Radio degli studenti universitari di Cagliari. Mission del media è raccontare il movimento culturale e la città nei suoi molteplici aspetti

Dalle ceneri di uno studio storico nasce un nuovo progetto: la storia di Maurizio Casu, della RCM Records e di una comunità musicale che non ha mai smesso di crederci. La storia della RCM Records è una di quelle che parlano di passione, sacrificio e comunità. È la storia di Maurizio Casu, discografico e tecnico del suono, che ha dedicato la vita alla musica indipendente e alla crescita degli artisti, soprattutto in Sardegna. Fondata tra gli anni Ottanta e Novanta a Cagliari, la RCM – Registrazioni Casu Maurizio – è diventata nel tempo un punto di riferimento per chi cercava uno spazio libero, autentico e professionale dove registrare musica senza compromessi. Uno studio aperto agli artisti e alla sperimentazione Nei primi anni Duemila, la RCM Records ha vissuto una vera e propria seconda giovinezza. La nascita di un nuovo studio di registrazione ha permesso a Maurizio Casu di offrire gratuitamente uno spazio creativo agli artisti, favorendo produzioni innovative e collaborazioni trasversali. All'interno dello studio prendeva vita anche Disconotte, una trasmissione che ha contribuito a creare un ponte tra musica, radio e territorio. Nel tempo, tra quelle mura hanno registrato artisti provenienti da tutta Italia, compresi nomi di rilievo della scena hip hop e indipendente come Danno dei Colle der Fomento. L'incendio che ha cancellato vent'anni di lavoro All'inizio dell'anno, però, tutto si è fermato. Un incendio devastante, causato da un cortocircuito in un faretto, ha distrutto completamente lo studio. In pochi minuti, strumenti musicali, attrezzature professionali e archivi sonori sono andati perduti. I danni, superiori ai 100mila euro, hanno reso la struttura inagibile e destinata alla demolizione. Lo studio non era coperto da assicurazione. Fortunatamente, Maurizio Casu, suo figlio e alcuni amici musicisti presenti al momento del rogo sono riusciti a mettersi in salvo. La solidarietà che diventa nuovo progetto La notizia ha scosso profondamente la comunità musicale. Artisti, tecnici, musicisti di strada e appassionati si sono mobilitati spontaneamente per offrire aiuto concreto. Un'ondata di affetto che ha colpito profondamente Casu. In un video condiviso sui social, Maurizio ha raccontato il dolore per la perdita ma anche la gratitudine per la vicinanza ricevuta. Quelle parole hanno segnato un punto di svolta. Da tragedia personale, l'incendio si è trasformato in un momento di rinascita collettiva. La RCM Records guarda avanti Da questa energia è nato un nuovo progetto. Una campagna di crowdfunding è stata avviata per raccogliere fondi destinati alla ricostruzione dello studio e alla ripresa delle attività. Non si tratta solo di recuperare attrezzature, ma di restituire alla città un luogo di incontro, sperimentazione e libertà artistica. La RCM Records non è soltanto uno studio di registrazione. È un simbolo di resistenza culturale, di musica vissuta come condivisione e non come prodotto. La sua rinascita dimostra che, anche dalle ceneri, può nascere qualcosa di nuovo.

Un ritratto del percorso creativo di Gabriel Grazzini, in arte Varco, tra scrittura, ispirazioni quotidiane e sperimentazione sonora. Nell'universo della musica indipendente, Varco si muove con passo libero e curioso, lontano da formule precostituite e da traiettorie obbligate. Dietro questo progetto c'è Gabriel Grazzini, autore e musicista che costruisce la propria identità artistica attraverso un lavoro paziente di ascolto, osservazione e sperimentazione. La sua scrittura nasce da un contatto diretto con la realtà e con gli strumenti, in un equilibrio costante tra istinto e riflessione. Varco non rincorre un genere preciso: preferisce attraversarli, contaminarli, lasciando che siano le esigenze espressive del momento a guidare le scelte sonore. Per Varco, il processo creativo non segue un metodo fisso né una struttura rigida. Le idee possono arrivare in qualsiasi momento: durante una passeggiata, ascoltando un rumore urbano, leggendo una frase che risuona più del previsto. È una scrittura che accetta l'imprevisto e lo valorizza, trasformando ogni brano in un piccolo racconto aperto. I testi e le melodie non cercano una chiave di lettura univoca, ma invitano chi ascolta a entrarci dentro, a riconoscersi, a costruire un significato personale. In questo senso, la musica di Varco diventa uno spazio condiviso più che un messaggio chiuso. Le fonti dell'ispirazione quotidiana di Gabriel Grazzini affondano nella vita reale. Scene urbane, relazioni umane, silenzi carichi di senso, frammenti di conversazioni, letture occasionali: tutto può diventare materiale creativo. Anche l'ascolto ha un ruolo centrale. Artisti molto diversi tra loro, appartenenti a epoche e linguaggi lontani, contribuiscono a formare il suo immaginario sonoro. Come accade a molti musicisti contemporanei, l'identità di Varco si costruisce per stratificazione, attraverso un dialogo continuo tra ciò che si vive e ciò che si ascolta. Fondamentale è anche il rapporto con gli strumenti. Essere polistrumentista consente a Varco di cambiare prospettiva, di osservare la stessa idea da angolazioni diverse. Ogni strumento diventa un'estensione del pensiero: suggerisce una direzione, apre possibilità nuove, modifica il modo di scrivere. È proprio in questo dialogo tra mente, mani e suono che prende forma l'universo musicale di Varco, un luogo in costante evoluzione, attraversato da curiosità e ricerca.

La giornalista e saggista Claudia Sarritzu parla ai nostri microfoni del suo attivismo e delle sue battaglie nel segno del femminismo Claudia Sarritzu è una giornalista e saggista, in prima linea per quanto riguarda la lotta contro la violenza sulle donne e per la causa palestinese. Di recente, proprio unendo questi temi, ha recitato un monologo, in occasione di un evento che avrebbe dato il via a "Parola, femminile, singolare". La rassegna tiene vivo il sentimento di rivalsa delle donne in una società che spesso le relega ancora ad un ruolo marginale. Non solo: il grande numero di femminicidi, come ribadito dalla Sarritzu, è indice di qualcosa di più radicato e pericoloso. E' proprio la mentalità patriarcale che lei si propone, con il suo contributo, di sradicare. Dalla radio alla stampa, passando per l'attivismo La sua esperienza professionale inizia durante il suo percorso di laurea in Giurisprudenza. Accetta infatti l'offerta di uno stage gratuito presso Radio Press, che si occupava prettamente di informazione, e poi per Radio Golfo degli Angeli. Da lì, la sua competenza e la sua dedizione la portano, in seguito, a dirigere, giovanissima, la redazione sarda di The Globalist, per la quale scrive per dieci anni. Parallelamente, si risveglia in lei la fiamma dell'attivismo femminista: è il 2011, e al grido di "se non ora, quando?", le attiviste iniziarono a scendere nelle piazze, osteggiando la visione della donna proposta dall'allora premier Berlusconi. L'onda arriva anche a bagnare il capoluogo sardo, e così Claudia sente sempre più vicine queste lotte, facendole sue e rendendole parte integrante dei suoi articoli e del resto della sua produzione scritta. Dopo un primo saggio sulla crisi delle aziende sarde, scrive infatti Parole avanti. Femminismo del 3° millennio. Un'analisi puntuale per quanto riguarda il linguaggio della stampa per quanto riguarda il genere femminile, spesso ancora poco attento. Due donne, un monologo Nel corso della sua attività, per la quale ha ricevuto diversi riconoscimenti di respiro nazionale, Claudia Sarritzu è diventata spesso ospite di eventi letterari e culturali. Non solo: di recente, in un evento in apertura di "Parola, femminile, singolare", organizzato dal club Jane Austen, ci ha messo del suo. Un monologo, commovente e struggente, su come, per l'occidentale medio, è più forte la - giusta - empatia nei confronti di una donna ucraina uccisa sotto le bombe, che non verso una donna palestinese nelle stesse condizioni. Il suo è un chiaro invito non a provare più empatia verso una piuttosto che verso l'altra, ma a ritrovare la nostra umanità, stringendoci in lutto intorno a tutte le donne che subiscono la stessa sorte.

Un progetto discografico originale che rilegge l'universo poetico di Fabrizio De André attraverso jazz, improvvisazione ed elettronica, trasformando le sue canzoni in un viaggio strumentale profondo e personale. Un omaggio che nasce dal suono Il 12 dicembre 2025 il Teatro del Segno di Cagliari ospiterà la presentazione ufficiale di SecondoMé, il nuovo progetto discografico del sassofonista e compositore sardo Juri Deidda. Non si tratta di un tributo convenzionale a Fabrizio De André, ma di un lavoro che sceglie una strada diversa: raccontare la sua poetica senza usare le parole. Al centro dell'album c'è il suono come strumento narrativo. Il sassofono tenore, affiancato dall'elettronica, costruisce paesaggi emotivi capaci di evocare storie, immagini e silenzi. La musica diventa così una forma di racconto interiore, aperta e personale, che invita l'ascoltatore a un'esperienza profonda. Trent'anni di musica per una visione personale Con oltre trent'anni di attività alle spalle, Juri Deidda affronta l'universo di De André con la maturità di chi ha attraversato linguaggi diversi. Il jazz, l'improvvisazione radicale e il progressive non sono elementi decorativi, ma strumenti per dare nuova forma a temi senza tempo. Il legame con De André nasce presto, durante l'adolescenza, e accompagna l'artista per tutta la sua crescita musicale. Col passare degli anni, quelle storie sembrano sedimentarsi. Poi arriva il momento giusto per tornare a raccontarle, filtrandole attraverso un vissuto artistico e umano ormai maturo. Cinque suite per attraversare la poetica di De André SecondoMé è costruito come un percorso articolato in cinque suite strumentali. Ognuna rappresenta una tappa tematica e simbolica della poetica deandreiana. La Suite della Libertà esplora l'indipendenza creativa e lo spirito anticonformista. La Suite dell'Acqua richiama il mare e il Mediterraneo, trasformando il viaggio in suono. Con la Suite delle Donne emerge un ritratto sensibile dell'universo femminile, fatto di colori emotivi e sfumature. La Suite della Gente speciale rende omaggio agli emarginati e agli ultimi. Infine, la Suite dell'Alfa e dell'Omega affronta il tema della spiritualità, tra principio e fine, fede e dubbio. Ascolto lento, materia e memoria Una scelta significativa riguarda la pubblicazione del disco. Due suite saranno disponibili esclusivamente in vinile, mentre le altre usciranno sulle piattaforme digitali. È un invito esplicito a rallentare, a recuperare il tempo dell'ascolto profondo e consapevole. Anche l'immagine ha un ruolo centrale. La copertina nasce da una fotografia scattata all'Agnata, luogo simbolico legato a De André. Da quella finestra reale prende forma un'immagine stilizzata che diventa metafora di sguardo, passaggio e memoria. Una presentazione tra musica e racconto Durante la serata del 12 dicembre, la musica dialogherà con le parole. Deidda incontrerà Alfredo Franchini, amico personale di De André, mentre sarà presente anche Salvina Pinna, oggi custode dell'Agnata. Un momento di confronto che intreccia esperienze, ricordi e suoni. SecondoMé non è solo un disco. È un invito ad ascoltare con il cuore, un ponte tra la musica di oggi e una poesia che continua a parlare al presente. Un progetto che rinnova De André senza tradirlo, secondo una visione autentica e profondamente personale.

Bastarde Gloriose rappresenta un esperimento di produzione indipendente nato dall'unione di tre giovani professionisti: Francesca Maccioni, Barbara Mancosu ed Emanuele Loddo Nel panorama cinematografico dell'isola si affaccia Bastarde Gloriose, una nuova e vibrante realtà artistica. Questo collettivo si propone di fare cinema partendo dal basso, sfidando i costi elevati della produzione tradizionale attraverso l'ingegno e la collaborazione. La loro storia inizia negli spazi dell'università, dove la condivisione di obiettivi comuni ha trasformato semplici colleghi in soci creativi. Oggi Bastarde Gloriose porta avanti un'idea di narrazione visiva che affonda le radici nel territorio sardo ma guarda lontano. L'unione creativa nata dall'università Il percorso accademico è stato il vero catalizzatore per la nascita del gruppo. Se la laurea triennale ha permesso ai fondatori di testare la propria compatibilità caratteriale, è stata la magistrale a definire il loro destino professionale. Durante gli studi, i futuri esponenti di Bastarde Gloriose hanno sperimentato linguaggi diversi attraverso esercitazioni pratiche e progetti comuni. Questo periodo di formazione ha permesso loro di capire che il lavoro di squadra era la chiave per affrontare l'industria audiovisiva. La forza del gruppo risiede proprio in questa consapevolezza maturata tra i banchi, trasformando la teoria in una pratica produttiva solida e affiatata. La flessibilità come metodo produttivo Un elemento distintivo di Bastarde Gloriose riguarda la gestione dei ruoli sui set cinematografici. Mentre Francesca si occupa della regia e dell'assistenza, Barbara gestisce la produzione ed Emanuele cura la direzione tecnica, i compiti restano estremamente fluidi. Questa intercambiabilità permette al collettivo di adattarsi a ogni esigenza creativa, facendo sì che tutti imparino a fare tutto. Le anime che compongono Bastarde Gloriose credono fermamente che la flessibilità sia la risposta alla mancanza di grandi budget iniziali. In questo modo, ogni corto girato diventa una palestra collettiva dove il talento individuale viene messo al servizio della visione d'insieme. Restare in Sardegna per creare bellezza Molti giovani talenti scelgono spesso di abbandonare l'isola per cercare fortuna nei centri nevralgici come Roma, Milano o Torino. Al contrario, Bastarde Gloriose scommette sulla propria terra d'origine nonostante le difficoltà logistiche. La scelta di restare non è stata priva di dubbi, ma la voglia di far accadere le cose in Sardegna ha prevalso sulle incertezze iniziali. Il collettivo dimostra che non è necessario emigrare per produrre cultura di qualità. Tutti gli elementi di Bastarde Gloriose vogliono dimostrare che il territorio sardo può offrire opportunità uniche a chi ha il coraggio di investire sulle proprie idee e sulle proprie radici. Un filo rosso tra storie diverse I progetti in fase di sviluppo sono numerosi e toccano generi narrativi molto differenti tra loro. Ciò che unisce ogni opera è il cosiddetto "filo rosso" che identifica lo stile unico di Bastarde Gloriose. Ogni storia, pur essendo indipendente, riflette l'anima ribelle e l'approccio schietto che caratterizza il collettivo fin dalla sua fondazione. Il loro "essere bastarde" si traduce in un gusto estetico ricercato ma accessibile, capace di colpire lo spettatore per sincerità e impatto visivo. Attualmente, Bastarde Gloriose continua a lavorare su nuovi soggetti, pronti a trasformare ogni visione in un racconto cinematografico concreto e coinvolgente. Il futuro della produzione indipendente Il cammino del gruppo è appena iniziato, ma l'interesse attorno ai loro lavori è già palpabile. L'organico di Bastarde Gloriose invita il pubblico a scoprire le proprie opere su piattaforme digitali come YouTube, dove è possibile apprezzare i risultati del loro impegno. La sfida per il futuro sarà mantenere questa indipendenza creativa pur crescendo dimensionalmente. In un'epoca di grandi produzioni standardizzate, la voce di Bastarde Gloriose rappresenta una boccata d'ossigeno per chi ama il cinema d'autore e sperimentale. La Sardegna ha trovato dei nuovi narratori capaci di guardare la realtà con occhi diversi e senza alcun timore reverenziale verso il mercato globale.

Ai microfoni di Unica Radio Annalena Cogoni che ci parlerà di scienza, ambiente e dell'importanza della biodiversità per il nostro futuro. Annalena Cogoni ricopre il ruolo di docente di botanica presso l'Università di Cagliari e dirige con grande passione l'Orto Botanico della città. Ha accolto volentieri gli studenti di ogni ordine e grado perché organizzava laboratori che coinvolgevano i bambini fin dall'infanzia e i ragazzi delle scuole superiori. Sosteneva che la curiosità e la conoscenza profonda delle materie biologiche alimentavano la libertà di scegliere i percorsi scientifici. La direttrice affermava che la passione che i professori e le famiglie trasmettevano ai giovani faceva la differenza nel loro cammino educativo. Superare i timori verso le scienze La docente spiegava che la bravura non era un dono innato, ma arrivava con l'applicazione costante e lo studio quotidiano. Esortava le studentesse a non temere le materie STEAM, poiché nessun limite frenava chi possedeva un interesse sincero per la ricerca scientifica. I professori accompagnavano i ragazzi durante le lezioni e spiegavano come superare ogni ostacolo attraverso l'approfondimento dei temi che suscitavano interesse. Ella credeva che la consapevolezza delle proprie capacità crescesse man mano che si affrontavano le sfide della conoscenza con volontà. Il ruolo delle piante contro il clima che cambiava Riguardo all'emergenza climatica, Annalena Cogoni indicava la necessità di ridurre le emissioni che causavano il riscaldamento del pianeta. Le piante assumevano un ruolo centrale in questa battaglia perché catturavano l'anidride carbonica e proteggevano la biodiversità del territorio. I polmoni verdi e le foreste urbane garantivano il benessere delle persone, poiché la città stessa costituiva un ecosistema dove la natura e la vita quotidiana si intrecciavano costantemente. Innovazione e strumenti tecnologici L'innovazione richiedeva competenze trasversali che univano la scienza all'economia e alla storia dei luoghi in cui l'uomo viveva. Ella illustrava come la botanica moderna utilizzava tecniche molecolari avanzate e codici speciali, come il barcoding, per identificare le specie in modo rapido. Gli erbari e le banche del germoplasma custodivano la memoria della terra e permettevano di fare previsioni utili sui cambiamenti futuri. Ogni ricerca mirava a un equilibrio dove l'umanità viveva meglio grazie alla salute complessiva dell'ambiente. Un invito alla caparbietà per i giovani Infine, la direttrice esortava i giovani alla curiosità e alla caparbietà verso tutto ciò che li circondava. Ella stessa amava profondamente il suo percorso in Scienze Naturali e ringraziava i docenti che incontrava lungo la via. Suggeriva di non temere le sconfitte, poiché ogni intoppo offriva l'esperienza necessaria per proseguire con forza nel mondo della ricerca. La passione restava il motore principale per chi desiderava migliorare il mondo attraverso la scienza e la tutela della natura.

