Radio degli studenti universitari di Cagliari. Mission del media è raccontare il movimento culturale e la città nei suoi molteplici aspetti

I ragazzi di Radio Prof approfondiscono i valori della Carta con il docente GianMario Demuro, dell'Università di Cagliari per il concorso "Lezioni di Costituzione" In occasione del concorso nazionale "Lezioni di Costituzione", i ragazzi di Radio Prof hanno intervistato il professor GianMario Demuro, docente ordinario di Diritto Costituzionale presso l'Università di Cagliari. L'incontro è stato l'occasione per riflettere sulle radici storiche della nostra democrazia e sulla necessità di mantenere vivo lo spirito repubblicano di fronte alle sfide della modernità. Radio Prof: la voce del Primo Levi di Quartu Radio Prof è la web radio scolastica dell'Istituto di Istruzione Superiore “Primo Levi” di Quartu Sant'Elena. Il progetto nasce come laboratorio didattico e comunicativo. Gli studenti ideano e producono contenuti audio, podcast e interviste. Sperimentano linguaggi diversi e sviluppano competenze digitali. La radio non è solo uno spazio tecnico. Rappresenta un luogo di partecipazione e confronto. La scuola dialoga con il territorio, coinvolge esperti e incontra le istituzioni. In questo modo rende il percorso di studi più vicino alla realtà sociale e più attento ai temi dell'attualità. Radio Prof rafforza il senso di cittadinanza attiva e stimola lo spirito critico degli studenti. Il contest “Lezioni di Costituzione” Il concorso “Lezioni di Costituzione” coinvolge le scuole di tutta Italia. Il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati promuovono l'iniziativa insieme al Ministero dell'Istruzione e del Merito. Il progetto invita le classi ad approfondire i principi e la storia della Costituzione italiana. Gli studenti analizzano i valori democratici e riflettono sulla loro attualità. Esaminano temi come la tutela dell'ambiente, i diritti digitali, la cooperazione internazionale e le autonomie locali. Il contest stimola una lettura concreta della Carta. I ragazzi collegano i principi costituzionali ai problemi del presente e propongono soluzioni consapevoli. Il compromesso costituzionale e la sfida degli algoritmi Il professor Demuro ha spiegato perché definisce la Costituzione “compromissoria”. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e il fascismo, forze politiche molto diverse cercarono un punto di incontro. Cattolici, liberali e comunisti trovarono un equilibrio comune. Quel compromesso non rappresenta una debolezza. Al contrario, garantisce la convivenza tra culture politiche differenti. Oggi però il contesto è cambiato. I social media e le tecnologie digitali amplificano le divisioni. Gli algoritmi privilegiano contenuti estremi e polarizzanti. Questo meccanismo rende più difficile costruire valori condivisi e difendere un sistema democratico plurale. Dal referendum all'Assemblea Costituente Il 2 giugno 1946 gli italiani scelsero tra Monarchia e Repubblica. Il referendum segnò l'atto di nascita della Repubblica. Per la prima volta votarono anche le donne. Quel passaggio rafforzò in modo decisivo la democrazia italiana. Nello stesso giorno i cittadini elessero l'Assemblea Costituente. I suoi membri ricevettero il compito di scrivere la nuova Carta. In aula sedevano personalità molto diverse tra loro. Monarchici, repubblicani e autonomisti discussero a lungo. Figure come Emilio Lussu contribuirono al confronto. L'Assemblea definì i limiti della sovranità popolare e stabilì che la legge ne regola l'esercizio. Un'Italia plurale: diritti, doveri e pace La Costituzione tutela i diritti fondamentali della persona. Riconosce valori che precedono lo Stato stesso. L'articolo 3 afferma il principio di uguaglianza. L'articolo 6 protegge le minoranze linguistiche. L'articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa. Il professor Demuro ha richiamato anche l'articolo 4. Il testo collega il lavoro al progresso della società e lo presenta come dovere civico. L'articolo 21 difende la libertà di espressione. Questo principio protegge il pluralismo e contrasta ogni deriva autoritaria. La Costituzione disegna così un'Italia aperta, solidale e orientata alla pace. Partecipazione politica e principio di insularità Il docente ha invitato gli studenti a partecipare attivamente alla vita pubblica. Ha ricordato l'articolo 54, che chiede disciplina e onore nell'esercizio delle funzioni pubbliche. Il voto rappresenta uno strumento essenziale, ma non basta. Una democrazia viva richiede impegno quotidiano, confronto e responsabilità. Demuro ha affrontato anche il tema dell'insularità, richiamando l'articolo 119. La norma riconosce gli svantaggi economici delle isole. Il professore ha sottolineato la necessità di portare questa battaglia anche in ambito europeo. Le istituzioni devono garantire equità nei trasporti e nei servizi. Solo così le comunità insulari possono competere ad armi pari. Verso gli 80 anni della Repubblica Nel 2026 la Repubblica italiana compirà ottant'anni. Il professor Demuro guarda a questa ricorrenza con fiducia e responsabilità. L'Italia ha costruito un solido sistema democratico, fondato su libertà e diritti. La Repubblica resta giovane nella storia europea. Tuttavia dimostra maturità istituzionale. Il futuro dipende dalla capacità dei cittadini di custodire lo spirito repubblicano. La Costituzione continua a offrire un quadro di regole condivise. Sta alle nuove generazioni mantenerlo vivo e renderlo attuale.

Intervista radiofonica che racconta una carriera multiforme tra teatro, voce e scena internazionale, identità sarde e spagnole, disciplina artistica, studio continuo, coraggio creativo, passione antica, ascolto, radio come resistenza culturale. Roberta Pasquinucci Cocco è la protagonista dell'incontro ai microfoni di Unica Radio. Il suo racconto scorre diretto, senza filtri. È una voce che porta con sé anni di palcoscenico, studio e scelte coraggiose. Nell' introduzione dell'intervista emerge subito una certezza: la vocazione artistica non nasce per caso, ma cresce con il tempo, come una radice che trova sempre nuova linfa. Roberta Pasquinucci e una vocazione che nasce presto Per Roberta Pasquinucci Cocco l'arte arriva prima delle definizioni. Prima ancora di scegliere un mezzo, c'è il desiderio. Da bambina chiedeva libri e abbonamenti a teatro. Non giocattoli. È un imprinting che parla chiaro. La recitazione arriva prima del doppiaggio e della radio, ma ogni linguaggio diventa parte di un percorso coerente. Il teatro resta la casa madre, il luogo dove gli strumenti si affinano davvero. Il teatro come spazio di verità Quando parla di palcoscenico, Roberta usa parole precise. Ore di prove. Repliche. Viaggi. Il teatro è disciplina e libertà insieme. È il mezzo in cui si sente più forte, perché l'esperienza conta. Qui l'attrice costruisce personaggi complessi, come Teti, una delle sfide più recenti. Un lavoro nato da un adattamento personale che restituisce voce a figure femminili rimaste ai margini del mito classico. La forza della voce tra radio e doppiaggio La radio arriva dopo, quasi in punta di piedi. Eppure diventa centrale. La voce è essenziale. Non c'è corpo che aiuti, non c'è mimica. C'è solo l'ascolto. Roberta racconta la radio come un mezzo antico e resistente, capace di creare immagini senza mostrarle. In un'epoca satura di stimoli, parlare a un solo senso diventa un atto potente. Per approfondire il mondo radiofonico che ospita l'intervista si può visitare unicaradio.it. Tra Italia e Spagna, un'identità plurale La Spagna non è una scelta strategica. È un incontro. Una borsa di studio apre la strada, poi arriva una seconda laurea e una vita divisa tra due paesi. Roberta Pasquinucci vive questa doppia anima come una ricchezza. Sardegna, Italia e mondo ispanico convivono. Anche nel lavoro. Traduzioni, adattamenti teatrali, spettacoli in lingua. Un dialogo continuo che rafforza lo sguardo artistico. Consigli a chi sogna questo mestiere Il consiglio è semplice, ma non facile. Divertirsi nella sfida. Accettare i no. Continuare a studiare. Roberta Pasquinucci parla di giudizi, di insicurezze, di disciplina. Invita a scegliere con cura i maestri. A rispettare il lavoro e i compagni di scena. La preparazione diventa un'armatura utile ovunque. L'intervista completa è disponibile anche su Spotify.it e Amazon Music.it, piattaforme che ampliano l'ascolto e il dialogo.

Un'intervista speciale a Unica Radio dove il conduttore diventa protagonista tra ricordi d'infanzia e nuovi progetti. In questa puntata speciale della rubrica Luca Lobina e il cinema in Sardegna sono al centro di una conversazione inedita. Benvenuti a un nuovo appuntamento di Ciak in Sardegna, la trasmissione di Unica Radio dedicata alla settima arte nell'Isola. Per l'occasione, la regia di Priamo Meloni si sposta eccezionalmente anche davanti al microfono: è lui infatti a condurre la puntata insieme a Marinella Frau, mentre l'abituale conduttore, Luca Lobina, siede oggi dall'altra parte del tavolo come ospite d'eccezione. Le radici di un sogno: dai temi di scuola alla prima cinepresa La passione di Luca Lobina per il racconto nasce tra i banchi di scuola elementare, dove la sua fantasia sbalordiva compagni e maestri con storie dettagliate e mondi immaginari. Il passaggio dalla carta alla pellicola avviene grazie a uno zio arrivato dall'Inghilterra con una cinepresa mastodontica, uno strumento che ha cambiato per sempre la sua prospettiva. Inizialmente affascinato dalla tecnica, Luca ha presto sentito il desiderio di stare davanti all'obiettivo, arrivando ad "addestrare" sua madre come cameraman personale per filmare documentari amatoriali e brevi storie dove coinvolgeva persino i suoi animali domestici. Questi primi esperimenti ludici, conservati in librerie piene di videocassette, hanno gettato le basi per quella che sarebbe diventata una carriera poliedrica. La formazione e il metodo della "cassettiera" Per Luca Lobina la formazione è indispensabile. Dopo le prime esperienze come comparsa, ha sentito la necessità di approfondire lo studio del personaggio, frequentando masterclass e l'Accademia Internazionale di Cinema a Roma. Il suo approccio al mestiere di attore è metodico: descrive la propria preparazione come una "enorme cassettiera" dove ogni tecnica studiata (dizione, lettura espressiva, movimento) viene riposta in un cassetto pronto per essere aperto solo quando il regista richiede una specifica performance. Questa versatilità gli ha permesso di affrontare ruoli complessi, come quello di un ludopatico nel cortometraggio Come quando fuori piove, un personaggio distante dalla sua realtà personale che ha richiesto un profondo lavoro di immedesimazione. Dietro la macchina da presa: L'Aquilegia Nuragica e il legame con l'Isola Oltre alla recitazione, Luca ha coltivato costantemente la scrittura e la regia, convinto che la Sardegna sia un vero e proprio "cinema all'aperto". Il prossimo 21 marzo uscirà nelle sale il suo nuovo lavoro da regista, L'Aquilegia Nuragica, un film che utilizza la metafora di una rarissima felce sarda in via d'estinzione per raccontare la scomparsa di usi, costumi e legami comunitari tipici della nostra terra. Nonostante le difficoltà legate alla carenza di fondi e strutture stabili in Sardegna, che costringono spesso i professionisti a continui viaggi verso Roma, Luca continua a credere nel potenziale delle maestranze e degli attori locali. Il tour promozionale del film partirà dal cinema Notorious di Cagliari, portando questa storia identitaria in tutto il territorio regionale. Un futuro tra set e microfoni Nonostante oggi si trovi nel ruolo di intervistato, Luca Lobina non nasconde che la sua soddisfazione totale deriva dal poter vivere il cinema a 360 gradi, che sia come sceneggiatore, regista o attore. Al termine di questa chiacchierata speciale, Priamo Meloni e Marinella Frau hanno dato appuntamento agli ascoltatori per le prossime tappe della rubrica, con la promessa di ritrovare Luca presto, magari per approfondire i dettagli del tour cinematografico appena iniziato.

Un percorso tra palcoscenico, studio e insegnamento racconta come l'opera possa ancora parlare al presente, tra disciplina vocale, esperienza corale e una visione contemporanea della formazione artistica Laura Delogu incarna un'idea di canto lirico che supera l'immagine statica dell'opera e la restituisce come esperienza teatrale viva, fatta di studio, corpo, emozione e racconto. Il suo percorso attraversa formazione accademica, palcoscenico e didattica, mantenendo al centro una visione umana e concreta del lavoro artistico. Formazione e consapevolezza stilistica Dopo il diploma in Conservatorio, Laura Delogu ha consolidato la propria identità artistica attraverso l'Accademia Verdiana, corso di avvio alla carriera per giovani cantanti lirici promosso dal Teatro Regio di Parma. Un'esperienza intensa, selettiva e strutturata, che ha unito perfezionamento tecnico e pratica scenica. Il lavoro sul repertorio verdiano ha rafforzato una consapevolezza filologica fondamentale, permettendo di interpretare la musica nel rispetto del contesto storico e delle intenzioni compositive. Questa attenzione allo stile diventa, sul palco, sicurezza interpretativa e precisione narrativa. Opera come teatro totale Nel percorso di Laura Delogu, l'opera non è mai solo canto. È teatro, costruzione del personaggio, analisi del libretto e immersione emotiva. Ogni ruolo richiede uno studio minuzioso che coinvolge musica, parola e gesto scenico. Cambiare registro e adattarsi a linguaggi diversi non è un esercizio di versatilità fine a sé stesso, ma una necessità drammaturgica. L'opera diventa così un “film interiore” che prende forma attraverso la voce e il corpo, sempre in dialogo con la regia e l'ensemble. Il lavoro corale e la dimensione collettiva Accanto all'attività solistica, Laura Delogu ha maturato una lunga esperienza come corista in svariate stagioni liriche. Il coro, spesso percepito come un blocco unico, è in realtà un organismo complesso che richiede ascolto costante, rispetto reciproco e disciplina. Qui si impara il valore del lavoro di squadra e della responsabilità individuale all'interno di un progetto collettivo. Competenze che restano centrali anche nel lavoro solistico, perché l'opera è sempre un'arte condivisa. Dal palcoscenico all'insegnamento L'attività didattica rappresenta per Laura Delogu una naturale estensione del percorso artistico. Insegnare canto significa trasmettere tecnica, ma anche consapevolezza corporea e benessere mentale. Il canto coinvolge l'intero corpo e richiede equilibrio fisico ed emotivo. La lezione diventa uno spazio serio ma non giudicante, dove l'errore è parte del processo e la crescita nasce dalla fiducia. L'obiettivo non è promettere scorciatoie, ma costruire basi solide attraverso lavoro personale e costanza. Opera e presente: un dialogo possibile L'idea che l'opera sia distante dal presente viene spesso smentita dalla sua stessa materia narrativa. Le storie liriche parlano di passioni, conflitti e desideri archetipici, gli stessi che animano cinema e serie contemporanee. Per Laura il nodo non è l'attualità dell'opera, ma l'educazione all'ascolto. Avvicinarsi gradualmente, partendo dai titoli più noti come Turandot di Puccini, aiuta a riconoscere temi e motivi familiari. Una vocazione costruita nel tempo Il percorso di Laura Delogu dimostra come la vocazione artistica possa maturare anche fuori dai tempi canonici. La scelta di dedicarsi pienamente al canto è arrivata dopo altre strade, ma non per questo è stata meno radicale. Tra sacrifici, studio e palco, l'opera resta un luogo di trasformazione, capace di donare emozioni autentiche a chi ascolta. Un'arte viva, che continua a parlare al presente.

Oggi su Unica Radio abbiamo avuto il piacere di parlare con Yasmina, una docente, linguista e divulgatrice informale e senza peli sulla lingua Da insegnante di Lettere e Linguistica a divulgatrice Yasmina, laureata in Lettere classiche e specializzata in Linguistica Storica e Filologia italiana, ci spiega che ha aperto il suo canale Youtube nel 2020 per insegnare privatamente. Aggiunge che però in seguito il canale è cresciuto e così si è ritrovata anche a definirsi divulgatrice. Antisessismo: in cosa differisce dal femminismo L'antisessismo, come chiarisce Yasmina, è un modo di guardare la società e i sessi in un modo totalmente egualitario. Dunque il focus non sono le donne o gli uomini, ma entrambi. Secondo quest'ottica i problemi di ambedue i sessi vengono riconosciuti e guardati nel loro complesso e non come due cose separate. Rispetto al femminismo moderno non si cerca un'opposizione con gli uomini ma una collaborazione. Le responsabilità del femminismo attuale La professoressa ci spiega che nell'ambito del linguaggio si vogliano propagandare delle teorie antiscientifiche tra cui il linguaggio inclusivo, come se fossero una risposta definitiva e certa. Ci dice anche che in questo modo si sposta l'attenzione a livello pubblico su questioni che sono irrilevanti, anzi che affrontare i reali rapporti e problematiche tra i sessi. Un altro problema che Yasmina rileva nel femminismo moderno è la lotta che si fa contro l'uomo, identificato spesso come responsabile in quanto uomo delle violenze e delle vessazioni che la donna subisce. Schwa: una soluzione senza problema Proprio su questo argomento Yasmina ha pubblicato, nel 2022, un saggio intitolato "Schwa, una soluzione senza problema". Il fulcro del libro, ci spiega, è fare un debunking sulle proposte, appunto, del linguaggio inclusivo, in particolare lo schwa. Si tratta di un saggio scientifico di linguistica storica e anche sincronica in cui chiarisce tutte le ragioni per cui lo schwa non ha senso e queste teorie sono antiscientifiche e irrealizzabili, L'obiettivo? Fare un discorso tecnico e non ideologico. Alcune dritte e libri consigliati dal punto di vista di una prof. di Lettere Yasmina ci dice che consiglierebbe ai giovani scrittori innanzitutto di partire dai grandi classici e non solo italiani, con traduzioni non troppo recenti in quanto sono, dal suo punto di vista, caratterizzate da una semplificazione lessicale e sintattica. Inoltre la docente e linguista ritiene che sia necessario cimentarsi molto nella pratica, mentre non si definisce particolarmente convinta dai vari corsi di scrittura. Ritiene infine che la scrittura sia un'arte e che ci debba essere anche una certa attitudine innata. Per quanto riguarda i libri raccomandati, la professoressa cita una guida teorica intitolata: "Come non scrivere" di Claudio Giunta; per il resto, consiglierebbe di spaziare tra i libri e autori di narrativa, farsi una solida base del romanzo ottocentesco per poi virare verso il '900.

