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«Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris» («Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai»). Con queste parole, pronunciate dal sacerdote che impone le ceneri sul capo dei fedeli, il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima nel rito romano. L'origine di questa formula liturgica risale al primo capitolo della Genesi, quando il Signore, dopo il peccato di Adamo, gli disse: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gen 3, 19).
Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo anniversario della Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che si svolgerà il prossimo 16 ottobre. Questa giornata istituita da Papa Pio XI nel 1926, ci ricorda la vocazione missionaria della Chiesa, riassunta dalle parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).Pochi sanno che l'istituzione di questa giornata si deve anche ad un santo che non fu mai missionario, ma che alle missioni dedicò la sua vita: san Giuseppe Allamano, la cui festa si celebra il 16 febbraio.
l nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia. In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l'11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell'evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe.Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all'Immacolata Concezione, perché la Beata Vergin
Il “suicidio assistito” degli uomini e delle nazioniLa cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell'eutanasia e nel cosiddetto “suicidio assistito”, di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell'omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l'introduzione dell'aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento. Il suicidio, che è l'atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell'omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d'Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l'acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un'illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell'atto umano in quanto tale. Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d'Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore.Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l'essere, ripudia la vita, infligge un “vulnus” nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l'essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l'essere arriva a contraddirsi negando sé stesso» (Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664). Per questo sant'Alfonso Maria de' Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», in Theologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4)Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest'atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell'universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344).Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, come stabilito dall'articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile.Ciò che si propongono i fautori dell'eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro che cercano di impedirla, anche solo sconsigliandola. Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell'autonomia individuale. Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee.L'odio metafisico verso l'essere, che caratterizza il suicidio è anche l'anima del processo rivoluzionario dell'Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla “sostituzione” dei popoli attraverso l'immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell'Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant'anni, dai “padroni del pensiero contemporaneo”, come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017). Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L'Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l'Europa e l'Europa è la Fede». Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti…” e, «se non si convertirà», “…diverse nazioni saranno annientate». A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un'ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l'oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede? Se così è, il “suicidio assistito” da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: “Qual'è il destino della società umana?”. La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte. (Roberto de Mattei) Questo episodio include contenuti generati dall'IA.
Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana.
Tra gli anniversari che ricorrono in questo 2026 c'è il “caso dei pubblici concubini”, che esplose nel 1956, dunque settant'anni fa, dopo una lettera di mons. Pietro Fiordelli vescovo di Prato.Mons. Pietro Fiordelli nacque a Città di Castello nel 1916, 110 anni fa e fu ordinato sacerdote nel 1938. Dopo il Seminario Romano Maggiore, dove ebbe come direttore spirituale il servo di Dio mons. Pier Carlo Landucci, si laureò alla Pontificia Università Lateranense; fu per sedici anni in Umbria, predicatore e confessore e, nel 1954, a soli 38 anni, fu consacrato vescovo di Prato. Sotto la sua guida, la diocesi visse un periodo di intensa attività pastorale, con particolare cura per il clero, per l'educazione dei giovani e per la presenza della Chiesa nel dibattito pubblico.Questo episodio include contenuti generati dall'IA.
Dopo le numerose critiche suscitate dalla nota dottrinale Mater Populi Fidelis, emanata dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 4 novembre 2025, alcuni sostenitori del documento hanno cercato di ridimensionarne la portata, mentre altri, al contrario, ne hanno rivendicato con forza la valenza teologica e pastorale. Tra i primi si colloca mons. Maurizio Gronchi, professore alla Università Urbaniana, secondo il quale i titoli mariani di Mediatrice e Corredentrice non saranno più utilizzati nei documenti ufficiali del Magistero, ma potranno continuare a vivere nell'alveo della pietà popolare. Tra i secondi emerge mons. Antonio Staglianò, vescovo emerito di Noto, che ha pubblicato il 2 gennaio un articolo su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, dal titolo eloquente: Il “no” al titolo di Corredentrice perché Maria ci conduce a Cristo.
Ci sono melodie che accompagnano un istante e poi svaniscono, come un'eco lontana. E ce ne sono altre che sembrano attraversare i secoli come un fiume sotterraneo, riaffiorando nei momenti decisivi della vita degli uomini. Adeste fideles appartiene a questa seconda categoria: un canto natalizio dalla storia affascinante, capace di unire popoli e lingue diverse attorno al mistero della Natività.Per lungo tempo l'inno fu attribuito a san Bonaventura o al re Giovanni IV di Portogallo, ma oggi gli studiosi concordano nell'indicare come suo autore Sir John Francis Wade, musicista cattolico inglese vissuto nel XVIII secolo. Wade era uno degli esuli che avevano lasciato le isole britanniche a causa delle persecuzioni contro i cattolici e si era stabilito a Douai, nel nord della Francia. Questa cittadina era allora un importante centro del cattolicesimo europeo: vi sorgeva infatti un celebre collegio cattolico, fondato da Filippo II di Spagna, che accoglieva studenti e chierici inglesi costretti all'esilio.Secondo una tradizione accreditata, Wade avrebbe rinvenuto il testo e la melodia di Adeste fideles in alcuni manoscritti conservati in arc
I sacerdoti oggi parlano raramente dell'inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all'uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata. Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell'esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l'eternità. Ma l'eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità. San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell'eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant'Alfonso Maria de' Liguori, «l'eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l'eternità. Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e imQuesto episodio include contenuti generati dall'IA.
Il 12 dicembre, in Vaticano, alla presenza di Leone XIV, il Maestro Riccardo Muti ha diretto la Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini, eseguita dall'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e dal Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”.L'evento è stato giustamente salutato come un segno del ritorno della grande musica sacra in Vaticano, grande assente negli anni del pontificato di papa Francesco. Ma la scelta di questa Messa, come omaggio musicale a Leone XIV, appare anche come un evento denso di allusioni simboliche. Luigi Cherubini (1760-1842), compositore molto amato da Riccardo Muti, fu una delle figure centrali della musica europea tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Nato a Firenze, trascorse gran parte della sua vita in Francia, dove attraversò alcune delle stagioni più drammatiche della storia moderna: la Rivoluzione francese, l'epoca di Napoleone Bonaparte e la Restaurazione monarchica seguita al 1814. Autore di importanti opere liriche e sacre, divenne direttore del Conservatorio di Parigi, esercitando un'influenza decisiva sull'insegnamento musicale europeo.