Ai microfoni di Unica Radio Alessandra Carucci ci racconta il suo percorso come docente di ingegneria ambientale e le ricerche innovative condotte presso l'Università di Cagliari per combattere l'inquinamento delle acque Alessandra Carucci descriveva come la passione per la scienza muoveva i suoi passi verso la tutela del territorio. Quando frequentava il liceo scientifico a Roma, le ragazze in classe erano poche, ma il suo talento per la matematica appariva subito evidente. Un professore di disegno le suggeriva allora di intraprendere la carriera di ingegnera. La ricercatrice seguiva quel consiglio e iniziava un percorso che la portava a diventare la prima preside donna della facoltà di ingegneria e architettura presso l'Università di Cagliari. Durante la sua carriera non incontrava ostacoli o pregiudizi significativi, pur lavorando in un ambiente in cui la presenza maschile prevaleva. La depurazione biologica delle acque Il nucleo della sua attività riguardava il trattamento delle acque reflue che provenivano dalle abitazioni e dalle industrie. Alessandra Carucci spiegava che depurare l'acqua era fondamentale per evitare l'inquinamento di mari, fiumi e laghi. Negli studi che conduceva, prediligeva i processi biologici perché sfruttavano i batteri e i microrganismi invece delle sostanze chimiche. Questi piccoli organismi utilizzavano lo sporco come fonte di nutrimento e pulivano la risorsa idrica in modo economico e naturale. L'innovazione tecnologica permetteva di selezionare batteri capaci di rimuovere l'azoto e il fosforo anche in assenza di ossigeno. Tale metodo riduceva drasticamente il consumo di energia, poiché non servivano più i compressori per soffiare aria nelle vasche di trattamento. Si trattava di una soluzione promettente per rendere i depuratori più sostenibili dal punto di vista economico. Il progetto PNRR e l'economia circolare La crisi climatica imponeva una gestione oculata delle risorse, specialmente in una regione come la Sardegna che soffriva per lunghi periodi di siccità. Per questo motivo, la docente coordinava un vasto progetto legato al PNRR che puntava sull'innovazione regionale. Il piano si divideva in vari rami che includevano la protezione delle coste, la tutela delle lagune e il monitoraggio dei siti minerari. Un aspetto centrale riguardava l'economia circolare, dove gli scarti dell'industria casearia e agricola diventavano nuove materie prime. I batteri trasformavano il siero di latte in bioplastiche biodegradabili o producevano biometano per generare energia pulita. Questo approccio eliminava i rifiuti e chiudeva il ciclo produttivo, riducendo l'impatto ambientale complessivo. Un consiglio per le nuove generazioni In conclusione, Alessandra Carucci rivolgeva un messaggio incoraggiante ai giovani studenti che dovevano scegliere il proprio futuro. Suggeriva di seguire sempre le passioni e di osservare con curiosità le molteplici possibilità che l'Università di Cagliari offriva. Sottolineava inoltre quanto l'interdisciplinarità fosse vitale: per salvare l'ambiente serviva la collaborazione tra ingegneri, biologi, geologi e botanici. Solo unendo le conoscenze si potevano affrontare con successo le sfide ecologiche del domani.

L'incontro con Piergiorgio Pulixi negli studi di Unica Radio diventava un momento di dialogo profondo tra letteratura, territorio e nuove generazioni. Durante la visita negli studi di Unica Radio, Piergiorgio Pulixi raccontava la scrittura come un mestiere che richiedeva rigore, disciplina e continuità. L'intervista rientra nella prima puntata di Social Podcast, il podcast di I Love Radio Prof, la web radio dell'istituto Primo Levi di Quartu Sant'Elena. Il progetto radiofonico prende forma da un'idea del professor Emanuele Impoco e si sviluppava come iniziativa corale che coinvolge studenti, docenti. La radio diventa quindi un laboratorio , con l'obiettivo di trasformare la comunicazione in uno strumento di cittadinanza attiva. Sardegna, distanza emotiva e narrazione delle periferie Nel dialogo con gli studenti, Piergiorgio Pulixi raccontava anche il suo rapporto profondo e complesso con la Sardegna. Spiegava che per narrare l'isola doveva prima allontanarsene. Solo guardandola da lontano riusciva a trovare la giusta distanza emotiva. Questo sguardo gli permetteva di raccontare luoghi come Sant'Elia a Cagliari o i paesi della Barbagia senza idealizzazioni. La sua scrittura esplorava le periferie, i margini sociali e i contrasti tra il cemento urbano e il mare luminoso. Ogni personaggio nasceva da lunghe riflessioni maturate durante camminate solitarie o viaggi legati alla promozione dei libri. La Sardegna diventava così uno spazio narrativo vivo, attraversato da tensioni, bellezza e ferite sociali. Noir, thriller e il dialogo con i lettori Durante l'incontro, Piergiorgio Pulixi approfondiva le differenze tra i generi della crime fiction. Spiegava che il giallo classico cercava sempre il colpevole, mentre il noir indagava le cause sociali e psicologiche del male. Il thriller puntava invece sulla suspense e su un ritmo serrato. Parlava con entusiasmo dei personaggi di Mara Rais ed Eva Croce, molto apprezzati anche all'estero. In Francia, le sue storie riscuotevano un grande successo. Lo scrittore raccontava che i titoli dei suoi libri spesso omaggiavano la musica italiana, creando un ponte tra linguaggi diversi. Content creator: la challenge dedicata a “stella di mare” L'incontro con Piergiorgio Pulixi si collega anche a una delle iniziative future. Per il prossimo anno scolastico, gli studenti si sfideranno in una challenge intitolata Content Creator. In questa challenge, i ragazzi dovranno recensire il romanzo dello scrittore intolato Stella di Mare

Ospite di UniCa Radio, Iosonouncane riflette su nome, percorso artistico, sperimentazione, produzione e colonne sonore, raccontando una visione musicale libera, artigianale e in continua evoluzione. Iosonouncane è stato ospite oggi ai microfoni di UniCa Radio per un'intervista densa e sincera, capace di restituire il percorso umano e artistico di uno dei musicisti più lucidi e radicali della scena italiana contemporanea. Fin dalle prime battute, emerge una riflessione profonda sull'identità, sulla sperimentazione e sul senso stesso del fare musica oggi. Iosonouncane e il peso di un nome Il nome Iosonouncane nasce dall'unione tra il brano Io sono uno di Luigi Tenco e il suo cognome Incani. Una scelta legata a un momento preciso della vita dell'artista. Jacopo Incani racconta come oggi guardi a quel nome con una certa distanza critica. Non lo rinnega, ma lo riconosce come il frutto di un'urgenza giovanile. All'origine c'era l'idea di un disco sociale, ma rivolto verso sé stessi. Non un dito puntato all'esterno, bensì un atto di esposizione. La figura del “cane” diventava così una maschera per stare dentro le contraddizioni raccontate, senza sottrarsi. Dal gruppo al progetto solista Il progetto Iosonouncane prende forma nel 2008, dopo lo scioglimento degli Adharma. La strada solista non nasce da una scelta romantica, ma da una necessità concreta. Incani lavora con ciò che ha a disposizione. Tra questi strumenti c'è una groovebox Roland acquistata quasi per errore. Nei primi anni, la tecnologia influenza il suono. Col tempo, però, l'approccio cambia. Con DIE arriva una consapevolezza diversa. La scrittura non è più legata allo strumento, ma a un'idea musicale più ampia. Un'evoluzione senza rinnegare il passato Dal debutto con La macarena su Roma fino a IRA, il percorso appare frammentato solo in superficie. Iosonouncane rivendica ogni fase del suo lavoro. Anche i brani da cui oggi si sente lontano restano parte della sua storia. L'approccio resta artigianale, ma evolve. Scrivere oggi come nel 2010 sarebbe difficile. Suonare come allora, quasi impossibile. Eppure nulla viene escluso in astratto. Sperimentazione e forma canzone La sperimentazione, per Iosonouncane, non è un'etichetta. È una condizione necessaria dell'arte. Senza ricerca, i linguaggi si fermano. Anche il pop, da sempre, si nutre di esperienze nate ai margini. Dai Beatles ai Radiohead, la forma canzone è stata messa in discussione molte volte. Per questo Incani non vede una frattura netta tra canzone e destrutturazione. Il suo lavoro si colloca dentro un'idea ampia di pop, più vicina a quella degli anni Sessanta che alle definizioni attuali. Produzione e confronto con gli altri Oltre al lavoro solista, Iosonouncane produce altri artisti solo quando nasce un coinvolgimento emotivo totale. Collaborare significa condividere metodo, tempo e intensità. È un'esperienza diversa rispetto ai propri dischi, che restano il luogo di un'espressione totale. Ma è anche una grande occasione di crescita, umana e "artigianale". Musica per immagini e futuro Scrivere colonne sonore cambia radicalmente il processo creativo. La musica non cerca un “bello assoluto”. Deve funzionare sulle immagini. Il giudizio finale non spetta al compositore. È un lavoro di servizio, ma anche di grande arricchimento. Guardando al futuro, Iosonouncane non parla di ripartenze da zero. Non ci crede. Preferisce continuare a scrivere, a cercare, a trasformare ciò che già esiste.

Il racconto da parte di una danzatrice del ventre e arteterapeuta sulla storia, musica, costumi e accessori di un'arte millenaria affascinante e ancora poco conosciuta in Sardegna. Giada è danzatrice del ventre esperta e arteterapeuta, porta a Cagliari una danza del ventre orientale affascinante, nata nel Medio Oriente, fatta di storia, musica, costumi e accessori tradizionali. In Sardegna questa disciplina è ancora poco diffusa. Origini e storia della danza del ventre La danza del ventre è una danza orientale sviluppata nel Medio Oriente, inizialmente legata a celebrazioni, riti di fertilità e momenti di festa. I movimenti sinuosi e armoniosi raccontano storie ed emozioni, unendo eleganza e espressività corporea. Col tempo, la danza ha assunto varie forme e stili a seconda delle regioni e tradizioni locali. Strumenti e musica tradizionale Gli strumenti tradizionali accompagnano la danza del ventre orientale, creando ritmo e atmosfera. Tra i più utilizzati ci sono il darbuka, il qanun e il tamburello. La musica orientale, ricca di percussioni e melodie coinvolgenti, valorizza i movimenti dei danzatori e rende ogni performance unica. Costumi, accessori e arteterapia I costumi e gli accessori sono elementi distintivi della danza del ventre. Veli, monili, cinture con campanelli e gonne ricamate arricchiscono le performance, aggiungendo colore e movimento. Gli accessori aiutano anche a sottolineare gesti e figure. Giada, oltre a esibirsi, è arteterapeuta e utilizza la danza come strumento di benessere emotivo, mostrando come questa disciplina possa stimolare emozioni e creatività. La danza del ventre in Italia e a Cagliari Nonostante la crescente popolarità della danza del ventre in Italia, in Sardegna, e a Cagliari in particolare, rimane un'arte ancora poco praticata.

La Scuola dell'Infanzia della Fondazione Figlie di Maria si conferma un centro d'eccellenza educativa, dove il benessere del bambino e la crescita armoniosa rappresentano il cuore pulsante di ogni attività. Un approccio pedagogico su misura Entrare nel mondo della Scuola dell'Infanzia gestita dalla Fondazione Figlie di Maria significa immergersi in un ambiente stimolante. Qui ogni spazio è progettato per accogliere le esigenze dei più piccoli, seguendo le linee guida del Ministero dell'Istruzione e del Merito. Le educatrici lavorano quotidianamente per trasformare l'apprendimento in un'avventura entusiasmante. La centralità del bambino non è solo uno slogan, ma una pratica costante. Attraverso il gioco e l'esplorazione, gli alunni sviluppano competenze cognitive e sociali fondamentali. Il metodo adottato favorisce l'autonomia individuale, rispettando i tempi di crescita di ciascuno. La struttura offre percorsi che integrano tradizione e innovazione didattica, garantendo una preparazione solida per il futuro scolastico. Creatività e condivisione tra i banchi Il progetto educativo della Scuola dell'Infanzia punta molto sulla creatività espressiva. I laboratori artistici permettono ai bambini di manipolare materiali e scoprire nuovi linguaggi. La collaborazione tra pari viene incoraggiata costantemente per costruire una comunità solida. I momenti conviviali e le attività di gruppo insegnano il valore del rispetto reciproco, come promosso dai progetti pedagogici di Save the Children. In questo contesto, le Figlie di Maria portano avanti una missione educativa storica ma estremamente attuale. Il legame con le famiglie è un altro pilastro essenziale del servizio offerto. Il dialogo costante tra scuola e genitori assicura una coerenza educativa preziosa per lo sviluppo del minore. La serenità degli ambienti contribuisce a rendere l'esperienza scolastica un ricordo positivo indelebile. Spazi aperti e contatto con la natura Un elemento distintivo della nostra Scuola dell'Infanzia è l'attenzione verso l'outdoor education. Gli spazi aperti sono considerati vere e proprie aule didattiche dove osservare il mutare delle stagioni. Il contatto diretto con la natura stimola la curiosità innata dei bambini e favorisce il benessere psicofisico. Muoversi all'aria aperta migliora la salute fisica e la capacità di concentrazione. Le attività motorie vengono svolte con regolarità per affinare la coordinazione e la consapevolezza del corpo. Questa visione olistica dell'istruzione prepara i piccoli ad affrontare il mondo con fiducia. La Fondazione investe costantemente nel miglioramento delle strutture per offrire sicurezza e comfort. Ogni dettaglio viene curato per garantire un'accoglienza calorosa a ogni nuovo iscritto. Valori profondi per cittadini di domani La dimensione spirituale e valoriale caratterizza da sempre la Scuola dell'Infanzia della Fondazione. L'insegnamento di principi solidi aiuta i bambini a distinguere ciò che è bene per la comunità. Si educa alla pace, alla solidarietà e alla gentilezza verso il prossimo. Questi insegnamenti diventano le fondamenta su cui costruire la personalità degli adulti di domani, seguendo i principi della didattica inclusiva dell'UNESCO. La professionalità del personale docente assicura una vigilanza attenta e un supporto costante in ogni fase della giornata. Scegliere questo percorso significa affidare i propri figli a una realtà che ama profondamente la propria missione. La gioia dei piccoli è la testimonianza più bella del successo di questo impegno quotidiano.

A Cagliari un appuntamento culturale dedicato alla casa torinese Lancia, con esperti, docenti e appassionati riuniti per celebrare un'eredità unica dell'automobile italiana. Lancia automobile torna al centro del dibattito culturale e tecnico con un convegno che mette in luce il ruolo decisivo del marchio nello sviluppo dell'ingegneria automobilistica. A Cagliari, il sapere accademico incontra la passione per le auto storiche, in un appuntamento pensato per studenti, studiosi e appassionati. Automobile e il valore della cultura tecnica Il convegno “I contributi della Lancia allo sviluppo dell'automobile” tenutosi giovedì 18 dicembre 2025 nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria e Architettura di Cagliari. L'iniziativa nasce dalla collaborazione tra il Circolo Sardo Auto Moto d'Epoca S.C.Q., il Lancia Club Italia e la Commissione Nazionale Cultura dell'ASI. L'obiettivo è chiaro: raccontare come Lancia automobile abbia influenzato soluzioni tecniche, stile e visione industriale lungo oltre un secolo di storia. Un percorso che parte dalle origini e arriva alle competizioni, senza perdere di vista il valore del restauro e della conservazione. Il programma tra storia, modelli e competizioni Il convegno entra nel vivo con interventi mirati. L'ingegner Lorenzo Morello aprirà con una relazione sui contributi di Lancia automobile allo sviluppo del settore. Seguirà l'approfondimento dedicato alla Lancia Augusta, da parta di Angelo Melis e una riflessione puntuale sul restauro condotto secondo criteri filologici. Il racconto si chiuderà con le Lancia da competizione, capitolo che restituisce l'immagine di un marchio capace di vincere e innovare. Ogni intervento costruisce un mosaico coerente, fatto di dati, esperienze e passione. Lancia automobile tra università e pubblico La scelta della sede universitaria rafforza il legame tra ricerca e divulgazione. Studenti e docenti potranno confrontarsi con professionisti del settore, mentre gli appassionati avranno accesso a contenuti di alto livello. Lancia automobile diventa così un caso di studio, utile a comprendere l'evoluzione dell'automobile moderna. Nel piazzale antistante l'Aula Magna saranno esposti modelli storici e contemporanei, creando un dialogo visivo tra passato e presente. Lancia automobile vista attraverso la Lancia Augusta Nel suo intervento, Angelo Melis guida il pubblico dentro la genesi della Lancia Augusta, prodotta tra il 1933 e il 1936. Non un semplice excursus cronologico, ma un racconto che mette in luce come Lancia automobile abbia anticipato soluzioni tecniche e concettuali in un periodo complesso per l'industria. L'Augusta nasce come vettura leggera, accessibile, ma progettata con una cura ingegneristica che riflette la visione di Vincenzo Lancia. Melis sottolinea come questa automobile rappresenti un equilibrio raro tra innovazione e concretezza. Il valore tecnico raccontato da Angelo Melis Dall'intervista emerge con chiarezza l'attenzione di Melis per gli aspetti meno visibili della Lancia automobile. Telaio, distribuzione dei pesi, soluzioni costruttive e scelte stilistiche diventano elementi di una storia più ampia. Lancia non si limitava a seguire il mercato, ma spesso lo anticipava. La Lancia Augusta, secondo Melis, è l'esempio perfetto di una casa costruttrice che pensava già in termini moderni, quando il concetto stesso di automobile era ancora in evoluzione. Nelle immagini, la Lancia Augusta di proprietà di Angelo Melis.