Dal progetto Formed alla mobilità per dottorandi e specializzandi, Simona Deidda lavora per rendere l'Erasmus a UniCA un'esperienza inclusiva, formativa e culturalmente integrata Simona Deidda è una delle figure che contribuiscono in modo concreto all'inclusione degli studenti internazionali all'Università degli Studi di Cagliari. Simona Deidda lavora all'interno dell'ufficio ISMOKA e si occupa del progetto Formed, oltre a seguire percorsi di mobilità internazionale dedicati a studenti, dottorandi e specializzandi. Il suo ruolo si colloca nel cuore dell'Erasmus come esperienza non solo accademica, ma anche umana e culturale. Il progetto Formed e l'inclusione internazionale Formed è un progetto pensato per favorire l'accoglienza e l'integrazione di studenti provenienti da contesti extra-europei, in particolare dall'area del Mediterraneo. Attraverso attività di supporto linguistico, culturale e amministrativo, il progetto aiuta gli studenti a orientarsi nel sistema universitario italiano. Simona Deidda segue da vicino questi percorsi, rendendo l'esperienza Erasmus più accessibile e meno frammentata. Un lavoro che va oltre la burocrazia Occuparsi di Formed significa accompagnare le persone, non solo gestire pratiche. Il lavoro quotidiano comprende ascolto, mediazione culturale e supporto personalizzato. Gli studenti internazionali affrontano spesso difficoltà legate alla lingua, alle differenze accademiche e alla vita quotidiana. In questo contesto, la presenza di una figura di riferimento come Simona Deidda diventa fondamentale per costruire fiducia e continuità. Mobilità per dottorandi e specializzandi Oltre a Formed, Simona Deidda segue anche la mobilità internazionale di dottorandi e specializzandi. Si tratta di percorsi diversi rispetto alla mobilità degli studenti triennali o magistrali, perché richiedono maggiore flessibilità e un coordinamento più mirato. Queste esperienze permettono di rafforzare la ricerca e la formazione avanzata, favorendo scambi accademici di alto livello. Integrazione culturale e crescita personale L'internazionalizzazione non si esaurisce nelle aule universitarie. Favorire l'incontro tra studenti internazionali e comunità locale significa creare un ambiente più aperto e dinamico. Attraverso iniziative di orientamento e momenti di confronto, il lavoro di Simona Deidda contribuisce a costruire un'università capace di valorizzare le differenze culturali come risorsa. Le sfide dell'internazionalizzazione Gestire progetti complessi come Formed richiede attenzione costante. Le sfide riguardano la comunicazione interculturale, l'adattamento ai cambiamenti dei programmi Erasmus e la necessità di rispondere a bisogni sempre diversi. In questo scenario, il ruolo di Simona Deidda si inserisce come punto di equilibrio tra struttura istituzionale e dimensione umana. Uno sguardo al futuro della mobilità inclusiva L'università del futuro sarà sempre più internazionale e inclusiva. Progetti come Formed rappresentano un modello di accoglienza che guarda avanti, mettendo al centro le persone. Il lavoro svolto da Simona Deidda rafforza il ruolo di UniCA come ateneo capace di offrire opportunità concrete, valorizzando la mobilità Erasmus non solo come scambio accademico, ma come esperienza di crescita condivisa.

Matteo Meloni ha presentato il suo saggio "Geopolitica delle Nazioni Unite" agli studenti dell'Università di Cagliari: oggi ripercorre le tappe della sua formazione e ci spiega l'importanza di uno sguardo ampio sulla scena internazionale Matteo Meloni è tornato il 5 febbraio 2026 all'Università, non da studente, ma da esperto di geopolitica. Su invito del dipartimento di Scienze Politiche, infatti, il giornalista ha presentato, nell'ambito del quinto incontro di "Letture e Riflessioni", il suo saggio "Geopolitica delle Nazioni Unite". Uno scritto che mette a nudo una realtà che può sembrare scontata, ma che non bisogna perdere di vista. Il mondo infatti, come ben sappiamo, sta attraversando una graduale ma inesorabile transizione, che Meloni cerca di analizzare secondo una logica multipolare. Un mondo senza centro e sempre più governato dalla logica del denaro e della guerra. La formazione e le prime esperienze Matteo Meloni era studente della stessa facoltà il cui dipartimento ha reso possibile la presentazione, ovvero Scienze Politiche, all'Università di Cagliari. Ha poi proseguito con Relazioni Internazionali, concludendo tuttavia la formazione a Milano, allo IULM, dove ha conseguito un Master nel medesimo campo. Ma era solo l'inizio: ha quindi preso il treno giusto, che lo ha portato a lavorare alle Nazioni Unite, alla 70esima Assemblea generale, potendo quindi toccare con mano ciò che sarebbe stato l'oggetto della sua pubblicazione. Ha inoltre lavorato come addetto stampa per la Farnesina, consolidando le sue competenze in materia di geopolitica e facendosi strada anche nell'ambito della stampa. Grazie a questo percorso, è diventato quindi giornalista pubblicista e ha potuto continuare il suo percorso in maniera autonoma. Matteo Meloni oggi: Toc Toc Sardegna, Special Eurasia e pubblicazione Oggi Meloni si divide fra una testata specializzata in geopolitica come Special Eurasia, in lingua inglese, e la locale Toc Toc Sardegna, formata esclusivamente da giornalisti sardi. E' molto attivo nei social network, dove lavora sodo per diffondere informazioni spesso oscurate a causa della censura di Meta, oppure ignorate dai mass media. Molto impegnato per la difesa della causa palestinese, in passato ha anche sensibilizzato in materia di guerra in Sudan, della contesa irrisolta fra Marocco e West Sahara e di molte altre questioni che, peraltro, tratta nel dettaglio in "Geopolitica delle Nazioni Unite". Nel suo prossimo lavoro, si propone di scrivere sulla situazione negli Stati Uniti, fra polarizzazione e disastri della presidenza Trump.

Un evento tra racconto storico, musica dal vivo e beneficenza accende la Marina di Cagliari: Claudia Caredda, Michela Mura e giovani pianisti guidano il pubblico tra memoria e solidarietà concreta. Nei giorni scorsi, la Marina di Cagliari ha ospitato “Quartiere di Santi, Poveri e Navigatori”, un evento che ha combinato storia, musica e beneficenza. L'iniziativa è stata promossa da Trip Sardinia e organizzata insieme alle suore vincenziane dell'Asilo della Marina. È avvenuta in occasione delle celebrazioni dedicate alla beata suor Giuseppina Nicoli. L'intero ricavato è stato devoluto all'acquisto di beni di prima necessità destinati alle popolazioni colpite dalla guerra. Stand-up history e musica dal vivo La serata ha unito la formula della stand-up history, ideata da Claudia Caredda, con un concerto per pianoforte coordinato dalla professoressa Michela Mura. Questo approccio ha permesso di raccontare la storia della Marina in modo diretto e coinvolgente. Il pubblico ha potuto seguire un percorso storico completo, che mostrava le condizioni di vita del quartiere, le sue trasformazioni e le figure importanti che hanno segnato la sua storia. La musica ha accompagnato ogni fase della narrazione, creando un legame emotivo e rafforzando la comprensione dei contenuti. La Marina: tra memoria storica e realtà sociale La Marina è un quartiere dalla doppia anima, popolare e sacra. Nei secoli si sono alternate storie di ricchezza e povertà, di santi e di indigenti. L'evento ha messo in luce come la memoria storica possa dialogare con il presente. Ha permesso di riflettere sulle difficoltà del passato e di confrontarle con le sfide sociali attuali. Trip Sardinia e il turismo culturale Trip Sardinia nasce 18 anni fa con l'obiettivo di creare un ponte tra cultura e turismo. Claudia Caredda spiega che il progetto offre esperienze immersive per far conoscere il territorio e valorizzare il patrimonio locale. Tra le attività più innovative c'è il trekking urbano, percorsi a piedi che permettono di scoprire scorci nascosti della città e storie poco conosciute. Questo approccio rende la visita partecipativa e diretta, lontana dal turismo frettoloso. Progetti futuri e inclusione Trip Sardinia sta sviluppando iniziative di turismo accessibile e inclusivo. Le attività sono pensate anche per persone cieche o ipovedenti. L'obiettivo è creare esperienze condivise che favoriscano la socializzazione e rendano la cultura accessibile a tutti. L'evento “Quartiere di Santi, Poveri e Navigatori” ha così combinato racconto storico, musica dal vivo e solidarietà. Ha dimostrato come la cultura possa diventare uno strumento di inclusione, riflessione e connessione tra comunità e territorio.

Dall'accoglienza degli studenti Erasmus ai progetti di integrazione culturale, Lorenzo Pirinu lavora per rendere l'Università di Cagliari un punto di riferimento per la mobilità internazionale in entrata Lorenzo Pirinu è una figura chiave per l'accoglienza degli studenti internazionali che scelgono Cagliari come destinazione Erasmus. Lorenzo Pirinu lavora presso l'ufficio ISMOKA dell'Università degli Studi di Cagliari e si occupa dell'Incoming Erasmus, ovvero della gestione e del supporto degli studenti stranieri in arrivo. Il suo ruolo contribuisce in modo diretto a costruire l'immagine di UniCA come ateneo aperto, inclusivo e internazionale. Accogliere studenti da tutto il mondo Gestire l'Incoming Erasmus significa occuparsi di molto più della semplice burocrazia. Lorenzo Pirinu segue gli studenti fin dal primo contatto, supportandoli nelle procedure di iscrizione, nei learning agreement e nell'orientamento iniziale. Questo lavoro è fondamentale per garantire un ingresso sereno nel sistema universitario italiano e per ridurre le difficoltà legate a lingua, regole accademiche e organizzazione della vita quotidiana. L'importanza dell'accoglienza nell'esperienza Erasmus L'accoglienza rappresenta uno degli aspetti più delicati della mobilità internazionale. Uno studente che si sente supportato sin dall'arrivo vive l'esperienza Erasmus in modo più positivo e produttivo. Attraverso il lavoro di Lorenzo Pirinu e dell'ufficio ISMOKA, UniCA offre un punto di riferimento stabile, capace di accompagnare gli studenti incoming non solo nei primi giorni, ma durante tutto il loro percorso accademico. Integrazione culturale e vita universitaria Oltre agli aspetti amministrativi, l'Incoming Erasmus si concentra sull'integrazione culturale. Favorire l'incontro tra studenti internazionali e comunità locale è essenziale per rendere l'esperienza completa. Attività di orientamento, momenti informativi e collaborazioni con altre realtà universitarie aiutano gli studenti a sentirsi parte della vita del campus e della città di Cagliari. Le sfide della mobilità in entrata Accogliere studenti da Paesi e sistemi universitari diversi comporta sfide continue. Differenze culturali, aspettative accademiche e difficoltà linguistiche sono elementi che richiedono attenzione costante. Il lavoro di Lorenzo Pirinu si inserisce proprio in questo contesto, cercando soluzioni pratiche e flessibili per rispondere alle esigenze di una popolazione studentesca sempre più internazionale. L'impatto sull'ateneo e sul territorio La presenza di studenti Erasmus incoming arricchisce l'università e il territorio. Le aule diventano spazi multiculturali, mentre la città beneficia di uno scambio continuo di idee e prospettive. Attraverso una gestione attenta dell'Incoming, UniCA rafforza il proprio ruolo nel panorama universitario europeo e rende Cagliari una destinazione attrattiva per la mobilità internazionale. Uno sguardo al futuro dell'Incoming Erasmus La mobilità in entrata è destinata a crescere e a trasformarsi. Digitalizzazione dei servizi, maggiore attenzione all'inclusione e nuove collaborazioni internazionali sono temi sempre più centrali. In questo scenario, il lavoro di Lorenzo Pirinu contribuisce a costruire un modello di accoglienza moderno, efficace e umano, capace di rispondere alle sfide future dell'internazionalizzazione universitaria.

Andrea ci racconta i suoi progetti riguardanti il carnevale a Cagliari nel 2026, tra archivi storici e tradizione tradotti in musica Un progetto che nasce nel 2018 Il progetto, ci dice Andrea, ha avuto origine nel 2018 con un documentario chiamato "Ceneri e tamburi", che raccontava il carnevale di Cagliari nel '900. Diversi i gruppi che all'epoca hanno provato a ridare vita a questa tradizione: Sa Ratantira Casteddaia, il gruppo della Marina, il gruppo di villaggio pescatori e altri collaboratori. Diverse le attività svolte in tale occasione, tra cui delle letture tratte dalla storia della letteratura sarda. Il documentario fu pubblicato a febbraio, proprio nel periodo carnevalesco, e parla di un processo di rinascita, argomento che verrà riproposto anche quest'anno. La riproiezione all'Asilo Marina Mercoledì 11 febbraio, presso l 'Asilo Marina, la cappella in via Baylle, Andrea e i suoi collaboratori daranno vita a una serata di racconto dove proietteranno svariati video storici del carnevale cagliaritano tratti dagli archivi di Sergio Orani, collezionista di foto e video della città di Cagliari. Inoltre verrà proiettato nuovamente il documentario "Ceneri, tamburi e fuochi", anche per rifocalizzare l'attenzione su chi sono i protagonisti che hanno ridato vita a questa tradizione cittadina. Canciofali: un capro espiatorio che rappresenta il male Con la collaborazione delle Lucido Sottile, Andrea sta lavorando a una bozza del "Processo a Canciofali", un equivalente di Re Giorgio che rappresenta tutti i mali. Uno spunto tra una risata e una riflessione più profonda all' interno dei temi più radicali del carnevale, ovvero l 'eliminazione del male e il rito per la propizazione del bene. Lavoro ibrido: sia scelta che necessità Andrea ci dice che la loro è una scelta artistica in quanto tutta la loro vocazione narrativa, culturale, artistica è sempre multidisciplinare. Una necessità perché in un progetto che guarda al passato ma con un occhio verso il futuro la creatività è fondamentale, così come la musica e il coinvolgimento mentale, emotivo e sensoriale. Che tipo di esperienza ci si può aspettare dall'11 febbraio Arte, divulgazione, partecipazione, un momento di raccoglimento comunitario, di scambio e di riflessione. Un'esperienza multisensoriale e conoscitiva che faremmo bene a non perderci!

Ospite di Unica Radio, Alberto Marci racconta una ricerca artistica fatta di stampa, segni e variazioni, dove il processo creativo diventa racconto aperto e l'errore una risorsa espressiva Alberto Marci è stato ospite di Unica Radio per raccontare una ricerca artistica che si muove costantemente nel divenire. Il suo lavoro non cerca un punto di arrivo definitivo, ma esplora il processo come spazio di trasformazione continua. Alberto Marci indaga il segno, la stampa e la narrazione visiva come strumenti aperti, capaci di cambiare forma nel tempo e nel dialogo con chi guarda. Alberto Marci e il valore del processo Al centro della pratica di Alberto Marci c'è la tecnica della stampa, intesa non come riproduzione ma come generazione di possibilità. Le immagini vengono pensate come matrici, simili a timbri, che permettono variazioni continue. Questo approccio avvicina il suo lavoro alla composizione musicale, dove il tema si modula e si rimodula attraverso pause, sovrapposizioni e cambi di tono. Il risultato non è mai un'opera chiusa, ma un organismo in evoluzione. La formazione e la scoperta della stampa La formazione di Alberto Marci parte da un percorso artistico classico, con una forte base pittorica. Proprio la pittura, però, gli imponeva ritmi troppo rapidi e una tensione costante verso il compimento. L'incontro con la grafica d'arte e le esperienze maturate all'Accademia di Belle Arti di Firenze e in ambito laboratoriale hanno introdotto una scansione diversa del tempo. La stampa impone fasi, attese e riflessioni, trasformando il gesto artistico in un processo più consapevole, simile a una pratica artigianale. Segni, simboli e narrazione personale Nel lavoro di Alberto Marci compaiono segni ricorrenti, utilizzati da anni e arricchiti nel tempo da nuove scoperte. Questi elementi hanno un valore simbolico preciso, che consente all'artista di mantenere una coerenza narrativa. Il racconto resta in parte privato, ma si apre allo sguardo del pubblico, che è libero di interpretare e appropriarsi delle immagini secondo la propria sensibilità. Incontri e influenze decisive Un passaggio fondamentale nella crescita di Alberto Marci è stato l'incontro con Oscar Manesi, artista ed editore argentino. Questo confronto ha rappresentato il primo vero contatto con il mondo dell'arte adulta e con una visione libera dell'editoria artistica. Da qui nasce la consapevolezza che l'espressione visiva può essere uno spazio di autonomia totale, svincolato da modelli rigidi e aspettative esterne. Collaborazioni e perdita di autorialità Negli ultimi anni, Alberto Marci ha sviluppato numerosi progetti collettivi, come PA223, insieme ad altri artisti. La collaborazione viene vissuta come una perdita necessaria di autorialità, capace di generare nuovi mondi espressivi. Il confronto a più mani diventa un arricchimento reciproco, un ping-pong creativo che apre prospettive inattese e mette in discussione pratiche consolidate. Errore e imprevisto come risorsa Un ruolo centrale nella pratica di Alberto Marci è occupato dall'errore. L'imprevisto, soprattutto in tecniche rigorose come la stampa, diventa un segnale di cambiamento. Accettare ciò che non funziona e incorporarlo nel lavoro permette di superare la stagnazione e trasformare il problema in opportunità visiva. Una sfida che l'artista accoglie con curiosità e piacere. Un'arte che suggerisce domande Le opere di Alberto Marci non offrono risposte definitive. Preferiscono suggerire, evocare e stimolare interrogativi. L'artista rifiuta l'idea di verità assolute, affidando alle immagini il compito di attivare il vissuto di chi osserva. Le interviste complete e altri contenuti culturali sono disponibili su https://www.unicaradio.it e sulle principali piattaforme audio come https://open.spotify.com e https://music.amazon.it.

Marco Lutzu, professore associato di etnomusicologia all'Università di Cagliari, racconta ai nostri microfoni il convegno "New Perspectives in Audiovisual Ethnomusicology: Between Archives and New Technologies" Marco Lutzu è il protagonista di questa intervista dedicata a una disciplina che oggi vive una fase di profonda trasformazione. Docente di etnomusicologia all'Università di Cagliari, Lutzu è anche l'organizzatore del convegno internazionale New Perspectives in Audiovisual Ethnomusicology: Between Archives and New Technologies, ospitato in Sardegna e raccontato ai microfoni di Unica Radio. Fin dall'introduzione emerge una visione chiara: l'etnomusicologia audiovisiva non è un semplice sottogenere del documentario musicale, ma un campo di ricerca ampio, trasversale e in continua evoluzione. Marco Lutzu e una definizione più ampia di etnomusicologia audiovisiva Per il professor Lutzu, ridurre l'etnomusicologia audiovisiva alla sola produzione di documentari è un errore diffuso. Gli strumenti audiovisivi, spiega, possono accompagnare tutte le fasi della ricerca: dalla raccolta dei dati sul campo all'analisi dei materiali, fino alla restituzione dei risultati. Questo approccio riflette la natura stessa dell'etnomusicologia, che studia musiche vive, legate alla tradizione orale e ai contesti sociali, lontane dalla dimensione puramente scritta delle partiture. Non è un caso che la registrazione sonora e visiva sia diventata centrale già nel Novecento, assumendo oggi un ruolo ancora più decisivo grazie al digitale. Archivi, restituzione e rapporto con i musicisti Uno dei temi chiave del convegno riguarda il rapporto tra archivi storici e nuove tecnologie. L'audiovisivo non serve solo a conservare, ma anche a restituire. Un musicista tradizionale può non leggere un articolo accademico, ma riconoscersi in un video, condividerlo e riportarlo nella propria comunità. In questo senso, l'etnomusicologia audiovisiva diventa uno strumento di dialogo e non solo di studio. Un approccio che trova spazio anche nelle pratiche di archiviazione digitale, oggi sempre più accessibili e condivisibili, come dimostrano i progetti sviluppati in ambito universitario e culturale. La Sardegna come laboratorio internazionale All'interno del convegno, la Sardegna occupa una posizione centrale. Lutzu la definisce un vero laboratorio per l'etnomusicologia audiovisiva, grazie a tradizioni come il canto a tenore e le launeddas. Accanto a relatori provenienti da Stati Uniti, Brasile e Cina, una tavola rotonda ha acceso i riflettori sulla produzione audiovisiva isolana. È emersa una forte tradizione documentaristica, spesso legata alla musica, che conferma il ruolo dell'isola come spazio fertile di sperimentazione e ricerca. Un patrimonio che dialoga con il presente e guarda al futuro. Tecnologie digitali e formazione delle nuove generazioni All'interno di queste nuove prospettive, trovano spazio anche le tecnologie applicate alla ricerca. Registratori digitali affidabili, telecamere ad alta risoluzione, laboratori universitari attrezzati. Ma anche strumenti più avanzati, come la laringoscopia per lo studio delle corde vocali nel canto a tenore o il motion capture per analizzare i movimenti dei musicisti. Queste pratiche si riflettono nella didattica, soprattutto nel corso di laurea magistrale in Produzione multimediale dell'Università di Cagliari, dove Lutzu insegna. Qui gli studenti imparano a girare, montare e pensare l'audiovisivo come parte integrante della ricerca etnomusicologica, aprendo nuove prospettive tra archivi, scienza e sperimentazione artistica.