Parlare della Madonna non è mai ripetitivo. La speculazione intellettuale sulla sua grandezza è inesauribile per l'intelletto umano, perché Ella, pur essendo una creatura, è un perfetto riflesso della immensa grandezza di Dio. La verità dell'Immacolata Concezione fu proclamata come dogma infallibile della Chiesa dal beato Pio IX, l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, con la quale il Papa definisce che la Vergine Maria fu preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.Il fondamento di questo privilegio mariano sta nell'assoluta opposizione, nella infinita inconciliabilità, tra Dio e il peccato. All'uomo concepito nel peccato si contrappone Maria concepita senza ombra di peccato, purissima e senza macchia. E poiché il peccato è un disordine dell'intelligenza e della volontà, a Maria, in quanto Immacolata, è riservato di vincere ogni male, errore ed eresia che nasce e si sviluppa nel mondo come conseguenza del peccato. Questo episodio include contenuti generati dall'IA.
Tra i tanti episodi prodigiosi della vita di san Francesco Saverio ve n'è uno che ci ricorda l'amore per la giustizia divina che sempre ebbero i santi: il castigo che egli invocò dal Cielo sull'isola di Tolo, caduta nell'apostasia.San Francesco Saverio, nato nel 1506, da nobile famiglia, nel castello di Xavier in Navarra, studiò a Parigi, dove l'incontro con Ignazio di Loyola cambiò la sua vita: era uno studente brillante, destinato al successo accademico, ma fu conquistato dalle parole del futuro fondatore dei Gesuiti: «A cosa serve, Francesco conquistare il mondo, se si perde l'anima?». Ordinato sacerdote, partecipò alla nascita della Compagnia di Gesù e nel 1540 fu inviato da sant'Ignazio come missionario nelle Indie portoghesi, partendo improvvisamente al posto di un confratello ammalato. Divenne l'apostolo delle Indie.
Da molti anni l'introduzione della cosiddetta educazione sessuale nelle scuole italiane costituisce una delle mete più ambite dei partiti di sinistra. L'educazione sessuale, con il divorzio, l'aborto, l'eutanasia, faceva parte di quel pacchetto di “conquiste civili” rivendicate negli anni ‘70 da comunisti, socialisti e radicali per scardinare la società italiana fin dalle fondamenta. Queste rivendicazioni vengono da lontano. Senza risalire alla Rivoluzione francese, basta ricordare che la Rivoluzione comunista del Novecento, soprattutto nella sua prima fase, quella di Lenin e di Trotzki, si proponeva di trasformare non solo l'ordine sociale ed economico, ma anche la visione dell'uomo, della famiglia e dell'educazione.
Negli ultimi giorni, in Italia, è tornato al centro del dibattito politico il tema della cosiddetta imposta patrimoniale. La discussione è stata rilanciata dai media dopo la dichiarazione della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, favorevole a una forma di tassazione europea sui grandi patrimoni. A tale posizione ha replicato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, affermando che «finché la destra è al governo, non ci saranno patrimoniali».La patrimoniale rappresenta un elemento ricorrente nei programmi della sinistra internazionale. Si ritrova, per esempio, anche nel programma politico del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che sostiene politiche di prelievo sui grandi patrimoni per finanziare servizi pubblici e ridurre le disuguaglianze. L'idea di fondo è quella di un ugualitarismo teso a dissolvere ogni identità economica, culturale e perfino morale, a partire dalla famiglia e dalla proprietà, che sono due realtà connesse, perché la proprietà privata costituisce la base economica della famiglia, e, insieme, la condizione materiale della sua stabilità morale.Questo episodio include contenuti generati dall'IA.
L'elezione di Zohran Mamdani, a sindaco di New York è un evento di rilevanza internazionale, che merita alcune considerazioni. L'elezione di un candidato di estrema sinistra nella più influente città americana conferma prima di tutto l'esistenza di una forte polarizzazione all'interno degli Stati Uniti. L'uccisione di Charlie Kirk, lo scorso 10 settembre, l'aveva già messa in luce. Tyler Robinson, assassino del giovane leader conservatore, rappresenta infatti una radicale espressione di quel mondo ultra-progressista americano che odia visceralmente l'ordine sociale tradizionale e che è pronto ad usare anche la violenza per distruggerlo. Donald Trump, anch'egli scampato ad un attentato il 13 luglio dello scorso anno, è considerato il nemico per eccellenza di questo mondo. New York, pur non rappresentando l'America profonda, è una vetrina dell'America sul mondo e chi oggi la guida è un social-comunista, nemico giurato del presidente degli Stati Uniti. Mamdani ha presentato la propria vittoria come una sfida diretta a Donald Trump, insistendo sul fatto che la sua battaglia politica non si esaurisce entro i confini municipali. «New York sarà l'avanguardia della resistenza», ha affermato nel suo discorso da nuovo sindaco di New York al Brooklyn Paramount, poco dopo la sua vittoria elettorale.
Il calendario liturgico celebra il 1° novembre la festa di tutti i Santi e il giorno seguente quella delle anime dei defunti. Nella frase della Sacra Scrittura: In memoria aeterna erit justus. (Salmo 11, 6) possiamo trovare un collegamento tra le due ricorrenze. Ogni uomo desidera lasciare memoria di sé. È un bisogno profondo, inscritto nel cuore umano: il desiderio di non scomparire del tutto, di lasciare una traccia del proprio passaggio. Lapidi, iscrizioni, quadri, fotografie, l'esistenza stessa dei cimiteri, sono tutti tentativi di sottrarre qualcosa di sé al silenzio del tempo. Le memorie degli uomini, però, non possono essere eterne. L'esistenza umana si svolge nel flusso del tempo, che è la dimensione in cui, come ricorda Aristotele, «tutte le cose vengono all'essere e si corrompono» (Fisica, I, IV, 222b, 16-20). Tutto ciò che l'uomo costruisce è fragile, perché il marmo si consuma, le parole si cancellano, l'oblio è destinato ad avvolgere ogni cosa. Eppure l'uomo sa, nel profondo del suo essere, che non è fatto per finire e non riesce ad accettare che il suo io si dissolva nel nulla. Anche chi crede che dopo la morte vi sia solo il nulla, vuole essere ricordato, lasciare un segno del proprio passaggio, un'orma che dica: “Io sono esistito”. È un istinto che distingue l'uomo dagli animali, i quali vivono e muoiono senza sentire il desiderio di essere ricordati. I filosofi e i teologi hanno sempre riconosciuto in questo bisogno di sopravvivere una prova morale della spiritualità e dell'immortalità dell'anima. Se l'uomo tende per natura verso l'eterno, non può essere destinato al nulla: la natura non genera desideri vani. Ogni aspirazione profonda dell'uomo ha un corrispettivo reale – come la fame implica il cibo e la sete implica l'acqua, così la sete d'eternità rivela che l'anima è fatta per non morire.
Louis Martin (1823-1894) e Zélie Guérin (1831-1877), genitori di santa Teresa diGesù Bambino e del Volto Santo, sono stati canonizzati insieme nel 2015. Nel decimoanniversario della loro elevazione agli altari, lo scorso 1° ottobre, papa Leone XIV hainviato a mons. Bruno Feillet, vescovo di Séez, un ampio messaggio di cui vale la penaleggere i passi salienti.