L'attore sardo Giovanni Trudu esplora linguaggi teatrali sperimentali e multidisciplinari: tra drammaturgia, performance e teatro ragazzi, rappresenta un punto di riferimento della scena contemporanea isolana Giovanni Trudu introduce un viaggio dentro il teatro contemporaneo sardo, attraverso la carriera di un attore e performer capace di attraversare drammaturgie tradizionali e sperimentali. Giovanni Trudu è oggi riconosciuto per la sua versatilità e per l'impegno in compagnie teatrali che sperimentano linguaggi nuovi, rivolti a un pubblico adulto o giovane. Un percorso poliedrico e internazionale Giovanni Trudu si definisce “teatro artist” — attore, drammaturgo, occasionalmente costumista e creatore — e vanta una carriera che si estende dalla prosa al teatro ragazzi, fino a performance contemporanee e sperimentali. Ha recitato, scritto e diretto spettacoli come “Emilia Vola”, con cui è stato in scena a Cagliari, in cui emerge la sua sensibilità per storie alternative e toccanti. Il suo impegno si estende oltre la semplice interpretazione: nelle sue creazioni confluiscono corporeità, drammaturgia, scenografia, regia e costume, elementi che rendono il suo lavoro uno spazio di ricerca e contaminazione artistica. Spettacoli per bambini, famiglie e teatro d'autore Un tratto distintivo del lavoro di Trudu è la sua apertura a proposte teatrali per bambini e famiglie: rappresentazioni come “Jack e il fagiolo magico” e altri spettacoli in contesti della rassegna “Famiglie a teatro” hanno visto la sua partecipazione, dimostrando la capacità di veicolare contenuti anche a un pubblico giovane. Allo stesso tempo, non manca l'impegno nel teatro d'autore e nella contemporaneità: la sua partecipazione a progetti con compagnie di ricerca sottolinea la volontà di esplorare nuove forme espressive e di contribuire al rinnovamento della scena teatrale isolana. Una scena che unisce creatività e impegno artistico Per Trudu, il teatro non è solo recitazione: è un luogo dove corpo, parola, costume e messaggio si intrecciano. In lavori recenti — scritti, diretti e interpretati da lui — emerge una forte dose di originalità e coraggio artistico, qualità rare in un panorama spesso dominato da forze convenzionali. Questa dimensione “laboratorio” fa sì che ogni spettacolo diventi un esperimento, un modo di raccontare il presente con strumenti non necessariamente tradizionali, ma spesso sorprendentemente efficaci e profondi. Il valore del teatro sperimentale nella comunità sarda In un'isola come la Sardegna, caratterizzata da una forte identità culturale, l'attività di artisti come Trudu assume un valore sociale e culturale importante. Le sue performance, spesso realizzate con compagnie locali o realtà indipendenti, contribuiscono a tenere vivo un tessuto culturale vitale e sensibile. Inoltre, portare avanti un teatro sperimentale significa anche avvicinare il pubblico a linguaggi non convenzionali: questo induce all'ascolto, alla riflessione, all'immaginazione — componenti fondamentali per lo sviluppo di una comunità artistica autentica e dinamica. Sguardo al futuro: sperimentazione, identità, partecipazione Giovanni Trudu rappresenta una speranza e un laboratorio vivente per il futuro del teatro in Sardegna. Con la sua sensibilità verso nuove forme di espressione, la sua apertura a progetti di diversa natura e la sua determinazione nel continuare a sperimentare, può fungere da modello per altri artisti emergenti. Il suo percorso dimostra che il teatro può essere inclusivo, innovativo, capace di parlare a tutte le fasce di pubblico. E che la Sardegna può essere non solo terra di tradizione, ma anche fucina di creatività contemporanea.

Un approfondimento sul ruolo della Sardegna nello scenario mediterraneo contemporaneo, attraverso la partecipazione di Salvatore Cherchi, presidente di ISPROM, al Terzo Rapporto SarMed dedicato a geopolitica, cooperazione e sviluppo. Un evento che racconta il Mediterraneo di oggi Il Mediterraneo continua a essere una delle aree più complesse e decisive del mondo contemporaneo. Per comprenderne meglio i cambiamenti, torna il Terzo Rapporto SarMed – Sardegna Mediterraneo, un appuntamento che approfondisce temi cruciali come sicurezza, mobilità umane, politiche europee e cooperazione internazionale. All'interno di questo percorso di analisi e dialogo, parteciperà anche Salvatore Cherchi, presidente dell'ISPROM – Istituto di Studi e Programmi del Mediterraneo, figura di riferimento nello studio delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche dello spazio mediterraneo. Il ruolo centrale di ISPROM nel dibattito mediterraneo ISPROM, da anni impegnato nella ricerca e nella promozione del dialogo tra sponde diverse, contribuisce in modo attivo alla costruzione di una visione mediterranea contemporanea. La partecipazione di Cherchi assume un valore particolare perché, attraverso il suo intervento, si inserisce una prospettiva che unisce analisi geopolitica, conoscenza territoriale e attenzione ai processi di sviluppo. Il Rapporto SarMed, infatti, si propone come uno strumento utile non solo per studiosi e ricercatori, ma anche per amministrazioni locali, istituzioni e cittadini interessati a comprendere gli scenari futuri. Sardegna e Mediterraneo: una relazione da rileggere La Sardegna non è soltanto un'isola al centro del mare. È un punto strategico nel dialogo euro-mediterraneo. Per questa ragione, il Rapporto SarMed dedica ampio spazio al ruolo dell'isola nei nuovi equilibri geopolitici. Secondo gli studi presentati nell'incontro, la Sardegna può diventare protagonista in molti settori: cooperazione culturale e universitaria; sostenibilità e innovazione; relazioni euro-africane; politiche marittime e portuali; mobilità di persone e conoscenze. La presenza di Cherchi offrirà un contributo essenziale per comprendere come queste opportunità possano trasformarsi in strategie concrete. Un dialogo che attraversa discipline e territori Il valore dell'iniziativa risiede anche nell'approccio interdisciplinare. Nel Rapporto SarMed, infatti, convergono voci provenienti da ambiti diversi: accademia, ricerca, istituzioni e società civile. Questa diversità di sguardi permette di analizzare il Mediterraneo come un arcipelago di culture, economie e identità che si intrecciano. L'intervento del presidente di ISPROM contribuisce a rinsaldare il legame tra studio teorico e applicazioni pratiche, sottolineando la necessità di politiche condivise e di una visione comune tra regioni e Paesi che si affacciano sul mare. Un appuntamento per comprendere il futuro Il Terzo Rapporto SarMed diventa così un'occasione preziosa per riflettere sul ruolo della Sardegna in un mondo in continua trasformazione. La partecipazione di Salvatore Cherchi rafforza l'importanza del dialogo aperto, della ricerca e della cooperazione internazionale. E ricorda che il Mediterraneo non è soltanto un luogo geografico, ma un laboratorio vivente di relazioni e possibilità. Inoltre, per il pubblico che avesse voglia di approfondire, il Rapporto è scaricabile in PDF cliccando sopra la parola "PDF".

Il coreografo e vicedirettore artistico del Balletto di Roma, Valerio Longo, torna al FIND 2025 con una masterclass formativa e uno spettacolo che unisce linguaggi, visioni e nuove generazioni della danza. Il FIND – Festival Internazionale Nuova Danza 2025 accoglie una delle voci più significative della scena contemporanea italiana: Valerio Longo, coreografo, docente e vicedirettore artistico del Balletto di Roma. Sabato 22 novembre Longo guiderà la masterclass Spiritual Body Experience presso la Scuola di Danza Assunta Pittaluga, un appuntamento atteso da danzatori, studenti e appassionati. La lezione approfondisce la relazione tra corpo, spazio, ritmo ed emozione. Longo invita i partecipanti a un viaggio interiore, trasformando il movimento in strumento di esplorazione personale. Equilibrio, peso, articolazioni e dinamica non sono solo elementi tecnici, ma porte d'accesso alla consapevolezza artistica. Dal corpo alla visione: la danza come esperienza spirituale La Spiritual Body Experience nasce dall'idea che il gesto non sia soltanto esecuzione, ma un territorio sensibile in cui disciplina e libertà convivono. Longo sottolinea come lo studio costante, la perseveranza e l'ascolto interiore conducano a una forma di autenticità scenica, capace di rivelare la parte più profonda del danzatore. In questo senso, la passione originaria diventa bussola, memoria e motore creativo. DislocAzioni in Danza: il Balletto di Roma tra tradizione e nuove estetiche Sempre sabato 22 novembre, a seguire, la giornata prosegue a Sa Manifattura – Sala Officine con lo spettacolo DislocAzioni in Danza, firmato Balletto di Roma. Diretto da Francesca Magnini, il lavoro presenta coreografie di Marcello Giovani, Martina Licciardo e Valerio Longo, interpretate da Paolo Barbonaglia, Alessio Di Traglia, Martina Licciardo e Ainhoa Segrera. Lo spettacolo è una lente sulle molteplici identità del movimento: dalla danza accademica alle urban dance, fino ai linguaggi performativi contemporanei. È un incontro fertile tra spazio, corpo e spettatore, una fusione spontanea di poetiche e generazioni.

Un'immersione nell'universo creativo di Roberta Maimone, dove il metodo MEM, il gioco e l'immaginazione dialogano con le emozioni e il viaggio psicologico raccontato nello spettacolo ALEX. Oggi ai microfoni di Unica Radio abbiamo il piacere di ospitare Roberta Maimone, coreografa, performer e ideatrice del metodo di movimento MEM, tra le protagoniste del Festival FIND 2025. Maimone condurrà una masterclass venerdì 21 novembre, dalle 14 alle 16, alla Scuola di Danza Assunta Pittaluga, un'esperienza immersiva che unisce gioco, immaginazione ed espressività corporea. La stessa sera presenterà a Sa Manifattura lo spettacolo ALEX, un viaggio psicologico che attraversa identità, riflessi interiori e incontri significativi. MEM: movimento, gioco e presenza corporea Il metodo MEM nasce dal bisogno personale di Roberta di prendersi cura del proprio corpo, segnato da scoliosi e iperlordosi, e dalla necessità di trovare un approccio che unisse struttura, attenzione e libertà. Non trovando tecniche abbastanza adatte, ha costruito un linguaggio che parte dall'ascolto del corpo e dalla presenza nel momento. Attraverso voce guida, ritmo, giochi ed esercizi immaginativi, MEM scioglie tensioni e attiva la muscolatura profonda, trasformando il movimento in un'esperienza viva, consapevole e profondamente espressiva. La dimensione giocosa, unita alla narrazione visiva, aiuta i partecipanti a connettersi con emozioni, caricature e sensazioni. È un invito a muoversi non solo “bene”, ma in modo autentico, seguendo ciò che accade dentro e fuori dal corpo. Tra danza, illustrazione e performance: un immaginario che prende forma Il percorso di Maimone intreccia danza, illustrazione e ricerca performativa, creando un linguaggio ibrido dove l'immagine guida e orienta il movimento. In collaborazione con illustratori, costruisce veri e propri graphic storytelling, da cui nascono anche gli sticker del Memic Project, piccoli segni che anticipano emozioni e scene dello spettacolo. ALEX: il viaggio psicologico tra sé e l'altro Lo spettacolo ALEX nasce da una scintilla intima: il sentirsi diversi ogni giorno davanti allo specchio. Da questa instabilità emotiva prende forma un lavoro che esplora identità, percezione e riflessi psicologici. L'incontro con l'altro diventa specchio, rivelando ciò che dobbiamo osservare e trasformare. In scena compaiono anche personaggi cartonati, caricature emotive che rimandano al tratto del fumetto. La loro drammaturgia amplifica gesti, forme ed emozioni, favorendo una relazione immediata con il pubblico. Crescita internazionale e ciò che resta al pubblico La sua esperienza artistica tra Italia, Olanda, Spagna e Portogallo ha arricchito il suo linguaggio, permettendole di comprendere come ogni cultura reagisca diversamente all'espressività. Questo dialogo costante ha affinato la sua sensibilità di coreografa e performer. Al pubblico di ALEX, Roberta desidera lasciare un sorriso, una leggerezza che addolcisce anche le emozioni più complesse. Ai partecipanti della masterclass MEM, invece, augura di portare con sé cura, ascolto e una presenza più autentica nel proprio corpo.

Un viaggio nella visione coreografica di Alessandra Ruggeri, tra tecniche urbane e contemporanee, identità in trasformazione e sperimentazione condivisa con i danzatori del Misanga Dance Company. Oggi ai microfoni di Unica Radio abbiamo avuto il piacere di incontrare Alessandra Ruggeri, coreografa e direttrice artistica della Misanga Dance Company, ospite al FIND 2025. In occasione dell'evento, Ruggeri terrà una Masterclass di Urban Fusion venerdì 21 novembre, dalle 12 alle 14, presso la Scuola di Danza Assunta Pittaluga. Un percorso aperto a danzatori di ogni stile, dedicato alla fusione tra tecniche urbane e contemporanee. La stessa sera, a Sa Manifattura , Ruggeri porterà in scena Hà-Bi-Tùs, un lavoro che indaga l'identità e il rapporto tra corpi ereditati e costruiti, selezionato per la Vetrina della Giovane Danza d'Autore – Network Anticorpi XL 2024. Urban Fusion: libertà, contaminazione e linguaggi che si incontrano Per Ruggeri, fondere linguaggi urbani e contemporanei significa aprire uno spazio di libertà comunicativa. Grazie alla padronanza delle tecniche, il corpo diventa un canale capace di raccontare molto più del semplice gesto: un vero linguaggio coreografico, personale e in continua trasformazione. L'Urban Fusion permette di superare i limiti degli stili codificati, attingendo alle peculiarità di ogni tecnica per ricreare ogni volta nuove possibilità espressive. Il suo lavoro di ricerca sul movimento parte sempre dalle caratteristiche dei danzatori: con professionisti si parte dalla tecnica per poi stravolgerla, con amatori o attori si lavora su sensazioni, immagini, gesti istintivi. L'obiettivo è guidare ciascuno verso una fisicità autentica, contaminata ma coerente. Hà-Bi-Tùs: il corpo come abito, radice e trasformazione Hà-Bi-Tùs nasce da una riflessione sul corpo come luogo di eredità e costruzione. L'opera prende ispirazione dal concetto di “indossare panni non nostri”: abitudini, comportamenti, strutture sociali che diventano una seconda pelle. La scenografia – un patchwork di abiti personali delle danzatrici Anya e Kyda Pozza – diventa metafora delle identità che accumuliamo. Essere selezionati dal Network Anticorpi XL ha rappresentato per Ruggeri e il collettivo un momento cruciale: una vetrina nazionale che ha permesso allo spettacolo di viaggiare e trovare nuovo pubblico, consolidando un progetto già maturo. Comunità, visioni e ciò che resta al pubblico Come direttrice artistica della Misanga Dance Company, Ruggeri cerca nei danzatori unicità, consapevolezza e desiderio di ricerca. La fusione tra mondi urbani e contemporanei genera un linguaggio condiviso, interdipendente, vivo. Al pubblico di Hà-Bi-Tùs Ruggeri augura di portare con sé un frammento personale, un ricordo o una sensazione che dialoghi con il racconto scenico, ai partecipanti della masterclass, invece, la speranza è quella di ritrovare energia, curiosità e libertà dal giudizio, per abitare davvero il proprio corpo.

Un viaggio nella vita artistica di Tiziana Martucci, tra debutti inattesi, teatro come identità, anni di ricerca, collaborazioni internazionali e nuovi progetti che uniscono voce, corpo e sperimentazione musicale. Tiziana Martucci: una vita in scena tra ricerca, identità e nuovi linguaggi Il percorso artistico di Tiziana Martucci non nasce da un piano, ma da un incontro fortuito, uno di quelli che spostano il baricentro della vita. Studentessa di ingegneria, timida e convinta che il palcoscenico non facesse per lei, viene spronata a tentare. Un piccolo corso al Crogiolo con Mario Faticoni e Rita Zeri diventa l'inizio di una strada lunga trent'anni. Un debutto inatteso che diventa destino Il primo ruolo con Acroama, assegnato da Lelio Lecis e Alice Capitanio, segna l'avvio di un percorso intenso. Ogni spettacolo, racconta Tiziana, “mi regala una parte nuova di me”, perché recitare significa trasformarsi, crescere, esporsi. Tra le produzioni più importanti di oggi, spicca “Come vent'anni fa”, un monologo che intreccia una commessa contemporanea con la tragica figura di Ecuba. Il risultato è un'alternanza scenica complessa, dove l'enfasi della tragedia classica lascia spazio alla naturalezza cinematografica del presente. Il pubblico come centro del teatro Per Martucci, il teatro vive nel rapporto con il pubblico. A differenza del cinema, dove tutto è frammentato, sulla scena l'interprete respira con la platea, ne avverte i silenzi, le tensioni, le emozioni. È questo scambio che rende ogni replica unica e irripetibile. Acroama: una famiglia artistica In quasi trent'anni, Acroama è diventata per lei una casa, una famiglia scelta. Una compagnia che costruisce spettacoli essenziali e visionari, dove la scena si fonda sul corpo dell'attore, sulle luci e sui suoni più che sulla scenografia. Un teatro poetico, rarefatto, che deve molto all'impronta estetica di Lelio Lecis e che Tiziana ha imparato ad amare anche dopo numerosi studi con maestri internazionali, da Jean-Paul Denizon a Emma Dante. Anche il teatro per ragazzi fa parte di questa dimensione: tra i prossimi impegni, un divertente spettacolo natalizio diretto da Elisabetta Podda, dove interpreterà una strega cattiva “più convincente di quanto si pensi”. Formazione e contaminazioni La crescita artistica non si è mai fermata: workshop, regie, collaborazioni con il Ctb di Braga e spettacoli come “Spettri” di Ibsen hanno arricchito la sua visione e affinato la sua sensibilità scenica. Tra teatro e musica: nuove strade Parallelamente al teatro, Martucci porta avanti un progetto musicale con i Black Solanas, collettivo guidato da Valentino Murru. Qui esplora lo spoken word, una forma di narrazione vocale che definisce “come dipingere con la voce”. Prodotto da un'importante etichetta tedesca, il progetto ha già pubblicato due EP e continua a evolversi, fondendo elettronica, parola e ricerca sonora. Guardando al futuro Tra tournée, nuovi spettacoli e collaborazioni internazionali, Tiziana continua a navigare fra linguaggi diversi, mossa da quella curiosità creativa che da sempre la guida. Una vita in scena che si rinnova continuamente, dove la ricerca è l'unica vera direzione.

Un percorso tra corpo, memoria e tecnologia, dove il disequilibrio diventa motore creativo e la scena si trasforma in un videogioco fatto di ironia, collisioni e scelte imprevedibili. Oggi ai microfoni di Unica Radio abbiamo incontrato il coreografo e performer Manolo Perazzi, ospite del Festival Internazionale Nuova Danza 2025, protagonista della masterclass del 30 novembre alla Scuola di Danza Assunta Pittaluga e della performance Reloading, in scena sabato 29 novembre a Sa Manifattura. Perazzi spiega come il suo lavoro si fondi sull'uso del disequilibrio come generatore di movimento: quando il corpo perde l'asse verticale, nasce un'energia che, trasformata, apre a nuove traiettorie. La caduta diventa così un motore creativo capace di produrre continui stati fisici in evoluzione, guidati dall'istinto e dall'ascolto. Il rischio come apertura al nuovo Nella sua masterclass, basata su release, lavoro a terra e improvvisazione, Perazzi invita i partecipanti a disaffezionarsi dalle forme note del corpo. Il rischio — di cadere, sbagliare, spingersi oltre — è lo strumento per scoprire nuove possibilità motorie. Il performer sottolinea quanto questo processo sia complesso per chi ha una formazione strutturata: si tende sempre a riproporre ciò che già si conosce. Lo squilibrio, invece, obbliga a inventare, a trovare vie d'uscita impreviste. Reloading: il palco come videogioco Con Reloading, ideato in colleborazione con Sara Catellani e Stefano Roveda, Perazzi porta in scena un videogioco immaginario dove gli interpreti diventano avatar guidati da comandi esterni. Frasi tratte da social, propaganda, media televisivi e cronaca si intrecciano con il movimento, generando un mosaico di memorie condivise tra infanzia pop, rituali sociali e attualità. Il rapporto tra corpo e voce non è mai didascalico: un performer pronuncia una frase, un altro la traduce fisicamente, creando slittamenti di senso che riflettono la nostra relazione con l'eccesso di informazioni e la perdita del libero arbitrio digitale. La danza come atto politico Perazzi definisce la danza — intesa come movimento, non come sequenza di passi — un atto politico: un modo di abitare lo spazio, relazionarsi agli altri, sviluppare senso critico e consapevolezza. Condividere un'area comune, rispettarne i confini, attraversarla: tutto questo educa alla responsabilità e alla presenza. Cosa lascia FIND 2025 Dalla masterclass, Perazzi spera che i partecipanti portino con sé qualcosa dell'esperienza condivisa, per lo spettcaolo Reloading, desidera che il pubblico torni a rivederlo: come ogni videogioco, lo spettacolo cambia ad ogni “partita”, offrendo finali e percorsi sempre diversi.