L'associazione che si è formata a Torino ma ha radici a Cagliari ci racconta di sé Chiara De Giorgio, Valeria Tutino e Laura Cocco: sono loro le tre super donne che hanno fondato la cooperativa Sottofondo. Ma perché si chiama così? Di cosa si occupa esattamente? E perché è importante? Potrete direttamente ascoltare tutto ciò nel portale unicaradio.it, su Spotify o su Amazon Music. Perché il nome Sottofondo Le due fondatrici ci spiegano che questo nome è stato scelto perché il loro lavoro "non si vede", nonostante l'enorme utilità che ricopre nei confronti della comunità. Che cosa significa rendere un prodotto audiovisivo e perché è utile a tutti Chiara e Laura ci dicono che rendere un prodotto audiovisivo accessibile significa eliminare tutte le barriere sensoriali che impediscono a una parte del pubblico di comprenderlo pienamente e ci si riferisce principalmente alla creazione di sottotitoli e audiodescrizioni. Per audiodescrizioni si intendono delle traduzioni di immagini in cui non sono presenti dei dialoghi, dall'inizio del film o del video, cercando di non coprire tutti i rumori che fanno parte della scena e vengono inoltre introdotti i nomi dei personaggi. Questi servizi si rivolgono principalmente a persone cieche, sorde o ipovedenti ma rappresentano una comodità per tutti, ad esempio quando si guarda un film in un ambiente rumoroso. Come si struttura il lavoro Chiara e Laura ci raccontano che avviene in tre fasi: prima il prodotto viene visionato da parte dell'audiodescrittore e la stesura del copione, poi c'è la lettura del testo da parte di uno speaker professionista o in altri casi tramite una voce sintetica e infine c'è il messaggio finale. Cosa dice la legge Dall'anno scorso è entrato in vigore l'Accessibility act a livello europeo che rende ogni servizi obbligatori. Questa direttiva ha come obiettivo l'accessibilità universale e la definizione degli standard di accessibilità. Seminari per sensibilizzare La cooperativa sottofondo si occupa anche di seminari informativi, live e da remoto, perché ritiene che la formazione sia importante per rendere la cultura più inclusiva e accessibile a tutti. Come richiedere un servizio È possibile richiedere un servizio direttamente dal sito online della cooperativa, su Linkedin o su Instagram.

La direttrice artistica Elena Pau racconta a UniCa Radio l'identità dell'ottava edizione del Teatro da Camera, tra luoghi non convenzionali, memoria storica, centralità dell'attore e nuovi dialoghi con il presente. Teatro da Camera torna protagonista a Cagliari con un cartellone che attraversa stagioni, luoghi e memorie. Nell'intervista rilasciata ai microfoni di UniCa Radio, Elena Pau, direttrice artistica della compagnia La Fabbrica Illuminata, ha raccontato il senso profondo dell'ottava edizione della rassegna, in programma dal 25 gennaio al 26 luglio. Un percorso teatrale tra luoghi e stagioni Teatro da Camera si sviluppa come un itinerario culturale che abita spazi diversi della città. Palazzo Siotto, gli scavi archeologici di Sant'Eulalia e la dimora storica di Villa Asquer non sono semplici contenitori, ma diventano parte attiva della drammaturgia. Secondo la direttrice artistica, la scelta dei luoghi restituisce la cornice scenografica naturale degli spettacoli, creando un dialogo diretto tra testo, interprete e spazio. L'identità intima del Teatro da Camera Nato nel 2019, Teatro da Camera mantiene una cifra precisa: dimensioni raccolte e rapporto ravvicinato con il pubblico. Gli allestimenti sono essenziali, privi di scenografie tradizionali. La centralità è affidata all'attore e alla parola. Molti testi sono contemporanei, spesso originali o adattati appositamente per i contesti che li ospitano. Una scelta che rafforza l'idea di un teatro vivo, pensato per l'ascolto e la prossimità. La memoria come atto teatrale Uno dei fili conduttori più forti della rassegna è il segmento “La storia non si cancella”. Un progetto che, da otto anni, trova spazio nel periodo invernale e primaverile. L'edizione 2026 si è aperta in occasione del Giorno della Memoria con “Al di là del muro”, tratto dal diario di Aldo Carpi. Elena Pau sottolinea l'importanza di raccontare la tragedia storica attraverso uno sguardo umano, capace di restituire complessità, affetto e profondità emotiva. Figure femminili e mito nel presente Tra le nuove produzioni, Teatro da Camera mette al centro figure femminili spesso marginalizzate o fraintese. Medea, riletta in chiave contemporanea, e la protagonista di “Seguitemi”, testo originale di Sonia Orfalian, diventano simboli di esilio, fragilità e resistenza. Per la direttrice artistica, il mito resta un archetipo universale, capace di parlare al presente senza bisogno di forzature. Spettatori dentro la scena Negli spettacoli ospitati agli scavi di Sant'Eulalia, il pubblico non resta fermo. Si muove, segue l'attrice, attraversa gli spazi. Teatro da Camera diventa esperienza immersiva, una “bolla” in cui drammaturgia, luogo e spettatore convivono. Un modo diverso di vivere il teatro, che rafforza il senso di appartenenza e di partecipazione. Un pubblico eterogeneo, tra curiosità e scoperta Nel corso degli anni, Teatro da Camera ha incontrato un pubblico prevalentemente adulto, ma non mancano segnali di apertura verso fasce più giovani. Gli spazi archeologici attirano passanti e curiosi, mentre la dimensione intima della saletta della Fabbrica Illuminata affascina anche chi è in città solo per pochi giorni. L'estate, con spettacoli che intrecciano parola e musica, amplia ulteriormente il dialogo con nuovi spettatori. L'attore al centro di tutto Se dovesse riassumere otto anni di lavoro in una parola, Elena Pau non ha dubbi: attore. Teatro da Camera è, prima di tutto, l'arte dell'attore. È sul palco che si concentra lo studio, la fatica e la responsabilità di restituire senso al testo. E ciò che la direttrice artistica spera resti allo spettatore è una riflessione, qualcosa da portare con sé anche dopo il ritorno a casa.

Dal graphic design ai social media, Matteo Mameli racconta come nasce Mmemo e perché strategia, chiarezza e autenticità sono oggi decisive per professionisti e piccole imprese. Matteo Mameli e la nascita di Mmemo Matteo Mameli è content manager, graphic designer e fondatore di Mmemo, progetto di comunicazione e marketing che affianca professionisti e piccole imprese nella gestione dei social. Ai microfoni di Unica Radio, Matteo Mameli racconta come l'idea di creare qualcosa di proprio fosse presente fin dagli anni del liceo, quando studiava graphic design e immaginava un futuro imprenditoriale. Laureato nel 2021 alla NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano in Graphic Design & Art Direction, con una specializzazione in Visual Design, la grafica si è intrecciata allo studio della comunicazione digitale, fino a trasformarsi in un progetto più ampio: un'attività capace di unire strategia, contenuti e identità. Fare esperienza dietro le quinte Prima di Mmemo, Matteo Mameli ha lavorato a lungo “dietro le quinte” come graphic designer e content manager. Una fase che lui stesso definisce fondamentale per “farsi le ossa”. È stato il periodo dei tentativi, degli errori e delle sperimentazioni. Proprio da questa esperienza nasce una consapevolezza centrale nel suo lavoro: senza strategia, la comunicazione non arriva. Studiare il pubblico, capire cosa funziona e cosa no, diventa il primo passo per costruire messaggi efficaci e coerenti. Capire chi si ha davanti Quando inizia una collaborazione, Matteo Mameli parte sempre dalla conoscenza profonda del cliente. Capire chi è, cosa vuole comunicare e quali obiettivi ha è essenziale. Molti professionisti sanno già cosa vogliono dire, ma hanno bisogno di affinare il messaggio. Altri, invece, non hanno ancora una direzione chiara. In entrambi i casi, il lavoro di Mmemo diventa quello di affiancare, analizzare e valorizzare le caratteristiche uniche di ogni persona. Per Mameli, la comunicazione funziona solo se riesce a raccontare davvero chi c'è dietro un'attività. Gli errori più comuni sui social Secondo Matteo Mameli, uno degli errori più frequenti sui social è la mancanza di chiarezza. Entrare in una pagina e non capire chi comunica e perché rappresenta un limite enorme. L'altro grande problema è una comunicazione troppo costruita, che appare artificiale e poco credibile. Quando il messaggio sembra falso, l'utente se ne accorge immediatamente. A fare la differenza, invece, sono due elementi chiave: chiarezza e autenticità. Autenticità contro trend Seguire le mode del momento senza che rispecchino davvero la persona è uno degli scogli principali. Matteo Mameli spiega che costruire una comunicazione efficace significa conoscersi a fondo: individuare punti di forza, limiti, pubblico di riferimento e anche chi non si vuole raggiungere. Solo così è possibile creare una presenza online coerente e riconoscibile, senza rincorrere trend vuoti. Radio e social: due linguaggi, una base comune Radio e social media richiedono approcci diversi, ma condividono lo stesso obiettivo: conquistare l'attenzione. La radio lavora con la voce e con il tempo, mentre i social puntano sull'impatto immediato e visivo. In entrambi i casi, però, ciò che conta è la percezione di verità. Per Matteo Mameli, l'autenticità resta l'elemento che permette a un messaggio di arrivare davvero. Comunicare è inevitabile

Il regista e attore sardo presenta il videoclip e il film tra musica, memoria, infanzia e legami familiari, portando sullo schermo emozioni autentiche e un racconto collettivo della Sardegna contemporanea Luca Lobina torna a raccontare la Sardegna attraverso immagini, musica e memoria. Ai microfoni di Unica Radio, il regista e attore ha presentato il videoclip legato al suo nuovo film, in uscita nelle sale dal 21 marzo, offrendo uno sguardo intimo su un progetto che unisce cinema e identità culturale. L'idea nasce dal desiderio di creare un evento capace di accompagnare il pubblico verso il film, usando la forza evocativa della musica e delle immagini come primo invito al viaggio. Un videoclip come porta d'ingresso al film Il videoclip non è un semplice contenuto promozionale. È pensato come una sorta di trailer emotivo, costruito attorno alla canzone “Mama a Doloriada”, interpretata da Gracelyntas, che accompagna l'intero film come colonna sonora. Per Luca Lobina la musica ha un peso decisivo: rappresenta metà dell'esperienza narrativa, al pari delle immagini. Da qui la scelta di valorizzarla con una distribuzione autonoma e con un evento cinematografico che ne esaltasse il suono e l'impatto visivo. Luca Lobina e il viaggio nel cuore dell'isola Al centro del racconto c'è un gruppo di bambini che, invece delle classiche vacanze al mare, si spinge nell'entroterra sardo. Qui riscopre legami familiari, usanze antiche e un modo di stare insieme che nelle grandi città sembra essersi perso. Il film, e di riflesso il videoclip, parla di pranzi condivisi, giochi all'aperto, tempo lento. È una contrapposizione netta alla quotidianità frenetica moderna, fatta di impegni continui e schermi sempre accesi. Un cast tra esperienza e spontaneità Il progetto coinvolge attori adulti e giovanissimi, professionisti e non. Questa scelta rafforza il senso di autenticità. Sul set si è creato un clima familiare, quasi domestico, che ha aiutato i più giovani a vivere l'esperienza come un'avventura reale. Le riprese, effettuate anche nelle grotte di Cagliari, hanno contribuito a rendere il percorso narrativo concreto e fisico, radicato nei luoghi. Luca Lobina sottolinea come il divertimento condiviso sul set abbia influito positivamente sul risultato finale. Emozioni, pubblico e memoria collettiva La prima proiezione pubblica del videoclip ha segnato un momento chiave. Le sale piene e l'entusiasmo del pubblico hanno restituito il senso di un lavoro corale, fatto di riprese, montaggio, suono e interpretazione. "Un sentito ringraziamento a Francesco Orrù (DOP) per il prezioso lavoro visivo. Grazie a Maria Lobina, Emanuela Fanni, Ludovica Cadeddu e Scattu Damiano per le interpretazioni che hanno dato anima e profondità al racconto. Un ringraziamento speciale ai giovanissimi protagonisti Jacopo Meloni, Diego Lobina, Diego Loi, Alyssa Usai, Andrea Frau, Virginia Piras e Alessio Pinna, che con entusiasmo e spontaneità hanno reso autentica questa avventura. Grazie a tutta la crew per la professionalità e la dedizione: Andrea Porcheddu (aiuto regia), Valeria Tornù (casting director), Benedetta Pisano (costumi e assistente di produzione), Rebecca Scintu (photo backstage), Alessandra Di Berardino ed Emanuela Porceddu (segreteria)" ,per Luca Lobina, l'emozione più forte è arrivata proprio dalla risposta delle persone. Il film e il videoclip si rivolgono a bambini, ragazzi e famiglie, mescolando avventura e tensione leggera, senza rinunciare alla dolcezza del ricordo. Un film che pa

Dal tour con “C'è un po' di Tensione” alla crescita della stand-up comedy in Sardegna e in Italia, Sandro Cappai racconta il suo percorso artistico, la satira e i progetti futuri Ai microfoni di Unica Radio abbiamo avuto il piacere di intervistare Sandro Cappai, comico e autore cagliaritano, in questi mesi in tour con il suo nuovo spettacolo di stand-up comedy "C'è un po' di Tensione". Il comico ci ha parlato delle origini della sua passione per la comicità e delle sue ispirazioni in gran parte americane, della crescita del movimento della stand-up comedy in Italia e in Sardegna negli ultimi anni, ma anche del cambiamento graduale della sua carriera, e quindi anche della sua vita, passando per il trasferimento a Milano. Abbiamo anche parlato del fenomeno di Lercio, redazione satirica di cui Cappai ha fatto parte per anni, e della concezione che ha il pubblico medio delle notizie parodistiche proposte dal giornale, ironicamente sempre più vicine alle notizie reali o alle fake news proposte dall'intelligenza artificiale con tanto di foto o video prodotti ad-hoc. Alla fine della chiacchierata, Sandro ci ha parlato della versatilità che YouTube offre ai comici per la pubblicazione dei propri spettacoli rispetto al mezzo televisivo classico, rispondendo alle persone che vorrebbero vederlo in televisione, e anche dei suoi progetti per il prossimo spettacolo di stand-up comedy.

Il docente universitario Vincenzo Mauro racconta su Unica Radio come matematica e statistica possano diventare strumenti quotidiani, accessibili e critici grazie alla divulgazione sui social Vincenzo Mauro è stato ospite di Unica Radio per raccontare un modo diverso di parlare dei numeri. Docente universitario di statistica, Mauro è noto sui social per il format “3minuticolprof”. L'idea nasce quasi per caso. Le sue lezioni, già fuori dagli schemi, incuriosiscono gli studenti. Sono loro a spingerlo verso i social. All'inizio lui dubita. Poi arriva il riscontro. Anche temi percepiti come ostici trovano spazio e pubblico. Il fascino nascosto di matematica e statistica Per Vincenzo Mauro la matematica non è fredda né distante. Anzi, è una materia ricca di meraviglie. Il problema nasce spesso dall'approccio. Molti crescono convinti di “non essere portati”. Un'idea ingiusta, secondo il docente. Se si entra dalla porta giusta, i numeri parlano. Raccontano storie. Offrono chiavi di lettura del mondo. È questo il messaggio che Mauro porta avanti, sia in aula sia online. Superare la paura dei numeri Una delle difficoltà principali è l'astrazione. Spesso viene confusa con il rigore. Vincenzo Mauro prova a ribaltare il paradigma. Collega la statistica alla vita quotidiana. Usa esempi concreti. Parla di dati che riguardano tutti. In questo modo, la distanza si riduce. Inoltre, combatte il mito del “DNA negato per la matematica”. Secondo Mauro non esiste. Esiste solo il bisogno di trovare il linguaggio giusto. Cultura statistica e senso critico Oggi i dati sono ovunque. Notizie, social, economia, sanità. Tuttavia, senza strumenti adeguati, restano numeri vuoti. Vincenzo Mauro insiste su un punto chiave. La cultura statistica serve per difendersi. Aiuta a leggere una notizia. Permette di farsi un'opinione. In un contesto polarizzato, saper interpretare i dati diventa un valore enorme. Non per avere ragione, ma per pensare in modo autonomo. Social, divulgazione e responsabilità Il format “3minuticolprof” nasce per incuriosire. Mauro non segue ossessivamente le logiche della viralità. Preferisce l'onestà intellettuale. A volte sceglie temi sociali forti. Dal gioco d'azzardo alla violenza di genere. Sempre partendo dai numeri. L'obiettivo non è convincere. È fornire strumenti. La sua community cresce così. Critica, attenta, capace di discutere. Università e social, due mondi che dialogano Tra aula e piattaforme digitali, Vincenzo Mauro mantiene un equilibrio. Il linguaggio cambia poco. Il pubblico è simile. Giovani tra i 18 e i 24 anni. Le contaminazioni esistono. Gli studenti lo riconoscono. A volte chiedono video o foto. Tuttavia, il confine resta chiaro. E forse proprio questa doppia dimensione rende l'insegnamento più efficace. Un messaggio per chi odia la matematica Il messaggio finale di Vincenzo Mauro è diretto. Chi pensa di non essere portato è stato convinto di qualcosa di falso. Spesso la colpa non è dello studente. Ma di un sistema rigido. Esiste un altro modo di insegnare e imparare. Basta cambiare prospettiva. Le interviste complete sono disponibili su https://www.unicaradio.it e sulle piattaforme https://open.spotify.com e https://www.amazon.it/Amazon-Music