Sant'Orsola, di cui il 21 ottobre ricorre la festa, morì nel V secolo e fu una delle figure più amate del cristianesimo antico, ma è oggi dimenticata. Eppure, mille anni dopo la sua morte, il grande pittore veneziano Vittore Carpaccio ce ne ha restituito la storia nel celebre Ciclo di Sant'Orsola, uno dei capolavori del Rinascimento, oggi conservato e ammirato da tanti visitatori nelle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Realizzato, tra il 1490 e il 1495 per la Scuola di Sant'Orsola – una confraternita laica dedicata alla santa – il ciclo pittorico racconta, in dieci grandi tele, la vita, il pellegrinaggio e il martirio di sant'Orsola e delle undicimila vergini, tratta principalmente da una Passio della Santa e dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, che sono anche le nostre fonti. Secondo questa tradizione, un re britannico, chiamato Noto o Mauro – la storia lo riconosce in Dionoto sovrano della Cornovaglia – aveva una sola figlia, Orsola, amata dal popolo per la sua dolcezza e venerata per la sua pietà. Mossa da profondo amore per Dio, Orsola aveva segretamente consacrato la propria verginità a Cristo, rifiutando ogni matrimonio terreno.
La prima esortazione apostolica di Leone XIV, Dilexi te (“Ti ho amato”), firmata il 4 ottobre 2025 e resa pubblica il 9 ottobre, merita la nostra attenzione più di alcune interviste del Papa, alle quali talvolta viene data un'eccessiva rilevanza mediatica. Ci troviamo di fronte non a poche parole, ma ad un ampio documento che conta 121 paragrafi e si sviluppa in cinque capitoli più un'introduzione. Come è stato notato, non è un'enciclica sociale, ma un'esortazione apostolica. L'enciclica è un documento dottrinale, l'esortazione apostolica è un documento pastorale, che non definisce dei principi, ma ci esorta a un comportamento. Papa Leone chiarisce che Dilexi te nasce da un progetto già avviato da Papa Francesco, che egli ha fatto suo, aggiungendo riflessioni personali. Tuttavia, se il tema della povertà è “bergogliano”, l'approccio non è il medesimo. Papa Francesco, sembrava spingere verso un impegno politico e sociale attivo, mentre Leone XIV, si richiama ad un impegno morale e caritativo. Francesco attribuiva un ruolo predominante ai movimenti, come artefici di giustizia sociale, Leone accenna ai movimenti in maniera generica e subordinata e tra i due poli della giustizia e della carità, attorno a cui si è svolto il dibattito sulla questione sociale dell'ultimo secolo, sembra attribuire un ruolo primario alla carità.
L'orizzonte internazionale si presenta oggi così drammatico e complesso da non avere altra soluzione da quella che ci ha indicato la Madonna a Fatima nel 1917: il Santo Rosario.La devozione al Rosario viene solitamente considerata nel suo aspetto di preghiera puramente individuale o al massimo familiare, ma ha anche una proiezione pubblica. La pratica del Rosario infatti non solo aiuta i singoli individui nei problemi e nelle difficoltà della loro vita, materiale e spirituale, ma ha una portata sociale che si estende alla vita dei popoli e delle nazioni. Per questo, ha ricordato il papa Leone XIII, “in tutti i secoli e in tutte le lotte la Chiesa ricorse a Maria, e ne ottenne sempre conforto e difesa” (Lettera Da molte parti, del 26 maggio 1903). Il Rosario, in tutti i secoli e in tutte le lotte, è stata l'arma per eccellenza per proteggere la Chiesa e la società cristiana.Ricordare il ruolo del Rosario nella storia della civiltà cristiana sarebbe molto lungo. Bisognerebbe partire dalla nascita del Rosario, nel XIII secolo, per iniziativa di san Domenico di Guzmàn e dei suoi frati domenicani, illustrando la loro vittoriosa predicazione contro l'eresia catara. Sarebbe necessario parlare del ruolo svolto dal Rosario nell' evangelizzazione e nella civilizzazione delle Americhe e di una parte dell'Asia e dell'Africa. E soprattutto non bisognerebbe dimenticare che la festa del Rosario fu stabilita da san Pio V per celebrare Maria col titolo di "Auxilium Christianorum", in ricordo della vittoria delle armate cristiane su quelle maomettane, avvenuta a Lepanto il 7 ottobre 1571.
Il 26 settembre 2025 si è svolta a Roma, alla Domus Australia, una commemorazione del marchese Luigi Coda Nunziante di San Ferdinando, nato a Napoli il 20 settembre 1930, morto a Colognole il 7 luglio 2015. Se il nome di Luigi Coda Nunziante merita di essere ricordato è perché egli non rinchiuse la sua vita nella gabbia dell'egoismo, dell'unica ricerca dei propri interessi, ma, seguendo in questo l'esempio dei suoi antenati, si proiettò per così dire al di fuori di sé stesso, per servire idee e ideali di giustizia e di verità che trascendevano la sua persona. Lo fece come un uomo che visse tutta la sua vita in spirito di servizio, come un soldato.Luigi Coda Nunziante apparteneva per nascita e per educazione alla classe dei soldati, non solo perché in un periodo della sua vita fu un militare, seguendo la tradizione familiare, ma perché fu un combattente nell'anima, come lo è ogni spirito nobile. Entrò, nel 1948, nell'Accademia Navale di Livorno, uscendone nel novembre 1952 come Guardiamarina. Fu pilota militare di portaerei e, per vari anni, prestò servizio nei Gruppi Antisom di Catania e Napoli.Dopo il matrimonio con la contessa Gabriella Spalletti Trivelli lasciò la Marina con il grado di Capitano di Fregata, conservando il titolo di Comandante. Non abbandonò però la sua vocazione di soldato, ma la trasferì nella battaglia politica. Si apriva così una seconda fase della sua vita.Negli anni turbolenti della contestazione studentesca e del tentativo comunista di conquistare il potere, Luigi militò nel Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante, che lo volle alla guida della Segreteria Nazionale Amministrativa, ossia ad esserne il tesoriere: un incarico delicato e impegnativo, perché il partito era in gravi difficoltà economiche, a causa di una scissione interna. Il comandante sostenne la causa con generosità, anche personalmente.