Annamè: Un dialogo letterario che affrontava la violenza sistemica contro le donne, intrecciando responsabilità civile, memoria collettiva e radici mediterranee. Lo scrittore Giuseppe Cristaldi conversava ai microfoni di Unica Radio, introduce i temi centrali del suo ultimo lavoro letterario dal titolo Anna. L'idea di narrare la storia di Annamè non emergeva da un singolo episodio ispiratore, ma era piuttosto la manifestazione di un profondo e ineludibile senso di responsabilità civile. L'autore sentiva la necessità morale di confrontarsi con quella che definiva una vera e propria mattanza in corso, perpetrata quotidianamente ai danni della donna. Cristaldi spiegava che proveniva da lunghe esperienze in cui seguiva innumerevoli storie, ognuna delle quali conteneva una sua inconfondibile unicità, ma tutte inevitabilmente legate da un unico e terribile comune denominatore: la violenza. Il Personaggio di Annamè Il personaggio di Annamè emergeva nel racconto con una dualità notevole, essendo sia straordinariamente forte che intrinsecamente fragile. Giuseppe Cristaldi rivelava che lo interessava in particolare penetrare il senso dell'essere al mondo di una figura che era, in senso lato, una "figlia del peccato," una bambina costretta a crescere senza la figura paterna. Il padre di Annamè veniva emblematicamente chiamato dall'autore un marinaio di terra, simbolo di promesse effimere e diffuse nel vuoto. La madre era una giovane donna senza alcun sostegno stabile. La stessa nascita di Annamè si collocava in un contesto quasi presepiale: avveniva in una umile cantina, sotto il fiato di due volpini e al flebile tepore di una stufa a cherosene che, pur non scaldando a sufficienza, teneva compagnia. Dietro la costruzione narrativa e l'immagine simbolo del romanzo Nei passaggi successivi della sua analisi, Giuseppe Cristaldi raccontava come la scrittura di servizio guidasse ogni scelta narrativa e come Anna derivasse interamente da episodi autentici che avevano caratterizzato vite reali. L'autore descriveva la scena alla quale rimaneva più legato: il parto di Annamè, evento che si svolgeva in un vortice improvviso di cooperazione femminile, quasi epico nella sua essenza. La madre, sorpresa dalle doglie, fermava un automobilista e si metteva alla guida, mentre una vicina la aiutava a sistemare la bambina sul sedile posteriore. Questa immagine di coalizione immediata rappresentava, per Cristaldi, il simbolo più nitido del libro: un esempio di solidarietà istintiva, collettiva, che mostrava come nella fragilità emergesse la forza delle relazioni umane.

Latte+: Un viaggio nell'universo poetico e inquieto di Salvatore Sciancalepore, tra dinamiche emotive, violenza invisibile e potenza fisica della danza contemporanea, in scena al Find 2025. Ospite ai microfoni di Unica Radio, Salvatore Sciancalepore racconta la sua ricerca coreografica legata allo spettacolo Latte+, previsto in scena venerdì 21 novembre a Sa Manifattura, e alla sua masterclass che si terrà il 20 novembre presso la scuola Assunta Pitaluga. Salvatore intreccia tecnica, ascolto e un profondo lavoro sul linguaggio fisico, e descrive il workshop come uno scambio sincero: un modo per riconoscere che, al di là dei ruoli, l'emotività umana è un terreno comune. Durante la masterclass, i partecipanti lavoreranno su una partitura estratta da Latte+, sperimentando una pratica condivisa che privilegia percezione, micro-movimenti e costruzione emotiva. Questo processo crea un confronto vivo, in cui la dimensione tecnica si fonde con quella dramaturgica. Kubrick, il cinema e la violenza ciclica L'immaginario di Stanley Kubrick è una delle ispirazioni principali del lavoro Latte+. Sciancalepore, dichiarato cinefilo, racconta come Arancia Meccanica abbia segnato la sua sensibilità artistica sin da giovanissimo. Nel creare Latte+, non ha tradotto il film letteralmente in danza, ma ha estratto il concetto di violenza reiterata e ciclica, riportandolo sulle esperienze quotidiane: bullismo, omofobia, violenza di genere e dinamiche oppressive che ancora attraversano la società contemporanea. La violenza invisibile: la salute mentale come ferita collettiva Al centro della ricerca c'è ciò che non si vede ma si sente: la violenza silenziosa. Salvatore individua nella salute mentale una delle forme più sottovalutate di sofferenza. L'incapacità sociale di percepire un disagio non visibile genera distanza, incomprensione e solitudine. La danza, in questo contesto, diventa un mezzo per dare corpo all'invisibile. I corpi come testimonianza Nel lavoro con gli interpreti – Sally Demonte, Sofia Filippi, Flavia Giuliani, Rocco Suma, Gennaro Todisco e Sofia Zanetti – il coreografo ha chiesto di partire dalle proprie ferite. Non si tratta di rappresentare la violenza, ma di incarnarla, sentendone il peso fisico e restituendo al pubblico una verità cruda ma umana. Cosa vedrà il pubblico al Find 2025 Lo spettacolo si articola in tre macro-scenari che affrontano dinamiche come bullismo, patriarcato interiorizzato, identità queer e anestetizzazione emotiva. L'obiettivo è scuotere lo spettatore, spingerlo a riconoscere quanto dolore collettivo abbiamo normalizzato. La responsabilità della danza oggi Per Salvatore, la danza ha il compito di raccontare ciò che non vogliamo vedere, restituendo complessità a un presente che rischia di diventare indifferente. Latte+ è un invito a non abituarsi alla violenza e a continuare a parlarne.

Filippo Boetti racconta il suo percorso nel progetto educativo che unisce cammino, comunità e crescita personale. Un anno scolastico fuori dal comune Strade Maestre è un progetto educativo pensato per gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori. Ragazze e ragazzi, insieme alle famiglie, scelgono di trascorrere nove mesi lontano da casa. Durante questo periodo, seguono un percorso scolastico in cammino. Gran parte del tragitto avviene a piedi, mentre altre tappe richiedono mezzi di trasporto. I giovani sono accompagnati da guide e insegnanti che li seguono lungo tutto il percorso. Insieme formano una comunità di apprendimento. Qui imparano a rispettarsi, a collaborare e a valorizzare le proprie capacità. Alla scoperta di sé stessi Filippo Boetti ha deciso di partecipare per affrontare un periodo di malessere e vedere la realtà da un punto di vista diverso. Cresciuto a Cagliari, spesso si sentiva estraneo al proprio ambiente. Il cammino gli ha permesso di fermarsi e riflettere. Grazie a questa esperienza, Filippo ha riscoperto il valore del tempo dedicato a sé stesso. Ha coltivato la passione per la lettura e imparato a gestire i propri ritmi interiori. Inoltre, la vita quotidiana in comunità lo ha aiutato a smussare alcuni lati del suo carattere, rendendolo più paziente e aperto agli altri. La forza della comunità e del confronto Convivere 24 ore su 24 con il gruppo ha rappresentato una sfida importante. Tuttavia, Boetti sottolinea come il confronto quotidiano abbia favorito la crescita personale. L'uso di tecniche di comunicazione non violenta ha permesso di risolvere i conflitti in modo costruttivo. Inoltre, la collaborazione e la vita condivisa hanno rafforzato i legami tra i partecipanti. Ogni difficoltà è diventata un'opportunità per imparare e crescere insieme. Una nuova prospettiva sulla vita L'esperienza ha cambiato profondamente il modo di vedere la realtà di Filippo. Ha imparato a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo. Ogni momento del cammino è stato vissuto come un'occasione di apprendimento personale e collettivo. Strade Maestre conferma la sua unicità. Coniuga apprendimento scolastico, crescita individuale e vita comunitaria lungo la strada, offrendo ai giovani strumenti preziosi per il futuro.

Un viaggio nella comunicazione, tra cinema, teatro e startup, dove creatività e intraprendenza guidano il successo professionale e l'imprenditorialità, raccontato direttamente dalla protagonista. Il percorso di chi lavora nel mondo della comunicazione è spesso fatto di curiosità, passione e voglia di mettersi in gioco. La protagonista dell'intervista: Fausta Laddomada, ha iniziato dai suoi studi in Scienze della Comunicazione, per poi dedicarsi al cinema e alle analisi dei dati sugli incassi e i successi dei film italiani. Dopo esperienze nel cinema e nell'organizzazione di festival, il ritorno a Cagliari l'ha portata a lavorare nel teatro, combinando attività organizzative con la promozione degli eventi. Nel 2013 ha fondato la sua prima agenzia di comunicazione, Itaca, e ha iniziato a occuparsi di community management e progetti culturali, lavorando anche con startup innovative. Nel 2016, ha aperto Lost Room, un'escape room che unisce gioco, cultura e team building, dimostrando come creatività e strategia possano fondersi in progetti di successo. Nell'intervista, riflette anche sui cambiamenti portati dai social media, che influenzano le relazioni e l'autenticità nella comunicazione. Consiglia ai giovani laureati in Comunicazione di mettersi in gioco, imparare costantemente e capire se orientarsi verso ruoli tecnici o gestionali, secondo le proprie inclinazioni. Alle donne che vogliono intraprendere la carriera imprenditoriale suggerisce di credere nelle proprie capacità, prepararsi con determinazione e valorizzare le proprie qualità, costruendo una rete di supporto e affrontando le sfide con coraggio.

Dalle prime rime alle scuole medie al pop melodico contemporaneo, Staytri racconta il suo percorso artistico tra scrittura, cambiamento stilistico, live emozionanti e nuovi orizzonti sonori. Dalla provincia sarda alle nuove rotte del pop italiano, Staytri, nome d'arte di Stefano Porcu, costruisce il suo progetto musicale partendo da un elemento chiave: la scrittura. Fin dall'inizio, infatti, le parole rappresentano il centro della sua espressione artistica. Non a caso, il suo percorso nasce già alle scuole medie, quando i primi testi diventano uno spazio personale di racconto e sfogo. Col tempo, però, la musica cambia. E con essa cambia anche Staytri. In modo graduale, lascia alle spalle le influenze rap e trap, per avvicinarsi a suoni più melodici e accessibili. Questa transizione non è immediata, ma avviene attraverso una maturazione naturale, legata sia alle esperienze di vita sia a una maggiore consapevolezza artistica. Dalla scrittura personale a un linguaggio condiviso Al centro del progetto Staytri resta sempre il valore delle parole. I suoi testi, infatti, non cercano artifici complessi. Al contrario, puntano su uno stile semplice e diretto, capace di arrivare subito all'ascoltatore. Proprio questa semplicità diventa la forza principale della sua musica. Attraverso la scrittura, Staytri affronta temi universali come l'amore, la nostalgia e il caos interiore. Tuttavia, lo fa mantenendo uno sguardo autentico, senza filtri. Così, ogni canzone si trasforma in un messaggio riconoscibile, in cui molti possono ritrovarsi. Inoltre, la scelta di un linguaggio immediato permette ai brani di superare i confini del genere. Anche per questo motivo, il passaggio al pop melodico appare come una naturale evoluzione, più che come una rottura con il passato. L'emozione del live e il legame con la Sardegna Se la scrittura rappresenta l'origine, il palco diventa invece il momento della verità. Tra le numerose esibizioni in Sardegna, Staytri individua nel concerto di Santa Greca l'esperienza live più intensa. Da un lato, per il forte coinvolgimento emotivo. Dall'altro, per la responsabilità di esibirsi davanti a un pubblico numeroso e partecipe. In quell'occasione, infatti, la musica smette di essere solo racconto individuale e diventa condivisione collettiva. È proprio sul palco che l'artista misura la potenza delle sue canzoni e comprende il valore del contatto diretto con chi ascolta. Uno stile in continua evoluzione Oggi Staytri descrive il proprio stile come variabile, nostalgico e melodico. Non ama definirsi con un'unica etichetta, perché la sua musica segue l'evoluzione delle emozioni. Di conseguenza, ogni nuova uscita rappresenta un tassello diverso del suo percorso. In questa direzione si inserisce anche l'annuncio del prossimo singolo. Il brano, ormai imminente, esplorerà nuove sonorità legate alla house melodica, ampliando ulteriormente il suo orizzonte musicale. Ancora una volta, quindi, il cambiamento diventa parte integrante dell'identità artistica. Uno sguardo al futuro Guardando avanti, Staytri conferma la direzione intrapresa negli ultimi lavori. Il prossimo singolo, infatti, sarà una naturale continuazione di questo percorso. Il brano esplorerà ancora sonorità house melodiche, con un ritmo più lento, atmosfere nostalgiche e una forte componente emotiva. Allo stesso tempo, l'artista racconta di essere profondamente immerso nella scrittura. Sta lavorando con costanza ai prossimi brani, cercando nuove sfumature senza perdere coerenza stilistica. In parallelo, inoltre, si sta dedicando anche alla realizzazione di alcune cover, vissute come esercizio creativo e occasione di confronto con altri linguaggi musicali. In questo modo, il futuro di Staytri si costruisce passo dopo passo. Da un lato, la continuità sonora. Dall'altro, la voglia di sperimentare. Sempre partendo dalle emozioni e dalla scrittura, che restano il cuore del progetto.

Professionista chiave dell'internazionalizzazione dell'Università di Cagliari, Anna Maria Aloi coordina mobilità studentesca, inclusione e accordi globali, offrendo agli studenti nuove opportunità di crescita personale, accademica e culturale Mobilità Internazionale UniCA: il ruolo di Anna Maria Aloi Nel contesto della mobilità internazionale universitaria, la figura di Anna Maria Aloi emerge con chiarezza come pilastro strategico dell'istituzione. Anna Maria Aloi è funzionario responsabile del Settore Mobilità Studentesca presso l'ufficio ISMOKA Office dell'Università degli Studi di Cagliari (UniCA). La frase chiave “Anna Maria Aloi” compare sin dall'introduzione per sottolineare l'importanza della sua azione e del suo incarico. Lei coordina la mobilità, gli accordi bilaterali, i programmi Erasmus+ e altri progetti che permettono agli studenti e al personale di confrontarsi con il mondo. Un percorso professionale al servizio della mobilità Anna Maria Aloi ha assunto la responsabilità del settore mobilità studentesca in un momento in cui l'internazionalizzazione è diventata una priorità per l'Università. L'ufficio ISMOKA opera come “porto di arrivo e di partenza” per centinaia di studenti, docenti e dottorandi che partecipano a programmi europei ed extra-europei. Il suo lavoro non si limita alla mera gestione amministrativa: comprende la pianificazione strategica, la definizione degli accordi, il supporto agli studenti, la creazione di percorsi inclusivi. Mobilità, inclusione e radici Un tratto distintivo dell'approccio di Aloi è l'attenzione all'inclusione. Nell'intervento inaugurale dell'anno accademico, ha sottolineato che l'istruzione è “l'arma più potente per cambiare il mondo”, e ha ribadito che l'università deve essere un ambiente in cui “tutti sono di casa” e in cui anche studenti con disabilità, rifugiati o in condizioni di difficoltà trovino spazio. Questa visione la lega al tessuto identitario della Sardegna, delle radici locali e delle ambizioni globali insieme. Accordi bilaterali e partenariati internazionali Nel suo ruolo, Aloi supervisiona l'attivazione degli accordi bilaterali, la mobilità per studio e tirocinio nell'ambito del programma Erasmus + (UE ed extra-UE) e la rete di relazioni internazionali dell'ateneo. L'ufficio definisce gli strumenti per consentire agli studenti UniCA di recarsi all'estero e per accogliere studenti stranieri nel campus. Impatto per gli studenti e per l'ateneo Grazie alla mobilità coordinata da Aloi e dal suo team, gli studenti di UniCA acquisiscono esperienze formative all'estero che arricchiscono il curriculum, le competenze linguistiche e culturali. Allo stesso tempo, l'università rafforza la propria dimensione internazionale, diventa più attrattiva e in grado di fungere da ponte tra la Sardegna e il mondo. Come ha affermato Aloi, questo tipo di mobilità “ha dato modo di incontrare diverse culture e approcci educativi” e ha contribuito a costruire un ambiente più dinamico e aperto. Le sfide e il futuro È però evidente che il ruolo presenta anche sfide: la gestione di pratiche amministrative complesse, l'adeguamento agli standard europei (come l'Erasmus Charter for Higher Education), la garanzia di pari opportunità per tutti gli studenti e la promozione di una cultura dell'internazionalizzazione permanente. Aldilà dei numeri, il compito è anche “umano”: preparare studenti e staff a confrontarsi con un mondo che cambia. In questo contesto, la visione di Aloi che un'istituzione universitaria offra «ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere» risuona come un faro.

Un percorso culturale che attraversa i quartieri lontani dal centro, costruendo legami, ascolto e partecipazione grazie alla forza dei film e al coinvolgimento diretto delle persone che vivono la periferia. Cinema di periferia nasce dall'idea che la cultura debba raggiungere tutti e che i quartieri più distanti, spesso trascurati dalle programmazioni ufficiali, meritino attenzione e occasioni di partecipazione. Il progetto si muove a partire da un bisogno reale: riportare il cinema tra le persone. L'obiettivo non riguarda soltanto la proiezione di film, ma una vera e propria costruzione di comunità, capace di generare dialogo e connessioni tra abitanti, artisti e operatori culturali. Cinema come strumento sociale Ogni appuntamento si trasforma in un momento di incontro. Le proiezioni vedranno la presenza di scambi informali, discussioni, domande spontanee e riflessioni condivise. Questo rende il cinema un mezzo per riscoprire il valore dello stare insieme, un pretesto per riappropriarsi degli spazi e viverli in modo nuovo. La periferia, spesso percepita come distante o chiusa, acquisisce un'identità diversa: un luogo che non subisce l'assenza di opportunità, ma che può generare cultura in autonomia, partendo dalle sue persone e dalle loro storie. Uno sguardo che valorizza il territorio Il progetto non propone solo film provenienti da circuiti consolidati: dedica grande attenzione alle produzioni indipendenti, ai registi e alle registe che raccontano la realtà contemporanea con linguaggi personali e coraggiosi. In questo modo offre visibilità a chi crea cinema al di fuori delle logiche commerciali e propone al pubblico opere che raramente trovano distribuzione nelle sale tradizionali. La scelta di lavorare su questi contenuti deriva dal desiderio di portare sullo schermo punti di vista diversi, temi sociali, esperienze locali e storie che parlano direttamente alla comunità che assiste alle proiezioni. Uno degli effetti più significativi di Cinema di periferia riguarda la trasformazione degli spazi. Piazze, cortili, sale civiche e aree spesso inutilizzate diventano luoghi vivi, attraversati da famiglie, giovani e persone che riscoprono la voglia di partecipare. Questa riattivazione fisica del territorio rafforza il senso di appartenenza e permette a chi vive la periferia di riconoscersi parte di un processo culturale che non viene calato dall'alto, ma che cresce insieme alla comunità. Il cinema, in questo contesto, assume una funzione rigenerativa: accende nuove energie e riduce le distanze — non solo geografiche, ma soprattutto sociali.