L'assessore Matteo Lecis Cocco Ortu racconta in radio la possibilità per Cagliari di diventare Capitale del Mare: tra ambiente, pianificazione urbana e riqualificazione delle infrastrutture legate al mare Cagliari è candidata a diventare Capitale del Mare il primo febbraio 2026. Questa possibilità nasce da una visione che prende forma attraverso politiche urbane, scelte ambientali e un dialogo costante con il territorio. Al centro dell'intervista realizzata da Unica Radio c'è il racconto dell'assessore alla pianificazione strategica, urbanistica e ambientale Matteo Lecis Cocco Ortu, che spiega perché oggi il capoluogo sardo può essere considerato un candidato credibile a questo riconoscimento. Una visione che parte da ciò che già esiste e guarda con decisione a ciò che può ancora nascere. Cagliari capitale del mare tra identità e quotidianità Secondo Lecis Cocco Ortu, uno degli elementi di forza di Cagliari come possibile Capitale del Mare è il ricco calendario di attività già legate al mare. Associazioni culturali e sportive, scuole e istituzioni utilizzano da tempo il fronte mare come spazio di relazione e progettazione. L'amministrazione ha messo a sistema queste energie, costruendo un programma che conta quasi un centinaio di attività distribuite durante l'anno. Il mare, in questo scenario, non è sfondo ma riferimento costante della vita cittadina. Cultura, spazi simbolici e fronte mare Un esempio concreto di questa visione è l'uso culturale degli spazi affacciati sul mare. L'assessore richiama l'intuizione del Teatro Lirico di immaginare la stagione estiva attorno al Padiglione Nervi, nel Parco Nervi, grazie alla collaborazione con l'Autorità di Sistema Portuale. Un luogo simbolico che diventa spazio di produzione culturale e rafforza l'idea di Cagliari Capitale del Mare come progetto capace di unire cultura, paesaggio e infrastrutture. Approcci simili sono adottati in diverse città portuali europee, come raccontato anche nei documenti dell'Unione Europea dedicati allo sviluppo urbano costiero. Archeologia marina e patrimonio sommerso Un altro asse strategico riguarda la tutela e la valorizzazione del patrimonio marino e sottomarino. Nel Golfo di Cagliari sono stati rinvenuti numerosi reperti di archeologia marina, oggi custoditi nei magazzini della Soprintendenza. L'amministrazione sta lavorando per renderli fruibili, aprendo questi spazi al pubblico e inserendoli nel percorso di Cagliari Capitale del Mare. Un'operazione che unisce tutela, divulgazione e attrattività culturale. Pianificazione urbana e litorali Guardando al futuro, l'assessore sottolinea il ruolo centrale dell'aggiornamento del Piano di Utilizzo dei Litorali. Uno strumento che in passato ha consentito la trasformazione del Poetto, dalla riqualificazione dei chioschi alla passeggiata pedonale, fino alla tutela delle dune e dell'ecosistema marino. Oggi l'obiettivo è rafforzare questo percorso, migliorando l'accessibilità e la qualità degli spazi costieri, sempre nel rispetto dell'ambiente. La pianificazione strategica passa anche da scelte tecniche e urbanistiche di lu

Marta Proietti Orzella torna ai nostri microfoni accompagnata dagli allievi Enrico Catani e Amandine Gros: sono rispettivamente regista e interpreti del Tartufo di Molière andato in scena dal 21 al 24 gennaio al Teatro delle Saline Il Tartufo è l'opera più discussa, criticata e censurata del drammaturgo Jean-Baptiste Poquelin, meglio noto come Molière. Connotata da una forte critica sociale, come tutte le altre opere, Tartufo ha tuttavia una marcia in più. Difficilmente, infatti, nel '600, sarebbe stato pensabile attaccare il clero in maniera così spregiudicata e diretta, colpendolo nella sua ipocrisia. Nell'opera, questo avviene tramite il personaggio che dà il nome allo spettacolo stesso, anche noto come "l'Impostore". Tartufo è infatti, apparentemente, un povero mendicante, di cui Orgone, un ricco, autoritario ma ingenuo "pater familias" si invaghisce. Al punto di preferire la sua compagnia a quella dei suoi familiari, e di dargli in sposa sua figlia Marianna, già promessa a Valerio. Il motivo? L'apparente devozione di Tartufo al limite dell'ascesi, che tuttavia nasconde delle brame segrete che sono ben distanti da quanto predicato. E quelle brame sono tutte per la moglie di Orgone: Elmira. Un Tartufo inedito Marta Proietti Orzella ha scelto una reinterpretazione dell'opera in chiave moderna. A cominciare dalla scelta di costumi e scenografie, passando per il linguaggio e le movenze, e arrivando a una realtà ben più amara di quella raccontata dall'autore. Se infatti Molière, probabilmente spinto dal Re Sole, aveva deciso di forzare la mano, introducendo un "happy ending", o in linguaggio più tecnico, un "Deus ex Machina" a risolvere la situazione, stavolta per la famiglia parassitata da Tartufo non c'è lieto fine. Così come per Tartufo stesso, che si ritrova vittima della stessa ipocrisia con cui teneva sotto scacco chi gli stava intorno. E come afferma la regista stessa, al quindicesimo anno di esperienza come insegnante della scuola, "probabilmente sarebbe stato questo il finale che Molière avrebbe voluto scrivere". La prima è stata presentata il 21 gennaio al Teatro delle Saline. Lo spettacolo è poi stato riconfermato per tre repliche, dal 22 al 24, e tutte le messe in scena hanno registrato un sold out. Per una realtà come la Scuola di Arte Drammatica è un'ulteriore conferma della qualità dell'insegnamento di Marta Proietti Orzella e del consolidamento del gruppo. Il demonio in talare Enrico Catani, allievo della Scuola e interprete del personaggio che da il nome all'opera, ha fatto sua l'interiorità di Tartufo, come afferma lui, non l'ha recitato. Grazie ad un notevole studio sul personaggio, da lui definito "un vero demonio", ha vissuto il ruolo scena dopo scena. Un mare di sensazioni che lo abbandonerà solo nel catartico momento degli applausi finali. Per alzare ulteriormente l'asticella, il costume del suo Tartufo si compone, tra le altre cose, di una talare, come quella di un prete. Un abito che tuttavia sembra stargli stretto sin dalla prima scena in cui compare, e che verrà progressivamente abbandonato nello svolgimento. Infatti, rendendo la sua ipocrisia palese, Tartufo cede alle provocazioni di Elmira, che intendeva mostrare Tartufo a Orgone per quello che era. Sarà tuttavia molto difficile aprire gli occhi al padrone di casa, e la rottura del legame, vista l'ottima chimica f

Il musicista Samuele Pinna ha raccontato ai nostri microfoni i suoi inizi nella musica e i suoi progetti futuri Ai microfoni di Unica Radio abbiamo intervistato Samuele Pinna, giovane musicista specializzato nel basso e impegnato in progetti con la band pop Varco, con cui suona ai live, e i Le Fu Du, progetto più punk e underground. Il bassista ci ha parlato della sua crescita, immerso nella musica più svariata, da Pezzali ai Pink Floyd, influenzato dalla passione del padre e del fratello, grazie a cui ha cominciato a suonare prima la chitarra e poi, grazie ai 21 Pilots, l'ukulele, fino poi ad arrivare al basso, arte che oramai pratica da 10 anni. Recente è anche la sua partecipazione a eventi street benefici, tra cui quello per l'Rcm Records, storica sala prove di Quartu distrutta dalle fiamme, ma anche la nuova avventura che ha deciso di intraprendere, dando lezioni del suo strumento. Alla fine della chiacchierata, Samuele ci ha parlato del suo nuovo progetto con i Le Fu Du, un long play composto da 12 canzoni e ancora in lavorazione, ma anche di un eventuale progetto da solista.

Dal carcere femminile di Robe in Etiopia ai laboratori in Sardegna, Akai Ito racconta inclusione, moda sostenibile e storie di migrazione attraverso sartoria, narrazione e upcycling collettivo. Akai Ito: un filo rosso narrativo Akai Ito è il filo narrativo che attraversa il progetto Collective Upcycling. In effetti, la scelta del nome non è casuale: Akai Ito significa “filo rosso” e, proprio come nella tradizione giapponese, rappresenta legami invisibili e significativi che uniscono persone, culture e storie. Questo concetto diventa il cuore del progetto presentato ai microfoni di Unica Radio e pensato per raccontare esperienze spesso lontane ma connesse. Inoltre, il progetto è sviluppato in seno alla realtà del laboratorio tessile e sociale La Matrioska, un'associazione attiva dal 2019 a Quartu Sant'Elena per favorire inclusione e formazione attraverso la moda e l'artigianato. Collective Upcycling: la rete di mondi Collective Upcycling mira a creare una rete di mondi connessi. Infatti, il progetto intreccia competenze, persone e luoghi lontani. Nel carcere femminile di Robe, in Etiopia, si svolge un laboratorio sartoriale dove le detenute partecipano a un percorso formativo lungo mesi. Successivamente, i manufatti prodotti arrivano in Sardegna, dove vengono riutilizzati nei laboratori de La Matrioska attraverso tecniche di upcycling, così che prendano nuova vita e nuove storie. Questo approccio integra l'artigianato con la narrazione, dando forma a un dialogo interculturale. Sartoria sociale e formazione a Robe Nel carcere di Robe, il laboratorio sartoriale offre alle donne detenute un'opportunità di formazione che va oltre le tecniche sartoriali, poiché coinvolge la persona intera e le sue possibilità future. Questo processo educativo non solo insegna competenze tecniche, ma dà anche dignità e senso di realizzazione personale, elementi fondamentali per esperienze di trasformazione sociale. Il riuso come valore simbolico I manufatti realizzati in Etiopia sono poi portati nei laboratori sardi di La Matrioska. Qui, grazie all'upcycling, questi oggetti vengono reinterpretati e valorizzati, diventando parte di una nuova collezione di moda sostenibile. Questo passaggio non è solo tecnico, ma simbolico: significa dare un nuovo proposito a materiali e storie che provengono da realtà difficili. Moda inclusiva: protagonisti locali La nuova collezione non è costruita solo attorno agli oggetti, ma alle persone che contribuiscono alla sua creazione. Tre migranti ospitati nei centri di accoglienza locali diventano protagonisti attivi del progetto, unendo la loro esperienza di vita alla creatività e all'artigianato. In questo modo la moda diventa strumento di inclusione e partecipazione concreta. Lo storytelling come strumento sociale Parallelamente alla sartoria, Akai Ito include un laboratorio di storytelling. Infatti, la narrazione è uno strumento fondamentale per dare voce ai protagonisti e per far conoscere il progetto oltre i suoi confini immediati. Raccontare significa coinvolgere, sensibilizzare e connettere persone e comunità, dando eco alle storie spesso trascurate. Linguaggi multipli per raccontare storie Il laboratorio di narrazione non si limita alla scrittura, ma include altri linguaggi come la fotografia. Inoltre, se emergono nuovi talenti come il disegno o altre forme creative, questi str

Dalla gestione dei bandi Erasmus+ ai progetti extra UE, Giorgia Turnu accompagna gli studenti UniCA nei tirocini internazionali, trasformando l'esperienza all'estero in crescita professionale concreta Giorgia Turnu è una figura centrale per chi sogna un'esperienza di tirocinio all'estero durante o dopo il percorso universitario. Giorgia Turnu lavora all'interno dell'ufficio ISMOKA dell'Università degli Studi di Cagliari e si occupa di Outgoing for Traineeship, seguendo la mobilità internazionale per tirocini formativi. Il suo ruolo è fondamentale per trasformare un'opportunità teorica in un'esperienza concreta, accessibile e strutturata per gli studenti UniCA. Il ruolo nell'ufficio ISMOKA All'interno di ISMOKA, Giorgia Turnu coordina i programmi dedicati ai tirocini all'estero, in particolare quelli legati a Erasmus+ Traineeship. Il suo lavoro include la gestione dei bandi, l'assistenza nelle candidature, il supporto amministrativo e l'accompagnamento degli studenti nelle diverse fasi del percorso. In questo modo, la mobilità non viene vissuta come un ostacolo burocratico, ma come un processo guidato e comprensibile. Erasmus+ Traineeship: un ponte tra studio e lavoro Il traineeship rappresenta una delle forme più efficaci di mobilità internazionale. Attraverso i tirocini Erasmus+, gli studenti possono svolgere un'esperienza pratica in aziende, enti o organizzazioni all'estero. Questa formula permette di applicare le competenze acquisite durante gli studi e di svilupparne di nuove, utili per il futuro professionale. Il lavoro di Giorgia Turnu rende possibile questo passaggio, aiutando gli studenti a orientarsi tra requisiti, tempistiche e documentazione. Nuovi progetti e aperture extra UE Negli ultimi anni, la mobilità per traineeship si è ampliata anche oltre i confini europei. Grazie a progetti e consorzi internazionali, UniCA offre opportunità di tirocinio anche in Paesi extra UE. In questo contesto, Giorgia Turnu svolge un ruolo strategico nel coordinamento delle nuove iniziative, contribuendo a rendere l'offerta formativa più internazionale e competitiva. Queste aperture consentono agli studenti di confrontarsi con mercati del lavoro e contesti culturali differenti. Il valore umano dell'esperienza all'estero Oltre all'aspetto professionale, il traineeship ha un forte impatto umano. Gli studenti che partono per un tirocinio internazionale sviluppano autonomia, capacità di adattamento e competenze interculturali. Giorgia Turnu segue questi percorsi con attenzione, consapevole che dietro ogni candidatura c'è una storia personale e un progetto di crescita. Questo approccio rende il servizio non solo efficiente, ma anche profondamente orientato alle persone. Competenze e futuro professionale Un tirocinio all'estero arricchisce il curriculum e migliora l'occupabilità dei laureati. Le competenze linguistiche, organizzative e relazionali acquisite durante il traineeship rappresentano un valore aggiunto riconosciuto anche nel mercato del lavoro italiano. Grazie al supporto di figure come Giorgia Turnu, queste opportunità diventano strumenti concreti per costruire il proprio futuro. Una mobilità che guarda avanti La mobilità internazionale per tirocinio è destinata a crescere e a evolversi. Digitalizzazione, nuovi partenariati e attenzione all'inclusione sono elementi sempre più centrali. In questo scenario, il lavoro di Giorgia Turnu contribuisce a rafforzare il ruolo dell'Università di Cagliari come ateneo aperto

Dalla nascita di IT.A.CÀ alle tappe in Sardegna, un dialogo su turismo sostenibile, giustizia sociale e comunità locali con il sociologo Pierluigi Musarò. Oggi, ai microfoni di Unica Radio, abbiamo avuto il piacere di ospitare Pierluigi Musarò, professore ordinario di sociologia all'Università di Bologna e direttore fondatore del Festival IT.A.CÀ, Festival del Turismo responsabile. Un progetto culturale che, dal 2009, attraversa l'Italia costruendo una rete di territori, comunità e pratiche sostenibili. Musarò ha raccontato come IT.A.CÀ sia nato dall'esperienza dell'associazione YODA e dal volontariato internazionale, con l'obiettivo di portare sul territorio locale una riflessione globale su diritti, giustizia e viaggio. Per il festival, il turismo sostenibile non è solo una pratica ambientale, ma anche sociale, culturale e politica. Un festival che custodisce il futuro Il tema dell'edizione 2025, “Custodire il futuro dalle scelte di oggi”, invita a riflettere sull'impatto del turismo sulle comunità e sull'ambiente. Secondo Musarò, il futuro non va temuto, ma costruito attraverso decisioni responsabili e una visione intergenerazionale capace di affrontare crisi climatica, disuguaglianze e conflitti. Gli eventi del festival – trekking, laboratori di cucina locale, conferenze culturali – sono pensati come esperienze dirette. Vivere i luoghi significa entrare in relazione con le persone, trasformando il visitatore in un “cittadino temporaneo” e superando la logica del turismo mordi e fuggi. Sardegna e comunità locali protagoniste Negli anni, IT.A.CÀ ha trovato in Sardegna un laboratorio ideale di turismo responsabile. Dalle tappe di Quartu Sant'Elena all'Ogliastra, il festival ha valorizzato aree interne, destagionalizzazione e reti locali. Musarò ha sottolineato come l'Ogliastra rappresenti “un'altra Sardegna”, lontana dai cliché turistici, ricca di paesaggi, cultura e relazioni comunitarie. Fondamentale è la coprogettazione con comuni, associazioni e operatori locali. Solo così il turismo può diventare strumento di sviluppo condiviso e non fonte di squilibri. Da incoming a becoming Uno degli obiettivi centrali del festival è trasformare l'“incoming” in “becoming”: non contare solo i numeri dei turisti, ma misurare il benessere generato per le comunità. Guardando al 2026, IT.A.CÀ si prepara alla maggiore età con nuovi temi, forse legati alla pace, e con il desiderio di continuare il suo viaggio anche in Sardegna.

Con i singoli By Myself e Non dormo più, Badla trasforma relazioni tossiche, solitudine e consapevolezza in un percorso R&B intimo, autobiografico e profondamente contemporaneo. Badla è una delle voci emergenti più interessanti del nuovo panorama R&B italiano. Nell'intervista a Unica Radio, l'artista racconta la nascita di Non dormo più, singolo pubblicato lo scorso 9 gennaio, un brano notturno e viscerale che affonda nella fine di una relazione tossica. Fin dalle prime battute emerge una scrittura che non cerca vie di fuga ma accetta la ripetizione ossessiva del pensiero, tipica delle notti insonni. Badla non parla solo di sé, ma di esperienze condivise, sue e di chi le sta intorno, trasformando il vissuto personale in racconto collettivo. Badla e l'identità artistica come specchio personale L'identità artistica di Badla coincide con la persona che è fuori dalla musica. Nei suoi brani c'è un forte elemento autobiografico, ma anche una costante attenzione alle storie altrui. L'artista racconta di lasciarsi ispirare da amici, incontri casuali, perfino da perfetti sconosciuti. È una scrittura che nasce dall'ascolto, prima ancora che dall'urgenza di raccontarsi. In questo senso, Badla costruisce un progetto coerente, dove l'intimità non è mai autoreferenziale ma sempre aperta al riconoscimento dell'altro. By Myself: la solitudine come scelta consapevole Il primo singolo By Myself, pubblicato il 5 dicembre 2025, rappresenta una tappa fondamentale nel percorso di Badla. È il racconto di un periodo di introspezione profonda, vissuto come necessità e non come fuga. La solitudine diventa uno spazio di consapevolezza, una risposta alla superficialità diffusa e alla ricerca compulsiva di approvazione. Badla racconta come quel brano abbia segnato il momento in cui ha compreso che la vera stabilità emotiva nasce dal rapporto con se stessi, non da relazioni costruite per colmare vuoti. La musica come eredità e linguaggio La musica accompagna Badla fin dall'infanzia. Crescere in una famiglia musicalmente attiva, con il padre cantante e musicista, ha inciso profondamente sul suo modo di vivere il suono. I suoi ascolti affondano in un immaginario R&B e soul dichiaratamente “vintage”, che oggi riaffiora nel timbro vocale e nella scrittura. Tra le influenze più importanti cita Mariah Carey, Christina Aguilera e Aretha Franklin, riferimenti che aiutano a comprendere la centralità della voce nel suo progetto artistico. Dai Klamor al percorso solista Prima del percorso solista, Laura ha fatto parte dei Klamor, progetto che l'ha portata al riconoscimento del Sanremo Rock 2020. Un'esperienza formativa, sia artisticamente che umanamente, che le ha permesso di confrontarsi con il lavoro in studio e con il palco. La scelta di proseguire da sola nasce dall'e

Nel cuore della Sardegna nasce Qibu: l'impresa creativa che unisce arte, comunità e turismo esperienziale per rigenerare i territori rurali attraverso progetti culturali innovativi e inclusivi. Oggi, ai microfoni di Unica Radio, abbiamo il piacere di ospitare Claudia Benaglio, socia amministratrice e direttrice artistica di Qibu, impresa creativa e culturale nata nel cuore della Sardegna. Qibu è una realtà che opera tra teatro, danza, cinema, cultura ed esperienze sensoriali, costruendo progetti che mettono al centro la relazione tra luoghi, comunità e linguaggi artistici contemporanei. Qibu: una visione che nasce dal territorio Fondata nel 2021 a Isili, nel territorio del Sarcidano, Qibu nasce grazie a un finanziamento europeo promosso dalla Regione Sardegna con l'obiettivo di animare le zone rurali attraverso la cultura. La sede dell'associazione è una grande casa campidanese che oggi ospita un bed and breakfast e un centro polifunzionale. Qui prendono vita progetti che spaziano dal cinema al teatro, dalla danza alla formazione, fino ai percorsi di integrazione sociale. Arte, comunità e rigenerazione culturale Uno degli aspetti centrali del lavoro di Qibu è la costruzione di una relazione autentica con la comunità locale. Nei piccoli centri, la fiducia è un valore da coltivare nel tempo, attraverso dialogo, ascolto e presenza costante. A Isili il territorio è ricchissimo sia dal punto di vista naturalistico che culturale: dalla tessitura al telaio, praticata secondo una tecnica particolare, fino alla tradizione dei ramai, tra gli ultimi rimasti in Sardegna. Multidisciplinarità e turismo esperienziale L'approccio multidisciplinare è uno dei punti di forza di Qibu. Teatro, danza, natura e formazione si incontrano in progetti che uniscono trekking, performance artistiche ed esperienze immersive. Queste attività rispondono a un bisogno sempre più diffuso di socialità e contatto umano, favorendo il benessere e la riscoperta dei sensi. Il pubblico non è solo spettatore, ma parte attiva dell'esperienza. Reti, futuro e visione culturale Nel tempo, Qibu ha costruito una rete di collaborazioni locali e internazionali, curando festival, residenze artistiche ed eventi site specific. Il lavoro in rete permette di portare nel territorio nuove visioni e linguaggi contemporanei. Guardando al futuro, Qibu punta a sviluppare progetti per bambini e anziani, creare ponti tra generazioni e rafforzare il turismo esperienziale internazionale. L'obiettivo è lasciare un'eredità culturale, sociale ed economica capace di rendere i territori più vivi, attrattivi e sostenibili.