L'immagine che oggi presenta l'Occidente è quella di un mondo secolarizzato e decadente, privo di fede e di certezze. Sulla convinzione di questa debolezza, i nemici dell'Occidente fondano le loro ambizioni ideologiche ed espansionistiche. Il vertice di Pechino del 2 settembre non è stato un semplice incontro diplomatico, ma un vero e proprio palcoscenico ideologico, in cui il dittatore cinese e i suoi vassalli, a cominciare da Vladimir Putin, hanno minacciato l'Occidente nel contesto di una gigantesca parata militare. Xi Jiping sfoggiava la stessa giacca grigia che Mao Zedong considerava simbolo della Rivoluzione cinese e i ritratti, gli slogan, i riferimenti al pensiero di Mao ricordano al mondo al mondo che la Cina non intende presentarsi solo come potenza economica, ma anche come modello politico alternativo all'Occidente. Il comunismo, nella versione post-maoista di Xi Jiping e in quella post-stalinista di Putin mostrano che il comunismo, lungi dall'essere un residuo del passato, viene usato oggi come bandiera di una nuova egemonia mondiale. Don Stefano Caprio, su “Asia News”, ha recentemente documentato che durante i venticinque anni al potere di Putin, sono stati eretti 213 nuovi monumenti a Stalin, insieme a centinaia di iniziative commemorative. “Il futuro sarà come il passato, e il passato è stato meraviglioso”, ha proclamato Putin (https://www.asianews.it/news-en/Stalin's-resurrection-in-Putin's-Russia-63859.html).E' dunque il comunismo che risorge, mentre il Cristianesimo muore? Non è così.
Le società segrete cattoliche. Le Amicizie (3)Il ruolo delle società segrete cattoliche fu particolarmente rilevante negli anni che vanno dal 1780 al 1814, un'epoca buia in cui giansenismo, gallicanesimo, illuminismo, intrecciavano e moltiplicavano i loro sforzi, all'ombra delle logge massoniche, per distruggere l'ordine religioso e sociale cristiano.Campione della resistenza cattolica contro quest'offensiva fu il padre Nikolaus Albert von Diessbach (1732-1798), fondatore, tra il 1779 e il 1780, a Torino, dell'Amicizia Cristiana: un' associazione di chierici e laici, che si proponeva di contrastare lo spirito rivoluzionario con le sue stesse armi: la stampa, attraverso la moltiplicazione e la diffusione capillare di buoni libri, e il segreto, che serviva a tutelare i suoi membri e a mantenerli nell'umiltà, ma non aveva niente a che vedere con quello massonico, con il quale i livelli più alti occultano ai livelli più bassi i veri fini della setta. L'Amicizia Cristiana si diffuse rapidamente a Milano, Firenze, Friburgo, Vienna, Parigi, fino a Varsavia, arruolando nelle sue file uomini della tempra del padre Pierre-Joseph Picot de Clorivière (1735-1820), futuro restauratore della Compagnia di Gesù in Francia, del redentorista san Clemente Maria Hofbauer (1751-1820), apostolo di Vienna e del venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), che fu il continuatore dell'opera di Diessbach in PiemonteNikolaus von Diessbach era un ufficiale svizzero al servizio del Re di Sardegna, che si era convertito dal calvinismo al cattolicesimo ed era entrato tra i gesuiti, ma dopo pochi anni aveva vissuto il dramma dello scioglimento della Compagnia di Gesù, soppressa da Clemente XIV nel 1773. Padrone di tre lingue che gli permettevano di predicare, talvolta nello stesso giorno, in diverse chiese, in italiano, in francese e in tedesco, Diessbach utilizzò le sue influenti relazioni internazionali per diffondere le Amicizie, che raccoglievano l'eredità della Compagnia del SS.mo Sacramento e delle Aa, ma accentuando il loro apostolato pubblico, soprattutto intellettuale.Verso la fine del febbraio 1782, Diessbach e Lanteri si recarono a Vienna, focolaio di eresie, per preparare, con prediche, contatti, diffusione di opuscoli, l'accoglienza dei cattolici austriaci a Pio VI, Pellegrino Apostolico, che vi fu trionfalmente ricevuto il 22 marzo. Al ritorno Lanteri, che aveva ventitré anni, veniva ordinato sacerdote. Mentre Diessbach operava a Vienna, dove morì nel 1798, Lanteri si trovò a dirigere l'Amicizia torinese che, sotto la sua guida, attraversò gli anni di persecuzione che vanno dall'invasione francese del 1796 al 1814, mantenendo il suo carattere di centro di irradiazione e di punto di riferimento dottrinale per tutto il Piemonte. Il catalogo dei “buoni libri” diffusi dalle Amicizie è una summa della produzione cattolica fino alla Rivoluzione francese nei diversi campi della teologia, della morale, della filosofia, della storia, dell'apologetica (La Biblioteca delle “Amicizie”. Repertorio critico della cultura cattolica nell'epoca della Rivoluzione 1770-1830, Bibliopolis, Napoli 2006) Il giovane sacerdote si teneva in contatto con i librai e i tipografi di tutta Europa, diffondendo opuscoli e dissertazioni, suoi o di suoi collaboratori, contro gli errori del tempo, soprattutto il giansenismo, che agiva come quinta colonna all'interno della Chiesa, occupando episcopati, cattedre universitarie, parrocchie, seminari. In particolare, Lanteri oppose al giansenismo la dottrina morale di sant'Alfonso de' Liguori, la cui opera definì “come una biblioteca di tutti i moralisti”. “Attaccatevi al Liguori,– diceva –. Se si vuol far del bene alle anime bisogna che ci appigliamo alla dottrina di questo autore; bisogna rivestirsi del suo spirito, se vogliamo portare anime a Dio. Oh! benedetta la dottrina di questo Vescovo, e benedetto il Signore che in questi tempi ci diede un uomo che è tanto secondo il suo cuore”. Lanteri si batté vigorosamente, anche contro il gallicanesimo, incoraggiato da Napoleone, non solo distinguendosi per i suoi scritti polemici, ma impegnandosi in prima persona, come avvenne per l'organizzazione dell'assistenza, da lui promossa, al Papa Pio VII che era stato deportato da Bonaparte, per non avere accettato di sottomettere la Chiesa allo stretto controllo dell'Impero. Il 10 giugno 1809 Pio VII aveva lanciato la bolla di scomunica contro Napoleone, Quam memoranda: il 6 luglio iniziava la sua prigionia a Savona. Da Parigi, a Lione, a Torino, a Mondovì, fino a Savona si era tuttavia stabilita un'invisibile catena attraverso la quale i membri delle associazioni, soprattutto laicali, che costituivano i centri più attivi della resistenza cattolica – riuscirono a far penetrare la bolla attraverso le maglie del rigoroso controllo napoleonico e a introdurla e diffonderla a Parigi. Dopo la Restaurazione del 1814, la Amicizia torinese, sotto la direzione di Lanteri, riprese la sua attività con il nome di Amicizia Cattolica. L'associazione allargò il numero dei membri, accentuò il carattere laicale, e soprattutto abolì il segreto, non più giustificato dal nuovo clima politico e religioso. Le riunioni si svolgevano nel palazzo del marchese Cesare d'Azeglio padre del più famoso Massimo e del filosofo gesuita Luigi Taparelli d'Azeglio. Agli ultimi tre anni di vita a Torino di un altro illustre membro dell'associazione, il conte Joseph. de Maistre, risale, la pubblicazione delle opere: Les Soirées de Saint-Petersbourg, L'Eglise gallicane, Du Pape, che l'Amicizia cattolica diffuse abbondantemente.Se al ceppo della Aa risalgono il beato Guillaume-Joseph de Chaminade, fondatore dei Marianisti, sant' Eugène de Mazenod fondatore degli Oblati di Maria Immacolata, il venerabile Jean Claude Colin fondatore della Società di Maria (Maristi), dall'opera dei padri Nikolaus Albertvon Diessbach e Pio Brunone Lanteri deriva quel ricco filone di spiritualità piemontese che, attraverso il beato Francesco Faà di Bruno, la cui madre, era nipote di un membro delle Amicizie, san Leonardo Murialdo, il cui padre, Francesco, era anch'egli militante dell' associazione, giunge fino al canonico Giuseppe Allamano, nipote di san Giuseppe Cafasso e allievo di san Giovanni Bosco, anch'essi tutti formati nello spirito delle Amicizie. (Roberto de Mattei)
Mosè, legislatore e guida del popolo di Israele nel tempo dell'Esodo, è una delle figure più importanti e venerate della storia. La sua vita comincia nel XV secolo a. C, in un periodo di oppressione, per gli israeliti, che, dopo essersi stabilitisi in Egitto, erano stati ridotti in schiavitù dal faraone. Temendo l'aumento della popolazione ebraica, il faraone ordinò la morte di tutti i neonati maschi ebrei. La madre di Mosé. Iochabed, per salvarlo, lo depose in una cesta di papiro e lo affidò alle acque del Nilo. Il bambino fu trovato da una principessa, figlia del faraone, che lo adottò e lo allevò nella corte egiziana. Mosè fu educato in maniera regale, formandosi in tutte le discipline, senza mai dimenticare però le sue radici.