L'attrice sarda Michela Cogotti Valera porta sul palcoscenico del Teatro Alidos a Quartu Sant'Elena storie per bambini e adulti, unendo recitazione, partecipazione e cultura locale in spettacoli emozionanti Michela Cogotti Valera è protagonista di una scena teatrale viva e radicata nella Sardegna. Michela Cogotti Valera interpreta ruoli importanti per il Teatro Actores Alidos di Quartu Sant'Elena, contribuendo a portare sul palco storie che parlano a famiglie e appassionati. La sua presenza sul palcoscenico rappresenta un ponte tra tradizione, creatività e comunità. Una compagnia storica radicata nella Sardegna Il Teatro Actores Alidos opera dal 1982 ed è riconosciuto come compagnia di ricerca e sperimentazione teatrale. Nel corso dei decenni ha costruito una produzione teatrale che mescola arti sceniche, espressività fisica, musica e video, puntando su un linguaggio teatrale che va oltre la semplice parola. La compagnia gestisce il “Teatro Centrale Alidos” a Quartu Sant'Elena e organizza tour teatrali, rassegne e festival. Ogni anno il teatro propone stagioni diverse: spettacoli per adulti, spettacoli per ragazzi e famiglie, e collaborazioni con artisti italiani e internazionali. Questo approccio rende il Teatro Actores Alidos un punto di riferimento culturale nell'isola. Michela Cogotti Valera: talento e versatilità Tra gli interpreti abituali della compagnia figura Michela Cogotti Valera, che ha partecipato a produzioni rivolte a bambine, bambini e famiglie. Un esempio è la rassegna per ragazzi “Il Teatro delle Meraviglie”, in cui l'attrice ha recitato nel ruolo di “Miss Emoticon”. Le sue performance dimostrano una versatilità notevole: sa passare da ruoli comici a ruoli più intensi, sa recitare in contesti pensati per i più piccoli e in altri più complessi e densi di significato. Questa poliedricità la rende un volto prezioso per la compagnia e per il pubblico che frequenta il teatro. Teatro per famiglie: emozione e valori condivisi Grazie al lavoro di attrici come Cogotti Valera, il teatro diventa un luogo di aggregazione e crescita. Spettacoli come “La strega dei bottoni – Una storia nella preistoria sarda” mostrano quanto il teatro possa raccontare storie di comunità, valori, resilienza, solidarietà e trasformazione. In questi contesti, il coinvolgimento del pubblico — famiglie, bambini, adulti — aiuta a riscoprire radici culturali e a creare momenti di condivisione emozionale. Il Teatro Actores Alidos non si limita a rappresentare fiabe e spettacoli: attraverso scelte registiche e creative riesce a dare valore a contenuti profondi, spesso vicini al mondo dell'infanzia, ma con uno sguardo capace di parlare anche agli adulti. Dal palco alla comunità: un ruolo culturale importante L'attività teatrale della compagnia sarda si estende oltre la scena. Organizza laboratori, eventi, progetti speciali, promuove cultura e partecipazione sociale. Attrici come Michela Cogotti Valera diventano così veicoli di crescita culturale per i cittadini, soprattutto per le nuove generazioni. In un territorio come quello sardo, con una forte identità e una storia culturale profonda, il teatro diventa elemento di coesione e viva testimonianza dell'arte scenica come strumento di comunità. Sfide e speranze per il futuro del teatro Portare avanti una compagnia stabile significa affrontare sfide: mantenere viva la creatività, coinvolgere nuove generazioni, adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali. Il Teatro Actores Alidos, co

La coreografa di Déjà Donné approda al FIND 2025 con una masterclass dedicata alla geografia del corpo e uno spettacolo che trasforma Ravel in un'esperienza fisica senza tempo. Il Festival Internazionale Nuova Danza 2025, giunto alla sua 43ª edizione, ospita quest'anno Virginia Spallarossa, coreografa della compagnia Déjà Donné, tra le realtà più riconoscibili della danza contemporanea italiana. Sabato 22 novembre Spallarossa guiderà la masterclass Abitare la pelle presso la Scuola di Danza Assunta Pittaluga, un laboratorio che invita a riscoprire il corpo come spazio di trasformazione. Il lavoro parte dalla pelle come luogo sensoriale e confine mobile tra sé e il mondo. Attraverso esercizi individuali e a coppie, i partecipanti saranno guidati in un percorso di ascolto, espansione e ridefinizione della propria presenza scenica. La pelle diventa così strumento, memoria e superficie narrativa, generando una corporeità amplificata, capace di superare forma, estetica e abitudine. Dal corpo all'identità: il movimento come geografia umana Al centro della ricerca di Spallarossa c'è un corpo in continuo cantiere, individuale e collettivo, libero dalla necessità di raccontare attraverso la parola. Per la coreografa, il movimento è già racconto, archivio e possibilità. La masterclass offre dunque un'indagine radicale sul gesto, sulla sua fragilità e sulla sua forza percettiva, invitando ogni danzatore a ritrovare una presenza sensibile e autentica. Il suo linguaggio nasce da una lunga transizione artistica: dalla formazione classica alla necessità di destrutturare, frammentare e reinventare il corpo. Una trasformazione che alimenta una ricerca coreografica in continua evoluzione, dove organicità e rottura convivono. RAVE.L: un rito coreografico tra vertigine e sospensione temporale La stessa sera, alle 21:00, la scena si sposta a Sa Manifattura – Sala Officine con RAVE.L, coreografato da Virginia Spallarossa e prodotto da Déjà Donné. In dialogo con la musica di Maurice Ravel, lo spettacolo – interpretato da Vittoria Franchina, Giuseppe Morello e Rafael Candela – costruisce uno spazio visionario, sospeso tra evanescenza e abisso. RAVE.L indaga il corpo come voce primaria, liberandolo dal peso del significato per restituirlo alla sua energia percettiva. Tempo, trance, ripetizione e respiro diventano architetture invisibili, capaci di trasportare lo spettatore in una dimensione oltre la linearità narrativa.

Attrice e regista, Francesca Cabiddu ha trasformato anni di studio e collaborazioni in un progetto educativo unico: la scuola teatrale Atruté, aperta a Quartucciu e dedicata a crescita personale e creatività. Un percorso artistico costruito passo dopo passo Francesca Cabiddu è un'attrice e regista che ha trasformato il teatro in una scelta di vita. Nel corso degli anni ha partecipato a numerosi laboratori, affinando tecniche e sensibilità. Inoltre, ha avuto modo di confrontarsi con diversi metodi interpretativi, esperienza che le ha permesso di sviluppare un approccio personale fondato sull'ascolto e sulla relazione umana. Con il tempo ha compreso che la scena non è solo un luogo di rappresentazione, ma anche uno spazio in cui crescere. Di conseguenza, ha dato grande valore allo sviluppo emotivo delle persone con cui lavora. Il suo obiettivo è quello di portare ognuno a riconoscere le proprie potenzialità, attraverso esercizi mirati e percorsi calibrati sulle esigenze del gruppo. Collaborazioni che arricchiscono e orientano la visione Durante la sua carriera Francesca ha collaborato con varie compagnie teatrali, tra cui Ferai Teatro. Grazie a queste esperienze ha potuto approfondire nuovi linguaggi scenici e comprendere meglio la complessità del processo creativo. Inoltre, i contesti lavorativi stimolanti le hanno offerto l'occasione di sperimentare e di osservare come il teatro possa evolvere in base alle necessità del pubblico e degli artisti. Parallelamente, queste collaborazioni hanno rafforzato in lei la convinzione che il teatro sia anche un potente strumento educativo. Per questo motivo ha iniziato a immaginare un progetto capace di unire arte, formazione e comunità. La riflessione, maturata nel tempo, è diventata la base dell'idea che l'ha accompagnata verso una nuova fase della sua carriera. Atruté: una scuola che mette al centro la persona Da questo desiderio nasce Atruté, la scuola di teatro aperta a Quartucciu. Il progetto è pensato come un laboratorio permanente di creatività e benessere. Infatti, i corsi sono rivolti a bambini, adolescenti e adulti, e sono costruiti per favorire un clima accogliente e inclusivo. All'interno della scuola gli allievi lavorano non solo sulle tecniche teatrali, ma anche sulla fiducia, sulla comunicazione e sul rapporto con il gruppo. In questo modo il percorso diventa un'esperienza completa, che aiuta a superare timidezze, a migliorare la consapevolezza corporea e a sviluppare capacità espressive utili anche nella vita quotidiana. Atruté si distingue per un metodo che alterna giochi teatrali, improvvisazioni, esercizi vocali e momenti di costruzione scenica. Inoltre, chi lo desidera può partecipare a saggi e piccole produzioni, seguiti da Francesca con cura artigianale. Un nuovo polo culturale per Quartucciu La scuola rappresenta una risorsa anche per il territorio. Grazie alle attività proposte, Quartucciu può contare su uno spazio culturale che favorisce l'incontro e la socialità. Per questa ragione il progetto di Francesca contribuisce a rafforzare il tessuto comunitario, offrendo un percorso creativo accessibile a tutti. Oggi Francesca Cabiddu continua a lavorare con entusiasmo, convinta che il teatro sia molto più di un'arte: è un modo per conoscersi, condividere e costruire legami. Il suo cammino dimostra come una passione, se coltivata con costanza, possa diventare un dono per un'intera co

Oggi ai nostri microfoni abbiamo ospitato Ivano Cugia: attore, regista e autore teatrale, vicepresidente e Direttore Artistico dell'Associazione Culturale Origamundi. Ivano si definisce un "factotum del teatro" essendo dedito a tante attività in questo ambito artistico. Gli esordi nel teatro Ivano ha iniziato a rapportarsi con il teatro a 19 anni, in una compagnia amatoriale a Monastir. Successivamente ha studiato canto lirico. Nel 2002 è passato al mondo professionistico, crescendo sempre di più negli anni. La sua formazione è appunto di canto lirico, ma appassionatosi poi al teatro è cresciuto dentro esso. Ha scritto tanti spettacoli e ha lavorato anche dietro le quinte. Si è specializzato poi nel teatro ragazzi con la sua vecchia compagnia: I menestrelli. Portavano, come i menestrelli di un tempo, il teatro dove non c'era: nelle scuole, nelle piazze e nei piccoli paesi. Il ruolo del direttore artistico La scelta di Ivano come direttore artistico è quella di preferire il teatro contemporaneo. Favorisce gli spettacoli inediti degli artisti sardi, invece che puntare solo sui grandi classici. L'idea di base è quella di stupire il pubblico, portando in scena qualcosa che i loro occhi non hanno mai visto. La passione per Fred Buscaglione Tra i tanti spettacoli che Ivano ha scritto spicca A qualcuno piace Fred dedicato alla vita del cantautore Fred Buscaglione. Ivano ci racconta della sua grande passione per questo artista, molto spesso dimenticato. Racconta anche della passione per la musica jazz e per l'innovazione che ha portato il cantante torinese. Ivano ha aiutato, tramite questo spettacolo, a far riscoprire la persona di Fred Buscaglione. Ha riscontrato forti commozioni da parte del pubblico per la sua storia tragica, essendo scomparso prematuramente per un incidente stradale a neanche 39 anni. Il giovane teatro diffuso "L'obiettivo del giovane teatro diffuso è quella di rendere i ragazzi tanto spettatori quanto critici" così riassume Ivano. I ragazzi, oltre a vedere lo spettacolo, lo valutano. Predispongono così un pensiero critico per valutare uno spettacolo invece di un altro, mostrando i loro gusti e le loro inclinazioni. L'obiettivo di Ivano è di creare una sorta di ricambio generazionale anche all'interno del teatro. Cerca di smarcarlo dall'idea collettiva di un luogo "per anziani", quando in realtà è dotato di un linguaggio estremamente contemporaneo. Futuro del teatro Per Ivano Cugia il teatro non potrà essere sostituito da nessuna forma di intelligenza artificiale. È un lavoro, come ha espresso lui stesso, "artigianale" e gli artigiani sono ancora insostituibili. Ivano si augura poi maggiore sensibilizzazione anche da parte dei giovani. Auspica che ritorni in auge lo spettacolo dal vivo, ad appannaggio di una crescita culturale di cui non si è mai sazi.

Un festival che intreccia scienza, arte e spiritualità per ricostruire un rapporto autentico con la natura. Elena Marconi racconta la nascita di “Selvatica” e la comunità che sta crescendo attorno al progetto. Il festival che nasce da un bisogno urgente: riconnettersi alla natura “Selvatica” non è solo un festival, ma un invito a ripensare il nostro rapporto con il mondo naturale. Come racconta Elena Marconi, ideatrice e coordinatrice del progetto, l'iniziativa prende forma all'interno di “Roots – Radici Mediterranee”, realtà impegnata nella tutela della biodiversità, dell'educazione ambientale e nella valorizzazione delle pratiche legate alla terra. Il festival nasce anche come atto di memoria e continuità, dedicato a un biologo e botanico del team prematuramente scomparso. Intervista-Ilaria-Enis-Elena-Ma… In un tempo segnato da crisi climatica, guerre, perdita di biodiversità e crescente disumanizzazione, il concetto di “selvatico” diventa per Marconi un gesto politico e poetico insieme: un modo per resistere all'omologazione, per recuperare radici e connessioni profonde. Scienza, arte e spiritualità: tre linguaggi che tornano a dialogare Una delle caratteristiche più originali di “Selvatica” è l'intreccio tra linguaggi considerati spesso distanti: scienza, arte e spiritualità. Secondo Marconi, l'essere umano appartiene a un unico sistema vivente, e separare i saperi ha contribuito a una visione riduttiva e frammentata del nostro rapporto con la terra. Per questo il festival promuove incontri dove discipline diverse si riconnettono, creando spazi di dialogo capaci di ispirare nuovi immaginari. Intervista-Ilaria-Enis-Elena-Ma… Una rete di realtà che praticano la rigenerazione ecologica e sociale "Selvatica" non è solo un evento, ma una rete in crescita. Durante l'intervista emergono molte realtà coinvolte: Agricura, La Nuova Era, Punti di Vista, Tutte Storie, Mesano, Terre Ritrovate, Our Garden. Ognuna porta con sé un'esperienza concreta di agricoltura sostenibile, educazione all'aperto, rigenerazione dei territori, consumo responsabile. Intervista-Ilaria-Enis-Elena-Ma… Questa rete diventa un ecosistema culturale che sostiene il progetto anche dopo la perdita del biologo che lo aveva accompagnato agli inizi. Una comunità che cresce spontaneamente e che partecipa a incontri, trekking, laboratori, ricerca sulle piante e attività di autoproduzione. Essere “selvatici” oggi: un gesto quotidiano di resistenza e cura Alla fine dell'intervista, Elena Marconi offre una riflessione che diventa la vera anima del festival: essere selvatici significa resistere, disobbedire alla monocultura del pensiero e riannodare i fili che ci uniscono alla natura e agli altri esseri viventi. Un invito a praticare gesti quotidiani di cura, immaginazione, lentezza, responsabilità e connessione.

La psicologa Melania Cabras è stata ospite ai microfoni di Unica Radio, per raccontare ciò di cui si occupa con Spazio ArteS un progetto nato nel 2019 in seno al Comune di Cagliari e gestito dalla cooperativa sociale: Panta Rei. Il progetto mette al centro l'arte come strumento di ascolto, inclusione e benessere, ed è rivolto a persone con disagio psichico. La nascita e lo sviluppo di Spazio ArteS Spazio ArteS nasce su iniziativa del Comune di Cagliari, con l'obiettivo di offrire alla comunità luoghi adeguati e inclusivi per persone con fragilità mentali. La proposta si fonda sull'importanza delle espressioni artistiche, poste al centro del progetto. All'interno degli atelier si svolgono diverse attività – pittura, scultura, musica, laboratori di restauro e molto altro – che favoriscono la creazione di legami e interazioni significative tra i partecipanti. Gli aspetti innovativi L'elemento più innovativo di ArteS è l'approccio partecipativo. Le attività vengono costruite insieme alla rete intorno alla persona: famiglie, associazioni, scuole e realtà del territorio. Questo lavoro condiviso ha rappresentato un grande punto di forza. I numerosi accordi di rete hanno permesso ad ArteS di sperimentare nuove modalità di coinvolgimento, anche grazie al progetto biennale “Anime sul filo”, che ha attivato uno scambio costante e creativo con la comunità di Cagliari. I riconoscimenti di ArteS Grazie al suo metodo innovativo e inclusivo, ArteS ha ottenuto diversi riconoscimenti. Tra questi spicca la Menzione Originalità e Innovazione agli Oscar della Salute 2025. Il progetto è stato inserito tra i 12 migliori a livello nazionale, distinguendosi per il suo contributo creativo nel campo della salute mentale. Melania Cabras ha espresso grande soddisfazione nel ritirare il premio, riconoscendo il valore del lavoro svolto insieme alla rete territoriale. La mostra “Mappe del possibile” Di recente l'associazione ha presentato la mostra “Mappe del possibile”, allestita negli spazi di ArteS. L'esposizione raccoglie i lavori realizzati dagli utenti del centro e include anche le opere nate dal progetto “Anime sul filo”. La mostra rappresenta un modo concreto per portare all'esterno la creatività delle persone e per combattere lo stigma legato alla malattia mentale. La collaborazione con le scuole “Mappe del possibile” ha visto la partecipazione di numerosi studenti. Attraverso le opere, i giovani hanno potuto confrontarsi con il tema della salute mentale, oggi più attuale che mai. Osservando i lavori e approfondendo la storia della Legge Basaglia, gli studenti hanno sviluppato una maggiore consapevolezza sul tema della fragilità, riconoscendola come una dimensione comune a tutta l'umanità. Il futuro di ArteS Per Melania Cabras il futuro risiede nella collaborazione continua con le realtà del territorio. L'obiettivo è potenziare i servizi, rafforzare la rete e garantire che nessuno rimanga senza sostegno. Un progetto che rappresenta un'importante promessa di speranza per tutta la comunità.