Dalla sclerosi multipla alla divulgazione scientifica, dai social ai libri e al documentario: l'intervista a Stefania Unida è un racconto umano di fragilità, consapevolezza e possibilità. Stefania Unida ai microfoni di Radio Unica Stefania Unida è stata ospite ai microfoni di Radio Unica per un'intervista intensa e autentica, capace di andare oltre la cronaca sanitaria. La sua voce racconta una storia personale che parla a molti. Una storia che parte dalla diagnosi di sclerosi multipla e arriva alla scelta consapevole di trasformare la fragilità in narrazione, conoscenza e condivisione. La diagnosi e il silenzio iniziale La diagnosi non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Stefania Unida racconta un percorso fatto di segnali ignorati, normalizzati, spiegati con la stanchezza o lo stress. Quando nel 2008 arriva il nome della malattia, non ci sono urla né lacrime. C'è il silenzio. Un silenzio profondo, quello che toglie le parole e riscrive il futuro. È lì che nasce la consapevolezza di entrare in una storia non scelta, ma destinata a diventare parte della propria identità. Raccontarsi per non sentirsi invisibili La scelta di raccontarsi nasce da un vuoto. Stefania Unida cercava informazioni, ma trovava solo forum che aumentavano la paura. Mancavano le storie. Mancavano le voci. Da qui l'idea di tradurre articoli scientifici, renderli accessibili, umani. Prima un blog, poi i social. Il racconto diventa un modo per dire “io esisto”, per rompere l'isolamento e dare spazio alle malattie invisibili. Non eroi, non tragedie. Persone. Il libro come atto di verità Dal racconto online nasce un libro autobiografico. Non un testo sulla malattia, ma sulla persona. Fragile è il titolo scelto, perché le crepe non sono difetti, ma punti da cui passa la luce. Scrivere, soprattutto dopo una ricaduta nel 2023, è stato doloroso e liberatorio insieme. Mettere su carta paure e dubbi ha permesso di guardarli senza fuggire, di dare loro forma e senso. Dal cortometraggio al documentario Il percorso narrativo si amplia con l'audiovisivo. Prima il cortometraggio “Non siamo invisibili”, poi il documentario “Istruzioni per non sclerare”. Qui Stefania Unida sceglie l'ironia come chiave di accesso a un tema serio. Il messaggio è chiaro: la vita con una patologia non è una vita a metà. È una vita diversa, ma piena di dignità, desideri e possibilità. Nessuno insegna come vivere quando il corpo cambia, ma raccontarlo può aiutare. Ricerca, università e tecnologia L'esperienza personale incontra anche la ricerca. Stefania Unida ha partecipato come paziente esperto a un progetto universitario internazionale sulla tele-riabilitazione, basato sull'intelligenza artificiale. Un sistema che permette ai fisioterapisti di seguire i pazienti a distanza, offrendo feedback immediati. Un esempio concreto di come scienza, tecnologia e vissuto possano dialogare, soprattutto in territori come la Sardegna, dove la sclerosi multipla è molto diffusa. Un messaggio per chi è all'inizio del percorso Il consiglio finale è semplice e potente. Non isolarsi. Dare spazio alla paura, al pianto, alla fragilità. Cercare altre voci. Stefania Unida lo ripete con forza: non si è la propria diagnosi. La vita resta piena di possibilità, anche se diverse da quelle immaginate. Un messaggio che continua a viaggiare grazie alla radio, ai libri, ai documentari e ai social. L'intervista è disponibile su radiouni

Dal progetto Casa Teatro alla didattica integrata, Nicolò Trullu racconta come il teatro diventi pratica quotidiana: emozioni, ascolto, inclusione reale e competenze utili anche fuori dal palco, per tutti. Nicolò Trullu non parla di teatro come di un tempio per pochi, ma come di una pratica quotidiana, fatta di presenza, ascolto e responsabilità. A Unica Radio racconta il suo lavoro come coach didattico dentro Casa Teatro, progetto della Fondazione Allianz UMANA MENTE in collaborazione con il Teatro degli Incamminati e il Centro Interdipartimentale Officine Creative dell'Universita degli Studi di Pavia. L'idea è semplice e ambiziosa: formare attori, ma anche persone, con un accompagnamento costante che tiene insieme tecnica e crescita umana. Il ruolo del coach didattico Affiancare una classe, nella pratica, significa “stare”. Stare durante la rotazione degli insegnanti, essere un riferimento stabile, custodire il percorso della classe. Nicolò Trullu lo descrive come un lavoro fatto di dettagli: accoglienza, supporto agli studenti, relazione con la direzione, dialogo con docenti e famiglie. E poi un compito meno visibile ma decisivo: conoscere i punti deboli di ciascuno e trasformarli in terreno di allenamento, senza scorciatoie e senza etichette. Dalla Sardegna a Milano, con una domanda che resta Nato a Carbonia e formatosi tra la Sardegna e la Lombardia, Nicolò Trullu ha un percorso accademico che unisce studi umanistici e formazione artistica: dopo la laurea in Scritture e Progetti per le Arti Visive e Performative, ha approfondito la pratica teatrale attraverso corsi di recitazione e pedagogia del teatro, specializzandosi nel lavoro educativo e inclusivo. Qui entra in gioco la sua domanda guida: come può un attore conoscere se stesso al punto da riconoscere le proprie emozioni e comunicarle? Nicolò Trullu non la vende come ricetta. La tratta come ricerca continua, da trasformare in esercizi, pratiche, confronto, fatica fisica e libertà espressiva. Il teatro serve anche a chi non salirà mai su un palco Per Trullu il teatro ha senso quando tocca la vita. Porta un esempio che vale più di cento slogan: una madre che racconta la figlia, dopo anni, capace finalmente di guardarsi allo specchio e riconoscere il proprio corpo. In quel momento il teatro smette di essere “attività” e diventa strumento educativo. Dizione, spazio scenico, ascolto dei turni in un dialogo: competenze che entrano nel public speaking, nei colloqui, nelle relazioni quotidiane. Nicolò Trullu insiste su un punto: l'arte non è separata dalla vita, oppure non è. Inclusione senza retorica: quando cambia lo sguardo Nella didattica integrata con persone normodotate e persone con disabilità, dice, la tecnica non cambia in modo radicale: cambia lo sguardo. L'inclusione vera non è una parola gentile. È accorgersi delle “barriere” nel concreto, dall'accessibilità alla cultura del perbenismo che si ferma al “che carino”. E aggiunge un'osservazione che spiazza: in certi contesti la verità emerge più in fretta, perché c'è meno paura del giudizio. Quando si lavora bene, il teatro diventa più essenziale, più onesto, perfino più potente.

Opportunità studenti al centro di Informalmente: bandi Ersu, programma Thesis, webinar per il lavoro e master specialistici promossi dall'Università di Cagliari L'edizione del 15 gennaio 2026 di Informalmente si concentra sulle opportunità studenti, restituendo un quadro articolato di iniziative che intrecciano partecipazione, formazione avanzata e accesso al mondo del lavoro. Dalle risorse per le associazioni studentesche ai programmi di valorizzazione della ricerca, passando per webinar e master specialistici, l'Università di Cagliari e il suo territorio continuano a investire sul capitale umano. Opportunità studenti e associazionismo universitario Tra le principali opportunità studenti rientra il bando approvato dall'Ersu di Cagliari per il sostegno economico alle associazioni studentesche. Le risorse stanziate, pari a 30 mila euro, sono destinate a iniziative culturali e di svago per l'annualità 2026. I progetti finanziabili spaziano da seminari e rassegne a laboratori, attività musicali e percorsi di orientamento. Il 70 per cento dei fondi è riservato alle associazioni studentesche, mentre il restante 30 per cento andrà a enti senza fini di lucro. Un intervento che rafforza il ruolo delle associazioni come motore di partecipazione e socialità all'interno della comunità universitaria. Gli aggiornamenti ufficiali saranno pubblicati sul sito istituzionale dell'Ersu: https://www.ersucagliari.it. Ricerca e impresa: il programma Thesis Nel panorama delle opportunità studenti dedicate all'eccellenza accademica si inserisce Thesis, il programma promosso da Scientifica Venture Capital. L'iniziativa è rivolta a laureandi e laureati in discipline STEM delle università italiane e punta a valorizzare la ricerca in chiave industriale e imprenditoriale. Sono previsti grant economici per le migliori tesi, percorsi di mentorship e occasioni di networking con il mondo delle startup e del venture capital. Il programma si articola in tre finestre annuali di candidatura, offrendo più possibilità di accesso durante l'anno. Un ponte concreto tra università e innovazione, pensato per trasformare il merito accademico in valore professionale. Maggiori informazioni sono disponibili su https://www.scientifica.vc. Orientamento al lavoro e competenze trasversali Le opportunità studenti passano anche dal supporto all'ingresso nel mondo del lavoro. L'Università di Cagliari organizza due webinar gratuiti rivolti a laureandi e neolaureati, a cura dell'Ufficio UniCa Job Placement. Gli incontri online affrontano temi centrali come definizione dell'obiettivo professionale, redazione del curriculum, lettera di presentazione, colloqui di lavoro e personal branding su LinkedIn. La partecipazione è aperta a tutti gli interessati, con la possibilità di iscriversi a uno o a entrambi gli appuntamenti. Un servizio che risponde alle esigenze di orientamento e consapevolezza richieste dal mercato del lavoro contemporaneo. I dettagli sono consultabili su https://www.unica.it. Alta formazione e specializzazione clinica Chiude il quadro delle opportunità studenti l'apertura delle iscrizioni al Master di secondo livello in Ortognatodonzia clinica negli adolescenti e negli adulti per l'anno accademico 2025-2026. Il percorso, della durata di dieci mesi, è riservato a un numero limitato di partecipanti e si rivolge a laureati in Odontoiatria o Medicina con specializzazione in Odontostomatologia. Il master mira a sviluppare competenze cliniche avanzate nel trattamento ortodontico, risp

Il caso del mostro di Arbus analizzato dal criminologo Francesco Melis: un viaggio tra cronaca nera, atti giudiziari e la figura del serial killer Sergio Curreli. Ai microfoni di Unica Radio, il criminologo e scrittore Francesco Melis approfondisce le tematiche del suo saggio dedicato al mostro di Arbus, edito da Odoya nel 2025. Attraverso un'analisi basata sugli atti giudiziari, Melis ripercorre uno dei casi più cruenti della storia sarda, esplorando la psicologia del colpevole e le zone d'ombra di un'indagine che ha segnato un'epoca. Chi è Francesco Melis: dalla pedagogia alla criminologia Francesco Melis non è solo uno scrittore, ma un professionista con una solida formazione sul campo. Pedagogista e magistrato onorario presso il Tribunale di Sorveglianza di Cagliari dal 2021, ha perfezionato i suoi studi con un Master di secondo livello in criminologia presso l'Università di Firenze. Durante l'intervista, Melis chiarisce la sua specializzazione come criminologo penitenziario, figura che si occupa dei percorsi di riabilitazione ed esecuzione penale, distinguendosi dal criminologo investigativo o "profiler". Il suo lavoro di ricerca, tuttavia, lo ha portato a confrontarsi con i "cold case" e la ricostruzione storica di delitti efferati. Il caso del 1982: l'omicidio di Marina di Arbus Il saggio mette al centro il duplice omicidio avvenuto il 4 settembre 1982 presso la Marina di Arbus. Due turisti tedeschi, vennero massacrati a colpi di fucile all'interno del loro camper in una zona isolata tra le dune di Piscinas. Per dieci anni il colpevole restò senza volto, finché una donna di Arbus denunciò il marito, Sergio Curreli, riferendo una confessione resa dall'uomo in stato di ebbrezza. Nonostante Curreli facesse già parte della criminalità locale e fosse legato alla "banda di Desulo", il caso presentava numerose anomalie. Curreli: il profilo del "serial killer balente" Uno degli aspetti della ricerca di Melis è la definizione di Curreli come "serial killer balente". Il termine "balente", radicato nella cultura agropastorale sarda, richiama concetti di orgoglio e vendetta, ma nell'accezione moderna utilizzata dall'autore assume una connotazione negativa legata alla delinquenza e all'uso facile delle armi. Curreli è stato condannato per un totale di cinque omicidi, ma Melis sottolinea come la sua figura sia quella di un serial killer atipico: sebbene quattro omicidi fossero legati a dissidi criminali, il primo "omicidio" dei due turisti tedeschi avvenuto nel 1982, presentava una forte componente sessuale, componente emersa solamente in questo caso. Dubbi e incongruenze nelle indagini Nonostante la condanna, Melis evidenzia diverse contraddizioni negli interrogatori di Curreli. L'uomo fornì dettagli errati sull'aspetto della vittima femminile e sulla dinamica della violenza subita, oltre a descrizioni sommarie dell'interno del camper. È interessante notare che persino il Pubblico Ministero dell'epoca, il dottor Pili, chiese l'assoluzione per Curreli riguardo all'omicidio dei turisti tedeschi per mancanza di prove certe, la condanna arrivò comunque. Durante il periodo delle indagini, si ipotizzò persino un coll

L'artista sardo trasforma il quartiere di Sant'Elia con la sua ultima opera intitolata Corrente, esplorando il legame profondo tra la geometria urbana e le vibrazioni magiche della luce crepuscolare. L'arte urbana contemporanea trova in Roberto Ciredz un interprete capace di andare oltre la semplice decorazione murale. Durante l'ultima edizione dell'Urban Fest di Cagliari, l'artista ha svelato la profondità della sua ricerca estetica. Per lui, il colore sul cemento rappresenta un dialogo vivo tra lo spazio fisico e l'osservatore. Ai microfoni di Unica Radio, ha raccontato come la sua pratica sia in continua evoluzione. Radicato nel mondo dei graffiti, l'autore non smette di indagare la parete come supporto fondamentale per la sua espressione creativa. L'evoluzione artistica di Roberto Ciredz Il passaggio dai graffiti ai grandi murales è avvenuto in modo fluido e consapevole. Per Roberto Ciredz, la superficie verticale non è mai un elemento neutro. Egli analizza con attenzione il contrasto tra le forme naturali e le strutture geometriche rigide tipiche della città. Questa dualità emerge con forza nelle sue opere, dove l'intervento umano cerca un'armonia con l'ambiente circostante. Che si tratti di un contesto selvaggio o di un quartiere antropizzato, la sua indagine rimane focalizzata sulla relazione tra materia e spazio. La magia della luce e del crepuscolo Un aspetto centrale nella filosofia di Roberto Ciredz è il rifiuto della riproduzione fedele della realtà. L'artista preferisce trasfigurare il visibile per evocare suggestioni profonde e intime. Il momento della giornata che predilige è il crepuscolo, quando la luce si abbassa e i contrasti sfumano. In queste ore liminali, i colori assumono una dimensione eterea, permettendogli di dare corpo a un'energia quasi magica. Dipingere ciò che non si vede diventa così il suo obiettivo primario, cercando di catturare l'essenza stessa dell'invisibile. Corrente e il legame con Sant'Elia L'intervento di Roberto Ciredz nel quartiere di Sant'Elia ha preso il nome di "Corrente". Sebbene il titolo richiami la vicinanza del mare, il significato dell'opera è molto più stratificato. L'artista esplora il movimento dell'acqua e i cambiamenti di temperatura, ma si concentra soprattutto sull'energia intrinseca del flusso. Non è un'opera puramente geografica, ma un'analisi delle forze naturali che attraversano ogni luogo. Il risultato è un lavoro che invita lo spettatore a riflettere sulla profondità e sul dinamismo della natura. Il rapporto con il pubblico e le istituzioni Secondo la visione di Roberto Ciredz, un lavoro artistico si completa solo attraverso lo sguardo dei cittadini. Non cerca il consenso universale, poiché anche la confusione o l'indifferenza stimolano il dibattito culturale. Durante l'evento, l'artista ha lodato l'impegno degli organizzatori dell'Urban Fest, sottolineando però la necessità di un supporto maggiore da parte delle istituzioni locali. Progetti come questo sono vitali per la crescita sociale della città. Potete trovare ulteriori dettagli sulle politiche culturali visitando il portale istituzionale del capoluogo sardo.