Il pontificato di san Gregorio VII (1073-1085), Ildebrando di Soana, costituisce uno dei punti apicali del Medioevo cristiano. Culmine del pontificato gregoriano è il Dictatus Papae, una raccolta di ventisette sentenze, che definiscono le prerogative del Papa e le sue relazioni con l'autorità temporale, proclamando la superiorità del Pontefice sull'Imperatore nel campo religioso e morale e rivendicando al Papato il ruolo di potere più elevato ed eminente sulla Terra. L'opera fu scritta probabilmente tra il 1075 e il 1078, nel momento del più duro contrasto con il sovrano tedesco Enrico IV, non ancora Imperatore di Germania, che aveva avviato la cosiddetta lotta delle investiture contro la Chiesa.“Il Romano Pontefice – afferma san Gregorio VII – è a buon diritto chiamato universale” (n. 2); “il suo titolo è unico al mondo” (n. 11); “una sua sentenza non può essere riformata da alcuno; al contrario, egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri” (n. 18); “nessuno lo può giudicare” (n. 19); “la Chiesa Romana non ha mai errato né mai errerà per l'eternità, secondo la testimonianza delle Scritture” (n. 22); inoltre, al Papa “è lecito deporre gli imperatori” (n. 12) e “egli può sciogliere i sudditi dalla fedeltà verso gli iniqui” (n. 27).
Nel maggio del 1085, 940 anni fa, morì il Papa San Gregorio VII, Ildebrando di Soana (1030ca-1085), il più grande riformatore del suo tempo e anche uno dei più grandi Papi della storia. Ildebrando, malgrado la sua riluttanza, fu eletto al soglio pontificio il 29 aprile 1073, a sessant'anni di età. Così egli si esprimeva appena eletto: “Voglio che voi sappiate fratelli carissimi che siamo stati posti in tal luogo da essere costretti, volenti o nolenti, ad annunciare la verità e la giustizia a tutte le genti, soprattutto alle genti cristiane, poiché ha detto il Signore: grida, non stancarti di gridare, leva la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo i suoi delitti”.
Esiste un rapporto tra il Concilio di Nicea, celebrato nell'anno 325 e il Concilio Vaticano II, l'ultimo dei ventuno concili riconosciuti come ecumenici, conclusosi l'8 dicembre 1965?In una lettera scritta il 29 giugno 1975 a mons. Marcel Lefebvre, che criticava il Concilio Vaticano II, papa Paolo VI affermò che “il Concilio Vaticano secondo non è meno autorevole, anzi per taluni aspetti è più importante ancora del Concilio di Nicea” (Cfr. La Doc. Catholique, 58 (1976) p. 34). L'affermazione lasciò allora stupefatti. Il Concilio di Nicea ci ha trasmesso le verità fondamentali della fede cattolica, poi espresse dal cosiddetto Credo niceno-costantinopolitano, che ogni domenica viene recitato nella Santa Messa. Il Concilio Vaticano II non ha definito alcuna verità, né condannato alcun errore, presentandosi come un Concilio pastorale e non dogmatico. Come è possibile attribuire a un controverso concilio pastorale, maggior importanza di quanto la Chiesa ne attribuisca al suo primo concilio ecumenico?
E' ricorso quest'anno, nel mese di maggio, il 1700 anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento.
Ottant'anni fa, si concludeva la Seconda guerra mondiale. Dopo la resa della Germania nazista, l'8 maggio 1945, gli Stati Uniti erano ancora in guerra con il Giappone. La mattina del 6 agosto 1945, alle ore 8.15, l'aeronautica americana sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto, un'altra bomba esplose su Nagasaki. Le due città furono ridotte a cumuli di macerie. Il numero totale delle vittime fu stimato attorno a 200.000 quasi esclusivamente civili. L'imperatore Hiro Hito, il 14 agosto, accettò la resa incondizionata del Giappone.