Giorgia Pagliuca è intervenuta quest'oggi nei microfoni di Unica Radio. Abbiamo avuto il privilegio di ospitarla in merito anche alla sua ultima partecipazione al festival letterario dedicato alla crisi climatica: A che ora è la fine del mondo? tenutosi a Cagliari, al circolo "Su Tzirculu", in cui ha presentato il suo libro Aggiustiamo il mondo uscito nel 2022 ed edito da Aboca Edizioni. Organizzato dall'associazione Rebelterra, il festival esplora i temi riguardanti appunto la crisi climatica, le soluzioni e i progetti che tanti attivisti stanno dedicando. Giorgia oltre alla sua attività di scrittrice porta avanti anche altre due attività: in primis il suo impegno in ambito accademico, essendo dottoranda dell'Università di Torino nella facoltà di Scienze Gastronomiche, in cui svolge un dottorato in Ecogastronomia, Scienze e Culture del cibo. Successivamente Giorgia è molto attiva anche in ambito social come green content creator, ovverosia come attivista ambientale. Il suo profilo ggalaska conta quasi 65.000 followers, numeri che la rendono tra le attiviste più seguite per quanto riguarda le tematiche di sostenibilità ambientale. Prima volta in Sardegna Per Giorgia questa è stata la prima esperienza di presentazione del suo libro e delle sue ricerche in Sardegna. Ci ha raccontato di aver provato ottime sensazioni nel confrontarsi con il pubblico sardo. Durante l'incontro il tema centrale è stato l'alimentazione, grazie anche alle sue ricerche che proseguono da sette anni. Si è parlato però anche di moda sostenibile, transizione ecologica, alimentare ed energetica. Il dottorato in Ecogastronomia Giorgia sta svolgendo un dottorato inter-ateneo tra l'Università degli Studi di Torino e l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Lavora nell'ambito degli studi critici sugli animali, con l'obiettivo di rispondere alle emergenze ambientali, sanitarie ed economiche poste dalla produzione massiva di carne. L'attività sui social Il profilo social di Giorgia ha avuto un'evoluzione particolare. Non è nato come progetto di divulgazione, ma come un comune profilo personale dove condivideva foto private. Col tempo, grazie ai contenuti che ha iniziato a pubblicare, è diventato uno spazio di approfondimento sulla sostenibilità. I suoi 65.000 follower costituiscono, come lei stessa afferma, “una community molto interattiva, che risponde positivamente e in modo concreto ai temi che porto alla loro attenzione”. Aggiustiamo il mondo: la prima pubblicazione Nel 2022 Giorgia ha pubblicato il suo primo libro, in cui propone una serie di eco-tips, cioè suggerimenti pratici per uno stile di vita più sostenibile. Il libro non ha un taglio esclusivamente tecnico: è pensato per qualsiasi fascia d'età e per chiunque voglia avvicinarsi ai temi della sostenibilità. Il primo consiglio generale che offre è cambiare prospettiva sul mondo: non restare spettatori passivi, ma diventare cittadini attivi e contribuire a migliorare ciò che ci circonda. Suggerisce inoltre di limitare il consumo di carne, sostituire le proteine animali con alternative più sostenibili e prestare maggiore attenzione al proprio guardaroba, scegliendo con cura ciò che si acquista. Sguardo al futuro La risposta per arginare determinate problematiche deve partire dal basso, secondo Giorgia, con un lavoro collettivo da parte di tutti si può fare la differenza per cambiare il mondo, non bisogna sempre aspettare le risposte "burocratiche" ma essere parte del cambiamento.

Un'analisi che intreccia memoria personale, emergenze ambientali e responsabilità politiche, mostrando come la crisi climatica non sia mai un tema distante ma una realtà che attraversa città, comunità e persone, diventando materia urgente per istituzioni, informazione e cittadini consapevoli. Dal quartiere di Napoli Est alla consapevolezza ambientale Nel suo impegno narrativo e giornalistico, Stefania Divertito parte da un luogo molto preciso: Napoli Est, in particolare l'area di San Giovanni e San Lucio. È un territorio segnato da raffinerie, oleodotti e un mare che negli anni si trasformava in uno spazio non più vivibile. L'autrice ricorda come un incendio nella raffineria Agip negli anni Ottanta modificava radicalmente la percezione della città e dell'aria che respirava ogni giorno. L'evento costrinse molte famiglie a lasciare temporaneamente le proprie case. Il rapporto tra ambiente, salute e diritto diventa così parte centrale del suo percorso. La spinge a raccontare le ferite del territorio e la necessità di strumenti giuridici che permettano alle comunità di ottenere giustizia. Realtà come Unica Radio e associazioni impegnate sul territorio diventano punti di diffusione e confronto necessari. Il quadro più ampio, invece, riguarda la possibilità per i cittadini di rivendicare diritti attraverso istituzioni come la Corte europea dei diritti dell'uomo e movimenti che chiedono il riconoscimento del reato di ecocidio. Secondo Divertito, la responsabilità individuale e collettiva nasce dalla capacità di cambiare sguardo. Non si deve subire ciò che accade, ma interrogarsi sulle cause e sui soggetti responsabili. Solo così si può costruire un tessuto sociale più consapevole e più forte. Comunicare la crisi climatica tra Cop 30, scienza e attivismo Il tema della comunicazione ambientale occupa un posto centrale nelle riflessioni di Stefania Divertito. Questo risulta ancora più evidente in un periodo in cui vertici come la COP 30, ospitata a Belém in Brasile, riportano al centro la necessità di un linguaggio più efficace e meno catastrofista. Per l'autrice, la narrazione basata solo sul disastro rischia di paralizzare l'azione. Anche l'ottimismo a tutti i costi produce un effetto contrario, perché trasforma la crisi climatica in un fenomeno percepito come lontano o inevitabile. L'obiettivo diventa quindi raccontare ciò che accade oggi. Bisogna rendere i dati più vicini all'esperienza quotidiana dei cittadini e ricordare che anche le previsioni più dure dell'IPCC o dell'UNEP non escludono la possibilità di invertire la rotta attraverso politiche efficaci e scelte collettive. Secondo Divertito, la comunicazione deve restare chiara e accessibile. Deve coinvolgere comunità, istituzioni e mondi diversi, dalle associazioni territoriali ai festival culturali che uniscono arte, scienza e cittadinanza. In questo senso, piattaforme come Comune di Napoli o realtà culturali impegnate nella divulgazione assumono un ruolo chiave. Favoriscono un'alleanza tra linguaggi differenti e una sensibilità ambientale capace di attraversare generazioni e città. Alleanze, comunità e la forza collettiva Per Stefania Divertito, la prima forma di salvezza è il riconoscersi come comunità. Solo così cittadini, artisti, scienziati e scrittori possono unire forze e competenze per rispondere a una crisi che richiede partecipazione attiva. L'idea di comunità non è un concetto astratto. È un territorio concreto, fatto di persone che collaborano, condividono conoscenze e costruiscono reti solide. Artisti, istituzioni, associazioni e realtà civiche diventano quindi parte di un unico processo culturale e sociale. Questo processo si rafforza anche grazie a progetti e iniziative promosse in molte città italiane, dove la rigenerazione urbana incontra l'attivismo ambientale. L'alleanza tra arte, scienza e società rappresenta per l'autrice un passaggio imprescindibile. Solo attraverso un dialogo aperto è possibile affrontare la crisi climatica non come un destino ineluttabile, ma come un terreno d'azione collettiva. Ogni gesto culturale, politico o sociale contribuisce così alla costruzione di un futuro più responsabile.

Come nasce CTD? In questa pagina raccontiamo la nascita del nostro podcast, le difficoltà affrontate, cosa abbiamo imparato e la visione per il futuro del progetto. La prima stagione del nostro podcast ci ha portato molto più lontano di quanto immaginassimo quando abbiamo iniziato a registrare le prime puntate. Nell'arco di pochi mesi ci siamo trovati a crescere come squadra, a sperimentare, a sbagliare e ad aggiustare la rotta strada facendo. In questo percorso abbiamo capito quanto sia importante mantenere il progetto umano, sincero, e capace di parlare alle persone. Raccontare come nasce CTD significa condividere il dietro le quinte, le intuizioni iniziali, la nostra visione in evoluzione e il valore delle difficoltà che ci hanno costretti a migliorare. Come nasce CTD: il progetto, il team e l'idea iniziale CTD nasce dal desiderio di creare uno spazio autentico dove parlare di percorsi di vita e professionali senza l'ansia di dover avere tutto chiaro fin da subito. L'idea è maturata in modo spontaneo, tra tre amici che si sono accorti di quanto fosse importante dare voce a storie reali, imperfette e umane. Abbiamo deciso fin da subito che CTD non sarebbe stato un podcast patinato: volevamo che fosse vero. Cresciamo facendo: la filosofia che ci guida Uno degli elementi chiave nella nascita di CTD è stata la scelta di non aspettare la perfezione. A volte abbiamo pubblicato puntate nonostante il poco tempo; altre volte abbiamo discusso, come quando abbiamo avuto il confronto sul pubblicare o fermarci per lavorare meglio. Alla fine, ci siamo ricordati che l'essenza del progetto è proprio questa: fare, sbagliare, correggere. Sempre insieme. Dietro le quinte: le difficoltà affrontate Nel corso della stagione abbiamo incontrato ostacoli tecnici, momenti di incertezza, impegni personali che avanzavano e la necessità di coordinare tre vite diverse. Una delle difficoltà più significative è stata la gestione dei tempi di pubblicazione: la famosa “mini discussione” che ci ha insegnato quanto sia importante comunicarci le cose con onestà e fiducia. È stato un passaggio fondamentale, perché ci ha ricordato che CTD funziona solo se funzioniamo noi tre. L'esperienza con gli ospiti: cosa abbiamo imparato Ogni ospite ci ha portato un pezzo di mondo nuovo. La varietà dei percorsi, la sincerità delle risposte e la profondità dei racconti hanno confermato che CTD sta andando nella direzione giusta: diventare un punto di riferimento per giovani e giovani adulti che vivono l'incertezza delle scelte. Il futuro di CTD: visione e prossimi passi Guardando avanti, ci immaginiamo una seconda stagione più strutturata, con una qualità maggiore, ma senza perdere l'autenticità che ci contraddistingue. Vorremmo ampliare il progetto, coinvolgere nuove realtà, sperimentare formati diversi e renderci ancora più utili a chi cerca orientamento, ispirazione e storie in cui ritrovarsi.

Oggi ai microfoni di Unica Radio abbiamo ospitato Olga Izofatova, studentessa e neolaureata per la terza volta in Giornalismo e informazione web. L'intervista è stata l'occasione per parlare della sua recente vittoria del Premio Spadolini – Nuova Antologia, ottenuto grazie alla sua tesi dedicata alla figura di Indro Montanelli, dal titolo: La voce pungente del Corriere: analisi storico-linguistica del giornalismo di Indro Montanelli (1968-1973). Un percorso costellato di studio e passione Olga ha origini bielorusse ed è arrivata in Italia grazie al Progetto Chernobyl, conoscendo fin da bambina la famiglia sarda che poi l'avrebbe accolta. Dopo aver conseguito la maturità in Bielorussia, ha deciso di trasferirsi definitivamente in Sardegna per intraprendere il suo percorso universitario. Spinta da una forte passione per le lingue, ha ottenuto la laurea triennale in Lingue e comunicazione. Successivamente si è specializzata in Lingue e letterature moderne europee e americane, laureandosi nel 2019. Dopo una delusione lavorativa, ha scelto di tornare sui libri dedicandosi al Giornalismo e informazione web. Per Olga il giornalismo non è solo un mezzo per trasmettere informazioni. È anche ricerca, studio e sviluppo di un pensiero critico su ciò che accade nella società. La vittoria al Premio Spadolini – Nuova Antologia Il Premio Spadolini – Nuova Antologia è destinato a giovani laureati che si distinguono per l'originalità e la qualità delle loro ricerche in ambito umanistico, storico e sociale. La candidatura di Olga è stata proposta dal suo relatore, il prof. Marco Pignotti, che ha creduto con convinzione nel valore della sua tesi. La menzione speciale ricevuta da Olga è stata per lei un momento di grande gioia e gratitudine. Ha raccontato quanto impegno abbia dedicato allo sviluppo della tesi e quanto questo risultato l'abbia ripagata del lavoro svolto. Allo stesso tempo, ha ammesso di aver provato anche un senso di malinconia legato alle difficoltà del mondo del lavoro in Italia, dove spesso la preparazione non viene valorizzata adeguatamente. Nonostante ciò, il premio l'ha incoraggiata a non perdere la speranza. La passione per l'insegnamento delle lingue Oltre allo studio e al giornalismo, Olga coltiva la passione per l'insegnamento delle lingue. Lavora nelle scuole con supplenze e tiene anche lezioni private. Secondo Olga, “imparare una lingua straniera oggi significa aprirsi al mondo”. Tuttavia, sottolinea come la società sia spesso giudicante verso chi commette errori durante l'apprendimento. Questo ostacola la comunicazione spontanea. Nel suo metodo di insegnamento, l'errore non è motivo di vergogna: è parte integrante del percorso. È grazie agli sbagli che si sviluppano fluidità e sicurezza nell'esprimersi in un'altra lingua. L'attività teatrale Il mondo dello spettacolo ha sempre fatto parte della vita di Olga, avendo studiato canto jazz in Bielorussia. Ma anche il mondo del teatro ha avuto modo di esplorarlo da quando era piccola, recitando nel teatro scolastico. In età adulta è entrato nella sua vita come forma di libertà e anche quasi di sfogo per decomprimere certi momenti di stress. Nel 2024 Olga lavora al conservatorio di Cagliari come insegnante di dizione di lingua russa per i cantanti lirici, gli alunni la convincono a partecipare al casting come figurante per il Barbiere di Siviglia al teatro lirico di Cagliari. Come molte situazioni della sua vita Olga partecipa senza non troppe aspettative e anche in questo caso invece viene premiata e riesce a superare le selezioni, esaudendo un altro dei suoi sogni. Il futuro di Olga Olga non ha intenzione di fermarsi, infatti subito dopo il conseguimento dell'ultima laurea, si è iscritta a un master di insegnamento delle lingue straniere con un miglioramento dell'approccio e delle tecniche per poter offrire una didattica migliore. Il suo più grande auspicio è di continuare a fare didattica e ricerca e diffondere la conoscenza e la cultura.

Gianluca Ruggieri unisce ricerca, insegnamento e divulgazione per spiegare l'energia, il clima e la sostenibilità con chiarezza, competenza e attenzione ai temi sociali. Gianluca Ruggieri è ricercatore e docente di Fisica tecnica ambientale all'Università dell'Insubria, dove studia i sistemi energetici e il loro impatto sul pianeta. Il suo lavoro accademico si concentra su tre temi chiave: sostenibilità energetica, democrazia energetica e transizione ecologica. Ruggieri non si limita alla ricerca: porta queste conoscenze al pubblico in modo diretto, semplice e accessibile. È impegnato nella divulgazione e cura la trasmissione radiofonica “Il giusto clima”, in onda su Radio Popolare. Nelle sue puntate affronta temi complessi come l'energia, le politiche climatiche e la giustizia ambientale con un linguaggio limpido e vicino alla vita quotidiana. Nella seconda edizione del festival “A che ora è la fine del mondo?”, che si è svolto a a Cagliari il 15 e 16 novembre 2025, Ruggieri è protagonista di uno dei momenti centrali della rassegna. In dialogo con la giornalista e capo redattrice di Sardegna Che Cambia Lisa Ferreli presenterà “Le energie del mondo - Fossile, nucleare, rinnovabile: cosa dobbiamo sapere” (Editori Laterza, 2025), compiendo un viaggio a 360° tra le varie fonti di energia e aiutandoci a costruirci un'opinione informata sull'argomento. Il suo intervento offre al pubblico un viaggio chiaro e completo tra fonti fossili, nucleare e rinnovabili, aiutando a capire davvero cosa si nasconde dietro le scelte energetiche globali. Gianluca Ruggieri rappresenta quella figura capace di unire scienza e umanità. Le sue analisi sono tecniche, ma la sua comunicazione è empatica. Ascoltarlo significa vedere l'energia non come un tema lontano, ma come un pezzo della nostra vita quotidiana e del mondo che vogliamo costruire.

La storia professionale di Angelo Camba, regista sardo attivo tra cinema, pubblicità e documentari, che oggi intreccia creatività e impegno ambientale. Angelo Camba nasce in Sardegna e cresce circondato da paesaggi che alimentano il suo sguardo narrativo. Fin da giovane è attratto dalle storie e dall'impatto che possono avere sulle persone. Dopo la laurea in Scienze politiche decide di approfondire la regia e la sceneggiatura. Si trasferisce quindi a Milano, dove inizia un percorso che segnerà la sua carriera. I primi passi arrivano in RTI/Mediaset. Qui seleziona cortometraggi per il programma Corto5 e segue l'analisi della serialità internazionale. Questo lavoro gli permette di osservare centinaia di contenuti, capire le tendenze e sviluppare un occhio attento alla qualità. È un'esperienza intensa, che gli dà metodo e visione. Dal 2008 lavora come regista e aiuto regista. Firma spot, video e campagne per numerosi brand. Collabora con realtà come Carrefour, Ferrero, Save the Children, Chicco, Edison Energia, AC Milan, Swisse e molti altri. I suoi lavori si distinguono per un linguaggio diretto, pulito e umano. Anche nei progetti commerciali cerca sempre una storia, un'emozione, un dettaglio che renda il messaggio più vero. Negli ultimi anni si avvicina sempre di più ai temi ambientali. Lavora infatti allo sviluppo di una serie tv e raccoglie materiali per un nuovo documentario dedicato alla crisi ecologica. È un percorso naturale: l'ambiente torna spesso nelle sue riflessioni e nei suoi interessi creativi. Questo impegno emerge chiaramente in “Giardinieri d'assalto – Storie di Guerrilla Gardening in Italia”, uno dei suoi progetti più rappresentativi. Il documentario segue gruppi di cittadini che trasformano aree abbandonate in piccoli spazi verdi. Le loro azioni sono semplici ma potenti. Piantano fiori, puliscono terreni, ridanno identità ai quartieri. La regia di Camba racconta questo movimento con uno stile essenziale. Riprende gesti quotidiani, mani che lavorano, sorrisi spontanei. Mostra come la bellezza possa nascere da pochi strumenti e molta volontà. La sua attenzione alle persone è centrale. Ogni protagonista è trattato con rispetto e calore. Il cinema di Angelo Camba unisce tecnica e sensibilità. Cerca storie vere, radicate nel presente, e le trasforma in immagini chiare e coinvolgenti. Crede che il racconto visivo possa ancora cambiare qualcosa. Per lui l'impegno civile non è solo un tema, ma un modo di guardare il mondo.

