordania in una situazione che è ancora lungi dall'essere definita pace.Nostri ospiti saranno:Andrea Vosti, corrispondente RSI da WashingtonAndrea Bianchi, Professore di Diritto internazionale al Graduate Institute di Ginevra Arturo Marzano, Docente di Storia contemporanea all'Università Roma 3 e autore del libro “Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti”

Da una parte un'equazione ancora tutta da risolvere: riunire le garanzie di sicurezza chieste da Kiev e le concessioni territoriali pretese da Mosca per giungere a un cessate il fuoco che Washington vorrebbe concludere prima delle elezioni statunitensi di “mid-term”. Dall'altra la realtà della guerra, fatta tra altre cose di una popolazione ucraina messa a dura prova, di 40mila soldati russi uccisi o feriti gravemente ogni mese, di un esercito ucraino perennemente alla ricerca di armamenti e soprattutto di soldati, di un'economia russa il cui stato di salute viene valutato in modo contrastante. A fare da cornice, i colloqui che in questi giorni hanno ridato a Ginevra un po' di lustro internazionale e un imminente quanto infelice anniversario: i 4 anni dell'aggressione russa all'Ucraina. Quello di martedì prossimo sarà l'ultimo anniversario o ce ne sarà un quinto? Ne discutiamo con due giornalisti che regolarmente ci aiutano a comprendere e raccontare questa guerra: Rosalba Castelletti, inviata del quotidiano La Repubblica Davide Maria De Luca, giornalista a Kiev