Il primo gesuita insignito del titolo di santo non fu sant'Ignazio di Loyola, ma un suo giovane discepolo, san Luigi Gonzaga, nato il 9 marzo 1568, e morto a ventitrè anni il 21 giugno 1591, il giorno in cui la liturgia della Chiesa lo ricorda. Luigi nacque nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere, sulle colline mantovane. Era il primogenito di otto figli del marchese Ferrante Gonzaga
Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di un'illustre famiglia ligure, che diede alla Chiesa due Papi, Innocenzo IV e Adriano V. La profonda vita interiore di Caterina sbocciò all'età di tredici anni. Si sentiva attratta dal convento, ma obbedendo ai genitori, sposò, nel 1463, a sedici anni, Giuliano Adorno, di una famiglia che a Genova era altrettanto ricca e importante della sua. Il marito si dimostrò però un uomo dalla vita sregolata, che sperperò i beni familiari nel gioco d'azzardo e la maltrattò, rendendola infelice. Caterina abbandonò la sua vocazione e condusse per molti anni la vita di una donna che cercava rifugio alla sua amarezza nel mondo. Ernest Hello fa un'osservazione che ci fa riflettere, perché si applica alla vita di tante anime chiamate alla santità, che non devono scoraggiarsi nei momenti in cui sembrano trovarsi sull'orlo dell'abisso.: “C'è nella vita dei santi contemplativi, una serie di false partenze a noi assolutamente inintellegibili. Esitano, brancolano, si sbagliano, avanzano, indietreggiano, cambiano strada. Sembra che perdano tempo. Le vie insondabili per cui sono attratte sembrano d'infinita lunghezza. Ci si chiede perché lo Spirito che le guida non indichi loro immediatamente la strada, corta e diritta, per il traguardo. Perché? La domanda è senza risposta”. Dopo anni di errori, nell'anima confusa di Caterina scese un improvviso raggio di sole. Il 20 marzo 1473, recatasi alla chiesa di san Benedetto, per confessarsi, inginocchiandosi davanti al sacerdote, “ricevette - come ella stessa scrive - una ferita al cuore, d'un immenso amor di Dio”, con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della immensa bontà divina, che quasi ne svenne. Fu una di quelle numerose estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito. Caterina prese la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: “Non più mondo, non più peccati”. Ebbe l'orrore del peccato e comprese la bellezza della grazia divina. Aveva ventisei anni, ma si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per i successivi venticinque anni - come ella scrive - “senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio istruita et governata” (Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, 117r-118r).
“Il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l'uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo”. Così ha detto Leone XIV il 31 maggio 2025, nell'omelia della Messa del Giubileo delle famiglie, sottolineando che questo amore “rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita”.Il significato di questa frase non deve sfuggire, perché oggi troppo spesso la legge morale viene ridotta a un ideale che può essere difficilmente raggiunto. La parola “canone”, nel linguaggio religioso, indica una regola ufficiale della Chiesa, una norma giuridica e morale, una legge oggettiva, che tutti i cristiani sono tenuti ad osservare.
Nella sua omelia per l'intronizzazione del 18 maggio, papa Leone XIV, ha fatto più volte appello all'unità della Chiesa. Il Papa è consapevole infatti dell'esistenza di forti contrasti interni, che si sono aggravati sotto il pontificato di Francesco e potrebbero esplodere in maniera lacerante.La Chiesa ha conosciuto al suo interno, fin dalla sua nascita, divisioni che si sono trasformate in scismi ed eresie. Il 20 maggio 2025 è il 1700esimo anniversario del Concilio di Nicea, dove l'Imperatore Costantino convocò un'assemblea dei vescovi cristiani di tutto il mondo, per far fronte ad un'eresia che minacciava l'unità della Chiesa e del nascente Impero cristiano. Questa eresia fu l'arianesimo, che prese il nome dal suo fondatore, il prete Ario, predicatore nella città patriarcale di Alessandria. Ario affermava che il Verbo, seconda Persona della Santissima Trinità, non è uguale al Padre, ma creato da lui, come termine medio tra Dio e l'uomo, e quindi di sostanza diversa da quella divina del Padre. Questa teoria colpiva al cuore il Mistero trinitario, scardinando le basi stesse della fede.
Nella sua prima uscita fuori Roma papa Leone XIV si è recato in un luogo poco noto ai più, ma molto caro ad alcuni devoti della Madonna: il Santuario della Madre del Buon Consiglio di Genazzano.Genazzano è un borgo medievale, che fu feudo della famiglia Colonna, arroccato alle pendici dei monti Prenestini, a circa 45 km da Roma. Nel cuore di questo paesino dalle viuzze strette sorge un santuario, retto dai religiosi dell'Ordine di Sant'Agostino, dove si venera un'immagine della Vergine, la cui storia merita di essere conosciuta.
Nella terza settimana dopo Pasqua, la liturgia della Chiesa ci ricorda come Gesù risorto consolida con la sua presenza e con il suo insegnamento la Chiesa nascente, prima della Sua Ascensione al Cielo. La Chiesa, nata sul Calvario, è una società visibile che ha bisogno di una gerarchia che la guidi. Questa gerarchia è costituita dagli Apostoli e dai loro successori, a cui Cristo ha dato il potere di insegnare e di amministrare i sacramenti. Nel loro ministero i Pastori della Chiesa sono coadiuvati da sacerdoti, a loro sottomessi per grado, rappresentati dai settantadue discepoli. Al vertice della gerarchia, come supremo pastore c'è Pietro, il principe degli Apostoli, al quale Nostro Signore ha dato le chiavi del Regno, che sono state trasmesse ai suoi 266 successori. La giurisdizione di Pietro è universale, perché universale è la missione che Cristo ha affidato ai suoi apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt, 28, 19). Nello svolgimento della sua missione, la Chiesa rivivrà le sofferenze del Calvario, ma le persecuzioni, le eresie, gli scismi, le infedeltà, che incontrerà nel suo cammino non arresteranno il suo trionfo nel tempo e nell'eternità.
Il 25 aprile di quest'anno sono trascorsi ottant'anni da quel 25 aprile 1945 che vide la Liberazione dell'Italia, dall'occupazione nazionalsocialista e dalla dittatura fascista. Non fu però liberazione per tutti. Non lo fu certamente per la città di Trieste che, negli ultimi giorni di aprile del 1945, vide quella che è stata definita una “corsa, per occuparla, tra l'esercito comunista del generale Tito e le truppe anglo-americane che risalivano verso il nord. Arrivarono prima, il 1° maggio, i partigiani di Tito e per Trieste si aprì un incubo durato quaranta giorni, fino al 12 giugno 1945.
“Reparto d'onore, preṡentat'arm a Sua Maestà il Re del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord!” L'ordine è risuonato alto e forte, l'8 aprile, nel grande cortile interno del Quirinale, mentre veniva issata la bandiera britannica. I reparti dei Lancieri di Montebello, della Marina e dell'Aeronautica, hanno reso l'onore delle armi a Re Carlo III, giunto in visita di Stato, nel Palazzo che fu dei Papi, scortato da un drappello di 32 corazzieri in alta uniforme del reggimento corazzieri a cavallo. Poi, il sovrano inglese e il capo dello Stato italiano Sergio Mattarella hanno passato in rassegna i reparti schierati.
Ai primi di marzo del 2022, due settimane dopo l'invasione russa dell'Ucraina, il giornalista Vittorio Feltri, concluse un suo articolo sul quotidiano “Libero” con queste parole: «Vorremmo suggerire a Zelensky di non fare il bullo, lasci perdere. Meglio sconfitti che morti». Qualche giorno dopo abbiamo commentato le parole di Feltri su RadioRomaLibera (https://www.radioromalibera.org/meglio-russi-che-morti/). La situazione di Zelenski, in quel momento sembrava molto più pericolosa, di quella di oggi. I russi avanzavano e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov evocava il rischio di una terza guerra mondiale «nucleare e devastante». Gli ucraini però hanno resistito per tre anni infliggendo alla Russia e all'Occidente una sconfitta non militare, ma morale, su cui vale la pena ritornare.