L'inviato del TG satirico più famoso d'Italia ha incontrato gli studenti dell'Università di Cagliari e non solo con il suo tour #NonCiFermaNessuno Il 19 novembre l'Università di Cagliari ha accolto per la prima volta il tour motivazionale #NonCiFermaNessuno ideato e condotto da Luca Abete, un progetto che va avanti dal 2014 ed è stato addirittura insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica da Sergio Mattarella per il suo valore sociale. Il progetto nasce infatti con l'intento di spronare i giovani a superare le difficoltà della vita, grandi o piccole che siano. L'incontro è avvenuto nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria e Architettura verso le ore 10 del mattino. Ha visto la partecipazione di alcuni studenti e non solo che hanno raccontato le proprie storie di determinazione e resilienza, ad esempio nella malattia, nella lontananza da casa, nella solitudine, ma anche nelle piccole e grandi difficoltà di tutti i giorni. Durante l'incontro, è stato consegnato il Premio #NonCiFermaNessuno a giovani con esperienze di vita difficili, che sono però riusciti a ricavare il meglio da esse. Alla fine dell'evento, abbiamo fatto una chiacchierata con Luca, che si è rivelato da subito disponibile al dialogo, alle foto con i ragazzi, e si è aperto con noi riguardo le sue impressioni sulla tappa di Cagliari del tour, e sulla sua professione in generale.

Un viaggio nella ricerca coreografica di Antonio Taurino, tra vulnerabilità, responsabilità verso l'altro e sperimentazione fisica, in scena e nella masterclass di contact improvisation. Ospite ai microfoni di Unica Radio, Antonio Taurino, performer e coreografo originario dell' Abruzzo, presenta il suo nuovo lavoro Creatures of Interest, in scena sabato 15 novembre alle 21 a Sa Manifattura durante il FIND. Taurino guiderà anche una masterclass di contact improvisation, dalle 14 alle 16 presso la scuola di danza Assunta Pittaluga. La sua ricerca artistica nasce da un'urgenza personale: trasformare la fragilità dell'incontro con l'altro in linguaggio scenico. Per Taurino, l'alterità – persino quella dell'“alieno” – è una lente attraverso cui esplorare il movimento. Il suo lavoro Creatures of Interest segna una svolta: da un percorso in solitudine alla scoperta del rapporto sensoriale tra due corpi, capaci di influenzarsi, respingersi, cercarsi. In questo processo hanno avuto un ruolo chiave le danzatrici Angela Caputo e Camilla Perugini, diverse per qualità fisiche e interiorità, ma complementari nella costruzione del duetto. Dal pensiero filosofico alla scena: responsabilità e cura Nel parlare di Creatures of Interest, Taurino cita Lévinas e la responsabilità verso l'altro. Un concetto che per lui non rimane astratto, ma diventa gesto concreto: la cura del corpo che si solleva, si sostiene, si accoglie. Per il coreografo, danza e vita non sono separabili: il rispetto dello spazio, del peso, della fragilità dell'altro in scena sono gli stessi principi che regolano la quotidianità. Durante il processo creativo, gli elementi di diffidenza e curiosità sono emersi spontaneamente. Le performer, con i loro vissuti, hanno guidato la drammaturgia verso un incontro inizialmente cauto, quasi sospeso, per poi aprirsi a una relazione più intima e sensoriale. Il risultato è un duetto di due “creature” estranee, quasi aliene, che imparano a riconoscersi. La masterclass e l'eredità artistica La masterclass “Datemi una leva e vi solleverò il mondo” approfondisce il lavoro sulle leve, sul peso condiviso e sulla coesione dei corpi. Per Taurino, la contact improvisation è stata una scoperta trasformativa: permette ai corpi di diventare uno spazio unico, simbiotico, non più un semplice dialogo ma una fusione. Il coreografo riconosce anche l'importanza dei suoi maestri, in particolare di Francesca La Cava, che ha segnato la sua visione della danza e della professione. Cosa portare a casa: domande più che risposte Taurino spera che pubblico e partecipanti escano dall'esperienza con più domande che certezze. In un tempo in cui l'incontro è complesso, l'arte può ricordarci la bellezza del contatto umano e della vulnerabilità condivisa. L'incontro, dice, è sempre un'esperienza preziosa, imprevedibile, necessaria.

Angelo Melis coordina il convegno dedicato alla storia, tecnica e sportività dei marchi Laverda e Minardi. Angelo Melis organizza, insieme al Circolo Sardo Automoto D'epoca e l'ACI Cagliari, il convegno “Laverda e Minardi: sportività italiana a 2 e 4 ruote”, in programma il 20 novembre 2025 a Cagliari. L'evento si preannuncia come un momento di confronto tra appassionati, studenti e professionisti, in cui storia, tecnica e design dei due celebri marchi italiani si intrecciano. Il convegno si terrà presso l'Aula Magna della Facoltà d'Ingegneria e Architettura di Cagliari. Offrirà una panoramica completa sulla storia e l'evoluzione di Laverda, fondata nel 1949, e di Minardi, storica scuderia di Formula 1. Saranno trattati i modelli più iconici, come il prototipo Laverda 1000 V6, e l'esperienza della scuderia Minardi nei 21 anni di Formula 1, con 340 Gran Premi disputati. L'evento prevede quattro interventi di rilievo: l'ing. Piero Antonio Laverda, l'ing. Gianni Agnesa, Alfredo Scala e l'ing. Gian Carlo Minardi, con approfondimenti su innovazioni tecniche, sicurezza dei piloti e del pubblico, design e strategie delle corse. La moderazione sarà affidata al Prof. Daniele Cocco, presidente della Facoltà di Ingegneria e Architettura di Cagliari. L'incontro non è solo per addetti ai lavori: è aperto a studenti, autorità locali, soci dei club storici e appassionati. La partecipazione libera permette di vivere un'esperienza diretta con la storia delle due icone italiane, ascoltando racconti, aneddoti e dettagli tecnici dei relatori.

Un racconto che attraversa scuole, palchi e incontri decisivi, mostrando come un giovane attore costruisce oggi la propria identità professionale e creativa lavorando tra teatro contemporaneo, produzioni nazionali e figure di maestri che segnano un percorso in continua evoluzione. Le radici di una vocazione e gli anni della formazione Il cammino artistico di Alberto Marcello nasce nelle scuole medie e superiori, dove l'attore scopre la forza del palcoscenico attraverso i primi laboratori di recitazione. Le lezioni con Monica Zoncheddu nella Compagnia dei Ragazzi assumono un ruolo decisivo, permettendogli di trovare un linguaggio personale e di coltivare il rapporto con un pubblico reale, elemento che ancora oggi definisce il suo modo di vivere la scena. Successivamente l'ingresso all'Acroama segna un nuovo punto di svolta: qui incontra Lea Gramsdorf, artista dal talento poliedrico, che lo coinvolge in uno spettacolo capace di fargli comprendere la natura profonda del mestiere dell'attore. Tra Milano, il Piccolo Teatro, i primi ruoli e la crescente consapevolezza tecnica, Marcello costruisce una formazione solida che intreccia disciplina fisica, ascolto, studio del testo e una forte attenzione per il lavoro di ensemble. Nel suo percorso rimangono inoltre centrali le realtà culturali e artistiche che ne accompagnano la crescita, servizi di diffusione come Apple Podcast, e strumenti che contribuiscono alla circolazione delle sue esperienze e delle sue interviste. Tra serie, teatro contemporaneo e personaggi complessi La dimensione televisiva porta Alberto Marcello a confrontarsi con set rapidi, tempi serrati e una modalità di lavoro radicalmente diversa da quella teatrale. L'attore distingue con chiarezza la libertà del palcoscenico dal controllo tecnico del prodotto audiovisivo: in teatro domina la presenza dal vivo, mentre nella serialità il risultato finale dipende anche da luce, montaggio e direzione. Parallelamente, la scena contemporanea gli offre l'opportunità di collaborare con artisti come Fabio Condemi, Giovanni Ortoleva, Andrea Chiodi, Sandro Lombardi e Carmelo Rifici, registi che arricchiscono il suo sguardo e alimentano un percorso sempre più ricco di sfide. Tra i ruoli più significativi emerge il dottor Dorn nel Gabbiano di Anton Chekhov, un personaggio distante per età e temperamento che richiede all'attore un lavoro profondo sulla trasformazione fisica e psicologica. Accanto a questo, continua a portare in tournée figure come Voltaire in Casanova e *Armando Duval ne La signora delle camelie, ruoli che alimentano un confronto costante con epoche, linguaggi e sensibilità differenti. Molto del suo metodo si basa sull'immaginazione, strumento che considera essenziale per interpretare personaggi lontani dalla propria esperienza, e che gli permette di mantenere una visione creativa aperta a nuovi orizzonti, sostenuta anche da istituzioni culturali come il Piccolo Teatro di Milano e il Comune di Milano. Preparazione, linguaggi e un mestiere che vive nel corpo Nel lavoro quotidiano Marcello sviluppa una preparazione fisica e vocale che considera indispensabile: capriole, verticali, cambi rapidi dietro le quinte e gesti che richiedono precisione trasformano il corpo in uno strumento scenico dinamico e versatile. L'immaginazione rimane però il cardine del suo approccio: interpretare un re, un cinico medico sessantenne o una figura storica richiede di costruire mondi interiori, movimenti, toni e sguardi che vadano oltre l'esperienza personale. Un metodo che l'attore definisce indispensabile per affrontare non solo personaggi distanti, ma anche le sfide tecniche dei set televisivi, dove una scena può essere ripetuta per ore in attesa della versione definitiva. Nel frattempo continua a portare i suoi spettacoli in tournée in diverse città italiane, intrecciando realtà culturali, teatri e comunità artistiche che accompagnano la sua crescita e alimentano il suo percorso in continua evoluzione.

L'inviato di Striscia la notizia incontra gli studenti dell'Università di Cagliari con il suo tour motivazionale, un viaggio tra storie di resilienza, emozioni condivise e coraggio di non arrendersi. Il conto alla rovescia è iniziato: il 19 novembre l'Università di Cagliari accoglierà per la prima volta #NonCiFermaNessuno, il tour motivazionale ideato da Luca Abete, storico inviato di Striscia la notizia. L'appuntamento si terrà alle 10:00 nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria e Architettura di via Marengo 2, alla presenza del rettore Francesco Mola, che aprirà l'incontro con un saluto istituzionale. La campagna, nata nel 2014, è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica per il suo valore sociale. Negli anni ha toccato oltre 100 atenei italiani, raccontando storie di resilienza, solidarietà e determinazione, coinvolgendo migliaia di studenti in un dialogo autentico e partecipato. un tour che ascolta e valorizza le fragilità dei giovani L'edizione 2025 ruota attorno al tema del disagio giovanile, affrontato con il linguaggio diretto e coinvolgente che da sempre caratterizza Abete. Protagonista simbolico dell'incontro sarà il Golden Buzzer della Solitudine, un totem interattivo che dà “voce” all'isolamento dei ragazzi, invitandoli a condividere emozioni e pensieri spesso taciuti. «Essere finalmente qui, guardarsi negli occhi, significa tornare a dare valore all'ascolto – spiega Luca Abete –. La nostra campagna vive di presenza, di parole che uniscono e di storie che diventano strumenti di crescita». Storie vere, premi e connessioni che ispirano Nel corso dell'evento verrà assegnato il Premio #NonCiFermaNessuno a uno studente o a una studentessa dell'ateneo che abbia dimostrato resilienza e spirito di iniziativa di fronte alle difficoltà. Il format rimane quello di sempre: niente lezioni frontali, ma un talk interattivo in cui ogni testimonianza diventa un'occasione di confronto. Il pubblico potrà partecipare attivamente, porre domande e condividere esperienze, in un'atmosfera che unisce leggerezza, emozione e riflessione. Non mancheranno ospiti speciali, gadget e momenti di condivisione che renderanno la mattinata indimenticabile. Con la tappa di Cagliari, #NonCiFermaNessuno conferma il suo ruolo di laboratorio permanente di comunicazione giovanile, un progetto che non insegna cosa fare ma mostra che nessuna difficoltà è insormontabile quando si sceglie di non fermarsi.

Ai microfoni di Unica Radio abbiamo ospitato Rosalba Piras, attrice, regista e direttore artistico dell'associazione teatrale Abaco. Dalla musica al teatro Rosalba si avvicina al teatro a vent'anni, mentre frequenta il conservatorio. Viene chiamata dal giovane gruppo Akròama, (che contribuisce a fondare nel 1977) che le chiede una consulenza musicale. Lei però racconta: «Non ho mai fatto consulenza musicale e mi sono ritrovata a fare l'attrice». Inizia così un percorso che durerà quattro anni. Nel 1981 debutta con la compagnia in un festival nazionale. L'evento diventa una vetrina decisiva e permette al gruppo di partire per tournée in tutta Europa. In quello stesso periodo nasce anche uno spettacolo innovativo. È una versione moderna della Piccola fiammiferaia, ambientata in Sardegna e recitata interamente in sardo. Lo spettacolo unisce danza e recitazione, proponendo una forma teatrale rivoluzionaria per l'epoca. Le attività di autrice e regista e direttore artistico Con il tempo Rosalba amplia il suo ruolo nel teatro. Inizia a scrivere e dirigere spettacoli e realizza un adattamento de La corriera stravagante di John Steinbeck. Diventa poi direttrice artistica dell'associazione teatrale Abaco, una realtà composta in gran parte da donne, soprattutto nel direttivo. Questo aspetto contribuisce a rendere l'associazione un punto di riferimento originale nel panorama teatrale. Le esperienze nel cinema e nella televisione La curiosità di Rosalba verso diversi linguaggi artistici la porta anche al cinema. Dopo alcune piccole partecipazioni, ottiene un ruolo più importante nel film Bella Mariposas (2012), diretto da Salvatore Mereu e tratto dal romanzo di Sergio Atzeni. Il film riceve numerosi riconoscimenti ed è presentato anche alla Mostra del Cinema di Venezia. Rosalba ricorda inoltre la sua partecipazione al cortometraggio Ugolino di Manuele Trullu. Il corto, dedicato alla figura del Conte Ugolino, è girato anche in Sardegna, tra il castello di Siliqua e l'Iglesiente. Il teatro per i ragazzi Scrivere per i ragazzi è una delle passioni più vive di Rosalba. Considera il teatro dedicato ai più giovani un tassello fondamentale nella formazione e uno stimolo per la crescita del teatro “adulto”. Le difficoltà burocratiche però non aiutano. Molte scuole non portano spesso i bambini a teatro, rendendo più complessa la diffusione di questi spettacoli. Nonostante ciò, Rosalba non si scoraggia. Viaggiando in tutta la Sardegna, lei e la sua compagnia riescono ad attirare molti giovani spettatori. Gli spettacoli mettono al centro il gioco e la creatività, coinvolgendo i bambini in modo diretto e immediato. Tra i suoi lavori più amati c'è Cappuzzetto Rozzo, una rivisitazione umoristica della fiaba classica. La protagonista è trasandata e indifferente verso gli animali e la natura, ma lungo il percorso impara a guardare il mondo con occhi diversi. Il messaggio arriva ai bambini in modo semplice e divertente, invitandoli a riflettere su temi importanti. Le avventure professionali all'estero Avendo una lunga carriera teatrale, Rosalba Piras ha potuto sperimentare anche delle avventure fuori dal contesto isolano, partecipando a numerosi festival in giro per l'Europa in città come: Vienna, Londra, Varsavia, Praga, Berlino e tante altre. Constatando le differenze nell'approccio al teatro, soprattutto nei paesi dell'est, prima della caduta del muro di Berlino e nel post caduta. Nel mondo sovietico andava per la maggiore il teatro "povero" come quello di Grotowski, con atmosfere più cupe. Dopo il crollo del regime comunista, Rosalba trova gli stessi paesi: cambiati. Il colore che avvolse quelle città le aiutò a rifiorire. Il pubblico era però sempre presente e coinvolto sia nel prima che nel dopo. Il nuovo spettacolo: "Johanna vedova Van Gogh - al di là dei colori" Ha debuttato domenica 16 novembre il nuovo spettacolo Johanna vedova Van Gogh - al di là dei colori, edito da Abaco Teatro con la regia di Tiziano Polese e interpretato proprio da Rosalba Piras e Antonio Luciano, in cui viene approfondita la figura di Johanna, moglie di Theo fratello di Vincent. Grazie a lei si deve la divulgazione di più di duemila opere di Van Gogh, Johanna riuscì a recuperarle dalle persone a cui Vincent le aveva regalate e a farle valorizzare nelle più importanti gallerie e nei musei più significativi. Grazie a questo spettacolo si sono rivissute le storie e le fragilità che attanagliavano la famiglia Van Gogh, con la forza di una donna che senza mai darsi per vinta, è riuscita a consegnare alla storia uno dei massimi pittori contemporanei.

Ai microfoni di Unica Radio abbiamo ospitato Antonio Luciano, attore teatrale e appassionato master di giochi di ruolo. L'incontro di Antonio con il teatro risale al 2011, durante gli studi universitari in Scienze Politiche. All'inizio il suo sogno era diventare giornalista, ma presto capisce che vuole raccontare qualcosa di diverso. Nasce così il suo legame con il palcoscenico. Comincia a collaborare con diverse compagnie teatrali e scopre una nuova vocazione. “Il mio mestiere è un po' come quello dei lampionai”, racconta, “una figura che, purtroppo, sta scomparendo come quella degli attori di teatro”. Le esperienze più significative La formazione di Antonio passa attraverso il teatro per ragazzi, una vera palestra di sincerità. “Non c'è niente di più autentico di un applauso o di una risata di un bambino”, spiega. È un pubblico diretto, capace di misurare davvero chi si trova sul palco. Tra le esperienze più recenti cita lo spettacolo Johanna vedova Van Gogh, che debutterà a Villaspeciosa domenica 16 novembre alle 19:30 con l'associazione Abaco Teatro. Antonio lo considera un progetto speciale perché tocca corde umane profonde, esplorando le vite di Vincent Van Gogh e di chi gli fu accanto. La lettura dei testi Oltre alla recitazione, Antonio si dedica anche alla lettura scenica di testi. Alcuni editi come La società del malessere di Giuseppe Fiori ma anche Cielo di Pietra, opera scritta da lui. Quest'ultimo racconta la realtà carceraria italiana, mentre il testo di Fiori fotografa la società sarda attraverso la figura di Graziano Mesina. Nel racconto emergono i temi del brigantaggio e del colonialismo culturale, insieme alla ribellione di chi non si riconosce nel sistema. Lo spettacolo ha avuto anche un riscontro nazionale, permettendo confronti con altre realtà al di fuori dell'Isola. L'intreccio tra teatro e giochi di ruolo Antonio coltiva da anni una passione per i giochi di ruolo, che considera una forma di teatro condiviso. “Anche lì si racconta una storia insieme”, spiega. C'è un narratore che crea il mondo e i giocatori che interpretano i personaggi, lasciando che la sorte dei dadi decida le loro azioni. Per lui si tratta di una forma di escapismo creativo, molto vicina all'arte teatrale: in entrambi i casi si costruisce un personaggio e si dà vita a una storia collettiva. Il ruolo dell'intelligenza artificiale nel teatro Antonio vede l'intelligenza artificiale come una questione complessa. L'ha sperimentata personalmente e ne riconosce i vantaggi, soprattutto nella semplificazione di alcuni processi. Tuttavia, è convinto che nessuna macchina possa sostituire l'umanità di un testo scritto da una persona. “Un'opera teatrale nasce dall'incontro tra individui, da un'energia viva”, afferma. “L'IA può aiutare, ma non potrà mai replicare quell'incontro umano che avviene tra persone che danno vita a un'opera artistica". Il futuro del teatro Per Antonio il futuro del teatro nasce nel presente, soprattutto attraverso l'insegnamento nelle scuole. Il teatro, dice, è un esercizio di empatia: permette di mettersi nei panni di un altro e di scoprirsi attraverso di lui. Esistono due livelli di forza nel teatro. Il primo è personale, perché aiuta a riflettere su se stessi, sia come professionisti sia come semplici appassionati. Il secondo è narrativo, perché il racconto spinge a sognare e a immaginare nuovi mondi. “Chi si avvicina al teatro difficilmente lo abbandona”, conclude Antonio. “Una volta saliti su quel palco, qualcosa dentro di te cambia per sempre”.