Dal teatro di strada ai grandi set, Giuseppe Boy racconta un'idea di recitazione fondata su versatilità, avventura e ascolto profondo del personaggio, tra cinema indipendente e grandi produzioni globali. Su Unica Radio, Giuseppe Boy si racconta con la calma di chi ha attraversato molti mondi senza mai fermarsi davvero. Attore, regista, poeta e performer, Giuseppe Boy è un artista poliedrico, capace di muoversi tra teatro di strada, cinema d'autore e grandi produzioni senza perdere mai identità. La recente vittoria come Miglior attore di cortometraggi al Miraband UK Film Awards di Londra per L'occhio di San Salvatore ha acceso nuovamente i riflettori su un percorso lungo, stratificato e coerente, costruito nel tempo più sull'esperienza che sull'etichetta. Giuseppe Boy e l'inizio tra caso e necessità L'ingresso di Giuseppe Boy nel mondo dello spettacolo non nasce da un progetto preciso, ma da una combinazione di incontri, curiosità e bisogno di espressione. Il teatro di strada e il mimo-clown diventano negli anni Ottanta il primo terreno di sperimentazione, un luogo libero dove mettersi alla prova senza filtri. In quel contesto, il corpo diventa linguaggio e il pubblico un interlocutore diretto. È qui che si forma l'idea di performance come esperienza viva, capace di lasciare tracce durature. Una visione che accompagnerà l'artista anche nelle successive incursioni nel cinema e nella poesia performativa. Dalla poesia ai set "di serie A" Prima ancora della cinepresa, la scrittura resta centrale. Giuseppe Boy non ama definirsi poeta, ma riconosce nella poesia il linguaggio che più gli appartiene. Un esercizio di sintesi e profondità che torna utile anche davanti alla macchina da presa. Il passaggio ai set televisivi arriva con produzioni importanti come Romulus, serie atipica per linguaggio e ambientazione, girata in un latino arcaico e immersa in scenari estremi. Per Giuseppe Boy, lavorare in una grande produzione non cambia l'essenza del mestiere: ciò che conta è l'energia condivisa, che sia con cinque persone o con una troupe di novanta. Il cinema come avventura Il cinema, per Giuseppe Boy, resta soprattutto un'avventura collettiva. Ogni progetto è un viaggio che richiede fiducia, ascolto e capacità di adattamento. Questo vale tanto per le grandi serie quanto per il cinema indipendente. Nel cortometraggio L'occhio di San Salvatore, diretto da Roberto D'Aprile, l'attore affronta uno dei ruoli più intensi della sua carriera: un uomo solo, in dialogo silenzioso con un luogo e con sé stesso. Un personaggio che attinge profondamente alla sua interiorità e alla sua formazione teatrale. Il riconoscimento internazionale e la maturità artistica Il premio londinese arriva in un momento di piena consapevolezza. Non come punto di arrivo, ma come conferma. Per Giuseppe Boy, il valore più grande non è solo il riconoscimento personale, ma la condivisione del successo con il gruppo che ha reso possibile i

Dal primo ascolto dei Daft Punk allo studio di registrazione, il produttore e tecnico del suono racconta formazione, collaborazioni e il passaggio naturale dalla musica al mondo dei podcast. Riccardo Cappai è uno di quei profili che lavorano spesso dietro le quinte, ma senza i quali la musica – e oggi anche il podcast – non suonerebbe allo stesso modo. Produttore musicale e tecnico del suono, si è raccontato ai microfoni di UniCa Radio ripercorrendo un cammino fatto di ascolto, studio e curiosità costante per l'audio in tutte le sue forme. Riccardo Cappai e l'inizio come ascoltatore Il percorso di Riccardo Cappai nasce in modo semplice: dall'ascolto. Prima da fruitore attento, poi con il desiderio di esprimersi in prima persona. L'incontro con la musica elettronica, in particolare con l'universo dei Daft Punk, segna una svolta. La scoperta dei primi software di produzione, grazie anche al fratello maggiore, diventa l'inizio di un apprendimento continuo, portato avanti passo dopo passo, senza più fermarsi. Dall'elettronica al rap: le prime collaborazioni Le prime produzioni restano inizialmente chiuse nel computer, ma il passaggio decisivo arriva con il lavoro per i Royal Ismi e, soprattutto, con Ecri. È la prima volta che qualcuno canta su un suo beat. Un momento chiave, sia dal punto di vista musicale che umano. Un rapporto che si trasforma in amicizia e che contribuisce a definire un metodo di lavoro basato sul confronto e sulla fiducia reciproca. Studio e live: due mondi opposti Per Riccardo Cappai, studio e live sono universi quasi opposti. In studio il lavoro è introspettivo, un dialogo continuo con se stessi. Dal vivo, invece, tutto cambia. Come DJ bisogna osservare, leggere il pubblico, capirne i gusti. È un lavoro di ascolto diverso, più immediato, che richiede sensibilità e capacità di adattamento. La soddisfazione arriva quando la pista risponde. Collaborare significa discutere Nel confronto con altri artisti, Cappai non cerca una formula precisa. Anzi, trova stimolanti proprio le divergenze. Il disaccordo apre nuovi orizzonti e spesso porta a soluzioni migliori. È nel contrasto che nasce la crescita artistica, anche quando si tratta di rivedere un suono o un'idea data per scontata. Tra creatività e artigianato del suono Essere produttore e tecnico del suono significa bilanciare istinto e precisione. Nella produzione c'è spazio per l'imperfezione espressiva. Nel mix e nel master, invece, il ruolo cambia. Qui Riccardo si definisce più artigiano che artista: l'obiettivo è valorizzare il lavoro altrui senza snaturarlo. Podcast e futuro in studio L'approdo al mondo dei podcast nasce, ancora una volta, da ascoltatore. Il lavoro sul parlato rafforza il legame con il suono puro, centrale in questo linguaggio. Oggi Riccardo guarda soprattutto allo studio, concentrandosi su mix e master e collaborando con diverse realtà. La soddisfazione più grande resta una: sentire un artista dire che il suo brano, grazie al suono, è diventato esattamente ciò che immaginava.

Un racconto di viaggi, eredità familiari e trasformazioni interiori: la storia di Enrico Sanna attraversa continenti e confini culturali, mostrando come l'esplorazione del mondo diventi uno strumento per cercare verità, spiritualità e una nuova consapevolezza di sé. Viaggiare non come evasione, ma come ricerca profonda di senso. È questa la cifra che accompagna il percorso umano e personale di Enrico Sanna, esploratore contemporaneo che ha trasformato il movimento in una forma di conoscenza. Il suo racconto nasce da un primo distacco dalla Sardegna, terra d'origine che resta sempre presente, anche quando la vita lo conduce lontano. Quel primo confine superato non segnava una fuga, ma l'inizio di un cammino destinato ad allargarsi fino a toccare più continenti, culture e visioni del mondo. Il viaggio, per Enrico, non aveva mai il sapore del turismo rapido. Al contrario, rappresentava un'immersione lenta, fatta di permanenze lunghe e di ascolto. Paesi come Inghilterra e Australia diventavano luoghi di vita, non semplici tappe. L'Italia resta il porto sicuro, il luogo dove immagina il ritorno finale, ma il richiamo dell'altrove continuava a spingerlo oltre l'orizzonte, fisico e mentale. Un'eredità familiare che attraversa il tempo Alla base di questa spinta esisteva una storia più antica. Enrico Sanna riconosce nel nonno una figura chiave del suo destino. Negli anni Trenta, il nonno lasciava la Sardegna per trasferirsi in Calabria durante il servizio militare. Non fece mai ritorno sull'isola, eppure il legame con la terra d'origine non si spegneva. Quel primo grande spostamento, in un'epoca difficile, sembrava depositare un seme silenzioso. Enrico sentiva che quel desiderio di movimento scorreva nel sangue come un'eredità invisibile. Se il nonno si fermò a un solo viaggio, lui trasformava quell'impulso in una missione globale. Ogni partenza diventava un atto di continuità con la storia familiare. Ogni arrivo, invece, apriva nuove domande sul senso dell'identità, dell'appartenenza e del tempo. Tra Israele e Palestina: quando il viaggio cambia la fede Una delle esperienze più profonde del suo percorso si colloca tra Israele e Palestina, territori carichi di storia, spiritualità e conflitto. In quei luoghi Enrico vive momenti di tensione estrema, segnati anche da un bombardamento che modifica la sua percezione di sicurezza. L'impatto non rafforzava una fede tradizionale, ma trasformava radicalmente la sua spiritualità. Da quel momento Enrico iniziava a fidarsi meno delle narrazioni esterne. Tornato in Italia, decide di eliminare l'antenna televisiva. Non vuole più assorbire realtà filtrate. Preferisce comprendere il mondo attraverso l'esperienza diretta Un viaggio attraverso continenti e culture Nel corso degli anni Enrico costruisce un itinerario che attraversava più continenti e culture, trasformando il viaggio in una vera forma di conoscenza. Dalle Americhe esplorava il Brasile, l'Argentina e gli Stati Uniti, affiancando a queste mete il Centroamerica. Giamaica, Cuba, Messico e Porto Rico. In Europa attraversa la Spagna e la Francia, per poi spingersi verso est tra Ungheria, Roman

Tra comicità, rischio e attualità, Alessandro Solinas si racconta: la gavetta, il palco e il bisogno di far ridere dicendo qualcosa Alessandro Solinas è il filo rosso che attraversa una storia fatta di studio, palcoscenico e scelte controcorrente. Il comico e attore cagliaritano si è raccontato ai microfoni di UniCa Radio, ripercorrendo le tappe di un percorso che unisce formazione accademica e bisogno costante di rischio creativo. Diplomato in Regia e Sceneggiatura all'Accademia Cinema Toscana di Lucca, Alessandro arriva alla comicità dopo un percorso strutturato. Non un colpo di fulmine immediato, ma una consapevolezza maturata nel tempo. La svolta arriva nel 2019, quando in classe decide di presentare un monologo comico mentre tutti i suoi compagni scelgono la strada del dramma. La risposta del pubblico, composto da studenti provenienti da tutta Italia, è immediata. Ridono tutti. Anche un docente legato all'ambiente di Zelig lo incoraggia a proseguire su quella strada. È lì che la comicità smette di essere un'intuizione e diventa una possibilità concreta. Dalla gavetta ai primi palchi riconosciuti Dopo l'Accademia, cerca concorsi, provini, occasioni. Invia un semplice video registrato in casa a MarteLive Sardegna e viene selezionato. Vince nel 2022 come miglior comico esordiente. Da quel momento arrivano nuove opportunità, tra cui lo Zelig Open Mic, ma anche rifiuti e momenti di stallo. La gavetta, spiega, non finisce mai. È un elettrocardiogramma fatto di picchi e discese. Una metafora che restituisce bene la fragilità del mestiere artistico. Personaggi, parodie e identità comica Nei suoi spettacoli convivono figure originali come SuperBoh, il supereroe incapace di sbloccare i poteri, e parodie di personaggi noti, da Jannik Sinner a Shakespeare. Paradossalmente, racconta Solinas, è più difficile lavorare su ciò che il pubblico conosce già. Serve trovare un punto di vista personale, un dettaglio che renda quella parodia unica. I personaggi inventati, invece, offrono maggiore libertà. Ma sul palco, maschera o meno, resta sempre lui. Cambia il costume, non la testa. Satira, pubblico e confini del rischio La satira è centrale nel lavoro del comico sardo. Non ama fare la morale, ma provocare per dire qualcosa. Per lui il limite non è teorico, ma pratico: lo decide il pubblico. Se una comicità parla a poche persone o a centinaia di migliaia, quello è il suo perimetro. Il rischio non è un incidente, ma una componente necessaria. Senza rischio, la comicità smette di essere viva. Oltre la stand-up, nuovi linguaggi Pur avendo praticato la stand-up comedy, Alessandro oggi cerca di superarla. È un genere molto presente, forse troppo. Da qui nasce lo spettacolo “Uno, Nessuno e CentomilAL Solinas”, un progetto che mescola attualità, personaggi e interazione. L'idea nasce osservando i social e l'italiano medio che commenta tutto, convinto di poter fare meglio dei potenti. Sul palco, per errore, Solinas si ritrova a decidere al posto dei grandi leader. La risata diventa uno strumento per leggere il presente. I progetti futuri tra teatro e cinema

La presidente della commissione cultura a “Cagliari al cinema”, tra identità urbana, registi, scenari naturali e nuove opportunità per il capoluogo Marta Mereu è sempre stata molto attenta alle potenzialità del capoluogo per quanto riguarda la macchina da presa. L'abbiamo infatti intervistata nell'ambito dell'evento “Cagliari al cinema”, introdotto dall'assessora Maria Francesca Chiappe e coordinato dal professor Antioco Floris, dell'Università di Cagliari, e dal regista Salvatore Mereu. "Cagliari al cinema" è un progetto che mette al centro la città, i suoi scorci e il suo potenziale narrativo, guardando al cinema non solo come intrattenimento, ma come strumento di racconto e sviluppo culturale. L'iniziativa nasce dalla consapevolezza che Cagliari possiede un'identità forte, riconoscibile, capace di dialogare con linguaggi artistici diversi e di attrarre produzioni di livello nazionale e internazionale. Marta Mereu e il valore culturale del cinema Nel ruolo di consigliera comunale e presidente della commissione cultura, Marta Mereu sottolinea come il cinema possa diventare una leva strategica per la città. Cagliari non è soltanto uno sfondo suggestivo, ma un luogo che parla attraverso la sua storia, l'architettura e il rapporto costante con il mare. Secondo Mereu, valorizzare questi elementi significa rafforzare il legame tra comunità e cultura, creando occasioni di partecipazione e crescita. Il cinema, in questo senso, aiuta a rendere visibile ciò che spesso viene dato per scontato. Cagliari al cinema tra identità e narrazione “Cagliari al cinema” nasce con l'obiettivo di raccontare la città da prospettive nuove, senza snaturarne l'essenza. Marta Mereu evidenzia come i grandi registi riescano a cogliere l'anima dei luoghi, trasformandoli in veri protagonisti. È il caso di autori capaci di dare una direzione precisa allo sguardo, ma anche di professionisti che, pur non essendo sardi, sanno leggere e rispettare il contesto urbano. Questa capacità narrativa rende Cagliari un set naturale, pronto a essere esplorato. Registi, sguardi e territorio Nel dibattito emerge il riferimento a figure centrali del cinema italiano, come Paolo Sorrentino e Riccardo Milani, esempi di come il linguaggio cinematografico possa esaltare i luoghi e renderli universali. Accanto a questi nomi, Marta Mereu rivendica il valore dei registi locali, che conoscono profondamente il territorio e ne restituiscono una lettura autentica. La combinazione tra sguardi esterni e interni è uno degli elementi che può rendere Cagliari competitiva nel panorama audiovisivo. Approfondimenti sul cinema italiano sono disponibili su portali autorevoli come Treccani e Rai Cultura. Opportunità per il capoluogo sardo Secondo Marta Mereu, investire nel cinema significa anche creare opportunità concrete. Produzioni, festival ed eventi generano lavoro, promuovono il turismo e rafforzano l'immagine della città. Cagliari possiede infrastrutture, competenze e una vivacità culturale che possono sostenere questo percorso. Il dialogo con istituzioni e realtà del settore audiovisivo, come avviene in altre città italiane, è un passaggio chiave per rendere strutturale questa visione. Le politiche culturali locali, come riportato anche sul sito del Comune di Cagliari, puntano sempre più su integrazione e progettualità. Una visione che guarda al futuro L'intervista restituisce l'immagine di una città in movimento, consapevole delle proprie risorse. Marta Mereu vede nel cinema un mezzo per raccontare Cagliari al mondo, ma anche per rafforzare il senso di appartenenza dei su

Dalle ceneri di uno studio storico nasce un nuovo progetto: la storia di Maurizio Casu, della RCM Records e di una comunità musicale che non ha mai smesso di crederci. La storia della RCM Records è una di quelle che parlano di passione, sacrificio e comunità. È la storia di Maurizio Casu, discografico e tecnico del suono, che ha dedicato la vita alla musica indipendente e alla crescita degli artisti, soprattutto in Sardegna. Fondata tra gli anni Ottanta e Novanta a Cagliari, la RCM – Registrazioni Casu Maurizio – è diventata nel tempo un punto di riferimento per chi cercava uno spazio libero, autentico e professionale dove registrare musica senza compromessi. Uno studio aperto agli artisti e alla sperimentazione Nei primi anni Duemila, la RCM Records ha vissuto una vera e propria seconda giovinezza. La nascita di un nuovo studio di registrazione ha permesso a Maurizio Casu di offrire gratuitamente uno spazio creativo agli artisti, favorendo produzioni innovative e collaborazioni trasversali. All'interno dello studio prendeva vita anche Disconotte, una trasmissione che ha contribuito a creare un ponte tra musica, radio e territorio. Nel tempo, tra quelle mura hanno registrato artisti provenienti da tutta Italia, compresi nomi di rilievo della scena hip hop e indipendente come Danno dei Colle der Fomento. L'incendio che ha cancellato vent'anni di lavoro All'inizio dell'anno, però, tutto si è fermato. Un incendio devastante, causato da un cortocircuito in un faretto, ha distrutto completamente lo studio. In pochi minuti, strumenti musicali, attrezzature professionali e archivi sonori sono andati perduti. I danni, superiori ai 100mila euro, hanno reso la struttura inagibile e destinata alla demolizione. Lo studio non era coperto da assicurazione. Fortunatamente, Maurizio Casu, suo figlio e alcuni amici musicisti presenti al momento del rogo sono riusciti a mettersi in salvo. La solidarietà che diventa nuovo progetto La notizia ha scosso profondamente la comunità musicale. Artisti, tecnici, musicisti di strada e appassionati si sono mobilitati spontaneamente per offrire aiuto concreto. Un'ondata di affetto che ha colpito profondamente Casu. In un video condiviso sui social, Maurizio ha raccontato il dolore per la perdita ma anche la gratitudine per la vicinanza ricevuta. Quelle parole hanno segnato un punto di svolta. Da tragedia personale, l'incendio si è trasformato in un momento di rinascita collettiva. La RCM Records guarda avanti Da questa energia è nato un nuovo progetto. Una campagna di crowdfunding è stata avviata per raccogliere fondi destinati alla ricostruzione dello studio e alla ripresa delle attività. Non si tratta solo di recuperare attrezzature, ma di restituire alla città un luogo di incontro, sperimentazione e libertà artistica. La RCM Records non è soltanto uno studio di registrazione. È un simbolo di resistenza culturale, di musica vissuta come condivisione e non come prodotto. La sua rinascita dimostra che, anche dalle ceneri, può nascere qualcosa di nuovo.

Un ritratto del percorso creativo di Gabriel Grazzini, in arte Varco, tra scrittura, ispirazioni quotidiane e sperimentazione sonora. Nell'universo della musica indipendente, Varco si muove con passo libero e curioso, lontano da formule precostituite e da traiettorie obbligate. Dietro questo progetto c'è Gabriel Grazzini, autore e musicista che costruisce la propria identità artistica attraverso un lavoro paziente di ascolto, osservazione e sperimentazione. La sua scrittura nasce da un contatto diretto con la realtà e con gli strumenti, in un equilibrio costante tra istinto e riflessione. Varco non rincorre un genere preciso: preferisce attraversarli, contaminarli, lasciando che siano le esigenze espressive del momento a guidare le scelte sonore. Per Varco, il processo creativo non segue un metodo fisso né una struttura rigida. Le idee possono arrivare in qualsiasi momento: durante una passeggiata, ascoltando un rumore urbano, leggendo una frase che risuona più del previsto. È una scrittura che accetta l'imprevisto e lo valorizza, trasformando ogni brano in un piccolo racconto aperto. I testi e le melodie non cercano una chiave di lettura univoca, ma invitano chi ascolta a entrarci dentro, a riconoscersi, a costruire un significato personale. In questo senso, la musica di Varco diventa uno spazio condiviso più che un messaggio chiuso. Le fonti dell'ispirazione quotidiana di Gabriel Grazzini affondano nella vita reale. Scene urbane, relazioni umane, silenzi carichi di senso, frammenti di conversazioni, letture occasionali: tutto può diventare materiale creativo. Anche l'ascolto ha un ruolo centrale. Artisti molto diversi tra loro, appartenenti a epoche e linguaggi lontani, contribuiscono a formare il suo immaginario sonoro. Come accade a molti musicisti contemporanei, l'identità di Varco si costruisce per stratificazione, attraverso un dialogo continuo tra ciò che si vive e ciò che si ascolta. Fondamentale è anche il rapporto con gli strumenti. Essere polistrumentista consente a Varco di cambiare prospettiva, di osservare la stessa idea da angolazioni diverse. Ogni strumento diventa un'estensione del pensiero: suggerisce una direzione, apre possibilità nuove, modifica il modo di scrivere. È proprio in questo dialogo tra mente, mani e suono che prende forma l'universo musicale di Varco, un luogo in costante evoluzione, attraversato da curiosità e ricerca.