Il 19 marzo 2025, durante un intervento alla Camera dei deputati, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso pubblicamente le distanze dal Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante il loro confino nell'isola di Ventotene.
L'assedio dell'Alcázar di Toledo fu una delle pagine più epiche della Guerra civile spagnola, che tra il 1936 e il 1939 vide lo scontro cruento tra le forze nazionaliste e cattoliche da una parte e il Fronte popolare repubblicano e socialcomunista dall'altra. L'assedio iniziò il 21 luglio 1936, qualche giorno dopo l'inizio della Guerra civile e si prolungò fino al 27 settembre, quando gli assediati furono liberati dall'esercito del generale Francisco Franco.
Nelle ultime settimane c'è stata una discussione che ha visto coinvolti da una parte il vice-presidente americano James David Vance e dall'altra papa Francesco. E' accaduto che in un'intervista all'emittente americana Fox, Vance, volendo giustificare la politica di Trump sull'immigrazione, ha ricordato il cosiddetto Ordo amoris , la gerarchia della carità, per cui l'amore per il vicino precede quello per il lontano. Papa Francesco ha replicato il 10 febbraio, in una lettera ai vescovi degli Stati Uniti d'America, ribadendo il primato dell'amore ai migranti e ai rifugiati “Il vero ordo amoris che occorre promuovere – ha detto il Papa - è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del “Buon Samaritano” (cfr. Lc 10, 25-37), ovvero meditando sull'amore che costruisce una fratellanza aperta a tutti, senza eccezioni”.Senza entrare nel dibattito tra il Papa e il vice-presidente americano, vorrei a limitarmi a ricordare qual è l'insegnamento di san Tommaso d'Aquino sull'ordine dell'amore, al quale dedica un'ampia parte della Summa Theologiae, la questione 26 della Secunda-Secundae. La carità, spiega il Dottore angelico è una virtù teologale infusa da Dio nella volontà per cui amiamo Dio per sé stesso sopra tutte le cose e noi e il prossimo per amor di Dio. Possiamo definirla anche un'amicizia tra Dio e l'uomo. Come ogni amicizia essa importa una vicendevole benevolenza, fondata sulla comunicazione dei beni.
Le foibe: un genocidio comunista Il 10 febbraio di ogni anno si commemorano le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo della popolazione della Venezia Giulia e della Dalmazia. La “Giornata del ricordo”, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, ha infatti stabilito questa data per "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.Le foibe nel loro significato geografico sono delle voragini, strette e profonde, che si aprono nei territori dell'Istria, della Dalmazia e del Friuli Venezia-Giulia, Ma sotto l'aspetto storico, la parola foibe indica le efferate violenze compiute in queste regioni dai partigiani comunisti jugoslavi, tra l'autunno del 1943 e il 1947, ben dopo la conclusione della guerra. Migliaia di italiani vennero “infoibati” ovvero gettati in queste orrende cavità, dopo essere stati assassinati, ma spesso ancora vivi, morendo tra atroci sofferenze.Questo assassinio di massa faceva parte del progetto politico di Josip Brosz Tito, segretario generale del Partito Comunista di Jugoslavia, che, con l'aiuto della Russia sovietica, a partire dal 1941, si mise alla testa di un Esercito popolare di Liberazione contro le forze di occupazione italo-tedesche. Il maresciallo Tito fu poi capo della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 1945 fino alla sua morte nel 1980. Il piano di Tito prevedeva l'annessione della Venezia-Giulia e di altre terre allora italiane alla nuova Jugoslavia comunista, come in parte avvenne. Per raggiungere l'obiettivo era necessario eliminare fisicamente ogni possibile oppositore, indipendentemente dalle sue complicità con i tedeschi e il passato regime fascista. Si trattava soprattutto di distruggere la vecchia classe dirigente, come avveniva in tutti i paesi in cui il comunismo prendeva il potere. Furono prese di mira dunque anche personalità di orientamento moderato e antifascista, compresi alcuni cattolici e liberali che militavano nel Comitato di Liberazione Nazionale (CNL). Tutti coloro che venivano ritenuti contrari al progetto di espansione slavo-comunista venivano trucidati o avviati nei campi di concentramento.Gli storici stimano che oltre 10 mila persone furono gettate vive o morte nelle foibe, tra l'8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947, giorno della firma dei Trattati di Pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia, i territori, già italiani dell'Istria, del Quarnaro, della città di Zara con la sua provincia e della maggior parte della Venezia Giulia. L'occupazione jugoslava fu causa non solo del fenomeno delle foibe, ma anche di massicce deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi e dell'esodo di circa 300mila giuliani, istriani, fiumani e dalmati. Il massacro ebbe inizio in Istria dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Nel momento in cui l'esercito italiano si sbandò, i partigiani di Tito, avviarono il terrore, con arresti, uccisioni, infoibamenti di italiani. Il 16 settembre fu arrestato dalle milizie comuniste il parroco di Villa di Rovigno Angelo Tarticchio. Dopo averlo torturato, i partigiani lo trascinarono presso Baksoti (Lindaro), dove assieme a 43 prigionieri, legati con filo spinato, venne ucciso con una raffica di mitragliatrice e gettato in una cava di bauxite. Quando un mese più tardi il corpo fu riesumato dai Vigili del Fuoco di Pola, lo si trovò nudo, con una corona di spine conficcata sulla testa e i genitali tagliati e conficcati nella bocca. Pochi giorni dopo, il 25 settembre, venne catturata a Visinada, insieme ad altri membri della sua famiglia, Norma Cossetto, una giovane ventitreenne. Dopo essere stata sottoposta a brutali sevizie da parte dei suoi carcerieri, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943, la giovane fu gettata viva, legata a altre vittime, nella foiba di Villa Surani. In Istria, nell'antico castello Montecuccoli di Pisino, era insediato un feroce tribunale rivoluzionario. I condannati venivano legati con filo di ferro spinato e trasportati sull'orlo delle foibe dove erano uccisi a colpi di mitra e di fucile. In molte occasioni, prima dell'esecuzione, i prigionieri erano obbligati a spogliarsi completamente in modo da cancellare ogni possibile traccia della loro identità.La seconda ondata di infoibamenti avvenne nel 1945, quando l'esercito di Tito invase la Venezia Giulia, giungendo a Trieste prima delle forze Alleate. Simbolo di queste stragi è la cosiddetta "Foiba di Basovizza", un pozzo minerario che, nel maggio 1945, divenne un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, arrestati dai partigiani comunisti. A Basovizza arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Il termine genocidio, con cui si intende definire il deliberato sterminio di un popolo o di una parte di esso, non è improprio per connotare questa “pulizia etnica”. Bisogna ricordare però che la violenza dei partigiani di Tito non si limitò a colpire gli italiani, colpevoli di difendere la propria identità nazionale, ma si estese anche contro tutti quei militari e civili, sloveni e croati, che si opponevano all'instaurazione di una Repubblica comunista in Jugoslavia. La dimensione ideologica dell'eccidio era per certi versi più profonda di quella etnica e nelle foibe, italiani, tedeschi e slavi mischiarono spesso il loro sangue.Il dramma delle foibe va inserito all'interno di un processo rivoluzionario che ha le sue origini in Francia nel 1789. Il primo genocidio sistematico dalla storia fu infatti quello del popolo vandeano, che tra il 1793 e il 1797 si oppose alla Rivoluzione francese. Il maresciallo Tito attuava i principi della Rivoluzione francese e di quella comunista, secondo cui tutti i nemici della libertà e dell'uguaglianza, anche se solo “sospetti”, vanno drasticamente eliminati. I crimini contro l'umanità che ancora oggi insanguinano il mondo sono figli di questa filosofia rivoluzionaria. E la giornata della memoria dedicata alle foibe ci ricorda anche questo. (Roberto de Mattei).