Giuseppe Sanniu, danzatore e coreografo cagliaritano esplora con il corpo la vulnerabilità e la disarmonia, trasformando l'imperfezione in linguaggio artistico durante il FIND 2025 Oggi ai microfoni di Unica Radio, abbiamo parlato con Giuseppe Sanniu, danzatore e coreografo cagliaritano, protagonista del workshop “Incoerenze”, in programma giovedì 13 novembre dalle 14 alle 16 alla scuola di danza Assunta Pittaluga, nell'ambito del FIND – Festival Internazionale Nuova Danza, giunto alla sua 43ª edizione. Sanniu racconta che l'idea nasce “dalla necessità di mostrare ciò che spesso viene ignorato o nascosto: la parte scomoda, fragile e disallineata del movimento”. L'obiettivo è accogliere l'imperfezione come valore, trasformando la vulnerabilità in strumento creativo. La cartografia fisica dei paesaggi interiori Nel laboratorio, Sanniu parla di una vera e propria “cartografia fisica”, un lavoro anatomico che frammenta il corpo in micro segmenti per esplorare come la disarmonia possa generare bellezza. “Anche ciò che appare mostruoso può diventare poetico se osservato con occhi nuovi”, spiega il coreografo. La sua esperienza in Sardegna, iniziata giovanissimo al Teatro Lirico di Cagliari, è stata fondamentale: “A 17 anni mi sono trovato per caso in quel mondo. Da lì, con l'aiuto di Maurizio Montis, ho capito come funziona davvero la danza, in Italia e all'estero.” Improvvisazione e scrittura fisica: l'origine del gesto Nel suo processo creativo, l'improvvisazione è l'elemento cardine. “È il modo più diretto per conoscere un danzatore. Da lì emergono verità, emozioni, direzioni nuove.” Sanniu utilizza task fisici e momenti di scrittura corporea per dare forma a concetti complessi, creando un linguaggio autentico e in continua evoluzione. Inner Map: il disagio di essere visti Venerdì 14 novembre alle 21:30 a Sa Manifattura, Sanniu presenterà lo spettacolo “Inner Map”, un'indagine sull'essere osservati e giudicati. “Non voglio dare risposte, ma creare domande dentro lo spettatore. Il disagio può essere fertile, se accettato.” Tra le sue ispirazioni cita il coreografo Brian e l'artista sarda Lupa Maimone, “esempi di dedizione assoluta e visione”.

Chitarrista, produttore, videomaker e artista di strada: Riccardo Mameli, in arte Odem, racconta un percorso fatto di talento, versatilità e libertà creativa Riccardo Mameli, conosciuto nel panorama musicale come Odem, è una delle figure più poliedriche della nuova scena sarda. La sua avventura artistica comincia da bambino, quando i genitori gli trasmettono la passione per la musica, in particolare il padre gli ha insegnato a cantare, la madre teoria musicale e pianoforte. Da lì nasce una curiosità musicale senza confini: Odem impara a suonare anche chitarra e strumenti elettronici, sviluppando un approccio istintivo e sperimentale alla composizione. Parallelamente, approfondisce il mixaggio e l'editing audio, competenze che gli aprono la strada a collaborazioni con diversi artisti della scena locale, partecipando alla produzione, al mix e master di album, oltre che a veri e propri featuring. Tra musica e immagini: la nascita di un linguaggio visivo La ricerca espressiva di Odem non si ferma alla musica. L'artista scopre presto il videomaking, un campo in cui fonde ritmo e immagine con naturalezza. Realizza videoclip musicali per numerosi rapper e cantanti sardi, tra cui il videoclip del pezzo Artista Maledetto di Redenzione (adesso Focus), contribuendo a dare una forma visiva riconoscibile alla sua estetica. Nei suoi lavori, la regia si intreccia alla sensibilità sonora: ogni immagine sembra seguire il battito della musica, ogni inquadratura diventa una nota visiva. Questa capacità di costruire ponti tra arti diverse è il tratto distintivo di Odem, che considera la creazione audiovisiva come una forma di comunicazione totale. Libertà e strada: un'arte che nasce dal contatto diretto Dopo un periodo segnato da pressioni e precarietà lavorativa, Odem decide di reinventarsi musicista di strada. Tra Torino e Milano, porta la sua musica direttamente nelle piazze e tra la gente, trovando nel pubblico spontaneo un'energia autentica. Ogni performance diventa un momento di scambio e libertà, lontano dalle logiche dell'industria musicale. Periodicamente ritorna a Cagliari, dove le sue esibizioni in via Manno sono ormai diventate un appuntamento riconoscibile per chi frequenta il centro. In queste esperienze Odem ritrova la dimensione umana dell'arte, quella che unisce empatia, improvvisazione e verità. Illusionismo e meraviglia: la magia come estensione della musica Come se non bastasse, Odem coltiva anche la passione per l'illusionismo, disciplina che gli permette di giocare con la percezione e la meraviglia. Ha lavorato a diversi spettacoli di magia, anche dedicati ai bambini, dove fonde musica, racconto e sorpresa. La magia, per lui, non è solo intrattenimento: è un modo per mantenere vivo lo stupore e ricordare che l'arte, in tutte le sue forme, nasce dal desiderio di far sognare.

Erika Carta: dalla danza al teatro, un viaggio di passione, rinascita e empatia artistica La storia di Erika, oggi vicepresidente della Scuola d'Arte Drammatica di Cagliari, è un racconto di resilienza e amore per l'arte. Dopo oltre quattordici anni dedicati alla danza, un infortunio l'ha costretta a interrompere quel percorso, ma non la sua voglia di esprimersi. Da quella ferita è nata una nuova passione: il teatro, che l'ha portata a scoprire un modo diverso di comunicare con il pubblico e con sé stessa. Dal dolore alla scoperta del teatro: come la disciplina della danza è diventata forza interiore e creativa “La danza mi ha insegnato la disciplina e a non arrendermi mai, anche quando soffrivo” racconta Erika. Dopo l'infortunio, la madre le propose di iscriversi a una scuola di recitazione. Quel passo, preso quasi per caso, ha segnato l'inizio di un nuovo cammino. “Avevo 15 anni quando entrai alla Scuola d'Arte Drammatica di Cagliari — oggi la mia seconda casa. È il posto dove sono cresciuta artisticamente e personalmente.” Attraverso il teatro, Erika ha imparato a superare la timidezza e l'introversione, scoprendo un equilibrio tra emozione e controllo. “Il teatro mi ha aiutato a conoscermi meglio e a capire come gestire le mie fragilità.” Dalla scena all'organizzazione: una visione completa del mondo teatrale e delle sue sfide contemporanee Per oltre dieci anni, Erika ha calcato i palcoscenici con produzioni come Il gatto in tasca, diretta da Marta Proietti Orzella. Poi, con la nascita dei figli, ha deciso di dedicarsi alla direzione e organizzazione teatrale. “Dietro un'ora di spettacolo ci sono settimane di lavoro e coordinamento: prove, budget, adattamenti, pianificazione. Da organizzatrice ho capito la complessità e la bellezza di questa macchina.” Il teatro come scuola di empatia e umanità: un messaggio per le nuove generazioni Per Erika, il teatro è un'esperienza di crescita e di connessione umana. “Fare teatro ti insegna a capire te stesso e gli altri. Ti rende più empatico.” Nell'era dei social, dove i ragazzi comunicano sempre più attraverso gli schermi, la recitazione diventa un potente strumento per riscoprire il contatto umano e le emozioni autentiche. Alla Scuola d'Arte Drammatica di Cagliari, Erika e il suo team lavorano per offrire un ambiente creativo, sereno e inclusivo. “Il teatro fa bene a tutti: bambini, adolescenti e adulti. È una palestra di empatia e libertà.”

Nunzio Caponio si racconta ai nostri microfoni: l'attore e regista continua il suo percorso nell'isola e organizza laboratori teatrali intensivi, di cui l'ultimo sulla morte L'attore e regista Nunzio Caponio si racconta ai nostri microfoni con la forza del vissuto e la chiarezza di chi ha attraversato molte esperienze artistiche. Dal reportage fotografico nei viaggi all'esordio cinematografico in Asia, fino al biennio formativo al Lee Strasberg di New York, dove studia il metodo. Quel metodo, fondato sulla memoria emozionale e sulla presenza autentica dell'attore, diventa per Caponio il punto di partenza di un percorso personale che si trasforma in tecnica, in ricerca e in insegnamento. In Sardegna, sua terra di adozione, Caponio organizza laboratori teatrali intensivi, nei quali la recitazione non è solo tecnica di scena ma esplorazione interiore, corpo, voce, spazio e silenzio. Nei suoi corsi, la visceralità è parola chiave: l'attore è chiamato a vivere e non semplicemente a rappresentare. L'influenza del metodo Strasberg e la trasformazione artistica La formazione di Caponio alla Lee Strasberg rappresenta un momento cruciale per definire il suo approccio. “Ho frequentato un biennio sul Metodo Strasberg”, racconta nella sua biografia. In quell'esperienza maturano non solo le competenze attoriali, ma anche la consapevolezza. Recitare significa infatti farsi attraversare da emozioni autentiche, radicate nel corpo e nella memoria. Da tale base Caponio sviluppa i suoi metodi — come il suo NOACTING e PRIME ACTING — nel tentativo di andare oltre la recitazione convenzionale: un percorso che unisce tecniche teatrali, lavoro energetico e percorsi interiori. Nel panorama artistico isolano, queste proposte rappresentano un'offerta formativa che abbraccia non solo chi aspira a diventare attore, ma chiunque voglia esplorare la presenza autentica, il fare corpo con la scena e il sé in un dialogo creativo. Laboratori intensivi sull'isola e focus sulla morte come esperienza scenica Nel contesto dell'isola, Caponio tiene laboratori intensivi che spesso assumono uno spessore tematico forte: nell'ultimo ciclo, il tema cardine è la morte. L'attore e regista invita i partecipanti a confrontarsi con il confine, a usare la scena come spazio in cui abitare l'“altro lato”, per trasformare paura, silenzio, perdita in forza creativa. Questo tipo di lavoro mostra come la recitazione viscerale non sia mera performance, ma esplorazione profonda dell'esistenza. A Cagliari e in Sardegna Caponio propone un teatro che non si limita al palco: la scena diventa laboratorio esistenziale e la tecnica diventa via per l'autenticità. In un'era in cui la formazione teatrale spesso resta nell'apparenza, Caponio rilancia la dimensione del corpo, dell'emozione reale, del vuoto e della presenza — radicando l'insegnamento del Metodo Strasberg in una visione che guarda anche alAttore, regista e drammaturgo, Nunzio Caponio si forma al Lee Strasberg Theatre & Film Institute di New York tra il 1999 e il 2002, dove approfondisce la recitazione viscerale basata sulla memoria emotiva. La sua esperienza americana, unita a studi alla New York University in drammaturgia, segna la nascita di un linguaggio scenico che fonde introspezione e tensione poetica. Nella scena off-off newyorchese, Caponio firma opere originali e sperimentali, maturando uno stile in cui il corpo diventa specchio dell'anima. Dopo anni di ricerca tra Amsterdam e l'Italia, collabora con Sardegna Teatro, Akroama – Teatro Stabile d'Innovazione e diverse istituzioni europee. Tra i suoi lavori più noti spicca Donchisci@tte (Arca Azzurra, 2018–2020), diretto da Davide Iodice, vincitore del Premio Ubu alla regia. Parallelamente sviluppa progetti pedagogici come NOACTING e PRIME ACTING, che uniscono formazione attoriale e ricerca spirituale. Stato Intermedio: un viaggio post mortem tra ironia e rivelazione Con il nuovo lavoro “Stato Intermedio”, scritto, diretto e interpretato da Nunzio Caponio, e con suoni erranti ed evocazioni originali di Gerardo Ferrara, il teatro diventa rito di consapevolezza. In scena dal 28 al 30 novembre, alle 20:30 presso lo Spazio T.Off di Cagliari (via Nazario Sauro 6, prenotazioni: noacting@gmail.com), lo spettacolo si apre con la citazione di Carl Gustav Jung: “Le persone dedicano anni a prepararsi per la vita, ma quasi nessuno si prepara alla morte. Eppure, la morte è la più grande esperienza di tutte.” Il protagonista, un artista mancato, scopre di essere morto mentre guarda la televisione, e da quel momento inizia un viaggio tragicomico nell'Aldilà. Tra rimpianti che parlano, santi napoletani e visioni cosmiche, attraversa l'Oceano del Rimpianto, la Montagna dell'Ego e la Città delle Abitudini Eterne, ispirandosi ai Libri dei Morti tibetano ed egizio. La messinscena, sospesa tra simbolismo e comicità, richiama il Teatro Nō e il Kyōgen, fondendo spiritualità e ironia. lo spettatore come parte del rito In “Stato Intermedio”, il pubblico diventa presenza del Bardo, parte del paesaggio post mortem: non osserva, ma abita la scena, testimone e specchio del protagonista. A fine spettacolo, gli spettatori sono invitati a scrivere un “testamento di vita”, gesto poetico che restituisce senso alla presenza e al vivere. Il progetto include anche un percorso educativo per le scuole. Caponio accompagna infatti i giovani a riflettere sul valore delle scelte e della consapevolezza di sé. Come afferma l'autore: “Stato Intermedio non è uno spettacolo sulla morte, ma sulla vita. Colta nel momento in cui la finzione cade e resta solo ciò che siamo stati. Il teatro, in questo spazio sospeso, diventa un rito di verità e di rinascita.”la trasformazione personale oltre la semplice cifra recitativa.

Un viaggio tra Storia e finzione, dove Filigheddu esplora il populismo moderno e mostra come la letteratura sveli la realtà nascosta dietro i fatti Cosimo Filigheddu presenta il suo ultimo romanzo, "Allo sguardo attento". L'opera mette in scena il conflitto tra Storia e Narrazione, tra la verità dei fatti e la finzione letteraria. Infatti, il romanzo non deve farsi dominare dalla storia, ma deve restare plausibile e coinvolgente. https://www.shmag.it/eventi/30_10_2025/cosimo-filigheddu-presenta-a-sassari-il-nuovo-romanzo-allo-sguardo-attento/ Per realizzare ciò, lo scrittore svolge ricerche approfondite. Tuttavia, queste agiscono come un “cocchiere invisibile”, guidando la narrazione senza appesantire la lettura. Così, ogni fatto, reale o inventato, diventa parte della fantasia letteraria. Inoltre, l'idea del romanzo nasce dall'esperienza di Filigheddu come drammaturgo. Egli aveva ritirato un dramma storico perché si lasciò dominare dalla storia. Di conseguenza, il drammaturgo sfortunato all'inizio del romanzo è un riflesso dell'autore stesso. Il titolo Allo sguardo attento deriva da una cronaca del 1923, che descrive Mussolini durante una visita a Sassari. Questo sguardo rivela la mente cinica del dittatore e la sua abilità nel modellare il populismo moderno. Inoltre, Mussolini adegua parole e gesti agli umori del popolo, incarnando la confusione tra realtà e apparenza. Sassari, invece, diventa un personaggio vivo nel romanzo. La città mostra plausibilità e falsità, fungendo da palcoscenico per torbide vicende e interessi privati. Così, la provincia italiana emerge come luogo di contraddizioni e storie intrecciate. Infine, Filigheddu suggerisce che la letteratura, pur essendo finzione, ci aiuta a comprendere meglio la realtà. In altre parole, ci permette di esplorare un metaverso narrativo, dove persona e personaggio si confondono, e dove la finzione rivela il reale.

Un viaggio tra Storia e finzione, dove Filigheddu esplora il populismo moderno e mostra come la letteratura sveli la realtà nascosta dietro i fatti Cosimo Filigheddu presenta il suo ultimo romanzo, "Allo sguardo attento". L'opera mette in scena il conflitto tra Storia e Narrazione, tra la verità dei fatti e la finzione letteraria. Infatti, il romanzo non deve farsi dominare dalla storia, ma deve restare plausibile e coinvolgente. https://www.shmag.it/eventi/30_10_2025/cosimo-filigheddu-presenta-a-sassari-il-nuovo-romanzo-allo-sguardo-attento/ Per realizzare ciò, lo scrittore svolge ricerche approfondite. Tuttavia, queste agiscono come un “cocchiere invisibile”, guidando la narrazione senza appesantire la lettura. Così, ogni fatto, reale o inventato, diventa parte della fantasia letteraria. Inoltre, l'idea del romanzo nasce dall'esperienza di Filigheddu come drammaturgo. Egli aveva ritirato un dramma storico perché si lasciò dominare dalla storia. Di conseguenza, il drammaturgo sfortunato all'inizio del romanzo è un riflesso dell'autore stesso. Il titolo Allo sguardo attento deriva da una cronaca del 1923, che descrive Mussolini durante una visita a Sassari. Questo sguardo rivela la mente cinica del dittatore e la sua abilità nel modellare il populismo moderno. Inoltre, Mussolini adegua parole e gesti agli umori del popolo, incarnando la confusione tra realtà e apparenza. Sassari, invece, diventa un personaggio vivo nel romanzo. La città mostra plausibilità e falsità, fungendo da palcoscenico per torbide vicende e interessi privati. Così, la provincia italiana emerge come luogo di contraddizioni e storie intrecciate. Infine, Filigheddu suggerisce che la letteratura, pur essendo finzione, ci aiuta a comprendere meglio la realtà. In altre parole, ci permette di esplorare un metaverso narrativo, dove persona e personaggio si confondono, e dove la finzione rivela il reale.