La giornalista e saggista Claudia Sarritzu parla ai nostri microfoni del suo attivismo e delle sue battaglie nel segno del femminismo Claudia Sarritzu è una giornalista e saggista, in prima linea per quanto riguarda la lotta contro la violenza sulle donne e per la causa palestinese. Di recente, proprio unendo questi temi, ha recitato un monologo, in occasione di un evento che avrebbe dato il via a "Parola, femminile, singolare". La rassegna tiene vivo il sentimento di rivalsa delle donne in una società che spesso le relega ancora ad un ruolo marginale. Non solo: il grande numero di femminicidi, come ribadito dalla Sarritzu, è indice di qualcosa di più radicato e pericoloso. E' proprio la mentalità patriarcale che lei si propone, con il suo contributo, di sradicare. Dalla radio alla stampa, passando per l'attivismo La sua esperienza professionale inizia durante il suo percorso di laurea in Giurisprudenza. Accetta infatti l'offerta di uno stage gratuito presso Radio Press, che si occupava prettamente di informazione, e poi per Radio Golfo degli Angeli. Da lì, la sua competenza e la sua dedizione la portano, in seguito, a dirigere, giovanissima, la redazione sarda di The Globalist, per la quale scrive per dieci anni. Parallelamente, si risveglia in lei la fiamma dell'attivismo femminista: è il 2011, e al grido di "se non ora, quando?", le attiviste iniziarono a scendere nelle piazze, osteggiando la visione della donna proposta dall'allora premier Berlusconi. L'onda arriva anche a bagnare il capoluogo sardo, e così Claudia sente sempre più vicine queste lotte, facendole sue e rendendole parte integrante dei suoi articoli e del resto della sua produzione scritta. Dopo un primo saggio sulla crisi delle aziende sarde, scrive infatti Parole avanti. Femminismo del 3° millennio. Un'analisi puntuale per quanto riguarda il linguaggio della stampa per quanto riguarda il genere femminile, spesso ancora poco attento. Due donne, un monologo Nel corso della sua attività, per la quale ha ricevuto diversi riconoscimenti di respiro nazionale, Claudia Sarritzu è diventata spesso ospite di eventi letterari e culturali. Non solo: di recente, in un evento in apertura di "Parola, femminile, singolare", organizzato dal club Jane Austen, ci ha messo del suo. Un monologo, commovente e struggente, su come, per l'occidentale medio, è più forte la - giusta - empatia nei confronti di una donna ucraina uccisa sotto le bombe, che non verso una donna palestinese nelle stesse condizioni. Il suo è un chiaro invito non a provare più empatia verso una piuttosto che verso l'altra, ma a ritrovare la nostra umanità, stringendoci in lutto intorno a tutte le donne che subiscono la stessa sorte.

Un progetto discografico originale che rilegge l'universo poetico di Fabrizio De André attraverso jazz, improvvisazione ed elettronica, trasformando le sue canzoni in un viaggio strumentale profondo e personale. Un omaggio che nasce dal suono Il 12 dicembre 2025 il Teatro del Segno di Cagliari ospiterà la presentazione ufficiale di SecondoMé, il nuovo progetto discografico del sassofonista e compositore sardo Juri Deidda. Non si tratta di un tributo convenzionale a Fabrizio De André, ma di un lavoro che sceglie una strada diversa: raccontare la sua poetica senza usare le parole. Al centro dell'album c'è il suono come strumento narrativo. Il sassofono tenore, affiancato dall'elettronica, costruisce paesaggi emotivi capaci di evocare storie, immagini e silenzi. La musica diventa così una forma di racconto interiore, aperta e personale, che invita l'ascoltatore a un'esperienza profonda. Trent'anni di musica per una visione personale Con oltre trent'anni di attività alle spalle, Juri Deidda affronta l'universo di De André con la maturità di chi ha attraversato linguaggi diversi. Il jazz, l'improvvisazione radicale e il progressive non sono elementi decorativi, ma strumenti per dare nuova forma a temi senza tempo. Il legame con De André nasce presto, durante l'adolescenza, e accompagna l'artista per tutta la sua crescita musicale. Col passare degli anni, quelle storie sembrano sedimentarsi. Poi arriva il momento giusto per tornare a raccontarle, filtrandole attraverso un vissuto artistico e umano ormai maturo. Cinque suite per attraversare la poetica di De André SecondoMé è costruito come un percorso articolato in cinque suite strumentali. Ognuna rappresenta una tappa tematica e simbolica della poetica deandreiana. La Suite della Libertà esplora l'indipendenza creativa e lo spirito anticonformista. La Suite dell'Acqua richiama il mare e il Mediterraneo, trasformando il viaggio in suono. Con la Suite delle Donne emerge un ritratto sensibile dell'universo femminile, fatto di colori emotivi e sfumature. La Suite della Gente speciale rende omaggio agli emarginati e agli ultimi. Infine, la Suite dell'Alfa e dell'Omega affronta il tema della spiritualità, tra principio e fine, fede e dubbio. Ascolto lento, materia e memoria Una scelta significativa riguarda la pubblicazione del disco. Due suite saranno disponibili esclusivamente in vinile, mentre le altre usciranno sulle piattaforme digitali. È un invito esplicito a rallentare, a recuperare il tempo dell'ascolto profondo e consapevole. Anche l'immagine ha un ruolo centrale. La copertina nasce da una fotografia scattata all'Agnata, luogo simbolico legato a De André. Da quella finestra reale prende forma un'immagine stilizzata che diventa metafora di sguardo, passaggio e memoria. Una presentazione tra musica e racconto Durante la serata del 12 dicembre, la musica dialogherà con le parole. Deidda incontrerà Alfredo Franchini, amico personale di De André, mentre sarà presente anche Salvina Pinna, oggi custode dell'Agnata. Un momento di confronto che intreccia esperienze, ricordi e suoni. SecondoMé non è solo un disco. È un invito ad ascoltare con il cuore, un ponte tra la musica di oggi e una poesia che continua a parlare al presente. Un progetto che rinnova De André senza tradirlo, secondo una visione autentica e profondamente personale.

Bastarde Gloriose rappresenta un esperimento di produzione indipendente nato dall'unione di tre giovani professionisti: Francesca Maccioni, Barbara Mancosu ed Emanuele Loddo Nel panorama cinematografico dell'isola si affaccia Bastarde Gloriose, una nuova e vibrante realtà artistica. Questo collettivo si propone di fare cinema partendo dal basso, sfidando i costi elevati della produzione tradizionale attraverso l'ingegno e la collaborazione. La loro storia inizia negli spazi dell'università, dove la condivisione di obiettivi comuni ha trasformato semplici colleghi in soci creativi. Oggi Bastarde Gloriose porta avanti un'idea di narrazione visiva che affonda le radici nel territorio sardo ma guarda lontano. L'unione creativa nata dall'università Il percorso accademico è stato il vero catalizzatore per la nascita del gruppo. Se la laurea triennale ha permesso ai fondatori di testare la propria compatibilità caratteriale, è stata la magistrale a definire il loro destino professionale. Durante gli studi, i futuri esponenti di Bastarde Gloriose hanno sperimentato linguaggi diversi attraverso esercitazioni pratiche e progetti comuni. Questo periodo di formazione ha permesso loro di capire che il lavoro di squadra era la chiave per affrontare l'industria audiovisiva. La forza del gruppo risiede proprio in questa consapevolezza maturata tra i banchi, trasformando la teoria in una pratica produttiva solida e affiatata. La flessibilità come metodo produttivo Un elemento distintivo di Bastarde Gloriose riguarda la gestione dei ruoli sui set cinematografici. Mentre Francesca si occupa della regia e dell'assistenza, Barbara gestisce la produzione ed Emanuele cura la direzione tecnica, i compiti restano estremamente fluidi. Questa intercambiabilità permette al collettivo di adattarsi a ogni esigenza creativa, facendo sì che tutti imparino a fare tutto. Le anime che compongono Bastarde Gloriose credono fermamente che la flessibilità sia la risposta alla mancanza di grandi budget iniziali. In questo modo, ogni corto girato diventa una palestra collettiva dove il talento individuale viene messo al servizio della visione d'insieme. Restare in Sardegna per creare bellezza Molti giovani talenti scelgono spesso di abbandonare l'isola per cercare fortuna nei centri nevralgici come Roma, Milano o Torino. Al contrario, Bastarde Gloriose scommette sulla propria terra d'origine nonostante le difficoltà logistiche. La scelta di restare non è stata priva di dubbi, ma la voglia di far accadere le cose in Sardegna ha prevalso sulle incertezze iniziali. Il collettivo dimostra che non è necessario emigrare per produrre cultura di qualità. Tutti gli elementi di Bastarde Gloriose vogliono dimostrare che il territorio sardo può offrire opportunità uniche a chi ha il coraggio di investire sulle proprie idee e sulle proprie radici. Un filo rosso tra storie diverse I progetti in fase di sviluppo sono numerosi e toccano generi narrativi molto differenti tra loro. Ciò che unisce ogni opera è il cosiddetto "filo rosso" che identifica lo stile unico di Bastarde Gloriose. Ogni storia, pur essendo indipendente, riflette l'anima ribelle e l'approccio schietto che caratterizza il collettivo fin dalla sua fondazione. Il loro "essere bastarde" si traduce in un gusto estetico ricercato ma accessibile, capace di colpire lo spettatore per sincerità e impatto visivo. Attualmente, Bastarde Gloriose continua a lavorare su nuovi soggetti, pronti a trasformare ogni visione in un racconto cinematografico concreto e coinvolgente. Il futuro della produzione indipendente Il cammino del gruppo è appena iniziato, ma l'interesse attorno ai loro lavori è già palpabile. L'organico di Bastarde Gloriose invita il pubblico a scoprire le proprie opere su piattaforme digitali come YouTube, dove è possibile apprezzare i risultati del loro impegno. La sfida per il futuro sarà mantenere questa indipendenza creativa pur crescendo dimensionalmente. In un'epoca di grandi produzioni standardizzate, la voce di Bastarde Gloriose rappresenta una boccata d'ossigeno per chi ama il cinema d'autore e sperimentale. La Sardegna ha trovato dei nuovi narratori capaci di guardare la realtà con occhi diversi e senza alcun timore reverenziale verso il mercato globale.

Ai microfoni di Unica Radio Annalena Cogoni che ci parlerà di scienza, ambiente e dell'importanza della biodiversità per il nostro futuro. Annalena Cogoni ricopre il ruolo di docente di botanica presso l'Università di Cagliari e dirige con grande passione l'Orto Botanico della città. Ha accolto volentieri gli studenti di ogni ordine e grado perché organizzava laboratori che coinvolgevano i bambini fin dall'infanzia e i ragazzi delle scuole superiori. Sosteneva che la curiosità e la conoscenza profonda delle materie biologiche alimentavano la libertà di scegliere i percorsi scientifici. La direttrice affermava che la passione che i professori e le famiglie trasmettevano ai giovani faceva la differenza nel loro cammino educativo. Superare i timori verso le scienze La docente spiegava che la bravura non era un dono innato, ma arrivava con l'applicazione costante e lo studio quotidiano. Esortava le studentesse a non temere le materie STEAM, poiché nessun limite frenava chi possedeva un interesse sincero per la ricerca scientifica. I professori accompagnavano i ragazzi durante le lezioni e spiegavano come superare ogni ostacolo attraverso l'approfondimento dei temi che suscitavano interesse. Ella credeva che la consapevolezza delle proprie capacità crescesse man mano che si affrontavano le sfide della conoscenza con volontà. Il ruolo delle piante contro il clima che cambiava Riguardo all'emergenza climatica, Annalena Cogoni indicava la necessità di ridurre le emissioni che causavano il riscaldamento del pianeta. Le piante assumevano un ruolo centrale in questa battaglia perché catturavano l'anidride carbonica e proteggevano la biodiversità del territorio. I polmoni verdi e le foreste urbane garantivano il benessere delle persone, poiché la città stessa costituiva un ecosistema dove la natura e la vita quotidiana si intrecciavano costantemente. Innovazione e strumenti tecnologici L'innovazione richiedeva competenze trasversali che univano la scienza all'economia e alla storia dei luoghi in cui l'uomo viveva. Ella illustrava come la botanica moderna utilizzava tecniche molecolari avanzate e codici speciali, come il barcoding, per identificare le specie in modo rapido. Gli erbari e le banche del germoplasma custodivano la memoria della terra e permettevano di fare previsioni utili sui cambiamenti futuri. Ogni ricerca mirava a un equilibrio dove l'umanità viveva meglio grazie alla salute complessiva dell'ambiente. Un invito alla caparbietà per i giovani Infine, la direttrice esortava i giovani alla curiosità e alla caparbietà verso tutto ciò che li circondava. Ella stessa amava profondamente il suo percorso in Scienze Naturali e ringraziava i docenti che incontrava lungo la via. Suggeriva di non temere le sconfitte, poiché ogni intoppo offriva l'esperienza necessaria per proseguire con forza nel mondo della ricerca. La passione restava il motore principale per chi desiderava migliorare il mondo attraverso la scienza e la tutela della natura.

Ai microfoni di Unica Radio Alessandra Carucci ci racconta il suo percorso come docente di ingegneria ambientale e le ricerche innovative condotte presso l'Università di Cagliari per combattere l'inquinamento delle acque Alessandra Carucci descriveva come la passione per la scienza muoveva i suoi passi verso la tutela del territorio. Quando frequentava il liceo scientifico a Roma, le ragazze in classe erano poche, ma il suo talento per la matematica appariva subito evidente. Un professore di disegno le suggeriva allora di intraprendere la carriera di ingegnera. La ricercatrice seguiva quel consiglio e iniziava un percorso che la portava a diventare la prima preside donna della facoltà di ingegneria e architettura presso l'Università di Cagliari. Durante la sua carriera non incontrava ostacoli o pregiudizi significativi, pur lavorando in un ambiente in cui la presenza maschile prevaleva. La depurazione biologica delle acque Il nucleo della sua attività riguardava il trattamento delle acque reflue che provenivano dalle abitazioni e dalle industrie. Alessandra Carucci spiegava che depurare l'acqua era fondamentale per evitare l'inquinamento di mari, fiumi e laghi. Negli studi che conduceva, prediligeva i processi biologici perché sfruttavano i batteri e i microrganismi invece delle sostanze chimiche. Questi piccoli organismi utilizzavano lo sporco come fonte di nutrimento e pulivano la risorsa idrica in modo economico e naturale. L'innovazione tecnologica permetteva di selezionare batteri capaci di rimuovere l'azoto e il fosforo anche in assenza di ossigeno. Tale metodo riduceva drasticamente il consumo di energia, poiché non servivano più i compressori per soffiare aria nelle vasche di trattamento. Si trattava di una soluzione promettente per rendere i depuratori più sostenibili dal punto di vista economico. Il progetto PNRR e l'economia circolare La crisi climatica imponeva una gestione oculata delle risorse, specialmente in una regione come la Sardegna che soffriva per lunghi periodi di siccità. Per questo motivo, la docente coordinava un vasto progetto legato al PNRR che puntava sull'innovazione regionale. Il piano si divideva in vari rami che includevano la protezione delle coste, la tutela delle lagune e il monitoraggio dei siti minerari. Un aspetto centrale riguardava l'economia circolare, dove gli scarti dell'industria casearia e agricola diventavano nuove materie prime. I batteri trasformavano il siero di latte in bioplastiche biodegradabili o producevano biometano per generare energia pulita. Questo approccio eliminava i rifiuti e chiudeva il ciclo produttivo, riducendo l'impatto ambientale complessivo. Un consiglio per le nuove generazioni In conclusione, Alessandra Carucci rivolgeva un messaggio incoraggiante ai giovani studenti che dovevano scegliere il proprio futuro. Suggeriva di seguire sempre le passioni e di osservare con curiosità le molteplici possibilità che l'Università di Cagliari offriva. Sottolineava inoltre quanto l'interdisciplinarità fosse vitale: per salvare l'ambiente serviva la collaborazione tra ingegneri, biologi, geologi e botanici. Solo unendo le conoscenze si potevano affrontare con successo le sfide ecologiche del domani.

L'incontro con Piergiorgio Pulixi negli studi di Unica Radio diventava un momento di dialogo profondo tra letteratura, territorio e nuove generazioni. Durante la visita negli studi di Unica Radio, Piergiorgio Pulixi raccontava la scrittura come un mestiere che richiedeva rigore, disciplina e continuità. L'intervista rientra nella prima puntata di Social Podcast, il podcast di I Love Radio Prof, la web radio dell'istituto Primo Levi di Quartu Sant'Elena. Il progetto radiofonico prende forma da un'idea del professor Emanuele Impoco e si sviluppava come iniziativa corale che coinvolge studenti, docenti. La radio diventa quindi un laboratorio , con l'obiettivo di trasformare la comunicazione in uno strumento di cittadinanza attiva. Sardegna, distanza emotiva e narrazione delle periferie Nel dialogo con gli studenti, Piergiorgio Pulixi raccontava anche il suo rapporto profondo e complesso con la Sardegna. Spiegava che per narrare l'isola doveva prima allontanarsene. Solo guardandola da lontano riusciva a trovare la giusta distanza emotiva. Questo sguardo gli permetteva di raccontare luoghi come Sant'Elia a Cagliari o i paesi della Barbagia senza idealizzazioni. La sua scrittura esplorava le periferie, i margini sociali e i contrasti tra il cemento urbano e il mare luminoso. Ogni personaggio nasceva da lunghe riflessioni maturate durante camminate solitarie o viaggi legati alla promozione dei libri. La Sardegna diventava così uno spazio narrativo vivo, attraversato da tensioni, bellezza e ferite sociali. Noir, thriller e il dialogo con i lettori Durante l'incontro, Piergiorgio Pulixi approfondiva le differenze tra i generi della crime fiction. Spiegava che il giallo classico cercava sempre il colpevole, mentre il noir indagava le cause sociali e psicologiche del male. Il thriller puntava invece sulla suspense e su un ritmo serrato. Parlava con entusiasmo dei personaggi di Mara Rais ed Eva Croce, molto apprezzati anche all'estero. In Francia, le sue storie riscuotevano un grande successo. Lo scrittore raccontava che i titoli dei suoi libri spesso omaggiavano la musica italiana, creando un ponte tra linguaggi diversi. Content creator: la challenge dedicata a “stella di mare” L'incontro con Piergiorgio Pulixi si collega anche a una delle iniziative future. Per il prossimo anno scolastico, gli studenti si sfideranno in una challenge intitolata Content Creator. In questa challenge, i ragazzi dovranno recensire il romanzo dello scrittore intolato Stella di Mare

Ospite di UniCa Radio, Iosonouncane riflette su nome, percorso artistico, sperimentazione, produzione e colonne sonore, raccontando una visione musicale libera, artigianale e in continua evoluzione. Iosonouncane è stato ospite oggi ai microfoni di UniCa Radio per un'intervista densa e sincera, capace di restituire il percorso umano e artistico di uno dei musicisti più lucidi e radicali della scena italiana contemporanea. Fin dalle prime battute, emerge una riflessione profonda sull'identità, sulla sperimentazione e sul senso stesso del fare musica oggi. Iosonouncane e il peso di un nome Il nome Iosonouncane nasce dall'unione tra il brano Io sono uno di Luigi Tenco e il suo cognome Incani. Una scelta legata a un momento preciso della vita dell'artista. Jacopo Incani racconta come oggi guardi a quel nome con una certa distanza critica. Non lo rinnega, ma lo riconosce come il frutto di un'urgenza giovanile. All'origine c'era l'idea di un disco sociale, ma rivolto verso sé stessi. Non un dito puntato all'esterno, bensì un atto di esposizione. La figura del “cane” diventava così una maschera per stare dentro le contraddizioni raccontate, senza sottrarsi. Dal gruppo al progetto solista Il progetto Iosonouncane prende forma nel 2008, dopo lo scioglimento degli Adharma. La strada solista non nasce da una scelta romantica, ma da una necessità concreta. Incani lavora con ciò che ha a disposizione. Tra questi strumenti c'è una groovebox Roland acquistata quasi per errore. Nei primi anni, la tecnologia influenza il suono. Col tempo, però, l'approccio cambia. Con DIE arriva una consapevolezza diversa. La scrittura non è più legata allo strumento, ma a un'idea musicale più ampia. Un'evoluzione senza rinnegare il passato Dal debutto con La macarena su Roma fino a IRA, il percorso appare frammentato solo in superficie. Iosonouncane rivendica ogni fase del suo lavoro. Anche i brani da cui oggi si sente lontano restano parte della sua storia. L'approccio resta artigianale, ma evolve. Scrivere oggi come nel 2010 sarebbe difficile. Suonare come allora, quasi impossibile. Eppure nulla viene escluso in astratto. Sperimentazione e forma canzone La sperimentazione, per Iosonouncane, non è un'etichetta. È una condizione necessaria dell'arte. Senza ricerca, i linguaggi si fermano. Anche il pop, da sempre, si nutre di esperienze nate ai margini. Dai Beatles ai Radiohead, la forma canzone è stata messa in discussione molte volte. Per questo Incani non vede una frattura netta tra canzone e destrutturazione. Il suo lavoro si colloca dentro un'idea ampia di pop, più vicina a quella degli anni Sessanta che alle definizioni attuali. Produzione e confronto con gli altri Oltre al lavoro solista, Iosonouncane produce altri artisti solo quando nasce un coinvolgimento emotivo totale. Collaborare significa condividere metodo, tempo e intensità. È un'esperienza diversa rispetto ai propri dischi, che restano il luogo di un'espressione totale. Ma è anche una grande occasione di crescita, umana e "artigianale". Musica per immagini e futuro Scrivere colonne sonore cambia radicalmente il processo creativo. La musica non cerca un “bello assoluto”. Deve funzionare sulle immagini. Il giudizio finale non spetta al compositore. È un lavoro di servizio, ma anche di grande arricchimento. Guardando al futuro, Iosonouncane non parla di ripartenze da zero. Non ci crede. Preferisce continuare a scrivere, a cercare, a trasformare ciò che già esiste.