La prima festa che la Chiesa celebra, dopo la Purificazione della Beata Vergine e la presentazione al Tempio di Gesù, è quella del vescovo e martire san Biagio. Il suo nome è ricordato dalla liturgia il 3 febbraio, giorno in cui è tradizione benedire la gola dei fedeli con due candele incrociateSan Biagio è stato un vescovo armeno vissuto tra il III e il IV secolo d.C. Originario di Sebaste, (attuale Sivas, Turchia), studiò la filosofia e la medicina. Nell'esercizio di quest'ultima disciplina dimostrò una grande competenza e amore del prossimo, per cui alla morte del vescovo di Sebaste, fu chiamato a succedergli a voce di popolo, divenendo così medico delle anime e dei corpi. Dopo la firma dell'editto di Milano del 313, che concedeva la libertà di culto ai cristiani, l'imperatore Costantino assegnò a suo cognato Licinio, autorità sulle regioni orientali dell'impero.
Nel mese di gennaio si celebra la festa liturgica di san Francesco di Sales, ma ricorre anche un altro anniversario, la sua proclamazione a patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici, avvenuta il 26 gennaio 1923. Francesco di Sales nacque il 21 agosto 1567 nel ducato di Savoia. Studiò a Parigi e quindi a Padova. Ordinato sacerdote nel 1593 e consacrato Vescovo di Ginevra 1'8 dicembre 1602, morì il 28 dicembre del 1622 a Lione, all'età di 52 anni.
Tutti conoscono i santuari mariani di Loreto e Pompei e, a Roma, le grandi basiliche, ma non tutti sanno che nel cuore della città eterna esiste una piccola basilica parrocchiale, Sant'Andrea delle Fratte, conosciuta anche con il nome di Santuario della Madonna del Miracolo. Qui, infatti, il 20 gennaio del 1842 la Madonna apparve all'ebreo Alfonso Ratisbonne e lo convertì istantaneamente. Una lapide posta in uno dei pilastri della cappella dell'apparizione, così ricorda l'avvenimento: “Il 20 gennaio 1842, Alfonso Ratisbonne, venne qui ebreo indurito. La Vergine gli apparve come tu la vedi. Cadde ebreo si rialzò cristiano. Straniero: porta con te questo prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della SS. Vergine”.
Nel primo Giubileo della Chiesa, indetto nell'anno 1300 da Bonifacio VIII, il Papa attraverso la promulgazione della prima grande indulgenza plenaria, volle esprimere la plenitudo potestatis della Chiesa e la fede del mondo cristiano nell'unico Vicario di Cristo. Il Giubileo del 2025 indetto da papa Francesco è un'occasione per rinnovare questa fede, ricordando la missione di Roma, città giubilare per eccellenza, perché ospita la sede del Pastore universale della Chiesa. Per questo il destino di Roma è il destino della Chiesa, Vogliamo ricordare questa verità con le parole del cardinale Eugenio Pacelli, futuro Papa Pio XII, in una conferenza che tenne su Il sacro destino di Roma, il 22 febbraio 1936 alla Sala Borromini, nella Chiesa nuova. Ascoltiamolo:“Roma è una parola di mistero, come un mistero è il destino di Roma, città eterna, non tanto per i secoli che vanta del passato, come per quelli c
Il 24 dicembre, con l'apertura della Porta santa di San Pietro, Papa Francesco ha inaugurato il Giubileo 2025. Il Papa ha attraversato la soglia della Porta per entrare nella Basilica, mentre risuonavano le parole del Vangelo di Giovanni, “Io sono la Porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato”, e poi quelle del Salmo 118, “È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti”. Dietro di lui una processione con i cardinali, vescovi, sacerdoti e alcune famiglie rappresentanti dei cinque continenti. Il 26 dicembre il Papa ha aperto, per la prima volta in un Giubileo ordinario, una Porta santa nel carcere romano di Rebibbia e il 29 dicembre quella della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma. Contemporaneamente l'anno giubilare è stato aperto da tutti i vescovi del mondo.La tradizione vuole che ogni Giubileo venga proclamato tramite la pubblicazione di una bolla papale d'Indiz
La Siria, su cui in questi giorni è concentrata l'attenzione di tutto il mondo, è un paese antico e travagliato, che ha avuto l'onore di essere ricordato nel Vangelo, assieme al suo governatore Quirinio, nel passo in cui san Luca rievoca con lo stile sobrio che gli è proprio il mistero della Natività. “In quei giorni - si legge - un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio” (Lc, 2, 2).
Tutto il mondo, l'8 dicembre 2024, ha ammirato lo splendore di Notre-Dame, ricostruita dopo il devastante incendio del 15 aprile 2019, in tutta la bellezza delle sue vetrate, delle sue torri, e soprattutto della sua guglia centrale. E tutto il mondo ha definito un vero e proprio miracolo lo sforzo collettivo che ha permesso di compiere l'opera di restauro in soli cinque anni.Ma perché la bellezza della cattedrale di Notre-Dame ci emoziona? La ragione è che, dietro la sua bellezza, la nostra intelligenza e il nostro cuore colgono una verità profonda. Il bello infatti è sempre vero e il vero è sempre bello. Qual è questa verità? I costruttori di Notre-Dame si sono ispirati a un'idea di ordine, di misura, di armonia, che hanno espresso in luce e in pietra
Il 13 dicembre si festeggia la memoria di santa Lucia, vergine e martire. Lucia, patrona di Siracusa, è una delle tre glorie della Sicilia cristiana accanto a sant'Agata e a santa Rosalia, che brillano rispettivamente a Catania e a Palermo. Il suo nome ha l'onore di trovarsi unito a quello di Agata, di Agnese e di Cecilia nel Canone della Messa.