Il racconto da parte di una danzatrice del ventre e arteterapeuta sulla storia, musica, costumi e accessori di un'arte millenaria affascinante e ancora poco conosciuta in Sardegna. Giada è danzatrice del ventre esperta e arteterapeuta, porta a Cagliari una danza del ventre orientale affascinante, nata nel Medio Oriente, fatta di storia, musica, costumi e accessori tradizionali. In Sardegna questa disciplina è ancora poco diffusa. Origini e storia della danza del ventre La danza del ventre è una danza orientale sviluppata nel Medio Oriente, inizialmente legata a celebrazioni, riti di fertilità e momenti di festa. I movimenti sinuosi e armoniosi raccontano storie ed emozioni, unendo eleganza e espressività corporea. Col tempo, la danza ha assunto varie forme e stili a seconda delle regioni e tradizioni locali. Strumenti e musica tradizionale Gli strumenti tradizionali accompagnano la danza del ventre orientale, creando ritmo e atmosfera. Tra i più utilizzati ci sono il darbuka, il qanun e il tamburello. La musica orientale, ricca di percussioni e melodie coinvolgenti, valorizza i movimenti dei danzatori e rende ogni performance unica. Costumi, accessori e arteterapia I costumi e gli accessori sono elementi distintivi della danza del ventre. Veli, monili, cinture con campanelli e gonne ricamate arricchiscono le performance, aggiungendo colore e movimento. Gli accessori aiutano anche a sottolineare gesti e figure. Giada, oltre a esibirsi, è arteterapeuta e utilizza la danza come strumento di benessere emotivo, mostrando come questa disciplina possa stimolare emozioni e creatività. La danza del ventre in Italia e a Cagliari Nonostante la crescente popolarità della danza del ventre in Italia, in Sardegna, e a Cagliari in particolare, rimane un'arte ancora poco praticata.

La Scuola dell'Infanzia della Fondazione Figlie di Maria si conferma un centro d'eccellenza educativa, dove il benessere del bambino e la crescita armoniosa rappresentano il cuore pulsante di ogni attività. Un approccio pedagogico su misura Entrare nel mondo della Scuola dell'Infanzia gestita dalla Fondazione Figlie di Maria significa immergersi in un ambiente stimolante. Qui ogni spazio è progettato per accogliere le esigenze dei più piccoli, seguendo le linee guida del Ministero dell'Istruzione e del Merito. Le educatrici lavorano quotidianamente per trasformare l'apprendimento in un'avventura entusiasmante. La centralità del bambino non è solo uno slogan, ma una pratica costante. Attraverso il gioco e l'esplorazione, gli alunni sviluppano competenze cognitive e sociali fondamentali. Il metodo adottato favorisce l'autonomia individuale, rispettando i tempi di crescita di ciascuno. La struttura offre percorsi che integrano tradizione e innovazione didattica, garantendo una preparazione solida per il futuro scolastico. Creatività e condivisione tra i banchi Il progetto educativo della Scuola dell'Infanzia punta molto sulla creatività espressiva. I laboratori artistici permettono ai bambini di manipolare materiali e scoprire nuovi linguaggi. La collaborazione tra pari viene incoraggiata costantemente per costruire una comunità solida. I momenti conviviali e le attività di gruppo insegnano il valore del rispetto reciproco, come promosso dai progetti pedagogici di Save the Children. In questo contesto, le Figlie di Maria portano avanti una missione educativa storica ma estremamente attuale. Il legame con le famiglie è un altro pilastro essenziale del servizio offerto. Il dialogo costante tra scuola e genitori assicura una coerenza educativa preziosa per lo sviluppo del minore. La serenità degli ambienti contribuisce a rendere l'esperienza scolastica un ricordo positivo indelebile. Spazi aperti e contatto con la natura Un elemento distintivo della nostra Scuola dell'Infanzia è l'attenzione verso l'outdoor education. Gli spazi aperti sono considerati vere e proprie aule didattiche dove osservare il mutare delle stagioni. Il contatto diretto con la natura stimola la curiosità innata dei bambini e favorisce il benessere psicofisico. Muoversi all'aria aperta migliora la salute fisica e la capacità di concentrazione. Le attività motorie vengono svolte con regolarità per affinare la coordinazione e la consapevolezza del corpo. Questa visione olistica dell'istruzione prepara i piccoli ad affrontare il mondo con fiducia. La Fondazione investe costantemente nel miglioramento delle strutture per offrire sicurezza e comfort. Ogni dettaglio viene curato per garantire un'accoglienza calorosa a ogni nuovo iscritto. Valori profondi per cittadini di domani La dimensione spirituale e valoriale caratterizza da sempre la Scuola dell'Infanzia della Fondazione. L'insegnamento di principi solidi aiuta i bambini a distinguere ciò che è bene per la comunità. Si educa alla pace, alla solidarietà e alla gentilezza verso il prossimo. Questi insegnamenti diventano le fondamenta su cui costruire la personalità degli adulti di domani, seguendo i principi della didattica inclusiva dell'UNESCO. La professionalità del personale docente assicura una vigilanza attenta e un supporto costante in ogni fase della giornata. Scegliere questo percorso significa affidare i propri figli a una realtà che ama profondamente la propria missione. La gioia dei piccoli è la testimonianza più bella del successo di questo impegno quotidiano.

A Cagliari un appuntamento culturale dedicato alla casa torinese Lancia, con esperti, docenti e appassionati riuniti per celebrare un'eredità unica dell'automobile italiana. Lancia automobile torna al centro del dibattito culturale e tecnico con un convegno che mette in luce il ruolo decisivo del marchio nello sviluppo dell'ingegneria automobilistica. A Cagliari, il sapere accademico incontra la passione per le auto storiche, in un appuntamento pensato per studenti, studiosi e appassionati. Automobile e il valore della cultura tecnica Il convegno “I contributi della Lancia allo sviluppo dell'automobile” tenutosi giovedì 18 dicembre 2025 nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria e Architettura di Cagliari. L'iniziativa nasce dalla collaborazione tra il Circolo Sardo Auto Moto d'Epoca S.C.Q., il Lancia Club Italia e la Commissione Nazionale Cultura dell'ASI. L'obiettivo è chiaro: raccontare come Lancia automobile abbia influenzato soluzioni tecniche, stile e visione industriale lungo oltre un secolo di storia. Un percorso che parte dalle origini e arriva alle competizioni, senza perdere di vista il valore del restauro e della conservazione. Il programma tra storia, modelli e competizioni Il convegno entra nel vivo con interventi mirati. L'ingegner Lorenzo Morello aprirà con una relazione sui contributi di Lancia automobile allo sviluppo del settore. Seguirà l'approfondimento dedicato alla Lancia Augusta, da parta di Angelo Melis e una riflessione puntuale sul restauro condotto secondo criteri filologici. Il racconto si chiuderà con le Lancia da competizione, capitolo che restituisce l'immagine di un marchio capace di vincere e innovare. Ogni intervento costruisce un mosaico coerente, fatto di dati, esperienze e passione. Lancia automobile tra università e pubblico La scelta della sede universitaria rafforza il legame tra ricerca e divulgazione. Studenti e docenti potranno confrontarsi con professionisti del settore, mentre gli appassionati avranno accesso a contenuti di alto livello. Lancia automobile diventa così un caso di studio, utile a comprendere l'evoluzione dell'automobile moderna. Nel piazzale antistante l'Aula Magna saranno esposti modelli storici e contemporanei, creando un dialogo visivo tra passato e presente. Lancia automobile vista attraverso la Lancia Augusta Nel suo intervento, Angelo Melis guida il pubblico dentro la genesi della Lancia Augusta, prodotta tra il 1933 e il 1936. Non un semplice excursus cronologico, ma un racconto che mette in luce come Lancia automobile abbia anticipato soluzioni tecniche e concettuali in un periodo complesso per l'industria. L'Augusta nasce come vettura leggera, accessibile, ma progettata con una cura ingegneristica che riflette la visione di Vincenzo Lancia. Melis sottolinea come questa automobile rappresenti un equilibrio raro tra innovazione e concretezza. Il valore tecnico raccontato da Angelo Melis Dall'intervista emerge con chiarezza l'attenzione di Melis per gli aspetti meno visibili della Lancia automobile. Telaio, distribuzione dei pesi, soluzioni costruttive e scelte stilistiche diventano elementi di una storia più ampia. Lancia non si limitava a seguire il mercato, ma spesso lo anticipava. La Lancia Augusta, secondo Melis, è l'esempio perfetto di una casa costruttrice che pensava già in termini moderni, quando il concetto stesso di automobile era ancora in evoluzione. Nelle immagini, la Lancia Augusta di proprietà di Angelo Melis.

L'attore sardo Giovanni Trudu esplora linguaggi teatrali sperimentali e multidisciplinari: tra drammaturgia, performance e teatro ragazzi, rappresenta un punto di riferimento della scena contemporanea isolana Giovanni Trudu introduce un viaggio dentro il teatro contemporaneo sardo, attraverso la carriera di un attore e performer capace di attraversare drammaturgie tradizionali e sperimentali. Giovanni Trudu è oggi riconosciuto per la sua versatilità e per l'impegno in compagnie teatrali che sperimentano linguaggi nuovi, rivolti a un pubblico adulto o giovane. Un percorso poliedrico e internazionale Giovanni Trudu si definisce “teatro artist” — attore, drammaturgo, occasionalmente costumista e creatore — e vanta una carriera che si estende dalla prosa al teatro ragazzi, fino a performance contemporanee e sperimentali. Ha recitato, scritto e diretto spettacoli come “Emilia Vola”, con cui è stato in scena a Cagliari, in cui emerge la sua sensibilità per storie alternative e toccanti. Il suo impegno si estende oltre la semplice interpretazione: nelle sue creazioni confluiscono corporeità, drammaturgia, scenografia, regia e costume, elementi che rendono il suo lavoro uno spazio di ricerca e contaminazione artistica. Spettacoli per bambini, famiglie e teatro d'autore Un tratto distintivo del lavoro di Trudu è la sua apertura a proposte teatrali per bambini e famiglie: rappresentazioni come “Jack e il fagiolo magico” e altri spettacoli in contesti della rassegna “Famiglie a teatro” hanno visto la sua partecipazione, dimostrando la capacità di veicolare contenuti anche a un pubblico giovane. Allo stesso tempo, non manca l'impegno nel teatro d'autore e nella contemporaneità: la sua partecipazione a progetti con compagnie di ricerca sottolinea la volontà di esplorare nuove forme espressive e di contribuire al rinnovamento della scena teatrale isolana. Una scena che unisce creatività e impegno artistico Per Trudu, il teatro non è solo recitazione: è un luogo dove corpo, parola, costume e messaggio si intrecciano. In lavori recenti — scritti, diretti e interpretati da lui — emerge una forte dose di originalità e coraggio artistico, qualità rare in un panorama spesso dominato da forze convenzionali. Questa dimensione “laboratorio” fa sì che ogni spettacolo diventi un esperimento, un modo di raccontare il presente con strumenti non necessariamente tradizionali, ma spesso sorprendentemente efficaci e profondi. Il valore del teatro sperimentale nella comunità sarda In un'isola come la Sardegna, caratterizzata da una forte identità culturale, l'attività di artisti come Trudu assume un valore sociale e culturale importante. Le sue performance, spesso realizzate con compagnie locali o realtà indipendenti, contribuiscono a tenere vivo un tessuto culturale vitale e sensibile. Inoltre, portare avanti un teatro sperimentale significa anche avvicinare il pubblico a linguaggi non convenzionali: questo induce all'ascolto, alla riflessione, all'immaginazione — componenti fondamentali per lo sviluppo di una comunità artistica autentica e dinamica. Sguardo al futuro: sperimentazione, identità, partecipazione Giovanni Trudu rappresenta una speranza e un laboratorio vivente per il futuro del teatro in Sardegna. Con la sua sensibilità verso nuove forme di espressione, la sua apertura a progetti di diversa natura e la sua determinazione nel continuare a sperimentare, può fungere da modello per altri artisti emergenti. Il suo percorso dimostra che il teatro può essere inclusivo, innovativo, capace di parlare a tutte le fasce di pubblico. E che la Sardegna può essere non solo terra di tradizione, ma anche fucina di creatività contemporanea.

Un approfondimento sul ruolo della Sardegna nello scenario mediterraneo contemporaneo, attraverso la partecipazione di Salvatore Cherchi, presidente di ISPROM, al Terzo Rapporto SarMed dedicato a geopolitica, cooperazione e sviluppo. Un evento che racconta il Mediterraneo di oggi Il Mediterraneo continua a essere una delle aree più complesse e decisive del mondo contemporaneo. Per comprenderne meglio i cambiamenti, torna il Terzo Rapporto SarMed – Sardegna Mediterraneo, un appuntamento che approfondisce temi cruciali come sicurezza, mobilità umane, politiche europee e cooperazione internazionale. All'interno di questo percorso di analisi e dialogo, parteciperà anche Salvatore Cherchi, presidente dell'ISPROM – Istituto di Studi e Programmi del Mediterraneo, figura di riferimento nello studio delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche dello spazio mediterraneo. Il ruolo centrale di ISPROM nel dibattito mediterraneo ISPROM, da anni impegnato nella ricerca e nella promozione del dialogo tra sponde diverse, contribuisce in modo attivo alla costruzione di una visione mediterranea contemporanea. La partecipazione di Cherchi assume un valore particolare perché, attraverso il suo intervento, si inserisce una prospettiva che unisce analisi geopolitica, conoscenza territoriale e attenzione ai processi di sviluppo. Il Rapporto SarMed, infatti, si propone come uno strumento utile non solo per studiosi e ricercatori, ma anche per amministrazioni locali, istituzioni e cittadini interessati a comprendere gli scenari futuri. Sardegna e Mediterraneo: una relazione da rileggere La Sardegna non è soltanto un'isola al centro del mare. È un punto strategico nel dialogo euro-mediterraneo. Per questa ragione, il Rapporto SarMed dedica ampio spazio al ruolo dell'isola nei nuovi equilibri geopolitici. Secondo gli studi presentati nell'incontro, la Sardegna può diventare protagonista in molti settori: cooperazione culturale e universitaria; sostenibilità e innovazione; relazioni euro-africane; politiche marittime e portuali; mobilità di persone e conoscenze. La presenza di Cherchi offrirà un contributo essenziale per comprendere come queste opportunità possano trasformarsi in strategie concrete. Un dialogo che attraversa discipline e territori Il valore dell'iniziativa risiede anche nell'approccio interdisciplinare. Nel Rapporto SarMed, infatti, convergono voci provenienti da ambiti diversi: accademia, ricerca, istituzioni e società civile. Questa diversità di sguardi permette di analizzare il Mediterraneo come un arcipelago di culture, economie e identità che si intrecciano. L'intervento del presidente di ISPROM contribuisce a rinsaldare il legame tra studio teorico e applicazioni pratiche, sottolineando la necessità di politiche condivise e di una visione comune tra regioni e Paesi che si affacciano sul mare. Un appuntamento per comprendere il futuro Il Terzo Rapporto SarMed diventa così un'occasione preziosa per riflettere sul ruolo della Sardegna in un mondo in continua trasformazione. La partecipazione di Salvatore Cherchi rafforza l'importanza del dialogo aperto, della ricerca e della cooperazione internazionale. E ricorda che il Mediterraneo non è soltanto un luogo geografico, ma un laboratorio vivente di relazioni e possibilità. Inoltre, per il pubblico che avesse voglia di approfondire, il Rapporto è scaricabile in PDF cliccando sopra la parola "PDF".

Il coreografo e vicedirettore artistico del Balletto di Roma, Valerio Longo, torna al FIND 2025 con una masterclass formativa e uno spettacolo che unisce linguaggi, visioni e nuove generazioni della danza. Il FIND – Festival Internazionale Nuova Danza 2025 accoglie una delle voci più significative della scena contemporanea italiana: Valerio Longo, coreografo, docente e vicedirettore artistico del Balletto di Roma. Sabato 22 novembre Longo guiderà la masterclass Spiritual Body Experience presso la Scuola di Danza Assunta Pittaluga, un appuntamento atteso da danzatori, studenti e appassionati. La lezione approfondisce la relazione tra corpo, spazio, ritmo ed emozione. Longo invita i partecipanti a un viaggio interiore, trasformando il movimento in strumento di esplorazione personale. Equilibrio, peso, articolazioni e dinamica non sono solo elementi tecnici, ma porte d'accesso alla consapevolezza artistica. Dal corpo alla visione: la danza come esperienza spirituale La Spiritual Body Experience nasce dall'idea che il gesto non sia soltanto esecuzione, ma un territorio sensibile in cui disciplina e libertà convivono. Longo sottolinea come lo studio costante, la perseveranza e l'ascolto interiore conducano a una forma di autenticità scenica, capace di rivelare la parte più profonda del danzatore. In questo senso, la passione originaria diventa bussola, memoria e motore creativo. DislocAzioni in Danza: il Balletto di Roma tra tradizione e nuove estetiche Sempre sabato 22 novembre, a seguire, la giornata prosegue a Sa Manifattura – Sala Officine con lo spettacolo DislocAzioni in Danza, firmato Balletto di Roma. Diretto da Francesca Magnini, il lavoro presenta coreografie di Marcello Giovani, Martina Licciardo e Valerio Longo, interpretate da Paolo Barbonaglia, Alessio Di Traglia, Martina Licciardo e Ainhoa Segrera. Lo spettacolo è una lente sulle molteplici identità del movimento: dalla danza accademica alle urban dance, fino ai linguaggi performativi contemporanei. È un incontro fertile tra spazio, corpo e spettatore, una fusione spontanea di poetiche e generazioni.